Parrocchia di Sant'Egidio - Cesena

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23/01/2014

OMELIA III DOMENICA DEL TEMPO ORD. - ANNO A - (Mt 4,12-23)
Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini

di Padre Francesco Pio P***a

Il Vangelo della Santa Messa ci suggerisce di riflettere sul tema della vocazione. La vocazione è una manifestazione dell'Amore infinito ed eterno di Dio, è un dono gratuito, che viene direttamente dal Cuore di Dio. La vocazione è essenzialmente una chiamata divina. Dio chiama e l'uomo deve rispondere. Qualora la chiamata di Dio rimanesse senza risposta la vita dell'uomo sarebbe una vita fallita e triste.
A cosa Dio chiama l'uomo? Dio, fin dall'eternità, per amore, ci ha chiamati, innanzitutto, alla vita naturale, a vivere da uomini, e continuamente ci chiama alla vita soprannaturale, a vivere da figli di Dio, da cristiani; ci chiama, cioè, a corrispondere a quel grado di santità che desidera da noi, con il suo aiuto e la nostra fattiva collaborazione.
La condizione per santificare la nostra vita è di viverla nello stato di vita (matrimonio, celibato, professione religiosa, sacerdozio), dove la Volontà di Dio ci chiama. È vero che i battezzati hanno un'origine e un destino comuni, ma è altrettanto vero che ognuno ha la sua missione da compiere.
San Matteo, nel Vangelo della Santa Messa, descrive la chiamata dei primi Discepoli di Gesù. Sono i primi a subire il suo fascino. Si tratta di alcuni pescatori della Galilea, in particolare i due fratelli Simone e Andrea e i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni.
Gesù Cristo, volendo scegliersi dei collaboratori, ha prediletto non i grandi della terra, non gli uomini di scienza e di prestigio, ma poveri ed ignoranti pescatori, semplici e sinceri.
Il Maestro divino invita loro a seguirlo: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini» (Mt 4,19). Egli l'invita non solo con la voce, ma con un'illuminazione interiore, mediante la quale comprendono la necessità di mettersi alla sua sequela, comprendono che è necessario lasciare tutto, famiglia e lavoro, per seguire Gesù.
L'Evangelista mette in evidenza proprio la prontezza e la generosità della loro risposta: «Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono» (ivi, 22).
Gesù, invitando gli Apostoli a seguirlo, affida loro una grande missione: «Vi farò pescatori di uomini» (ivi, 19). Quindi questi primi Discepoli da pescatori di pesci diventano pescatori di anime. Ad essi viene affidato il compito di diffondere la luce del Vangelo fino agli estremi confini della terra.
Ogni battezzato è chiamato a cooperare a questa sublime missione di evangelizzazione, ma non tutti nello stesso modo. Vi è una vocazione nativa, comune, ordinaria, essendo iscritta nella carne e nel sangue dell'uomo, la più adatta alle tendenze della vita umana. Vi è anche una vocazione che si può definire sacra, in quanto esige un intervento speciale di Dio, che conduce sulla strada della consacrazione a Dio, che conduce ad una vita protesa verso le più alte vette della santità. Questa è, appunto, la vocazione al sacerdozio, alla vita religiosa, ecc., la vocazione all'amore più grande. Anche la nostra risposta dovrebbe essere pronta e generosa come quella di questi primi Discepoli.
Anche noi dovremmo abbandonare le reti, ossia tutto quello che è terreno e che ci impedisce di percorrere la via della santità, la quale implica rinuncia, sacrificio, generosità.
I Santi sono coloro che hanno risposto prontamente e generosamente alla chiamata di Gesù. Quale missione, ad esempio, ha affidato il Signore a Padre Pio? Essere vittima per il mondo. Lo lascia chiaramente intendere lui stesso, sin dal 29 novembre 1910, a padre Benedetto da San Marco in Lamis, al quale chiede per iscritto un permesso particolare: «Da parecchio tempo sento in me un bisogno, cioè di offrirmi al Signore vittima per i poveri peccatori e per le anime purganti. Questo desiderio è andato crescendo sempre più nel mio cuore, tanto che ora è divenuto, sarei per dire, una forte passione. L'ho fatta, è vero, più volte questa offerta al Signore, scongiurandolo a voler versare sopra di me i castighi che sono preparati sopra dei peccatori e sulle anime purganti, anche centuplicandoli su di me, purché converta e salvi i peccatori ed ammetta presto in Paradiso le anime del Purgatorio, ma ora vorrei fargliela al Signore questa offerta con la sua obbedienza. A me pare che lo voglia proprio Gesù. Son sicuro che ella non troverà difficoltà alcuna nell'accordarmi questo permesso».
San Pio da Pietrelcina è stato vittima per i peccatori, vittima crocifissa per i peccatori. Egli considerava il dolore come un «dono di Dio». Una volta tossiva da far compassione, tanto che il confratello padre Lino da Prata gli disse: «Padre, passi a me la sua tosse». E lui rispose sorpreso: «E che, i doni si regalano?». Il professor Nicola Bellantuono, al termine di una Confessione, gli chiese invece se le stimmate fossero dolorose e Padre Pio reagì: «Credi che il Signore me le abbia date per bellezza?». Allora il professore si offrì: «Padre, date qualche cosa anche a me». E il Frate, quasi irritato: «I monili del Signore non si regalano!».
Ci aiuti il nostro Santo a cooperare generosamente al dono della vocazione, ad essere fedeli ad essa. Dalla nostra generosità e fedeltà dipende la salvezza di tanti nostri fratelli e sorelle!

17/01/2014

OMELIA II DOMENICA DEL TEMPO ORD. - ANNO A - (Gv 1,29-34)
Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo

di Padre Stefano Miotto

È ormai terminato il Tempo del Natale e, con questa domenica, siamo entrati nel Tempo Ordinario. Il brano del Vangelo di oggi ci presenta Giovanni il Battista che sta predicando. Anche se l'Evangelista non lo dice espressamente, molto probabilmente l'episodio si riferisce a quando Gesù si sottopose al battesimo di Giovanni. Questo si può intuire dal fatto che il Battista vide «Gesù ve**re verso di lui» (Gv 1,29). L'evangelista Giovanni, che non descrive la scena del Battesimo, riporta però un particolare molto importante che, in poche parole, descrive quella che è la missione di Gesù, il motivo per cui è nato nel tempo ed è venuto fino a noi. Il Battista, infatti, a quanti lo seguono entusiasti, dice indicando Gesù: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
Nell'uso biblico, l'agnello è simbolo di innocenza e di sacrificio. Nell'Antico Testamento si parla infatti dell'agnello immolato due volte al giorno nel tempio e dell'agnello pasquale il cui sangue salvò i primogeniti degli ebrei (cf Es 12,3-28). Il Battista indica chiaramente in questo modo che Gesù, nel quale non vi è peccato, è venuto a togliere i peccati. La prima lettura di oggi, inoltre, parla del "Servo di Dio" che il profeta Isaia descrive come una pecora condotta al macello e nel quale Dio fa pesare l'iniquità di tutti noi. Inoltre, il profeta Isaia scrive che Egli è venuto nel mondo per essere luce e salvezza del popolo di Dio.
Gesù, dunque, è venuto per redimerci dal peccato. Ai giorni d'oggi molti sono quelli che parlano di Gesù. Si parla del suo amore per i poveri, lo si vede quasi come un rivoluzionario e tutti, in qualche modo, verrebbero "dargli la loro tessera". Pochi sono però quelli che comprendono Gesù per quello che è in realtà, per essere l'Agnello di Dio, ovvero Colui che ci ha salvati dal peccato e dalla morte eterna. Dire che Gesù è l'Agnello di Dio significa affermare due cose: che noi siamo peccatori bisognosi di salvezza, e che Gesù è il Redentore, vittima per la nostra salvezza. In poche parole, significa dire che siamo stati noi a metterlo in croce.
È proprio su questi due punti che dobbiamo soffermare la nostra riflessione. Prima di tutto bisogna riconoscere i nostri peccati; subito dopo bisogna invocare la Misericordia di Gesù. Al giorno d'oggi, purtroppo, si è perso il senso del peccato: si calpestano i Comandamenti di Dio e non si sentono più i rimorsi di coscienza. Penso che questa sia la più grande disgrazia che ci possa capitare. Se abbiamo perso questa sensibilità, supplichiamo il Signore che voglia creare in noi un cuore nuovo, che tolga da noi il cuore di pietra e ci doni un cuore sensibile ai suoi richiami d'amore e ai rimorsi di coscienza.
Il libro dell'Imitazione di Cristo insegna che Dio parla al nostro cuore in due modi: o incoraggiandoci per il bene che stiamo compiendo, oppure attraverso i rimorsi di coscienza. Se non riusciamo ad avvertire questa voce, o se la percepiamo molto debolmente, intensifichiamo le nostre suppliche: quanto più ci avvicineremo alla luce di Dio, tanto più ci accorgeremo della deformità dei nostri peccati e la voce della coscienza si farà sentire sempre più forte.
Gesù, l'Agnello di Dio, è venuto per togliere i peccati del mondo e continua a toglierli nel sacramento della Confessione. Accostiamoci a questo Sacramento con cuore contrito, accusando sinceramente i nostri peccati. La Chiesa fa obbligo ad ogni cristiano di confessarsi perlomeno una volta all'anno. Si capisce però che quanto più ci confesseremo tanto più la nostra anima sarà splendente di grazia. Pertanto, il consiglio, anzi, la calda raccomandazione è quella di confessare i nostri peccati ogni mese, meglio ancora ogni settimana. Ogni giorno pecchiamo e abbiamo un bisogno continuo del perdono di Gesù.
San Pio da Pietrelcina esigeva dai suoi figli spirituali proprio la Confessione settimanale o, perlomeno, ogni dieci giorni. Personalmente egli si confessava anche ogni giorno. Questo poteva apparire come eccessivo a qualcuno. Ma il Santo, che tanto era vicino a Dio e viveva nella sua luce, vedeva anche la più piccola mancanza e la vedeva in tutta la sua deformità.
Chiediamo a Dio questa sensibilità di coscienza e confessiamoci spesso: quando un peccatore si accusa, Dio lo scusa.

13/01/2014

Carissimi, chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?
1 Gv 5,5-13*/Le 5,12-16

09/01/2014

In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio,
ma è lui che ha mandato il suo unico Figlio come vittima
di espiazione per i nostri peccati

08/01/2014

DOMENICA
19 gennaio 2014 - Giovanni 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!
Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. lo non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. lo non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

02/01/2014

OMELIA EPIFANIA DEL SIGNORE - ANNO A - (Mt 2,1-12)
Prostratisi lo adorarono
di Padre Stefano Miotto

Oggi è la solennità dell'Epifania. La parola "Epifania" significa "manifestazione": in Cristo, luce del mondo, il Padre Celeste rivela ai popoli il mistero della salvezza. A Betlemme, quando Gesù nacque, accorsero gli umili pastori, avvisati dagli angeli del Cielo; ora, guidati da una stella misteriosa, giungono i Magi. La riflessione che viene spontanea è quella che Dio sceglie di preferenza gli ultimi. Prima scelse i pastori che erano le persone tra le più disprezzate dal popolo; dopo chiamò addirittura dei pagani, persone che comunque cercavano sinceramente la Verità. Tutti gli altri rimasero indifferenti a quella Nascita che segnò una svolta nella storia dell'umanità.
Chi erano i Magi? Prima di tutto, bisogna dire che non erano dei re. Il testo del Vangelo non fa nessun riferimento a un loro eventuale potere regale. Antiche fonti storiche ci dicono che i Magi erano una casta di sapienti di origine persiana i quali, a motivo della loro sapienza, avevano comunque un ruolo importante nella religione e nella politica del loro antico paese. Non si sa quanti furono quelli che vennero a Betlemme. Il brano evangelico non ci dice che erano tre; si pensa che fossero stati tre in base ai doni che lasciarono al Bambino Gesù.
I Magi furono condotti a Betlemme da una misteriosa stella sorta all'orizzonte. Secondo l'antica tradizione persiana, doveva ve**re in questo mondo un "Soccorritore", il quale avrebbe portato la definitiva perfezione. La sua venuta sarebbe stata indicata da un segno luminoso su nel cielo. Dio si servì di questo antico racconto, che si tramandava di generazione in generazione, per condurre quegli uomini saggi e retti a trovare finalmente la Verità che cercavano tanto ansiosamente. Il Signore, in qualche modo, si adattò alla loro mentalità e li ispirò interiormente ad intraprendere quel lungo viaggio. D'altra parte, c'è anche da dire che era ormai da secoli, dai tempi del re Ciro, che gli ebrei erano entrati in contatto con i persiani, ed era molto probabile che i Magi conoscessero le profezie riguardanti il Messia, in modo particolare quella della stella: «Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele» (Nm 24,17).
Giunti a Gerusalemme, i Magi chiesero dov'era Colui che era nato, il re dei Giudei. Il re Erode ne rimase turbato profondamente e si informò dai capi dei sacerdoti e dagli scribi ove doveva nascere il Messia. Saputo che Egli doveva nascere a Betlemme, vi mandò allora i Magi affinché si informassero accuratamente del Bambino. Il suo intento era quello di ucciderlo, ma, pur di conoscerlo, finse di volergli rendere onore. Ignari di questo inganno, i Magi si recarono a Betlemme guidati dalla misteriosa stella. Il Vangelo dice che, al vedere la stella, i Magi «provarono una gioia grandissima». È la gioia che provano tutti quelli che, nella loro vita, trovano Gesù. Solo Lui ci può rendere felici. Tutto il resto ci lascerà sempre con il cuore arido, riarso dalla sete. I Magi trovarono Gesù «con Maria sua madre». Ed è sempre così: chi trova Maria, trova Gesù. È più facile dividere la luce dal calore, piuttosto che separare la Madre dal Figlio. Lei è la stella che guida i nostri passi incontro al Signore. Seguendo Lei non possiamo sbagliare e giungeremo al porto sospirato della salvezza.
Il grande san Bernardo paragona la Madonna a una stella, e così scrive in una sua celebre Omelia: «O tu che nelle vicissitudini della vita, più che di camminare per terra hai l'impressione di essere sballottato tra tempeste e uragani, se non vuoi finire travolto dall'infuriare dei flutti, non distogliere lo sguardo dal chiarore di questa stella! Se insorgono i venti delle tentazioni, se ti imbatti negli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria».
I Magi allora, entrati nella casa, adorarono il Bambino Gesù e gli donarono «oro, incenso e mirra». Questi sono doni profetici. L'oro simboleggia la Regalità di Gesù, l'incenso la sua Divinità, e la mirra la sua Passione dolorosa per mezzo della quale sarebbe poi culminata la salvezza del mondo. Anche noi, in qualche modo, dobbiamo offrire a Gesù questi tre doni. L'oro simboleggerà la nostra ca**tà; l'incenso la nostra preghiera; infine, la mirra rappresenterà l'offerta dei nostri sacrifici quotidiani, dei nostri fioretti.

27/12/2013

OMELIA MARIA MADRE DI DIO - ANNO A - (Lc 2,16-21)
Maria custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore
di Padre Stefano Miotto

Oggi è il primo giorno dell'anno e, come ogni anno, in questa giornata celebriamo la solennità di Maria Santissima Madre di Dio. Questa Festa è stata collocata dal papa Paolo VI otto giorni dopo la solennità del Natale. Secondo la legge d'Israele, otto giorni dopo la nascita di un bambino ci doveva essere il rito della circoncisione; per questo motivo il brano del Vangelo di oggi riporta anche il racconto di quell'avvenimento nella vita del piccolo Gesù. Provvidenzialmente questo ottavo giorno dopo il Natale coincide con il primo dell'anno, ed è cosa molto bella iniziare un nuovo anno nel Nome di Maria, celebrando una Festa che è tra le più belle in suo onore.
Dire che la Madonna è Madre di Dio sembrava cosa troppo ardita, anzi, impossibile. Come può una creatura essere chiamata con il titolo di Madre di Dio? Ecco che nei primi secoli del Cristianesimo si discusse molto se era lecito o no usare un tale termine. La risposta definitiva venne con il Concilio di Efeso nel 431. Durante questo Concilio, i vescovi lì riuniti insegnarono che è Verità di fede affermare che la Madonna è Madre di Dio per il semplice fatto che Gesù è la Seconda Persona della Santissima Trinità che, nella pienezza dei tempi, si è incarnata, ha preso la nostra natura umana. Gesù, dunque, è vero Dio e vero uomo. È un'unica persona, la Seconda Persona della Santissima Trinità, in due nature: la natura divina preesistente e la natura umana. Dal momento che la persona è comunque divina, la Vergine Maria è Madre di Dio.
Diventare Madre di Dio è il massimo a cui possa arrivare una persona umana. Per questo motivo, alcuni antichi teologi parlavano di Maria come il confine tra il creato e l'increato: al di là di questo confine vi è solo Dio.
La Madonna non è solamente Madre di Dio ma è anche Madre nostra. Questa è una verità molto consolante. Diventando Madre di Gesù, Maria è diventata anche Madre nostra, di noi che siamo le membra del Corpo mistico di Cristo. Oggi, in questa bella Solennità, siamo chiamati a riflettere sull'importanza della devozione mariana. Il papa Paolo VI, in una predica, insegnava che non si può essere cristiani senza essere mariani, ovvero senza nutrire una tenera devozione alla Madonna. La devozione alla Madonna non è qualcosa di facoltativo, lasciato alla nostra libera decisione, ma è qualcosa di essenziale per il semplice fatto che siamo cristiani e Gesù vive in noi. Se vive in noi, Gesù ama in noi. Ama il suo Padre Celeste e ama la sua Madre Immacolata. Per questo motivo possiamo dire che la devozione mariana è come un segno bellissimo della presenza di Gesù in noi: non siamo noi ad amare l'Immacolata, ma è Gesù che la ama in noi. Tutti pertanto devono essere devoti alla Madonna e, quanto più lo saremo, tanto più assomiglieremo a Gesù.
Una grande devozione alla Madonna è il modo più bello e più facile per giungere alla salvezza eterna. Diversi Santi ci assicurano che non si perderà colui che ama la Madonna e la prega con perseveranza. Sia questo dunque il nostro impegno nel nuovo anno che è appena iniziato: pregare con fiducia e perseveranza Colei che è la nostra Madre.
Si racconta che san Bernardino da Siena, quando era ancora giovane, giunta la sera, usciva di casa e vi ritornava dopo diverso tempo. Una sua parente, temendo che il giovane Bernardino avesse trovato qualche br**ta compagnia, una sera lo seguì di nascosto; ma fu grande la sua consolazione quando vide che egli, uscito dalla porta della città, si fermava davanti ad una immagine mariana che aveva "rapito il suo cuore", e lì pregava a lungo. Rassicurata da ciò, la parente tornò a casa in pace.
Imitiamo questo esempio. Cerchiamo anche noi una immagine mariana che ci piaccia e che parli al nostro cuore; rechiamoci spesso a visitarla, e parliamole "con il cuore in mano". Saranno quelli i momenti più belli della giornata. Ella, la nostra Madre tenerissima, avrà sempre qualche nodo da scioglierci.

19/12/2013

OMELIA NATALE DEL SIGNORE - MESSA DEL GIORNO
Troverete un bambino

di Giacomo Biffi

Una luce improvvisa dall'alto ha lacerato l'oscurità della campagna palestinese, una voce inattesa - la voce di un angelo - ha rotto il silenzio opaco che avvolgeva ogni cosa e propiziava il sonno di poveri pastori affaticati. Una luce dal cielo e una voce sovrumana: questo è ciò che di insolito si è manifestato a Betlemme due millenni fa, e ha cambiato la storia del mondo.
L'abbiamo rievocato nei riti della scorsa notte; ed è qualcosa che non vogliamo più dimenticare. Il significato più semplice e il guadagno più prezioso del giorno di Natale è appunto quello di farci recuperare la memoria. La festa odierna ci ridona, con il garbo e il fascino dei messaggi poetici, la memoria pungente e viva di un evento che nella vicenda umana è centrale: il solo evento che è davvero inedito, davvero rivoluzionario, davvero redentivo per l'uomo.
Noi cristiani - noi che celebriamo il Natale - siamo essenzialmente un "popolo che ricorda"; un popolo che però vive in mezzo a un'umanità smemorata. E' smemorata perché è tutta presa e quasi ossessionata dalla preponderanza di ciò che è attuale; attuale, quindi effimero e senza un consistente futuro. Proprio per questo, noi che celebriamo il Natale riceviamo contestualmente l'impegnativa missione di salvare i nostri contemporanei - con la nostra testimonianza, col nostro annuncio, con la nostra gioia - dalla sventura della dimenticanza.
La dimenticanza della propria origine e del proprio destino è alla radice di ogni insensatezza e di ogni sottile alienazione umana. Che in sostanza è "dimenticanza di Cristo", se è vero (come è vero) che tutti dall'inizio siamo stati in lui pensati e voluti dal Dio creatore; se è vero (come è vero) che l'intera nostra esistenza, giorno dopo giorno, è un procedere fatale incontro a lui, incontro al Signore della storia, incontro all'ispiratore, al vindice e al premio di ogni giustizia.
Questa sia allora la grazia che oggi tutti dobbiamo implorare dal Padre: che riaccenda in noi la "memoria di Cristo"; la memoria di colui che "era in principio presso Dio, e tutto è stato fatto per mezzo di lui" (cfr. Gv 1,2-3); di colui che è "la luce vera, quella che illumina ogni uomo" (cfr. Gv 1,9); di colui che è il Verbo eterno che per noi "si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (cfr Gv 1,14). Come abbiamo ascoltato dalla splendente pagina iniziale del vangelo di Giovanni.
Ciò che è avvenuto nella notte di Betlemme - ed è un altro dono del Natale - ci svela quanto siano inaspettati e originali i disegni divini, ci notifica le preferenze del Creatore e ci fa intravedere lo stile imprevedibile del suo agire.
Che cosa dice l'angelo ai pastori attoniti e stupefatti: "Troverete un bambino" (Lc 2,12). E' tutta qui la grande notizia, che con tanta solennità il cielo ha comunicato alla terra? E' tutto qui l'intervento risolutivo dei nostri guai, al quale gli ebrei da secoli sospiravano? E' questo dunque il "Messia"? "Troverete un bambino".
Negli antichi testi profetici lo si paragonava a un leone: il "leone della tribù di Giuda" (cfr. Ap 5,5), e invece quel piccolo essere che vagisce da una mangiatoia sembra piuttosto un agnellino sperduto; si parlava di lui come di un eroe che avrebbe schiacciato sotto il torchio i suoi nemici (cfr. Is 63,1-6), ed ecco è il più indifeso e insidiato delle creature; lo si preannunciava ammantato del fasto magnifico della regalità (Sal 2,6; 110,1-3), e i pastori lo vedono rivestito soltanto di povere fasce (cfr. Lc 2,7.12). Perché questo è da notare: l'unico agio e l'unico onore a cui egli non ha voluto rinunciare è il segno disadorno ma affettuoso di una premura materna.
Come si vede, il Signore fa il suo ingresso nel mondo, non d'altro avvalorato che della naturale attrattiva dell'innocenza e della tenerezza dei bimbi. E' veramente sconcertante questa "umiltà divina", nella quale però palpita il più grande mistero d'amore: un'ondata d'amore che investe l'umanità, detergendola dalle sue insipienze e dai suoi egoismi, e dischiudendola all'attesa certa del Regno di Dio.
"Troverete", dice anche a noi l'angelo del Natale. Voi che anelate a qualcosa che dia ragione e senso all'enigma dell'esistenza; voi che in fondo al cuore - nonostante le debolezze e le trasgressioni - aspirate a una vita redenta, perdonata, resa più degna; voi che, almeno per un istinto confuso, siete in attesa di Qualcuno che sul serio vi salvi, abbiate fiducia: troverete! Un'immensa carica di coraggio il Natale infonde in quanti almeno un poco cedono alla sua antica seduzione e alla sua gioia.
Nessuno di noi quindi si perda d'animo: troveremo. Purché non ci aspettiamo che siano la potenza, la ricchezza, il sapere mondano a dare alla nostra ricerca appassionata e incerta la luce, la liberazione dal male, la speranza. Non sono queste le strade sulle quali arriva il Signore a salvarci: "Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia" (Lc 2,12). Questa è la strada di Dio.
L'appuntamento natalizio, così caro a tutti e suggestivo, ci porta un terzo regalo. Ed è quello di risvegliare in noi una consapevolezza più acuta, più aperta, più ardimentosa della nostra identità di discepoli del Signore Gesù. E' un invito che specialmente di questi tempi nessuno può disattendere.
Il papa san Leone Magno - che insegnava negli stessi anni difficili e tormentati del nostro san Petronio (difficili e tormentati per l'irruzione di gente straniera e prepotente nelle nostre terre e per l'imperversare delle eresie) - così faceva riflettere su questo tema i fedeli di Roma: "La festa di oggi - egli diceva - rinnova per noi i sacri inizi di Gesù che nasce dalla Vergine Maria. Ma, adorando la nascita del nostro Salvatore, ci ritroviamo a celebrare la nostra stessa nascita. L'origine di Cristo è insieme l'origine del popolo cristiano, il natale del Capo è anche il natale di tutto il Corpo" (Discorso VI per il Natale).
L'esultanza, che in questi giorni fiorisce nei nostri cuori, è anche la felicità di essere stati conquistati dalla verità del Vangelo, l'unica verità irrefragabile ed eterna; è anche l'incanto di sapersi assimilati al Figlio di Dio fatto uomo e inseriti vitalmente in lui mediante il battesimo; è anche la lieta fierezza di appartenere alla santa Chiesa Cattolica, cioè al "popolo che Dio si è acquistato, perché proclami le opere meravigliose di lui che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce" (cfr. 1 Pt 2,9), come si esprime entusiasticamente l'apostolo Pietro.
Nessun doveroso rispetto alle credenze altrui, nessun volonteroso impegno di dialogo interreligioso, può velare ai nostri occhi e censurare sulle nostre labbra la nostra impareggiabile fortuna: la fortuna di essere cristiani; vale a dire: di "aver ottenuto misericordia" (cfr. 1 Pt 2,10) e di essere stati raggiunti, trasformati, radunati in una realtà nuova e imperitura da quel Bambino che oggi contempliamo nato a Betlemme. "Se qualcuno è in Cristo - ci informa sinteticamente san Paolo - è una creazione nuova" (2 Cor 5,17).

19/12/2013

Ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù Mt. 1,21

L'angelo parla in sogno a san Giuseppe, che nel suo sonno porta la preoccupazione per la grande decisione che deve prendere: rinunciare o no al matrimonio con Maria? Ecco la risposta: il figlio di Maria non è un problema, anzi, è un dono immenso per tutta l'umanità. Giuseppe può, anzi deve prendere Maria, deve accogliere come figlio il bambino dandogli il nome. Noi gli siamo riconoscenti.

19/12/2013

Troverete ristoro per la vostra vita
Mt. 11,29
Ci prepariamo all'incontro con Gesù, il Salvatore. Egli stesso ci invita ad andare a lui con speranza e fiducia. Non resteremo delusi: il suo cuore è una fonte di pace, di misericordia, di consolazione per ogni nostra afflizione e sofferenza. Coraggio, andiamo!

19/12/2013

Lo Spinto di Dio fu sopra di lui
Nm. 24,2

Si sta parlando di un pagano, Balaam, che fa il profeta. Dio può mettere in bocca a chiunque le sue parole. Non è l'uomo che rende
grande Dio, ma Dio che si serve dell' uomo, ancne a propria
insaputa, per le sue grandi opere, persine per benedire il suo popolo. Com'è grande, com'è bello il nostro Dio!

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Cesena
47521

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