Parrocchia Santa Maria della Mercede - Catania

Indicazioni Sito Web

Parrocchia Santa Maria della Mercede - Catania Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Parrocchia Santa Maria della Mercede - Catania, Chiesa cattolica, Via Caronda n. 102, Catania.

UNA CASA CHIAMATA PARROCCHIA.«Una comunità da vivere, non da frequentare a settori».La parola parrocchia viene dal greco...
27/10/2026

UNA CASA CHIAMATA PARROCCHIA.
«Una comunità da vivere, non da frequentare a settori».
La parola parrocchia viene dal greco παροικία (paroikía), collegata al verbo παροικέω (paroikéō).
È una parola molto ricca:
para significa «presso, accanto» e oikos significa «casa».
Letteralmente, quindi, richiama l'idea di abitare presso una casa, di vivere accanto, di essere ospiti o residenti in un luogo senza dimenticare che la propria patria definitiva è altrove.
Nella tradizione cristiana questa parola assume un significato ancora più profondo: la Chiesa è una comunità di persone che cammina nella storia, vive in un territorio concreto, costruisce relazioni, celebra, serve, annuncia il Vangelo, ma sa di essere in cammino verso una dimora definitiva.
La parrocchia, dunque, non è semplicemente un edificio.
Non è il campanile.
Non è l'ufficio parrocchiale.
Non è il luogo dove si va per ricevere un sacramento.
La parrocchia è anzitutto una comunità di persone che abitano insieme un tratto della storia e cercano insieme il Signore.
Se la parrocchia richiama la «casa», allora dobbiamo chiederci:
Come si vive in una casa?
In una casa non ci si incontra soltanto per fare una determinata attività.
Non esiste una famiglia in cui uno è presente esclusivamente in cucina, un altro soltanto in salotto e un altro soltanto in giardino.
La casa è una realtà comune e integrale.
Nella casa si gioisce e si soffre, si mangia e si prega, si discute e ci si riconcilia, si accolgono gli altri e ci si prende cura dei più fragili.
Allo stesso modo, la parrocchia è una casa nella quale tutta la vita cristiana trova il suo posto.
Chiediamoci:
Chi è il parrocchiano?
Anche la parola parrocchiano nasce da questa stessa radice.
Il parrocchiano è colui che appartiene alla parrocchia, cioè a quella comunità che vive «presso» una casa, che condivide un cammino e una vita comune.
Ma possiamo andare ancora più in profondità.
Se la parrocchia è casa, il parrocchiano non è semplicemente un utente della casa.
È qualcuno che la abita.
C'è una grande differenza tra frequentare una casa e abitarla.
Chi frequenta una casa può entrarvi quando gli serve qualcosa.
Chi la abita, invece, se ne prende cura.
Questa distinzione può aiutarci a comprendere la nostra appartenenza alla comunità cristiana.
Il parrocchiano non è un cliente.
A volte rischiamo di vivere la parrocchia come un luogo al quale rivolgerci quando abbiamo bisogno di qualcosa:
per il Battesimo;
per la Prima Comunione;
per la Cresima;
per il matrimonio;
per un funerale;
per una benedizione;
per una necessità personale.
Ma la parrocchia non è un servizio religioso.
La comunità cristiana non è un distributore di sacramenti, non è una banca, non è un parco giochi e non è un supermercato.
Il parrocchiano non è un cliente che viene per ricevere un servizio.
È un membro di una comunità.
E un membro non vive soltanto ciò che gli interessa personalmente.
«Non si vive a settori».
Qui tocchiamo un punto fondamentale.
Possiamo essere presenti in parrocchia a settori.
C'è chi vive soltanto la liturgia.
C'è chi vive soltanto la catechesi.
C'è chi partecipa soltanto alle attività dell'oratorio.
C'è chi si occupa soltanto della carità.
C'è chi viene soltanto alle feste.
C'è chi partecipa soltanto al proprio gruppo.
Tutte queste realtà sono belle e necessarie.
Il problema nasce quando il settore diventa il tutto.
Io non sono soltanto «quello della Caritas».
Non sono soltanto
«quello del coro».
Non sono soltanto
«quello dell'oratorio».
Non sono soltanto
«quello del catechismo».
Non sono soltanto
«quello del gruppo».
Sono un parrocchiano.
E il parrocchiano vive la comunità nella sua globalità.
La vita parrocchiale è come un corpo: ci sono molte membra e molte funzioni, ma un solo corpo.
UNA SOLA COMUNITÀ E MOLTE ESPRESSIONI.
La parrocchia ha molte espressioni:
Liturgia – celebriamo insieme la fede.
Parola – ascoltiamo e approfondiamo il Vangelo.
Catechesi – cresciamo nella conoscenza della fede.
Carità – ci prendiamo cura concretamente degli altri.
Missione – usciamo verso chi è lontano.
Oratorio – accompagniamo bambini, ragazzi e giovani.
Famiglie – costruiamo relazioni e sosteniamo la vita familiare.
Fraternità – impariamo a conoscerci, accoglierci e perdonarci.
Queste non sono parrocchie diverse.
Sono espressioni diverse della stessa comunità.
Come le dita appartengono alla stessa mano, così le diverse realtà della parrocchia appartengono alla stessa Chiesa.
Per questo non possiamo dire:
«Questa è la mia parrocchia»
intendendo soltanto il mio gruppo, la mia attività, il mio ambiente.
La domanda più cristiana è:
«Come posso contribuire alla vita della nostra parrocchia?»
Il parrocchiano è una persona
“in relazione”.
La parola greca paroikía porta con sé anche l'idea del vivere «accanto».
Questo è importante.
Non posso essere parrocchiano da solo.
La fede cristiana non è un fatto puramente individuale.
Essere parrocchiano significa imparare a vivere accanto agli altri.
Accanto a chi mi è simpatico.
Ma anche accanto a chi è diverso da me.
Accanto a chi ha la mia sensibilità.
Ma anche accanto a chi ha un modo diverso di pensare.
Accanto a chi è forte.
Ma soprattutto accanto a chi è fragile.
Accanto a chi conosco.
Ma anche accanto a chi non conosco ancora.
La parrocchia diventa veramente casa quando smettiamo di chiederci:
«Che cosa ricevo io dalla comunità?» e cominciamo a chiederci: «Che cosa posso donare io alla comunità?»
Il parrocchiano non sceglie soltanto ciò che gli piace.
Una comunità cristiana non è costruita sui nostri gusti personali.
Se vivo la parrocchia soltanto scegliendo ciò che mi piace, rischio di trasformare la comunità in una somma di gruppi individuali.
Ma la comunità mi educa anche a uscire da me stesso.
A volte sarò chiamato a partecipare a qualcosa che non avrei scelto.
A volte incontrerò persone con cui faccio fatica a relazionarmi.
A volte dovrò mettere a disposizione un dono che non pensavo di avere.
A volte dovrò rinunciare a qualcosa per lasciare spazio a un altro.
Questo è il passaggio da:
«La parrocchia deve rispondere alle mie esigenze»
a: «Io sono chiamato a costruire la comunità».
Il parrocchiano vive la comunità nella sua totalità.
Essere parrocchiano significa allora vivere un'appartenenza che coinvolge tutta la persona.
Con la fede: partecipo alla vita sacramentale e ascolto la Parola.
Con il tempo: metto a disposizione qualcosa di me.
Con i talenti: condivido ciò che so fare.
Con le relazioni: costruisco fraternità.
Con il servizio: mi accorgo dei bisogni degli altri.
Con la preghiera: porto davanti al Signore la comunità.
Con la missione: non considero la parrocchia un luogo chiuso, ma una comunità inviata.
Il parrocchiano, quindi, non è colui che «fa tutto».
È colui che si sente parte del tutto.
Questa è una distinzione fondamentale.
Non tutti possono fare tutto, ne tutto dev'essere fatto da uno solo.
Ma tutti possono sentirsi responsabili della comunità.
Possiamo allora fermarci davanti a tre domande.
1. Io frequento la parrocchia o la abito?
Frequentare significa ve**re quando ho qualcosa da fare.
Abitare significa sentirmi parte di una casa.
2. Vivo la mia parrocchia come un insieme di settori?
«Io faccio questo e non mi interessa il resto».
Oppure riesco a riconoscere che ciò che fanno gli altri appartiene alla stessa comunità alla quale appartengo anch'io?
3. Mi sento responsabile della comunità?
Non soltanto:
«Che cosa organizza la parrocchia per me?»
ma: «Che cosa posso fare io perché questa comunità sia più accogliente, più fraterna e più evangelica?»

Possiamo allora arrivare a una definizione semplice:
LA PARROCCHIA È LA CASA DELLA COMUNITÀ CRISTIANA NEL TERRITORIO.
È il luogo nel quale persone diverse imparano a camminare insieme.
E il parrocchiano è colui che non si limita a utilizzare questa casa, ma la abita, la ama, la serve e se ne prende cura.
Non vive la parrocchia per compartimenti.
Non dice: «Questo è il mio gruppo»
ma dice: «Questa è la mia comunità».
Non dice: «Questa attività non mi riguarda»
ma dice: «Se apparteniamo alla stessa casa, ciò che riguarda la vita della casa riguarda anche me».
Non significa che dobbiamo essere presenti a ogni attività.
Significa qualcosa di più profondo:
possiamo avere compiti diversi, sensibilità diverse e servizi diversi, senza perdere la consapevolezza di appartenere a un'unica comunità.
DA FREQUENTATORI AD ABITANTI.
Forse oggi la domanda più importante non è:
«Quante attività facciamo in parrocchia?»
Ma: «QUANTO CI SENTIAMO UNA COMUNITÀ?».
Perché una parrocchia può avere molte attività e avere poca comunione.
Può avere molti gruppi e poca fraternità.
Può avere molte persone che lavorano e poche persone che si sentono realmente parte di una casa comune.
La sfida è diventare una comunità nella quale ciascuno possa dire:
«Questa è casa mia senza penalizzare o non considerare l'ultimo arrivato».
Questa è casa mia non perché tutto funziona secondo i miei desideri.
Ma perché qui cammino con altri fratelli e sorelle.
Qui ricevo e dono.
Qui celebro e servo.
Qui imparo e insegno.
Qui sono accolto e accolgo.
Qui posso essere sostenuto e posso sostenere.
Qui non sono un cliente,
sono un fratello.
Non sono un semplice frequentatore,
sono parte della comunità.
E non vivo la parrocchia a settori ma la vivo come una casa comune.
Una frase da portare con noi
«Il parrocchiano non è colui che frequenta un'attività della parrocchia, ma colui che si sente parte della vita della comunità nella sua totalità».
E allora possiamo trasformare la domanda:
«Che cosa fa la parrocchia per me?»
in: «Che cosa posso fare io, insieme agli altri, perché la nostra parrocchia diventi sempre più una casa in cui Cristo è Vivo e ogni persona possa sentirsi accolta?»
don Gaetano

Venendo in Parrocchia potete scrivere i nomi dei vostri cari in questo cartellone.🙏🏻
27/10/2026

Venendo in Parrocchia potete scrivere i nomi dei vostri cari in questo cartellone.🙏🏻

FESTA DI SAN MARTINO 2026! 🌰🍷Carissimi, che bello ritrovarci insieme per vivere un momento di festa, all’insegna della s...
27/10/2026

FESTA DI SAN MARTINO 2026! 🌰🍷
Carissimi, che bello ritrovarci insieme per vivere un momento di festa, all’insegna della semplicità, dell’allegria e dello stare bene insieme!
San Martino ci offre una bella occasione per riscoprire il piacere delle cose semplici: una tavola imbandita, il profumo delle castagne, quattro chiacchiere, una risata e soprattutto il piacere di condividere il nostro tempo.
Perché, in fondo, la festa è proprio questo: non conta soltanto ciò che mettiamo in tavola, ma le persone con cui ci sediamo, i sorrisi che ci scambiamo e il calore che sappiamo regalarci a vicenda.
E allora, per qualche ora, lasciamo da parte le corse quotidiane, gli impegni e le preoccupazioni. Godiamoci questa bella occasione per stare insieme, conoscerci meglio e sentirci parte della stessa famiglia parrocchiale.
Che le castagne siano calde, la compagnia allegra e la fraternità ancora più calda del fuoco che le arrostisce!

FESTA DI SAN MARTINO 2026!  🌰🍷Carissimi, che bello ritrovarci insieme per vivere un momento di festa, all’insegna della ...
27/10/2026

FESTA DI SAN MARTINO 2026! 🌰🍷
Carissimi, che bello ritrovarci insieme per vivere un momento di festa, all’insegna della semplicità, dell’allegria e dello stare bene insieme!
San Martino ci offre una bella occasione per riscoprire il piacere delle cose semplici: una tavola imbandita, il profumo delle castagne, quattro chiacchiere, una risata e soprattutto il piacere di condividere il nostro tempo.
Perché, in fondo, la festa è proprio questo: non conta soltanto ciò che mettiamo in tavola, ma le persone con cui ci sediamo, i sorrisi che ci scambiamo e il calore che sappiamo regalarci a vicenda.
E allora, per qualche ora, lasciamo da parte le corse quotidiane, gli impegni e le preoccupazioni. Godiamoci questa bella occasione per stare insieme, conoscerci meglio e sentirci parte della stessa famiglia parrocchiale.
Che le castagne siano calde, la compagnia allegra e la fraternità ancora più calda del fuoco che le arrostisce!
🌰 🍷

«Amerai il Signore Dio tuo… Amerai il prossimo tuo come te stesso»(Mat 22, 34-40).Il Vangelo ci conduce al cuore della f...
25/10/2026

«Amerai il Signore Dio tuo… Amerai il prossimo tuo come te stesso»
(Mat 22, 34-40).
Il Vangelo ci conduce al cuore della fede, là dove tutte le parole della Legge, tutte le preghiere, tutti i sacrifici e tutte le opere religiose trovano il loro significato più profondo: l’amore.
Un dottore della Legge si avvicina a Gesù e gli domanda, per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
La domanda sembra appartenere alla teologia, ma in realtà tocca il mistero stesso della nostra esistenza. È la domanda che ciascuno di noi, prima o poi, dovrebbe avere il coraggio di rivolgere a Dio: Signore, che cosa conta davvero? Che cosa rimarrà della mia vita quando tutto il resto sarà passato?
Gesù non risponde indicando una norma particolare, un precetto da osservare o una pratica religiosa da compiere. Egli ricentra tutta la vita dell'uomo su una relazione: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente, e amare il prossimo come se stessi.
In altre parole, Gesù ci dice che la santità non consiste anzitutto nel fare molte cose per Dio, ma nel lasciarci trasformare dall'amore di Dio, fino a imparare ad amare come Lui ama.
Amare Dio: consegnargli il centro del cuore
«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua
mente».
Notiamo una cosa: Gesù non dice semplicemente: amerai Dio. Dice: con tutto.
Tutto il cuore, tutta l'anima, tutta la mente.
Dio non domanda una parte della nostra vita, come se fosse un ospite al quale riservare una stanza della casa. Egli desidera entrare nella casa intera, anche nelle stanze che teniamo chiuse, quelle dove custodiamo le nostre paure, le ferite che non abbiamo perdonato, i desideri che ci vergogniamo di confessare, le delusioni che ci hanno resi diffidenti. Noi, invece, spesso amiamo Dio a condizione che non disturbi troppo i nostri progetti. Lo cerchiamo quando abbiamo bisogno di una grazia, lo invochiamo quando la sofferenza ci supera, lo ringraziamo quando le cose vanno bene. Ma facciamo fatica a consegnargli anche ciò che non comprendiamo, ciò che ci fa soffrire, ciò che non vorremmo perdere.
Eppure amare Dio significa proprio questo: non soltanto ricevere da Lui ciò che desideriamo, ma imparare a desiderare Lui più di ogni altra cosa.
Queste parole sono molto più di una bella espressione spirituale. Sono la diagnosi del cuore umano.
L'uomo cerca la felicità, ma spesso la cerca nei luoghi sbagliati. Cerca nel possesso ciò che soltanto la comunione può donare; cerca nel successo ciò che soltanto l'amore può offrire; cerca negli applausi degli uomini quella conferma profonda che può nascere soltanto dall'essere amato da Dio.
Possiamo avere molte cose e sentirci vuoti. Possiamo essere circondati da persone e sentirci soli. Possiamo persino pregare ogni giorno e, tuttavia, vivere interiormente lontani da Dio. Perché il problema non è sempre l'assenza di Dio nella nostra vita. A volte è la presenza di tante altre cose che non gli permettono più di parlare al nostro cuore.
Amare Dio con tutto noi stessi significa permettergli di diventare il centro dal quale ogni altra cosa riceve il suo giusto posto.
Quando Dio torna al centro, non scompaiono necessariamente i problemi, ma cambia il modo di attraversarli.
La sofferenza non è più soltanto assurdità, perché può diventare il luogo nel quale ci lasciamo sostenere. Il fallimento non è più la fine della nostra dignità. La morte stessa, pur restando una ferita dolorosa, non ha più l'ultima parola. Amare Dio è consegnargli la nostra vita senza pretendere di comprenderne ogni passaggio.
La vera prova della nostra relazione con Dio non è la perfezione della nostra immagine religiosa, ma la progressiva trasformazione del nostro modo di amare.
Gesù continua:
«Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso».
È sorprendente che Gesù dica che il secondo comandamento è simile al primo.
Non sono due amori separati, come se potessimo amare Dio da una parte e ignorare il fratello dall'altra.
L'amore per Dio e l'amore per il prossimo sono distinti, ma inseparabili. L'uno verifica la verità dell'altro.
San Giovanni, nella sua Prima Lettera, scriverà: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20).
Ecco la grande verità evangelica: il prossimo è il luogo nel quale il nostro amore per Dio diventa visibile.
È facile amare l'umanità in astratto. È più difficile amare la persona concreta che ci contraddice, il familiare che ci delude, il collega che ci mette in difficoltà, l'anziano che ripete le stesse cose, il povero che interrompe la nostra tranquillità.
È facile pregare per la pace nel mondo. È più difficile rinunciare a una parola cattiva dentro casa.
Talvolta l'atto più grande di carità è semplicemente restare accanto a una persona senza pretendere di risolvere tutto.
Amare non significa sempre avere le parole giuste. A volte significa condividere il silenzio, portare un peso insieme, rispettare una lacrima.
Dio ci ama anche attraverso la pazienza di qualcuno che non si stanca di noi. E spesso desidera amare gli altri attraverso la nostra pazienza.
Gesù non ci chiede di chiamare bene il male, né di fingere che il dolore non esista. L'amore cristiano non esclude la verità, la giustizia o la necessità di stabilire confini quando qualcuno ci fa del male.
Ci chiede, però, di non permettere che il male ricevuto diventi l'unica legge del nostro cuore.
don Gaetano

La Parrocchia è molto più di un luogo: è una casa aperta a tutti, dove ciascuno può trovare ascolto, amicizia e la gioia...
22/10/2026

La Parrocchia è molto più di un luogo: è una casa aperta a tutti, dove ciascuno può trovare ascolto, amicizia e la gioia di camminare insieme.
Ti aspettiamo per vivere insieme questo momento di catechesi, per riscoprire la bellezza di essere Comunità.

IL POTERE DELLA LEGGE NON È LA LEGGE DEL POTERE. C’è una differenza abissale tra il potere della legge e la legge del po...
21/10/2026

IL POTERE DELLA LEGGE NON È LA LEGGE DEL POTERE.
C’è una differenza abissale tra il potere della legge e la legge del potere. Il primo nasce per proteggere, custodire la dignità umana e impedire che il più forte divori il più debole.
La seconda, invece, nasce quando chi detiene il potere pretende di essere al di sopra di ogni regola, trasformando la giustizia in uno strumento di dominio e la legge in un’arma contro chi non ha voce.
È qui che si misura la grandezza di una società: non nella forza di chi comanda, ma nella capacità di impedire a chi comanda di abusare della propria forza.
E proprio qui, duemila anni fa, si è levata la voce di Gesù di Nazaret.
Una voce scomoda.
Una voce che non accarezzava le coscienze per lasciarle addormentate, ma le scuoteva per costringerle a scegliere. Una voce che non si inginocchiava davanti al prestigio, non si lasciava intimidire dall’autorità religiosa e non confondeva il rispetto delle istituzioni con l’obbedienza cieca agli uomini.
Gesù non è venuto a consacrare il potere dei forti ma a ricordare ai forti che esiste qualcosa di più grande del loro potere: la dignità della persona umana, la giustizia, la misericordia e la verità.
«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Mc 2, 27).
In questa frase c’è una rivoluzione.
Gesù non sta semplicemente discutendo di una norma religiosa.
Sta mettendo a n**o una tentazione che attraversa ogni epoca: costruire regole e poi usarle per schiacciare le persone, difendere procedure e dimenticare le vite, proteggere la forma e tradire la sostanza.
Quando una norma diventa più importante della persona che dovrebbe tutelare, qualcosa si è spezzato.
Quando la burocrazia si trasforma in indifferenza, quando la rigidità diventa una scusa per non aiutare, quando la legalità viene invocata soltanto contro i deboli e dimenticata davanti ai potenti, non siamo più davanti alla giustizia nella sua pienezza. Siamo davanti al rischio di una legge svuotata della propria anima.
Attenzione, però: non significa che ogni legge ingiusta possa essere ignorata a piacimento, né che la misericordia autorizzi l'arbitrio.
Significa che la legge deve essere continuamente interrogata sulla sua finalità, sulla sua equità e sul modo in cui viene applicata.
Nel Vangelo di Matteo, Gesù pronuncia parole durissime contro gli scribi e i farisei che ostentano la propria autorità religiosa mentre trascurano ciò che conta davvero: «la giustizia, la misericordia e la fedeltà» (Mt 23, 23).
Non condanna la giustizia, condanna la sua falsificazione.
Non attacca la responsabilità, attacca l'ipocrisia di chi pretende di insegnare agli altri ciò che non è disposto a vivere.
Il bersaglio della sua denuncia è una religiosità capace di curare meticolosamente l'apparenza e, nello stesso tempo, di lasciare ferite le persone. Una religiosità che ama i titoli, i posti d'onore e il riconoscimento pubblico, ma rischia di dimenticare il dolore di chi non conta.
Questa predicazione non riguarda soltanto il mondo religioso. Interroga ogni luogo in cui si esercita un'autorità: i palazzi della politica, le aule dei tribunali, le istituzioni, le organizzazioni, le comunità e persino le nostre case.
Perché il potere non diventa pericoloso soltanto quando è esercitato con violenza. Diventa pericoloso anche quando si convince di non dover rendere conto a nessuno.
Il potere corrompe la giustizia quando pretende obbedienza senza responsabilità, rispetto senza reciprocità e autorità senza servizio.
Gesù, invece, capovolge questa logica: chi vuole essere grande impari a servire.
È un rovesciamento radicale. La grandezza non si misura da quante persone riesci a piegare, ma da quante riesci a rialzare.
Gesù mette a confronto il proprio insegnamento con il comportamento dei governanti che dominano e fanno sentire il peso della loro autorità. Poi pronuncia una frase che dovrebbe risuonare in ogni luogo in cui qualcuno esercita potere: «Non così dovrà essere tra voi» (Mt 20, 26).
Non così, non con l'arroganza di chi considera gli altri strumenti.
Non con la prepotenza di chi scambia il comando per un diritto illimitato, non con la mentalità di chi ritiene che occupare una posizione elevata significhi essere moralmente superiore.
Gesù propone un'altra idea di autorità: «Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore»
(Mt 20, 26).
Qui si trova il cuore politico e spirituale della Sua predicazione, senza ridurla a un programma di partito: l'autorità è legittimata dalla responsabilità verso gli altri, non dalla possibilità di dominarli.
Il vero potere non ha bisogno di umiliare per affermarsi.
Non teme il confronto,
non si nasconde dietro
il prestigio,
non considera la critica
un tradimento.
Il vero potere sa rispondere delle proprie decisioni, accetta i limiti, riconosce gli errori e comprende che nessuna carica trasforma una persona in un essere superiore.
Chi comanda e non serve tradisce la logica di Gesù.
Chi governa e disprezza la dignità umana tradisce la responsabilità che gli è stata affidata.
Chi invoca la legge per gli altri e pretende privilegi per sé non difende l'ordine: difende la propria posizione.
C'è un'altra scena evangelica che illumina questa battaglia: la donna accusata di adulterio, trascinata davanti a Gesù dai suoi accusatori
(Gv 8,1-11).
La situazione è costruita per intrappolarlo.
La legge viene evocata come strumento di condanna, mentre una persona rischia di essere ridotta a oggetto di una disputa morale e religiosa.
Gesù non banalizza il peccato e non proclama irrilevante la responsabilità. Ma impedisce che la condanna diventi uno spettacolo di superiorità morale.
«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8, 7).
Questa frase non cancella la giustizia: smaschera la presunzione di chi pretende di amministrarla senza interrogare prima la propria coscienza.
È un colpo durissimo contro l'ipocrisia.
Contro chi punta il dito per nascondere le proprie colpe, contro chi esige dagli altri una perfezione che non pretende da sé.
Contro chi usa la morale come una clava e la religione come un tribunale permanente.
La misericordia, nella predicazione di Gesù,
non è complicità con il male.
È la possibilità di non ridurre mai un essere umano al suo errore.
È la forza di un giudizio che non si trasforma in vendetta e di una responsabilità che lascia aperta la strada alla conversione.
Una società giusta deve saper distinguere tra responsabilità e umiliazione, tra sanzione e vendetta, tra fermezza e crudeltà.
«Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»
(Mt 22, 21).
Questa risposta di Gesù non offre una formula semplicistica sui rapporti tra religione e Stato.
Ma stabilisce una distinzione fondamentale:
il potere politico non coincide con il potere assoluto.
Cesare può pretendere ciò che gli compete, non può per questo diventare il padrone della coscienza umana.
Nessuna autorità terrena può rivendicare un' obbedienza illimitata. Nessun governante può confondere il proprio interesse con il bene comune.
La fede cristiana, quando prende sul serio il Vangelo, non dovrebbe trasformarsi in una decorazione religiosa del potere.
Non dovrebbe benedire automaticamente chi comanda, né tacere davanti all'ingiustizia per conservare privilegi o vicinanza ai potenti.
Dovrebbe, piuttosto, ricordare a ogni autorità che esistono limiti, responsabilità e persone la cui dignità non è negoziabile.
E dovrebbe ricordare ai credenti che la fedeltà a Gesù non si dimostra soltanto con le parole pronunciate nei luoghi di culto, ma anche con il coraggio di difendere chi viene ignorato, escluso o schiacciato.
«Il potere della legge non è la legge del potere».
Non è soltanto una frase efficace ma una linea di demarcazione tra due modi opposti di intendere la convivenza umana.
Da una parte, la legge come argine alla prepotenza, garanzia di diritti e strumento di giustizia. Dall'altra, la legge piegata alla volontà di chi è abbastanza forte da manipolarla, aggirarla o applicarla soltanto quando gli conviene.
Da una parte, l'autorità come servizio.
Dall'altra, il comando come privilegio.
Da una parte, il Vangelo che invita il potente a farsi servitore.
Dall'altra, la tentazione di trasformare il prossimo in un suddito.
Gesù non ha insegnato che ogni autorità sia malvagia, né che ogni regola debba essere abbattuta.
Ha insegnato qualcosa di più esigente: che nessuna autorità può giustificare la propria arroganza con il semplice fatto di possedere autorità, e che nessuna osservanza esteriore può compensare il tradimento della giustizia, della misericordia e della fedeltà.
Per questo la Sua voce continua a disturbare.
Disturba chi vuole comandare senza essere interrogato.
Disturba chi confonde il rispetto con il silenzio. Disturba chi usa Dio per legittimare se stesso e chi invoca la legge per non dover rispondere
alla propria coscienza.
Ma soprattutto, quella voce interpella
ciascuno di noi.
Perché il problema non è soltanto riconoscere l'abuso di potere negli altri.
È avere il coraggio di rinunciarvi quando siamo noi a poterlo esercitare.
Il potere della legge serve a impedire che qualcuno diventi padrone degli altri.
La legge del potere, invece, comincia quando qualcuno si convince di esserlo già.
Ed è proprio lì che il Vangelo torna a pronunciare il suo giudizio più radicale: non così dovrà essere tra voi.
don Gaetano

“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).In un mondo che corre e spesso la...
20/10/2026

“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).
In un mondo che corre e spesso lascia il cuore inquieto, Gesù ci aspetta nel silenzio dell’Adorazione Eucaristica.
Davanti a Lui possiamo deporre ogni peso, ogni paura, ogni ferita e lasciarci avvolgere dal Suo amore misericordioso.
Sarà un momento intenso di preghiera, di raccoglimento e di comunione con il Signore, per ritrovare pace, forza e speranza.
Non importa come arriviamo: Gesù ci accoglie così come siamo e trasforma il nostro cuore con la Sua presenza.

N.B. Ogni primo Giovedì del mese Ad.Euc. ore 17.15
S.Messa ore 18.00
Veglia Eucaristica Animata ore 18.30

Indirizzo

Via Caronda N. 102
Catania
95128

Notifiche

Lascia la tua email e sarai tra i primi a sapere quando Parrocchia Santa Maria della Mercede - Catania pubblica novità e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi

Categoria