26/07/2026
Meditazione di madre Daniela sulle letture di oggi secondo il Lezionario ambrosiano
Il limite che salva
(Letture: 2Sam 12, 1-13; Sal 31/32; 2Cor 4, 5b-14; Mc 2, 1-12 - anno A - IX dopo Pentecoste - Rito ambrosiano)
Gesù non guarisce il paralitico perché può farlo. Lo può, naturalmente, ma non gl'interessa stupore con un "prodigio". I suoi miracoli sono segni che prevedono un insegnamento. Addirittura qui non è nemmeno il paralitico in persona a chiedere la guarigione, magari nemmeno ha la forza di parlare. Ma sono i suoi amici, segno che la salvezza è qualcosa che si raggiunge personalmente, ma insieme. Niente individualismo. San Paolo può affermare che "abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi". La fragilità rimane, ma non è un ostacolo per la potenza di Dio se si confida in lui.
È ciò che Wanda Tommasi definisce "sostare nell'imperfezione": non un invito a non progredire ma il contrario: dalla misericordia nasce una ripartenza. Sempre Tommasi, riprendendo Kierkegaard, sottolinea come la fragilità possa diventare "la premessa del salto nella fede": a chi giace nella disperazione e nel senso dell'impossibile, "solo un pensiero può ve**re in aiuto: l'idea che a Dio tutto è possibile".
L'esempio più calzante ce lo fornisce la prima lettura che ha per protagonista Davide, un uomo straordinario. Un uomo che, per usare un'espressione molto diretta, se l'è cercata: non è un povero paralitico, non è un mendicante, non è uno straniero. È un potente, un re designato da Dio che ha spodestato l'unto del Signore per volere del Signore, che ha usato violenza e che, quanto a donne, non se ne è fatte mancare. Eppure non gli è bastato: per lussuria ha tradito il suo fido luogotenente, condannandolo di fatto a morte. Davide ci somiglia perché è egoista, fortunato, insaziabile.
Ma Davide ci somiglia anche perché ha il senso della giustizia. Giudica bene, anche se è incapace di attuarla. Nathan glielo ricorda e la Scrittura non si profonde in particolari inutili: il re si pente e Dio non gli imputa il peccato. Davide ne commetterà altri. Ma ha visto un cammino, uno spiraglio, si aggrappa a Dio sentendo quell'inadeguatezza felice che lo salva. L'uomo è limitato, ma Dio "non ha altro" per instaurare una relazione: per questo Gesù ha scelto di incarnarsi.
Stare nell'imperfezione è fidarsi della perfezione di Dio. Come disse una volta in confessione un'anziana signora al card. Bergoglio, futuro vescovo di Roma col nome di Francesco: se non ci fosse il perdono, crollerebbe tutto.