25/05/2026
Un estratto dall’omelia di Pentecoste di Sua Eminenza il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme.
Se vogliamo capire che cosa sia lo Spirito, dobbiamo guardare non tanto a fenomeni straordinari, ma a ciò che accade nel Cenacolo. Il punto di partenza della Chiesa non è una comunità forte, non è un gruppo di eroi della fede. È un gruppo di persone che hanno paura, segnate dal fallimento, dalla fuga, incapaci persino di sperare. Le porte sono chiuse non solo per paura: sono chiuse perché dentro quelle porte ci sono cuori chiusi e delusi. Hanno visto il il loro Maestro, Gesù, morire e si sono sentiti persi. Hanno sentito dire che è risorto, ma la paura è più forte della notizia.
E Gesù entra proprio lì – e dice: «Pace a voi» (Gv 20,21). Non è un augurio. È una comunicazione di ciò che Lui è. La pace che dà è la sua stessa vita: una vita che non ha paura, che attraversa le porte chiuse, che ricuce ciò che è andato in pezzi.
Poi compie un gesto che Luca, negli Atti, descriverà con il vento e il fuoco. Gesù «soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). Soffiò. Come Dio nel giardino dell’Eden, quando plasmò l’uomo dalla polvere e soffiò nelle sue narici un alito di vita. Soffia su di loro e li trasforma: non in superuomini, ma in uomini attraversati dalla vita di Dio.
Ecco perché quel gesto è così importante. Lo Spirito Santo non è un’ispirazione, non è un entusiasmo momentaneo, non è una forza che viene e va. È il respiro stesso del Risorto che entra nei polmoni della Chiesa. Un soffio non si vede, ma senza di esso non si vive. Uno può avere tutti i muscoli del mondo, ma se gli manca il respiro, è finito. Così la Chiesa: può avere strutture, progetti, strategie, ma se le manca il respiro dello Spirito, è solo un corpo senza vita. E quel respiro, Gesù lo dona lì, a gente impaurita. Non aspetta che siano perfetti. Li prende così come sono, e ci soffia sopra.