27/10/2026
UNA CASA CHIAMATA PARROCCHIA.
«Una comunità da vivere, non da frequentare a settori».
La parola parrocchia viene dal greco παροικία (paroikía), collegata al verbo παροικέω (paroikéō).
È una parola molto ricca:
para significa «presso, accanto» e oikos significa «casa».
Letteralmente, quindi, richiama l'idea di abitare presso una casa, di vivere accanto, di essere ospiti o residenti in un luogo senza dimenticare che la propria patria definitiva è altrove.
Nella tradizione cristiana questa parola assume un significato ancora più profondo: la Chiesa è una comunità di persone che cammina nella storia, vive in un territorio concreto, costruisce relazioni, celebra, serve, annuncia il Vangelo, ma sa di essere in cammino verso una dimora definitiva.
La parrocchia, dunque, non è semplicemente un edificio.
Non è il campanile.
Non è l'ufficio parrocchiale.
Non è il luogo dove si va per ricevere un sacramento.
La parrocchia è anzitutto una comunità di persone che abitano insieme un tratto della storia e cercano insieme il Signore.
Se la parrocchia richiama la «casa», allora dobbiamo chiederci:
Come si vive in una casa?
In una casa non ci si incontra soltanto per fare una determinata attività.
Non esiste una famiglia in cui uno è presente esclusivamente in cucina, un altro soltanto in salotto e un altro soltanto in giardino.
La casa è una realtà comune e integrale.
Nella casa si gioisce e si soffre, si mangia e si prega, si discute e ci si riconcilia, si accolgono gli altri e ci si prende cura dei più fragili.
Allo stesso modo, la parrocchia è una casa nella quale tutta la vita cristiana trova il suo posto.
Chiediamoci:
Chi è il parrocchiano?
Anche la parola parrocchiano nasce da questa stessa radice.
Il parrocchiano è colui che appartiene alla parrocchia, cioè a quella comunità che vive «presso» una casa, che condivide un cammino e una vita comune.
Ma possiamo andare ancora più in profondità.
Se la parrocchia è casa, il parrocchiano non è semplicemente un utente della casa.
È qualcuno che la abita.
C'è una grande differenza tra frequentare una casa e abitarla.
Chi frequenta una casa può entrarvi quando gli serve qualcosa.
Chi la abita, invece, se ne prende cura.
Questa distinzione può aiutarci a comprendere la nostra appartenenza alla comunità cristiana.
Il parrocchiano non è un cliente.
A volte rischiamo di vivere la parrocchia come un luogo al quale rivolgerci quando abbiamo bisogno di qualcosa:
per il Battesimo;
per la Prima Comunione;
per la Cresima;
per il matrimonio;
per un funerale;
per una benedizione;
per una necessità personale.
Ma la parrocchia non è un servizio religioso.
La comunità cristiana non è un distributore di sacramenti, non è una banca, non è un parco giochi e non è un supermercato.
Il parrocchiano non è un cliente che viene per ricevere un servizio.
È un membro di una comunità.
E un membro non vive soltanto ciò che gli interessa personalmente.
«Non si vive a settori».
Qui tocchiamo un punto fondamentale.
Possiamo essere presenti in parrocchia a settori.
C'è chi vive soltanto la liturgia.
C'è chi vive soltanto la catechesi.
C'è chi partecipa soltanto alle attività dell'oratorio.
C'è chi si occupa soltanto della carità.
C'è chi viene soltanto alle feste.
C'è chi partecipa soltanto al proprio gruppo.
Tutte queste realtà sono belle e necessarie.
Il problema nasce quando il settore diventa il tutto.
Io non sono soltanto «quello della Caritas».
Non sono soltanto
«quello del coro».
Non sono soltanto
«quello dell'oratorio».
Non sono soltanto
«quello del catechismo».
Non sono soltanto
«quello del gruppo».
Sono un parrocchiano.
E il parrocchiano vive la comunità nella sua globalità.
La vita parrocchiale è come un corpo: ci sono molte membra e molte funzioni, ma un solo corpo.
UNA SOLA COMUNITÀ E MOLTE ESPRESSIONI.
La parrocchia ha molte espressioni:
Liturgia – celebriamo insieme la fede.
Parola – ascoltiamo e approfondiamo il Vangelo.
Catechesi – cresciamo nella conoscenza della fede.
Carità – ci prendiamo cura concretamente degli altri.
Missione – usciamo verso chi è lontano.
Oratorio – accompagniamo bambini, ragazzi e giovani.
Famiglie – costruiamo relazioni e sosteniamo la vita familiare.
Fraternità – impariamo a conoscerci, accoglierci e perdonarci.
Queste non sono parrocchie diverse.
Sono espressioni diverse della stessa comunità.
Come le dita appartengono alla stessa mano, così le diverse realtà della parrocchia appartengono alla stessa Chiesa.
Per questo non possiamo dire:
«Questa è la mia parrocchia»
intendendo soltanto il mio gruppo, la mia attività, il mio ambiente.
La domanda più cristiana è:
«Come posso contribuire alla vita della nostra parrocchia?»
Il parrocchiano è una persona
“in relazione”.
La parola greca paroikía porta con sé anche l'idea del vivere «accanto».
Questo è importante.
Non posso essere parrocchiano da solo.
La fede cristiana non è un fatto puramente individuale.
Essere parrocchiano significa imparare a vivere accanto agli altri.
Accanto a chi mi è simpatico.
Ma anche accanto a chi è diverso da me.
Accanto a chi ha la mia sensibilità.
Ma anche accanto a chi ha un modo diverso di pensare.
Accanto a chi è forte.
Ma soprattutto accanto a chi è fragile.
Accanto a chi conosco.
Ma anche accanto a chi non conosco ancora.
La parrocchia diventa veramente casa quando smettiamo di chiederci:
«Che cosa ricevo io dalla comunità?» e cominciamo a chiederci: «Che cosa posso donare io alla comunità?»
Il parrocchiano non sceglie soltanto ciò che gli piace.
Una comunità cristiana non è costruita sui nostri gusti personali.
Se vivo la parrocchia soltanto scegliendo ciò che mi piace, rischio di trasformare la comunità in una somma di gruppi individuali.
Ma la comunità mi educa anche a uscire da me stesso.
A volte sarò chiamato a partecipare a qualcosa che non avrei scelto.
A volte incontrerò persone con cui faccio fatica a relazionarmi.
A volte dovrò mettere a disposizione un dono che non pensavo di avere.
A volte dovrò rinunciare a qualcosa per lasciare spazio a un altro.
Questo è il passaggio da:
«La parrocchia deve rispondere alle mie esigenze»
a: «Io sono chiamato a costruire la comunità».
Il parrocchiano vive la comunità nella sua totalità.
Essere parrocchiano significa allora vivere un'appartenenza che coinvolge tutta la persona.
Con la fede: partecipo alla vita sacramentale e ascolto la Parola.
Con il tempo: metto a disposizione qualcosa di me.
Con i talenti: condivido ciò che so fare.
Con le relazioni: costruisco fraternità.
Con il servizio: mi accorgo dei bisogni degli altri.
Con la preghiera: porto davanti al Signore la comunità.
Con la missione: non considero la parrocchia un luogo chiuso, ma una comunità inviata.
Il parrocchiano, quindi, non è colui che «fa tutto».
È colui che si sente parte del tutto.
Questa è una distinzione fondamentale.
Non tutti possono fare tutto, ne tutto dev'essere fatto da uno solo.
Ma tutti possono sentirsi responsabili della comunità.
Possiamo allora fermarci davanti a tre domande.
1. Io frequento la parrocchia o la abito?
Frequentare significa ve**re quando ho qualcosa da fare.
Abitare significa sentirmi parte di una casa.
2. Vivo la mia parrocchia come un insieme di settori?
«Io faccio questo e non mi interessa il resto».
Oppure riesco a riconoscere che ciò che fanno gli altri appartiene alla stessa comunità alla quale appartengo anch'io?
3. Mi sento responsabile della comunità?
Non soltanto:
«Che cosa organizza la parrocchia per me?»
ma: «Che cosa posso fare io perché questa comunità sia più accogliente, più fraterna e più evangelica?»
Possiamo allora arrivare a una definizione semplice:
LA PARROCCHIA È LA CASA DELLA COMUNITÀ CRISTIANA NEL TERRITORIO.
È il luogo nel quale persone diverse imparano a camminare insieme.
E il parrocchiano è colui che non si limita a utilizzare questa casa, ma la abita, la ama, la serve e se ne prende cura.
Non vive la parrocchia per compartimenti.
Non dice: «Questo è il mio gruppo»
ma dice: «Questa è la mia comunità».
Non dice: «Questa attività non mi riguarda»
ma dice: «Se apparteniamo alla stessa casa, ciò che riguarda la vita della casa riguarda anche me».
Non significa che dobbiamo essere presenti a ogni attività.
Significa qualcosa di più profondo:
possiamo avere compiti diversi, sensibilità diverse e servizi diversi, senza perdere la consapevolezza di appartenere a un'unica comunità.
DA FREQUENTATORI AD ABITANTI.
Forse oggi la domanda più importante non è:
«Quante attività facciamo in parrocchia?»
Ma: «QUANTO CI SENTIAMO UNA COMUNITÀ?».
Perché una parrocchia può avere molte attività e avere poca comunione.
Può avere molti gruppi e poca fraternità.
Può avere molte persone che lavorano e poche persone che si sentono realmente parte di una casa comune.
La sfida è diventare una comunità nella quale ciascuno possa dire:
«Questa è casa mia senza penalizzare o non considerare l'ultimo arrivato».
Questa è casa mia non perché tutto funziona secondo i miei desideri.
Ma perché qui cammino con altri fratelli e sorelle.
Qui ricevo e dono.
Qui celebro e servo.
Qui imparo e insegno.
Qui sono accolto e accolgo.
Qui posso essere sostenuto e posso sostenere.
Qui non sono un cliente,
sono un fratello.
Non sono un semplice frequentatore,
sono parte della comunità.
E non vivo la parrocchia a settori ma la vivo come una casa comune.
Una frase da portare con noi
«Il parrocchiano non è colui che frequenta un'attività della parrocchia, ma colui che si sente parte della vita della comunità nella sua totalità».
E allora possiamo trasformare la domanda:
«Che cosa fa la parrocchia per me?»
in: «Che cosa posso fare io, insieme agli altri, perché la nostra parrocchia diventi sempre più una casa in cui Cristo è Vivo e ogni persona possa sentirsi accolta?»
don Gaetano