24/08/2026
Cadiamo spesso nella trappola del “mito del buon selvaggio” o nella romantizzazione idealizzata del passato, finendo per applicare concetti moderni, come l’ecologismo contemporaneo o una sorta di “perfezione morale”, a popolazioni antiche.
I Celti e i Druidi non erano esseri immacolati e non vivevano in un’utopia fiabesca e idilliaca. La loro era una realtà molto dura, in cui il rispetto per la natura nasceva da un’intima interdipendenza, da un timore reverenziale e dalla necessità di sopravvivenza. La natura era sacra, certamente, ma era anche riconosciuta come una forza spietata, con la quale era necessario entrare in relazione e che bisognava comprendere, per poter sopravvivere.
Allo stesso modo, la distinzione così netta tra “scienza/medicina” e “magia” che facciamo oggi è una sovrastruttura moderna. Per la mentalità antica agire sugli elementi, sulla materia, sulle piante e sugli stati di coscienza significava precisamente fare magia, senza che questo termine avesse la minima connotazione negativa, o evocasse l’idea di un “prestigiatore”.
Era la capacità di entrare in risonanza con il Sacro e con le leggi sottili della realtà, per trasformarla. Negare la dimensione magica del Druidismo, come fa qualcuno nel tentativo di “nobilitarlo” agli occhi del pensiero moderno significa, paradossalmente, privarlo del suo stesso cuore.
Anche l’idea che la Natura sia un’entità “fragile” e che dipenda esclusivamente da noi per essere salvata, tradisce un’impronta fortemente antropocentrica. La Terra ha superato estinzioni di massa, ere glaciali e sconvolgimenti cosmici nel corso di miliardi di anni; alla fine, continuerà a rigenerarsi.
Ma siamo noi, come specie umana, a rischiare di non sopravvivere alle conseguenze dei nostri stessi (gravissimi) errori. E la cosa più tragica è che, accelerando la nostra stessa fine, trasciniamo con noi una moltitudine di altre specie animali e vegetali che non hanno chiesto nulla di tutto questo.
L’incapacità di superare le barriere del proprio piccolo “orticello”, tanto nel neopaganesimo quanto nella spiritualità in generale e nelle istituzioni della vita quotidiana, è il vero peso che ostacola l’evoluzione umana.
La frammentazione nasce spesso dalla paura e dal bisogno di definire la propria identità “contro” qualcuno, anziché “con” qualcuno.
La vera sfida, oggi, non è rimpiangere un passato idealizzato che non è mai esistito, ma portare questa consapevolezza d’insieme nel presente, integrando tutta la complessità di ciò che siamo per rimboccarci le maniche e cominciare a lavorare tutti (ma seriamente!) per un mondo nuovo.
[Testo e foto di Sara Gamberoni]