10/07/2025
Fratelli e sorelle, oggi celebriamo questa Eucaristia con un grande dolore nel cuore.
Ieri ho ricevuto una notizia che mi ha colpito profondamente: Don Matteo Balzano, un giovane sacerdote di 35 anni, si è tolto la vita. Lo conoscevo bene. Ogni anno, in questo periodo, mi trovo nella sua zona, collaboriamo spesso con le comunità vicine. La sua morte mi ha profondamente turbato, mi ha costretto a riflettere.
Come può accadere una cosa del genere? Un prete, un uomo di Dio, consacrato per portare speranza e annunciare il Vangelo, che decide di mettere fine alla sua vita?
Eppure questo ci ricorda una verità spesso dimenticata: anche noi sacerdoti siamo fragili, profondamente umani. Non siamo angeli caduti dal cielo. Siamo persone con le nostre fatiche, le nostre debolezze, le nostre ombre. Siamo come voi.
Abbiamo studiato, abbiamo detto il nostro "sì" al Signore, ma questo non ci rende immuni alla solitudine, alla stanchezza, alla depressione. E non sempre riusciamo a mostrare ciò che portiamo dentro. A volte, proprio come voi, sorridiamo anche quando dentro siamo a pezzi. Perché la comunità ci chiede di essere forti, di essere esempi. Ma non siamo supereroi.
E per questo, abbiamo bisogno della vostra vicinanza. Non solo delle vostre richieste, non solo dei vostri giudizi, ma anche della vostra comprensione, della vostra presenza, del vostro sostegno. Perché forse voi, da fuori, potete vedere quel dolore che noi nascondiamo. E magari potete offrirci una parola, un abbraccio, una carezza.
Quando ho visto Don Matteo due mesi fa, sembrava tutto normale. Ma evidentemente dentro portava un peso enorme. E oggi non possiamo che affidarci alla misericordia di Dio e pregare per lui. Ma anche lasciarci interrogare.
Le letture di oggi, particolarmente il Vangelo di Luca, ci parlano della missione dei 72 discepoli, inviati da Gesù ad annunciare il Regno. Anche loro erano fragili, eppure il Signore li ha chiamati. E li ha mandati, nonostante la loro debolezza. Perché Dio non cerca persone perfette. Cerca cuori disposti, disponibili, che si fidano di Lui.
E questo è un messaggio anche per noi: non dobbiamo vergognarci delle nostre fragilità. È proprio attraverso di esse che il Signore può compiere meraviglie. Non è la nostra forza che salva, ma la Sua grazia.
Isaia, nella prima lettura, ci offre un'immagine bellissima di Dio: una madre che consola il suo bambino, che lo allatta, che lo tiene stretto al seno. È un’immagine tenera, intima, che ci ricorda che Dio non ci lascia mai soli, soprattutto nel dolore. Lui è con noi. Lui vuole prenderci in braccio. Vuole consolarci. Vuole darci pace.
Ma questa pace non è solo per noi. Come i 72 discepoli, siamo mandati ad annunciarla, a portare speranza a chi è nella prova, a chi non ce la fa più, a chi nel silenzio soffre e si sente solo. Proprio come, forse, si sentiva Don Matteo.
E allora oggi, cari fratelli e sorelle, vi invito a guardare ai vostri sacerdoti con occhi nuovi. Non come a persone perfette, ma come a fratelli che camminano con voi. Anche noi abbiamo bisogno di voi. Di una parola buona. Di un sorriso. Di un momento di ascolto. Di una preghiera.
La Chiesa non è fatta da persone senza macchia. È fatta da uomini e donne in cammino, imperfetti, ma amati da Dio. E la bellezza della Chiesa è proprio questa: Dio si serve della nostra umanità ferita per portare la Sua luce nel mondo.
Ma non possiamo restare fermi. Non possiamo limitarci a criticare o a osservare da lontano. Siamo tutti chiamati a costruire il Regno di Dio, con gesti concreti di pace, di ca**tà, di fraternità. A essere vicini a chi è solo, a chi è triste, a chi si sente abbandonato.
Perché tante persone oggi, forse anche tra noi, portano un dolore nascosto, una ferita che non hanno mai confidato a nessuno. Forse basta poco per fare la differenza: una telefonata, una visita, un abbraccio.
Questa è la Chiesa che Dio sogna: una famiglia viva, piena di misericordia, dove nessuno viene lasciato indietro. Dove si cammina insieme. Dove ci si prende cura gli uni degli altri.
Perciò oggi preghiamo per Don Matteo. Preghiamo per tutti i sacerdoti. Ma anche per noi stessi, perché possiamo essere segno di consolazione, di speranza, di amore per chi ci sta accanto.
E se qualcuno tra voi sta attraversando un momento difficile, vi dico: non siete soli. Dio è con voi. E anche noi vogliamo esserlo.
Che il Signore ci dia la grazia di non giudicare mai, ma di accompagnare. Di non condannare, ma di consolare. Di non allontanare, ma di abbracciare.