28/05/2026
PERCHE' L'INIZIAZIONE NON E' PER TUTTI
Un titolo provocatorio, lo so: l’ho utilizzato per ricordare che “iniziazione” è una parola che pesa e nel mondo di oggi le parole pesanti vengono spesso usate a sproposito, svuotate, rese decorative. "Trasformazione", "risveglio", "percorso"… quante volte le vediamo appiccicate a corsi di un weekend, a ritiri di tre giorni, a contenuti da consumare in treno tra una fermata e l'altra?
L'iniziazione vera, quella che le tradizioni antiche conoscevano bene, ha un nome greco che mi è sempre sembrato perfetto per descriverla: katabasis (κατάβασις). Discesa. Non in senso metaforico o poetico, ma come discesa reale dentro sé stessi, nei luoghi che non si frequentano volentieri, in quelle stanze interne dove la luce non arriva subito e bisogna abituare gli occhi al buio prima di cominciare a vedere qualcosa.
Questa discesa richiede tempo e non si parla di settimane o mesi, ma di anni. E richiede una cosa che oggi sembra quasi sovversiva: la disponibilità a non capire subito, a stare dentro ad un processo senza sapere quando finirà, senza poterne misurare i progressi con una metrica rassicurante.
Il mondo attuale purtroppo non è attrezzato per questo: siamo stati allenati alla velocità, al giudizio rapido, alla gratificazione immediata e quando queste abitudini entrano in un percorso iniziatico, lo erodono dall'interno. Spesso non per cattiva volontà, ma semplicemente perché l'impazienza e la profondità non riescono a coesistere a lungo.
Quello che osservo, con lo sguardo di chi cammina su questo sentiero da anni e accompagna altri a farlo, è che la soglia non è temuta quanto dovrebbe. La soglia, anzi, affascina…c'è qualcosa, nell'idea iniziale, che scalda il cuore e accende l'immaginazione. Il punto critico arriva dopo, quando il cammino smette di sembrare magico e diventa lavoro ordinario, silenzioso, faticoso, spesso solitario. Quando non c'è più la suggestione del primo giorno e resta solo la fedeltà: a sé stessi, al percorso e all'impegno preso.
Ed è lì che la maggior parte delle persone si ferma, si volta e torna indietro. Non lo dico perché fermarsi sia sbagliato in assoluto, ognuno ha la propria strada da seguire e certo non ne esiste una “giusta” per tutti, ma perché spesso questa resa prende il sopravvento perché le persone non sono preparate all'idea che proprio in quel momento di apparente vuoto, o apparente aridità, stia accadendo qualcosa di profondo ed essenziale.
È esattamente lì, in quel punto in cui l'entusiasmo si è consumato e non è ancora arrivata la luce, che l'impegno deve diventare reale. Non l'impegno verso un maestro, verso una tradizione o verso un gruppo. Ma prima di tutto, e soprattutto, l'impegno verso sé stessi. Verso quella parte di sé che ha scelto di scendere, che ha deciso che valeva la pena guardare nel buio, anche dove fa paura guardare. Onorare quella scelta, anche nei giorni in cui sembra lontana e addirittura un po' assurda, è già un atto iniziatico in sé, forse il più importante di tutti.
La katabasis non è spettacolare, non è illuminata da fuochi d’artificio e non può essere raccontata ma solo esperita; ma è proprio lì, in quel buio paziente e laborioso, che avvengono le cose più vere. E chi riesce a rimanerci, non per eroismo o per arrivare ad ottenere un “titolo”, ma per fedeltà silenziosa a sé stesso, ne riemerge davvero diverso. Non migliore secondo qualche scala prestabilita, o dotato di un’ipotetica illuminazione da esibire. Semplicemente, ne riemerge più intero. E più pronto alla discesa successiva.
Sara Gamberoni