13/09/2026
💢 Questa Domenica volge al termine. Abbiamo partecipato alla Santa Messa, ascoltato le letture e partecipato all'Eucaristia. E poi, tornati a casa, alle nostre abitudini quotidiane del giorno di festa. Cosa ci rimane del Vangelo ascoltato oggi? Lo abbiamo "assimilato", fatto nostro o è entrato da un orecchio ed uscito dall'altro?
Ecco un ultima riflessione sulla Parola di Dio di quest'oggi.
(dal web)
" IL PERDONO NON TIENE IL CONTO "
Per comprendere bene il Vangelo di oggi dobbiamo ricordare cosa Gesù ha appena detto ai suoi discepoli.
Pochi versetti prima (nel Vangelo di Domenica scorsa), ha parlato del fratello che sbaglia, della correzione fraterna, del tentativo di recuperarlo e di non perderlo.
Pietro ascolta tutto questo e probabilmente dentro di sé nasce una domanda molto concreta: va bene cercare il fratello, va bene perdonarlo, ma fino a quando?
Per questo si avvicina a Gesù e chiede: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
In fondo è una domanda che potremmo fare anche noi.
Quante possibilità devo dare a una persona, quante volte devo ricominciare, quando posso dire: adesso basta?
Pietro propone sette volte, che non è affatto poco.
Il sette nella Bibbia richiama la pienezza e Pietro sembra quasi voler dire: Signore, devo arrivare proprio fino in fondo?
Gesù gli risponde: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette».
Non gli sta consegnando il numero 490 per permettergli di cominciare a contare.
Immaginiamo Pietro con un quaderno: prima offesa, seconda, centoventesima, quattrocentottantanovesima... alla quattrocentonovantunesima finalmente posso non perdonare.
Non è questo! Gesù sta dicendo semplicemente: smetti di contare!
E dentro quelle parole c'è probabilmente anche un richiamo molto antico.
Nel libro della Genesi, Lamec arriva a vantarsi di una vendetta moltiplicata oltre misura.
Gesù prende quella stessa logica e la capovolge: dove l'uomo aveva moltiplicato la vendetta, Lui chiede al discepolo di moltiplicare il perdono.
Non settanta volte la vendetta, ma settanta volte sette il perdono!
Ma Gesù sa benissimo che dire perdona sempre è facile, mentre farlo quando qualcuno ci ha realmente feriti può essere una delle cose più difficili della vita.
Per questo racconta una parabola: un re decide di regolare i conti con i suoi servi e gli portano davanti un uomo che gli deve diecimila talenti.
Non fermiamoci troppo a trasformare questa cifra in euro, perché perderemmo proprio quello che Gesù vuole farci capire: è una somma talmente enorme che quell'uomo non avrebbe realisticamente potuto restituirla.
Il servo cade a terra e supplica: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa».
Ma anche questa promessa, se ci pensiamo, è quasi impossibile.
Come farà a restituire una cifra del genere?
E qui accade qualcosa di meraviglioso: il padrone non gli concede semplicemente altro tempo, fa molto di più. Gli cancella il debito!
Il servo chiede pazienza, il padrone risponde con misericordia, chiede una proroga e riceve la libertà: aveva davanti un debito che non avrebbe potuto pagare e improvvisamente non deve più nulla.
Quell'uomo dovrebbe uscire da quella casa con il cuore leggero, quasi incredulo per ciò che gli è appena accaduto, e invece succede qualcosa di terribile.
Appena uscito incontra un suo compagno che gli deve cento denari.
Anche questa non è una cifra insignificante, poteva corrispondere a parecchie giornate di lavoro, quindi il secondo servo ha davvero un debito, ma davanti ai diecimila talenti appena cancellati è una cosa infinitamente più piccola.
Il primo servo lo prende per il collo e gli dice: «Restituisci quello che devi!».
E qui c'è un particolare che secondo me dovremmo leggere lentamente. Il secondo servo cade a terra e dice: «Abbi pazienza con me e ti restituirò».
Sono praticamente le stesse identiche parole che il primo servo aveva pronunciato poco prima davanti al padrone.
Quell'uomo sta ascoltando la propria preghiera uscire dalla bocca di un altro.
Dovrebbe riconoscersi, dovrebbe ricordare il pavimento sul quale era inginocchiato pochi minuti prima, la paura che aveva provato, la supplica che aveva pronunciato e soprattutto la misericordia che aveva ricevuto.
E invece non ricorda più niente: fa mettere il compagno in prigione!
Il problema del servo non è soltanto che è duro, il problema è che ha ricevuto misericordia senza permettere alla misericordia di cambiargli il cuore.
È stato perdonato, ma non è diventato capace di perdonare. È stato liberato, ma continua a tenere prigioniero qualcun altro.
Ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa ricevere una seconda possibilità, ma appena incontra il debito dell'altro dimentica immediatamente il proprio.
E qui, fratelli e sorelle, il Vangelo comincia a diventare molto vicino a noi, perché anche noi possiamo ricordare perfettamente i cento denari che qualcuno ci deve e dimenticare facilmente i diecimila talenti che ci sono stati perdonati.
Ricordiamo quella frase che ci hanno detto dieci anni fa, ricordiamo il torto subito, ricordiamo chi non ci ha rispettato, chi ci ha deluso, chi non ci ha chiesto scusa nel modo che avremmo voluto.
E attenzione, Gesù non ci sta dicendo che queste ferite non siano importanti, perché cento denari sono comunque un debito.
Il male ricevuto rimane male. Una ferita non diventa piccola soltanto perché anche noi abbiamo bisogno del perdono di Dio.
Gesù non ci chiede di chiamare bene ciò che è male e non ci chiede neppure di fare finta che non sia successo nulla; ci chiede però di non dimenticare mai da quale misericordia noi stessi viviamo.
Ogni volta che preghiamo il Padre nostro diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori».
Sono parole che pronunciamo forse da quando eravamo bambini e proprio perché le conosciamo tanto bene rischiamo di non sentirne più il peso.
Stiamo chiedendo a Dio misericordia e, nello stesso momento, stiamo chiedendo che quella misericordia impari a passare anche attraverso di noi.
Non perché possiamo comprare il perdono di Dio perdonando gli altri: la misericordia di Dio non si compra!
La parabola lo mostra chiaramente: il padrone cancella per primo un debito impossibile, ma il perdono ricevuto, se è stato davvero accolto, non può lasciare il nostro cuore esattamente come prima.
La misericordia ricevuta vuole diventare misericordia donata.
A questo punto però dobbiamo chiarire una cosa molto importante.
Perdonare non significa necessariamente tornare ad avere con una persona lo stesso rapporto di prima, non significa dimenticare o fidarsi immediatamente.
E soprattutto non significa permettere a qualcuno di continuare a farci del male.
Ci sono situazioni nelle quali mettere una distanza è necessario e può essere anche giusto.
Possiamo perdonare qualcuno e contemporaneamente dire: con te non posso più avere il rapporto che avevo prima, possiamo non desiderare vendetta e allo stesso tempo proteggerci, possiamo affidare una persona a Dio senza consegnarle nuovamente le chiavi della nostra vita.
Il perdono e la riconciliazione non sono esattamente la stessa cosa.
Per perdonare può bastare il lavoro di un cuore, per riconciliarsi ne servono almeno due.
Se l'altro non riconosce il male, non cambia comportamento o continua a ferirci, una piena riconciliazione può anche non essere possibile, ma possiamo lavorare perché quella persona non continui a vivere dentro di noi attraverso il rancore.
E questo lavoro, qualche volta, richiede tempo.
Quando Gesù dice settanta volte sette, secondo me ci sta dicendo anche questo: forse dovremo perdonare più volte persino la stessa ferita.
Ci sembra di avere perdonato e poi, dopo mesi, basta un ricordo, una parola, un incontro e quella ferita torna a fare male.
Non significa necessariamente che il perdono di prima fosse falso, significa che siamo umani e alcune ferite hanno bisogno di essere nuovamente consegnate a Dio: ancora una volta, e poi un'altra, e forse un'altra ancora; finché il ricordo rimane, ma non governa più la nostra vita.
La parabola però termina con parole molto severe.
Quando il padrone viene a sapere ciò che è accaduto dice al servo: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».
E Gesù conclude: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Non possiamo cancellare questa conclusione perché ci mette a disagio.
Gesù prende sul serio il perdono!
Non considera il rancore una piccola cosa innocua che possiamo custodire tranquillamente per tutta la vita, perché il rancore, se alimentato continuamente, non punisce soltanto chi ci ha ferito, finisce per imprigionare anche noi.
E forse è proprio questo uno dei paradossi più dolorosi: qualcuno ci ha fatto male una volta e noi, continuando a rivivere quel male ogni giorno, permettiamo a quella persona di continuare a ferirci anche quando non è più presente.
Perdonare allora non significa dire che non è successo niente, significa poter arrivare, magari dopo un lungo cammino, a dire: quello che hai fatto mi ha ferito, ma non permetterò a questa ferita di trasformarmi nella persona che non voglio diventare.
forse oggi Pietro presta la sua voce anche a noi: quante volte devo perdonare?
Magari c'è una persona alla quale abbiamo già dato tante possibilità, magari c'è una ferita che ancora brucia, magari diciamo di avere perdonato, ma basta sentirne pronunciare il nome perché dentro di noi ricominci immediatamente il processo, con accusa, sentenza e condanna.
Non colpevolizziamoci se il perdono è difficile!
Gesù non ci chiede di non sentire più dolore da un momento all'altro, ci chiede di non fare del dolore la nostra casa.
Possiamo cominciare anche da una preghiera molto semplice: «Signore, oggi non riesco ancora a perdonare completamente, ma non voglio vivere nel rancore; aiutami Tu!».
E forse il primo passo può essere proprio ricordare i diecimila talenti, ricordare quante volte siamo stati noi ad aver bisogno di pazienza, quante volte abbiamo promesso a Dio di cambiare e poi siamo ricaduti, quante volte siamo stati perdonati, rialzati e abbiamo ricominciato da capo.
Non per dire che il male ricevuto non conta, ma per ricordarci che tutti viviamo della stessa misericordia.
Signore Gesù, insegnaci a non tenere il conto delle offese come se il nostro cuore fosse un libro dei debiti.
Quando qualcuno ci ferisce donaci la forza di non rispondere al male con altro male e, quando il dolore è troppo grande per riuscire subito a perdonare, prendici per mano e accompagnaci Tu.
Aiutaci a mettere i confini necessari senza odio, a cercare la giustizia senza vendetta e a ricordare sempre la misericordia che abbiamo ricevuto.
E quando ci viene voglia di stringere qualcuno per il collo per i suoi cento denari, ricordaci con dolcezza i diecimila talenti che Tu hai cancellato a noi.
❤️🙏 Buona serata e serena notte a tutti❤️