I miei ricordi nella Parrocchia San Cesario - Cava De' Tirreni

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I miei ricordi nella Parrocchia San Cesario - Cava De' Tirreni Archivio personale del Parroco Padre Pino 2001-2020 Trinità e da molto prima della stessa Città di Cava. E’ NOMINATA NEL DIPLOMA DEL DUCA RUGGIERO DEL 1087.

La Parrocchia di San Cesario martire si trova sul versante della Valle Metelliana che dall’Ospedale di Cava sale verso la Badia. La Chiesa Parrocchiale è uno dei luoghi di culto cristiano più antichi della nostra Valle: esiste da molto prima che venisse fondato il Monastero della SS. LA CHIESA DI SAN CESARIO E’ NOMINATA IN DIVERSI DOCUMENTI ANTICHI:
OTTAVIO BELTRANO IN UNA MEMORIA DEL 1640 SCRIVEVA: “SI GIUDICA (la Chiesa di S. Cesario) DI MILLE ANNI E PIU’” (quindi ci riporta indietro fino all’inizio del 600!). NELLE CARTE DELL’ARCHIVIO DELLA BADIA SE NE TROVA TRACCIA FIN DALLA META’ DEL IX SECOLO (850!). E PURE IN ALTRI DOCUMENTI ANCORA PRECEDENTI: 843, 942, 992 (Don ANDREA CARRATURO, canonico della Chiesa Cattedrale di Cava). NELL’ANNO 1282 ERA UN PRIORATO DEL MONASTERO DELLA BADIA (AGNELLO POLVERINO). NEL 1306 ERA DI PIENO DOMINIO DEL MONASTERO. …
PARROCCHIA DELLA DIOCESI DI CAVA DE’ TIRRENI FINO AL 1979. E’ PASSATA POI ALL’ABBAZIA TERRITORIALE DELLA SS. TRINITA’ DI CAVA DE’ TIRRENI FINO ALL’INIZIO DEL 2013. DAL 2013 FA PARTE DELL’ARCIDIOCESI DI AMALFI-CAVA DE’ TIRRENI. SOPRATTUTTO DOPO IL TERREMOTO DEL 1980 SONO NATI NELLA NOSTRA FRAZIONE NUMEROSI NUOVI INSEDIAMENTI DI COOPERATIVE CHE HANNO PORTATO CENTINAIA DI NUOVI NUCLEI FAMILIARI, FACENDO CRESCERE SENSIBILMENTE LA POPOLAZIONE. PURTROPPO A CAUSA DEL TERREMOTO LA CHIESA PARROCCHIALE GRAVEMENTE DANNEGGIATA E’ RIMASTA CHIUSA FINO AL 2000. DOPO I LAVORI DI RESTAURO E’ STATA RIAPERTA AL CULTO PROFONDAMENTE MODIFICATA, E NUOVAMENTE CONSACRATA IL 28 APRILE DEL 2002. LA COMUNITA’ E’ MOLTO ATTIVA E VIVACE NELLE SUE VARIE COMPONENTI: ASSOCIAZIONE PARROCCHIALE “LA PALMA”, ASSOCIAZIONE GERARDINA, APOSTOLATO DELLA PREGHIERA, FAMIGLIA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA, CARITAS, GRUPPO CATECHISTE E GRUPPI DI ANIMAZIONE LITURGICA, GRUPPO FAMIGLIE, GRUPPO GIOVANILE PARROCCHIALE, GRUPPO TEATRALE “LE CAPE FRESCHE”. UNO DEI NOSTRI FIORI ALL’OCCHIELLO È L’ORATORIO ESTIVO PER I BAMBINI E I RAGAZZI DELL’ETÀ SCOLARE, ANIMATO DAI GIOVANI DEL GRUPPO GIOVANILE CON ATTIVITÀ LUDICO~RICREATIVE CHE RUOTANO ATTORNO AD UN RACCONTO O AD UNA STORIA PER RAGAZZI. RINGRAZIO IL SIGNORE PER AVERMI CHIAMATO A GUIDARE QUESTA BELLA COMUNITÀ CRISTIANA CHE NONOSTANTE I LIMITI E LE DIFFICOLTÀ SI SFORZA DI ACCOGLIERE E VIVERE LA GIOIA DEL VANGELO.

30/03/2024

CONTRIBUTO IN PREPARAZIONE ALLA CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DI PASQUA - 31 MARZO 2024

CATECHESI

31 MARZO 2024
DOMENICA DI PASQUA
“RESURREZIONE DEL SIGNORE”

La gioia pasquale è conoscere il Risorto.
La fede pasquale porta a scoprire l’amore di Dio: non è un caso che il Discepolo amato
arrivi per primo alla tomba: è mosso dall’amore e la sua passione lo spinge (Vangelo
Gv 20,1-9 Egli doveva risuscitare dai morti). Non è un caso che questa passione lo porti anche a riconoscere in quella tomba vuota un elemento sufficiente per credere!
Anche il Salmo ci dirà dell’amore di Dio: egli interviene nella storia, la cambia, riporta in vita chi era perduto.
Nella seconda lettura (Col 3,1-4 Cercate le cose di lassù, dove è Cristo), la lettera ci porterà
a scoprire una realtà celeste che è radicata sulla terra: in Cristo possiamo vivere l’amore
di Dio già ora e per farlo dobbiamo abbandonare ogni logica umana, che si concretizza nell’ira, nella cattiveria e in tutte le altre forme di violenza.
Che la Pasqua ci parli dell’infinita tenerezza di Dio lo dimostra anche Pietro, che nella prima lettura (At 10,34a.37-43 Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione
dai morti) apre l’annuncio della prima Chiesa anche ai pagani: nessuno è escluso dall’amore di Dio!

Messaggio della Domenica
L’apice della pagina del Vangelo di questo giorno di Pasqua lo possiamo trovare
in quei due verbi: «e vide e credette», che rappresentano il termine più alto dell’itinerario
del cammino affrettato del discepolo, indicato dall’evangelista con l’espressione
«quello che Gesù amava».
La forza dell’amore ha generato questo slancio maturato nella fede.
Dalle letture possiamo costruire un itinerario dall’apertura di Pietro nei confronti
dei pagani (prima lettura) alla centralità della fede nel Signore risorto (Vangelo),
alla conseguenza di una vita da «risorti con Cristo», con i piedi sulla terra,
ma lo sguardo rivolto al cielo (seconda lettura) perché il nostro impegno di credenti
è offrire a tutti la possibilità di incontrare il Cristo risorto.
A tutti è data la possibilità di accostarsi al mistero della risurrezione di Cristo, al mistero
della sua presenza che ci accompagna nel cammino della storia.
Ciascuno nel personale vissuto di fede tradurrà in gesti concreti e in modalità missionaria
il dono del Signore risorto che avrà accolto.

Per l’omelia
▶ Il racconto di Giovanni.
Il brano del Vangelo della Domenica di Pasqua è costruito attorno a tre sguardi.
Innanzitutto lo sguardo di Maria di Magdala che vide che «la pietra era stata tolta
dal sepolcro». Per il momento non vede altro che questa tomba aperta e vuota.
Non può capire e forse ha paura.
Per questo corre da Simon Pietro e dal discepolo che Gesù amava per cercare un appoggio, per dire il vuoto della tomba, ma soprattutto quello del suo cuore.
È quanto accade anche a noi, quando ci troviamo davanti a una situazione di prova.
Quando sperimentiamo il silenzio di Dio, anche noi ci troviamo davanti a un vuoto.
Il secondo sguardo è quello di Pietro: «entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là».
Pietro osa entrare nella tomba, affronta il vuoto.
Osserva con attenzione, ma non va oltre per il momento, non tira alcuna conclusione.
Anche per noi la risurrezione di Gesù rimane un immenso mistero.
Cerchiamo una prova convincente o almeno qualche spiegazione.
Certo, ci sono i teli, ma il Vivente non è lì.
Il terzo sguardo è quello del discepolo amato: «Allora entrò anche l’altro discepolo […]
e vide e credette».
È il discepolo che ha posato la testa sul petto di Gesù e ha sentito ba***re il suo cuore.
Là, nella tomba vuota, egli sente, sa che il cuore di Gesù non si è fermato.
Perché l’amore non può essere fermato, annientato dalla morte.
Non ha bisogno di una prova “scientifica” perché conosce attraverso il cuore.
Anche noi, solo se ci affidiamo a Gesù, solo se entriamo in una relazione d’amore,
possiamo, a nostra volta, andare oltre le apparenze per vedere e per credere.

▶ Oggi è Pasqua.
La celebrazione di oggi prende le mosse dalle espressioni esultanti che preghiamo
nella sequenza: «Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa. […]
Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto».
È un annuncio di gioia che percorre l’assemblea.
Siamo sicuri che verrà accolto nel profondo dell’esistenza di ognuno, come una luce
che rischiara il cammino quotidiano?
Oppure correrà il rischio di scivolare via, senza scalfire, senza produrre alcun effetto? Richiamerà alla memoria fatti, atteggiamenti, scelte, volti che ci hanno reso palpabile
questa realtà?
Oppure si ridurrà solamente a un momento rituale, tanto solenne quanto disancorato
dalla realtà di ogni giorno e dai suoi problemi?

▶ Vivere la Pasqua.
Si tratta, allora, di vivere la Pasqua, di farne l’esperienza nella propria carne.
Si tratta di testimoniare nella nostra esistenza un’altra vita, nuova, piena, donata.
Così siamo invitati a considerare tutte quelle piccole risurrezioni che ci consentono
di intravedere ciò che è accaduto in Gesù Cristo.
Quando l’amore ha fatto il primo passo e ha permesso il perdono…
Quando lo sguardo o la mano tesa hanno consentito all’uomo ferito di rialzarsi
e di riprendere il cammino…
Quando la vita è stata condivisa e donata…
Tutte queste piccole risurrezioni al plurale sono un segno e un invito.
Non occorre cercare altrove: la risurrezione ci è già donata.

▶ Nessuno è escluso dall’amore di Dio.
La forza della risurrezione ha la capacità di coinvolgere tutti.
I segni della tomba vuota offrono un indizio valido per il discepolo «che Gesù amava»
e sono offerti anche a noi attraverso il Vangelo.
Da questo spunto e da altri, che possono essere accolti nella nostra vita, parte il cammino della relazione personale che ogni credente deve instaurare con il Cristo risorto.
Insieme condividiamo il punto di partenza e, dopo aver vissuto il nostro cammino di adesione a Cristo, ci ritroviamo insieme a celebrare il Signore della vita.

Perché proprio Giovanni?

Sono tre i personaggi di questo vangelo di Pasqua:
Maria Maddalena, Pietro e Giovanni.
Solo di quest’ultimo, però, si dice che, entrato nel sepolcro, «vide e credette».
Perché?
Alla vista della tomba vuota, Maria Maddalena fornisce l’unica spiegazione plausibile: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro».
Un grido che dice il suo smarrimento:
si era mossa di buon mattino per andare a piangere un morto che aveva tanto amato,
e ora non le è possibile farlo, perché non c’è il suo corpo.
Un grido che rimane all’interno di un orizzonte del tutto scontato,
quello di una morte ineluttabile a cui non c’è alcun rimedio.
L’annuncio della Maddalena fa correre subito Pietro e Giovanni al sepolcro.
Quest’ultimo, più giovane e più veloce, arriva per primo,
ma lascia che sia Pietro a precederlo dentro la tomba.
Tutto sembra in ordine, i teli e il sudario sono lì.
Manca ciò che conta di più: il corpo di Gesù.
Pietro osserva ogni cosa, ma non va oltre.
Forse è ancora preso dagli eventi che hanno fatto emergere tutta la sua fragilità e la sua paura!
Solo a questo punto Giovanni, che non è chiamato per nome
ma designato come «il discepolo che Gesù amava», entra anche lui nel sepolcro.
Egli però, a differenza degli altri due, approda alla fede.
La spiegazione, probabilmente, sta proprio in quello che lo caratterizza:
è il discepolo «amato» o anche «che si lascia amare»
e dunque accoglie la sorpresa di un amore smisurato.
Cosa significa allora celebrare la Pasqua?
Cosa significa credere nella risurrezione di Gesù?
Significa riconoscere la forza dell’amore,
capace di sconfiggere le forze del male quando sembrava che queste avessero l’ultima parola. Significa accogliere la novità di un amore che si rivela attraverso la spoliazione più completa,
fino ad apparire del tutto fragile e disarmato.
Significa abbandonarsi a questo amore, lasciandosi alle spalle le proprie paure
e il ricordo delle proprie infedeltà, per lasciarsi colmare da una Presenza
che porta gioia e pace.

SIGNORE GESÙ, MORTO IN CROCE E RISORTO,
GRAZIE PERCHÉ MI HAI AMATO
FINO A DARE LA TUA VITA PER ME
E GRAZIE PERCHÉ CONTINUI AD AMARMI
FINO A RINNOVARE OGNI GIORNO
IL DONO DELLA TUA VITA PER ME!
(Padre Pino Muller, piccola luce)

22/03/2024

CONTRIBUTO PER LA PREPARAZIONE ALLA CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLE PALME - 24 MARZO 2024

CATECHESI

24 MARZO 2024
DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

La vita piena è amore che si dona.
La Passione di Gesù ci insegna che la libertà sta nel donarsi completamente.
Saper vincere la paura della morte e della sofferenza significa saper testimoniare
che l’amore non ha prezzo; anche se costa sacrificio, vivere amando è la cosa più bella
che possa capitare.
Il Servo di Isaia della prima lettura (Is 50,4-7 Non ho sottratto la faccia agli insulti
e agli sputi, sapendo di non restare confuso), come un discepolo, deve imparare
a non sottrarsi al momento della prova; questa sapienza gli permette di insegnare
anche allo sfiduciato a fare altrettanto.
Anche Gesù, nella seconda lettura (Fil 2,6-11 Cristo umiliò se stesso, per questo Dio
lo esaltò), ci mostra che ci si può abbassare senza per questo sentirsi schiavi:
il suo abbassamento è in verità un dono d’amore per tutti noi.
Alla stessa maniera, nel Vangelo (Mc 14,1-15,47 La Passione del Signore), la donna
che spende lo stipendio di un anno per ungere il Signore, non fa un gesto inutile.
La generosità del suo gesto, certo, non salva Gesù, ma la testimonianza del suo amore
rimane e questa sarà la base per riscoprire, a Pasqua, che la fede in quell’uomo non si ferma
a un sepolcro.

Discernere il messaggio
In questi anni di conflitti non è facile parlare in modo concreto di riconciliazione:
“fare un passo indietro”, “perdonare i torti subiti” o addirittura “porgere l’altra guancia”
suonano molto fuori luogo, ma solo perché sono diventati consigli moralistici da dare ad altri. Della mitezza di Gesù, Servo sofferente per colpa di altri, devo farmi carico io,
prima che gli altri.
È la radicalità di un Dio che, radicalmente, rinuncia alla propria divinità per condividere
in tutto e per tutto il dolore dell’umanità.
Gesù lascia fare, affinché nel cuore di chi lo guarda emerga l’unico sentimento capace
di trasformare davvero il cuore: la compassione, che ci impedisce di ragionare freddamente di numeri, ricordandoci che quei numeri sono persone.
Al loro posto potremmo esserci noi, potrebbero esserci i nostri cari, sicuramente al loro posto
c’è il Signore Gesù, perché così ha scelto.
Potremmo dire che Gesù ci salva mediante la Croce perché suscita la nostra compassione, e la compassione è l’unica cosa che, come esseri umani, ci può salvare.

Per l’omelia
▶ Temperanza e ira.
Saper resistere all’ira non è solo questione di carattere: è una precisa scelta, che può esporre
a situazioni di debolezza.
Giotto rappresenta questa virtù, la temperanza, come una donna composta, quasi austera, che regge in mano una spada saldamente fasciata dentro il fodero, segno dell’intenzione
di non usarla mai.
In bocca ha un morso da cavallo, indice di un autocontrollo che inizia già dal modo
di parlare.
Al contrario, l’ira è una donna in preda alla frenesia, imbruttita dall’odio, che si straccia
le vesti nel tentativo di trovare uno sfogo: una posa molto simile a quella del sacerdote
Caifa, rappresentato da Giotto nel riquadro che racconta il processo di Gesù davanti
al sinedrio.
L’ira è fonte di scelte impulsive e sbagliate e, in ultima analisi, lascia molto più vulnerabili della temperanza.

▶ Per una vigorosa mitezza.
Gesù nei Vangeli non è immune al sentimento della rabbia: esprime la sua indignazione
verso la fredda e spietata ipocrisia dei farisei, dei sacerdoti e degli anziani.
I loro atteggiamenti sono così contrari a quelli di Gesù che egli non può fare a meno
di fremere.
L’ira diventa un vizio quando si decide di alimentarla, di assecondarla, sacrificando
ad essa tutto il resto. Gesù non fa così.
Il Figlio di Dio prova rabbia, che diventa tristezza per le meschinità interiori
degli uomini: così, in modo totalmente mite e arrendevole, può assecondare la volontà del Padre che vede nel suo sacrificio la via per cambiare i cuori.
È questa volontà divina di salvezza a orientare Gesù anche nella sua umanità:
nel suo rapporto perfetto con Dio, avrebbe potuto ignorare tutto il resto, ma è proprio questo rapporto perfetto che gli impedisce di conservare per sé questo privilegio.
Quanto le nostre azioni sono guidate da una simile volontà di salvezza?
E quanto invece dall’orgoglio personale che cerca soddisfazione per ogni minima offesa?
I conflitti di questi ultimi anni dovrebbero ricordarci quanto dolore e sofferenza inutili
siamo in grado di provocarci a vicenda.
Anche se magari non siamo direttamente coinvolti, quale primo, difficile passo potremmo fare verso la pace?

Quest’uomo è il Figlio di Dio! di Roberto Laurita

La scena – dobbiamo ammetterlo – non ha nulla di grandioso.
Colui che fa il suo ingresso a Gerusalemme non ha l’aspetto di un generale vittorioso
che arriva a cavallo per celebrare il suo trionfo sui nemici.
Gesù è a dorso di un asino, cavalcatura piuttosto dimessa, e per di più presa in prestito.
Chi si aspetta il Messia che scaccerà dalla Palestina l’invasore romano
rimarrà subito deluso.
Chi si aspetta il potente, che avanza nel nome di Dio, deciso a fare giustizia e a castigare,
non trova la risposta attesa.
Il segnale è chiaro, per tutti:
quest’uomo viene nella mitezza, nella compassione, nella misericordia.
Viene per donare il suo amore ed è disposto addirittura a morire.
Non è il forte che spazza via la vita di chi gli si oppone,
ma è il buono che piuttosto offre la sua.
L’entusiasmo di un gruppo di pellegrini, che si sta recando nella Città santa per la Pasqua,
la loro dimostrazione di affetto verso Gesù,
rimane tuttavia un segno importante, da non minimizzare.
I poveri accolgono con gioia l’Inviato di Dio proprio perché viene così.
I poveri avvertono che questa strada, che ai più sembra inusitata,
Dio la percorre per ve**re incontro proprio a loro, per consolarli e per donare loro speranza.
I poveri si mettono in sintonia con il cuore di Dio e ravvisano ciò che conta veramente.
Del resto questo paradosso lo troviamo proprio alla fine del racconto
della Passione e morte di Gesù, secondo Marco.
Che cos’ha di grande, di divino, quell’uomo seminudo,
che muore tra atroci dolori, inchiodato alla croce?
Eppure è proprio davanti al Cristo crocifisso che il centurione
– uno straniero, un pagano – riconosce che quell’uomo è il Figlio di Dio.
Non perché ha dato prova di una forza che si impone,
ma perché ha mostrato un amore smisurato: «avendolo visto spirare in quel modo».
La domenica delle Palme ci fa entrare nella Settimana santa
e sconvolge subito la nostra logica umana.
Lo fa presentandoci il Figlio di Dio che avanza a dorso di un asino.
Lo fa mettendoci davanti alla croce sulla quale muore dopo essere stato condannato,
schernito, colpito con violenza.
Siamo invitati a provare lo stesso entusiasmo dei poveri,
che quel giorno hanno riconosciuto in Gesù il Messia.
Sì, veramente quest’uomo è il Figlio di Dio!

SIGNORE GESÙ, TU TI SEI CONSEGNATO VOLONTARIAMENTE
ALLA TUA PASSIONE E MORTE
PER DIMOSTRARCI CHE CI AMI DAVVERO.
LA TUA MITEZZA E’ LA TUA FORZA!
UNA FORZA CAPACE DI SUPERARE PERFINO LA MORTE!
SIGNORE GESÙ, FIGLIO DI DIO FATTO UOMO,
OBBEDIENTE FINO ALLA MORTE E ALLA MORTE DI CROCE,
GRAZIE PER IL TUO IMMENSO AMORE.
Padre Pino Muller, piccola luce

15/03/2024

CONTRIBUTO PER LA PREPARAZIONE ALLA CELEBRAZIONE DELLA QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA *B - 17 MARZO 2024

CATECHESI

17 MARZO 2024
5ª DOMENICA DI QUARESIMA

L'obbedienza alla legge dell’amore.
Si avvicina sempre più la Pasqua del Signore e la liturgia ci invita ad entrare nel mistero
del Suo sacrificio. La fede si configura come obbedienza completa al Padre che ci insegna
ad amare fino in fondo.
Nella prima lettura vediamo che il profeta Geremia, che sempre ha ubbidito a Dio,
anche quando gli chiedeva di dare annunci terribili al suo popolo, giunge a scoprire
che tutta la sua missione dischiudeva però un grande annuncio di salvezza (Ger 31,31-34 Concluderò un'alleanza nuova e non ricorderò più il peccato).
Eccolo annunciare la speranza che il popolo avrebbe imparato davvero ad ascoltare il Signore e avrebbe posto le sue leggi nel cuore di ciascuno.
Gesù per primo, secondo la Lettera agli Ebrei (Eb 5,7-9 Imparò l'obbedienza e divenne causa di salvezza eterna), era modello di una obbedienza perfetta e proprio per questa profonda sintonia con il Padre è giunto ad amare l’umanità fino alla fine.
In maniera ancora più sublime, il Vangelo ci insegna che quando ci sacrifichiamo
per gli altri, quando moriamo un po’ a noi stessi per amore, non facciamo nulla
di assurdo: stiamo obbedendo alla legge dell’amore, alla “legge” del chicco di grano
(Gv 12,20-33 Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto).

Discernere il messaggio
L’arrivo di alcuni Greci che cercano Gesù sembra dare una svolta alla sua missione:
finché era solo il probabile Messia di Israele, poteva “limitarsi” a predicare e guarire.
Ora però si tratta di fare il salto, cioè di andare fino in fondo per la salvezza di tutti,
in ogni luogo e in ogni tempo: e ciò comporta dare tutto se stesso sulla croce, per stringere
la nuova alleanza tra Dio e l’umanità.
Non si può fare vera alleanza se il primo obiettivo è trattenere qualcosa per sé.
Non si tratta delle alleanze politiche, fondate sull’interesse della propria parte
e sul compromesso, in cui si cerca di portare a casa il più possibile: quando Dio si allea
con noi, è disposto a dare tutto se stesso e ci chiede di fare altrettanto.
Quanto viviamo l’alleanza nel quotidiano?
Prima ancora che una strategia di convivenza, è un atteggiamento interiore che mi permette
di non vedere nell’altro un estraneo o un nemico, ma una possibile occasione di salvezza reciproca.

Per l’omelia
▶ Carità e invidia.
L’allegoria dell’invidia, dipinta da Giotto nella Ca****la degli Scrovegni, è forse
una delle più caratteristiche e famose dell’intero ciclo.
L’invidia è raffigurata come un’anziana gobba e arcigna: con la mano sinistra tiene stretto
un sacchetto di monete, mentre la destra, a mo’ di artiglio, si protende per afferrare qualsiasi cosa le venga a portata.
L’elemento più iconico è però la testa: il cappello nasconde al di sotto un serpente,
le cui spire sbucano sulla nuca e il cui capo, uscendo direttamente dalla bocca della vecchia, si rivolge verso il suo stesso viso.
È il segno dei cattivi pensieri e delle cattive parole che attaccano gli altri ma rimuginano sempre su se stesse.
Completano il tutto le orecchie sproporzionatamente grandi, indice di chi si immischia
nelle faccende altrui.
Al contrario, la carità è una giovane donna serena, trasparente, che porge il proprio cuore
a Dio, da cui lo riceve indietro.
Con l’altra mano regge un cesto di frutti della terra che offre a chiunque abbia bisogno.
Le ricchezze non le interessano, anzi, sono calpestate sotto i suoi piedi.

▶ Una speranza scomoda.
Gesù realizza in modo perfetto l’alleanza tra Dio e l’uomo attraverso il suo pieno abbandono,
il suo totale affidamento al Padre.
Alla fine, il Signore ci aspetta lì, al momento in cui dovremo lasciare tutto, anche la nostra stessa vita.
Sapendo che quella è la meta, come scegliamo di vivere nel frattempo?
Normalmente, la paura della morte la fa da padrone e, più o meno consciamente,
ciascuno di noi cerca di non pensarci e di sopravvivere: una sopravvivenza che cerca
di soddisfare i bisogni fisici, ma anche quelli sociali, emotivi ecc.
La gratuità verso gli altri ha un posto in tutto questo?
Quanto è bello scoprire di poter far parte di un’alleanza che ci spinge fuori di noi,
al di là dei nostri bisogni, per poter intercettare quelli degli altri!
È l’alleanza con il Signore che si dona completamente per dare un senso pieno alla nostra esistenza e che ci chiede a nostra volta di donarci completamente a lui negli altri:
“altri”, che non sono solo quelli che possiamo vedere e incontrare oggi, ma anche
le generazioni future.
Anche noi, come Gesù, siamo semi caduti in terra affinché, anche dopo la nostra morte, qualcun altro possa mietere il frutto che avremo dato.

Morire per portare frutto di Roberto Laurita

Il seme deve conoscere la morte nel profondo della terra
per far nascere una nuova vita e portare frutto.
A vederlo marcire sembra che ogni speranza venga meno, che tutto finisca.
La vita, ghermita dalla morte, sembra condannata a soccombere.
E invece no:
è solo un capitolo della storia, il momento più terribile e doloroso, certo, ma non l’ultimo. Proprio da ciò che marcisce e sembra perduto, esce la vita e un frutto abbondante, insperato.
È una legge della natura, ma è anche la storia di Gesù.
La sua esistenza si offre, inerme, allo scatenarsi di un’ingiusta violenza.
Subisce la condanna, le percosse, le umiliazioni, gli insulti.
Inchiodato alla croce, conosce le ore terribili dell’agonia.
Si può immaginare una sconfitta più terribile
per Colui che aveva annunciato consolazione e gioia,
guarigione e pace, liberazione e speranza?
E invece il suo amore risulterà vittorioso.
Attraverso il passaggio angusto della morte
Egli giunge alla risurrezione e alla gloria.
E offre salvezza a tutti quelli che credono in Lui.
La storia di Gesù è anche quella di ogni Cristiano,
chiamato a perdere la sua vita per ritrovarla.
Sarebbe molto più naturale difenderla e conservarla,
perché la sofferenza e ancor di più la morte
sembrano andare proprio nella direzione opposta della vita.
Tutti siamo afferrati dalla paura di essere abbandonati, dimenticati
e di affondare in una situazione senza via d’uscita.
Solo la fede permette di affrontare i momenti oscuri
in cui si è chiamati a morire all’egoismo e all’orgoglio,
alle nostre sicurezze e ai nostri progetti.
Solo l’amore permette di superare i frangenti del pericolo,
quando non abbiamo alcuna rete di protezione
se non la certezza di essere amati da Dio e la promessa di Cristo.
Altri, prima di noi, hanno affrontato questa morte.
Altri prima di noi hanno spezzato la loro esistenza.
Altri hanno affrontato la condanna e la riprovazione,
per amore dei piccoli, dei poveri e di Gesù.
La loro memoria è per noi sorgente di coraggio e di forza:
ciò che Gesù ci ha annunciato si è realizzato nella loro esistenza,
ed è quanto potrà accadere anche a noi.

SIGNORE GESÙ, TU COME IL CHICCO DI GRANO
HAI ACCETTATO DI CADERE IN TERRA,
HAI ACCETTATO DI MORIRE…
AFFINCHÉ POTESSE ESPLODERE LA VITA!!!
GRAZIE, GESÙ, PER TUTTI GLI UOMINI E LE DONNE
CHE, COME TE, HANNO ACCETTATO DI MORIRE
PER GENERARE NUOVA VITA!

Padre Pino Muller, piccola luce

08/03/2024

CONTRIBUTO PER LA PREPARAZIONE ALLA CELEBRAZIONE DELLA QUARTA DOMENICA DI QUARESOMA *B - 10 MARZO 2024

CATECHESI

10 MARZO 2024
4ª DOMENICA DI QUARESIMA - “LAETARE!” (RALLEGRATI!)

Accogliere la Parola, per tornare alla salvezza.
La prima lettura è un grande testo per gli ebrei perché chiude il canone ebraico con l’invito agli esiliati a salire a Gerusalemme (2Cr 36,14-16.19-23 Con l'esilio e la liberazione
del popolo si manifesta l'ira e la misericordia del Signore).
Il tema della salita è dunque usato per sintetizzare l’esperienza della fede biblica dell’Antico Testamento: il Signore apre strade inaspettate, ci fa tornare dai nostri esili,
dai nostri deserti, ci fa uscire dalle nostre schiavitù.
Gesù ci insegna a fare altrettanto: la nostra vita è chiamata a elevarsi, a diventare vita eterna. Questo però non avviene fuggendo il mondo: non siamo del mondo, ma Dio ama questo mondo tanto da mandare il suo Figlio perché questo mondo sia elevato a Lui
(Vangelo Gv 3,14-21 Dio ha mandato il Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui).
Il Cristianesimo realizza questo tema del salire a Dio, insegnandoci però a farlo nell’umiltà
e nel segno della grazia, come ci insegna san Paolo nella seconda lettura (Ef 2,4-10 Morti
per le colpe, siamo stati salvati per grazia).
Non per i nostri meriti né per le nostre capacità possiamo tendere a questa vita
più grande e più bella: è Dio Padre che in Cristo ci ha dischiuso questo nuovo tempo, tutto da vivere con passione!

Discernere il messaggio
Il tono apocalittico dei discorsi che sentiamo in questi ultimi anni non è del tutto infondato: tra la pandemia, il cambiamento climatico, le guerre e tanto altro, la voce della speranza
si affievolisce, mentre cresce quella dell’emergenza, che comunque non toglie la sensazione di essere davanti ad una fine.
Che sia la fine del mondo o di un’epoca,
la paura si diffonde comunque nel nostro tempo.
C’è da chiedersi se davanti a tutto questo la parola del Vangelo sia ancora utile,
se la fede sia una risorsa o un placebo,
se la speranza cristiana riesca a distinguersi dalla rassegnazione.
L’esperienza dell’esilio babilonese da parte del popolo di Israele, così come le parole di Gesù, ci mettono davanti a una scelta: di fronte alle fatiche personali e dell’umanità, dobbiamo scegliere se credere o meno alla salvezza di cui abbiamo bisogno, non per tornare al mondo di una volta, ma per fare un passo in avanti verso il Regno di Dio.

Per l’omelia
▶ Speranza e disperazione.
Osservando anche gli altri affreschi della Ca****la degli Scrovegni, possiamo notare
la forte somiglianza tra la figura della speranza e quella di Gesù mentre ascende al cielo. Avere speranza significa avere una meta alta, un orizzonte che va oltre quello puramente
terreno: la speranza ha delle ali che le permettono di staccarsi da terra per slanciarsi
con le mani aperte verso il vero premio, la corona della gloria che è preparata nei cieli.
Non si tratta di disprezzare la vita terrena, anzi: guardare al cielo vuol dire trovare
il vero senso di questa vita, così spesso segnata dal male.
La disperazione, invece, pur avendo i piedi ben saldi a terra, si è tolta la vita
per impiccagione. Il corpo è pesante, i pugni sono stretti, il capo è inclinato verso il basso,
il diavolo stesso viene a reclamare il suo premio: la corda fa ve**re in mente il gesto
disperato di Giuda, ma anche il cappio dell’infedeltà, con il quale l’idolo tiene schiavo
chi si affida ad esso (cf. 3a domenica di Quaresima).

▶ Una speranza scomoda
Quella della fede è una speranza scomoda.
Esiste la speranza comoda, quella del bambino o dell’adolescente che spera sempre
che ci sia qualcuno a toglierlo dai guai e quindi si sente libero di sperimentare tutto
senza curarsi delle conseguenze.
Quanti adulti vivono ancora con questo tipo di speranza distorta, egoistica e,
in ultima istanza, fallimentare?
Seguire Cristo invece significa accogliere una speranza scomoda, soprattutto perché
ti spinge a farti carico delle tue responsabilità, ma, al tempo stesso, ti ricorda
che non puoi avere il controllo totale e che non tutto dipende da te.
«Prega come se tutto dipendesse da Dio e agisci come se tutto dipendesse da te»,
diceva Sant’Ignazio di Loyola.
Lo sguardo rivolto al cielo è fondamentale per affrontare con realismo la vita quotidiana, senza lasciarci appiattire dalla gravità (del pianeta, ma anche delle situazioni).
Per questo guardiamo al Crocifisso, così terreno, perché così siamo costretti a guardare
verso il cielo.

Innalzato sulla croce di Roberto Laurita

«Essere innalzati» è un’espressione usata, di solito,
per evocare l’affermazione di una persona,
la sua capacità di distinguersi, di segnalarsi, di avere successo.
«Essere innalzati» è dunque sinonimo di potere, di gloria, di forza.
Ma come fa a mantenere questo significato una volta che gli si associa la Croce,
e quindi una morte orribile e pubblica, un castigo disumano?
Non è facile abbandonare le abituali rappresentazioni di Dio
e accettare che il suo Figlio venga a noi nelle vesti di un condannato,
di un giustiziato, abbandonato da tutti.
Non è facile accogliere una salvezza che non si realizza esibendo i muscoli,
ma offrendo amore,
che non si compie attraverso un giudizio o un castigo,
ma passando attraverso l’esperienza di essere rifiutati e calpestati.
Eppure è questo il paradosso su cui si regge la fede cristiana.
La passione e la morte di Gesù non sono un incidente di percorso
da dimenticare rapidamente,
ma la strada che Dio ha scelto per raggiungere l’umanità
e liberarla dal male, per farla entrare in una vita nuova.
È questa Croce
il «caso serio» da cui non possiamo prescindere,
il “passaggio” che rivela la nostra fedeltà a Cristo,
la “prova” del nostro amore.
Ciò che essa indica è un amore che non si tira indietro
neanche davanti alla debolezza estrema, all’ingiustizia palese, al sopruso ingiustificato.
Un modo nuovo di vedere le cose viene proposto, allora, a ogni credente:
la bussola delle sue scelte non è orientata dai criteri del successo, della riuscita,
ma dalla fedeltà a Dio,
dall’obbedienza al suo disegno di salvezza e al suo modo di agire.
Buonismo? Rinuncia? Cedimento?
Tutti questi interrogativi non fanno che riprendere le parole di coloro che dicevano a Gesù:
«Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce e allora noi crederemo in te!».
Confusione? Incertezza? Indifferenza?
Tutte queste obiezioni riecheggiano quelle di coloro che si attendevano
un Messia venuto per giudicare e condannare,
e a cui Gesù non potrà corrispondere.

SIGNORE GESÙ, TI SEI LASCIATO E TI LASCI ANCORA OGGI
“INNALZARE” PER AMORE DI QUESTA UMANITA’.
NON CI SALVI CON LA FORZA, MA CON LA TUA DEBOLEZZA;
NON CON IL GIUDIZIO, MA CON LA TUA MISERICORDIA;
NON CON LA CONDANNA, MA CON IL PERDONO…
PERCHE’ TU CI AMI CON TUTTO TE STESSO!!!

Padre Pino Muller, piccola luce

01/03/2024

CONTRIBUTO PER LA PREPARAZIONE ALLA CELEBRAZIONE DELLA TERZA DOMENICA DI QUARESIMA *B - 3 MARZO 2024

CATECHESI

3 MARZO 2024
3ª DOMENICA DI QUARESIMA

Il nuovo Tempio, compimento della Legge.
Le letture di questa Domenica ci insegnano che la fede autentica porta a una vera libertà.
Per fede gli ebrei erano usciti dalla loro schiavitù, perché si erano fidati di Mosè e di Dio.
Il dono più grande, a compimento di questo percorso, è stato il Decalogo (prima lettura
Es 20,1-17 La legge fu data per mezzo di Mosè): con esso, il popolo poteva mantenere
la libertà conquistata e prepararsi a entrare nella Terra promessa.
Il rischio dell’idolatria, però, vale per anche per la Legge.
Il Vangelo (Gv 2,13-25 Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere) ci racconta come il Tempio non era più uno strumento per vivere secondo Dio, ma era diventato
un sistema economico, di potere, che poco aveva a che fare con l’autentica fede.
Per questo Gesù scaccia i mercanti: il culto va liberato, riportato all’autentico dono
di se stessi e del proprio corpo.
Saper fare del sacrificio non solo una pratica ma un libero atto d’amore, è una sapienza profonda, che chiede di ribaltare le nostre categorie umane, come ci insegna san Paolo (seconda lettura 1Cor 1,22-25 Annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per gli uomini,
ma, per coloro che sono chiamati, sapienza di Dio).

Discernere il messaggio
Uno dei (tanti) aspetti paradossali della fede è che, a un occhio esterno, appare rigida
e lassista allo stesso tempo: la si rimprovera di obbedire a regole troppo stringenti,
salvo poi rimproverarla per non essere sempre chiara e netta nei suoi giudizi.
È una tentazione che non passa mai di moda: applicare i propri schemi e i propri giudizi
(con i quali non sempre si è coerenti) al rapporto con Dio.
Anche come credenti capita di incartarci quando dobbiamo “conciliare” i Comandamenti
con la libertà di coscienza.
È un lavoro sempre attuale, quello che ci porta a spogliarci delle certezze individuali
e delle logiche egoistiche per abbracciare un altro modo di pensare: passare dalla schiavitù delle cose all’amicizia con un Dio che ci libera e ci innalza proprio quando riconosciamo
la nostra piccolezza.

Per l’omelia
▶ Fede e infedeltà.
Giotto raffigura la fede anch’essa come una donna, che porta sulla testa una corona
e appesa alla cintura una chiave: entrambi sono simboli della responsabilità
del papa di aprire agli altri le porte del Regno di Dio confermandoli nella loro fede.
La fede regge sulla destra una croce ad asta, con la quale frantuma gli idoli, mentre
con i piedi calpesta le false profezie e le superstizioni.
La fede è infatti una forza liberante, che toglie la paura del destino e della morte
e introduce ad essere figli amati da Dio nel suo Figlio morto in croce.
L’infedeltà, nel senso di idolatria, mostra invece un rapporto di schiavitù: vediamo una donna che innalza una statuetta (l’idolo, appunto) più in alto della propria testa.
La statuetta regge un capo di una corda, che all’altro capo è legata attorno al collo
della donna con un nodo scorsoio.
La donna ha un occhio chiuso e non presta attenzione alle parole di un profeta che le vengono offerte dall’alto: segno che l’idolatria è una scelta consapevole che annebbia sia la ragione,
sia la fede.

▶ Costretti alla libertà.
Nella Scrittura, il rapporto tra Dio e il suo popolo è talmente esclusivo che non di rado assume il linguaggio della gelosia.
Una gelosia però a senso unico: il popolo non può avere altri dèi all’infuori del Signore,
ma non ha l’esclusiva su di Lui.
Infatti, Israele è solo un’anticipazione, il primo nucleo di un popolo di Dio che è destinato
a raccogliere tutte le genti della terra.
Un atteggiamento da parte di Dio che sfuma i confini culturali e nazionali, che costringe
a non accontentarsi di sentirsi dalla parte della ragione.
È strano come i Comandamenti, ma anche cose più moderne e laiche come la Carta dei diritti dell’uomo, corrispondano a un ideale di vita armoniosa, pacifica, priva di tutte le meschinità che escono dal cuore e che rovinano la vita: un ideale di vita estremamente desiderabile
e al contempo difficile da realizzare completamente.
Al desiderio dovrebbe seguire la scelta, altrimenti si tradisce la propria coscienza:
c’è un cammino tracciato da una serie di pietre miliari, e la libertà di scegliere
se seguirlo oppure no è una di queste pietre.
È questo il paradosso che rende la fede cristiana così affascinante e adulta
nella sua capacità di responsabilizzare ognuno di noi.

Una violenza inaspettata di Roberto Laurita

No, non siamo abituati a gesti del genere.
Ci attendiamo sempre un Messia buono, misericordioso, pronto a consolare e a guarire.
E qui invece abbiamo a che fare veramente con un gesto forte,
un gesto violento, inequivocabile.
Un ciclone, che ha come oggetto «coloro che vendono»,
anche se il loro ruolo è direttamente funzionale alle liturgie e al sostentamento del Tempio. Come si potrebbe, del resto, offrire in sacrificio un animale, in onore di Dio,
se non lo si trovasse già lì, pronto e perfetto, come vuole la Legge?
Come si potrebbe evitare l’insulto di donare al Tempio, e in definitiva a Dio,
del denaro che reca l’effigie di divinità straniere?
Perché, dunque, Gesù si scatena contro queste persone,
la cui presenza è ritenuta, tutto sommato, indispensabile?
Quello che c’è in gioco dev’essere estremamente importante
se, pur di difenderlo, Gesù ricorre alla forza.
Ma di cosa si tratta?
Del rapporto con Dio.
Il rischio, pertanto, non deve essere minimizzato:
questa relazione, che costituisce l’asse portante della nostra vita,
corre il pericolo di essere, in qualche modo, inquinata,
attraversata da un terribile equivoco.
Dio non è in vendita, e l’odore del denaro diventa una puzza insostenibile
quando proviene da attività svolte all’ombra del sacro,
sotto la copertura del Tempio, con il pretesto del culto.
Dio non è in vendita e coloro che lo fanno credere,
o lo danno a intendere col loro comportamento, sono dei blasfemi
perché disonorano Dio riducendolo a una orrida maschera,
a un “oggetto” che può essere acquistato.
Dio non è in vendita: il suo amore, la sua grazia,
non sono il risultato di una transazione commerciale.
Chi si illude di poterlo in qualche modo “comperare” si sbaglia del tutto.
E si nega, di fatto, un accesso a Lui, al suo volto autentico;
si interdice un’esperienza di luce e di pace,
che costituisce il tesoro prezioso della nostra esistenza.

SIGNORE GESÙ, C’E’ ANCORA OGGI TANTO BISOGNO
DELLA TUA “VIOLENZA”, PER LIBERARCI
DALLA CONTINUA TENTAZIONE DI PENSARE
CHE POSSIAMO COMPARTI E VENDERTI
COME CI PARE E PIACE!!!
E’ UNA MALATTIA VECCHIA
QUELLA DI PENSARE CHE NEL RAPPORTO CON TE
POSSIAMO SEGUIRE LE LEGGI DEL “MERCATO”!!!

Padre Pino Muller, piccola luce

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