Parrocchia San Leone Vescovo Catania

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05/06/2026
03 giugno: Mercoledì IX settimana (Santi Carlo Lwanga e compagni, martiri)In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei...
03/06/2026

03 giugno: Mercoledì IX settimana (Santi Carlo Lwanga e compagni, martiri)

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore» (Mc 12,18-27).

I sadducei appartenevano all'aristocrazia del tempo ed erano strettamente legati alla classe sacerdotale. Pragmatici e attenti agli equilibri del potere, mantenevano un atteggiamento generalmente favorevole nei confronti dell'autorità romana. Dal punto di vista religioso, non credevano nella risurrezione dei morti e riconoscevano come ispirati soltanto i primi cinque libri della Scrittura. Per questo motivo non accoglievano la prospettiva messianica così presente nei testi profetici.
La loro concezione della fede era sostanzialmente limitata all'orizzonte terreno: il rapporto con Dio, il culto e l'osservanza della Legge erano finalizzati a vivere bene in questa vita. È interessante notare come questa mentalità non sia del tutto estranea anche a una certa forma di cristianesimo contemporaneo. San Paolo, infatti, scrive: «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini» (1Cor 15,19).
Partendo da una norma contenuta nel Deuteronomio (Dt 25,5), secondo la quale il fratello di un uomo morto senza figli doveva sposarne la vedova per assicurare una discendenza al defunto, alcuni sadducei presentano a Gesù un caso volutamente paradossale: una donna che, rimasta vedova sette volte, ha sposato tutti i fratelli del primo marito. La domanda è provocatoria: nella risurrezione, di chi sarà moglie?
Con questo esempio essi intendono dimostrare l'assurdità della fede nella risurrezione. Gesù, però, non si lascia intrappolare nella loro logica e invita a cambiare prospettiva.
Anzitutto afferma che essi non conoscono né le Scritture né la potenza di Dio. Non conoscono le Scritture perché le leggono in modo parziale; non conoscono la potenza di Dio perché non credono che Egli possa fare nuove tutte le cose.
La risurrezione, infatti, non consiste nella semplice continuazione della vita presente. Non è il prolungamento dei rapporti terreni così come li conosciamo oggi. Gesù afferma che, nella vita risorta, non si prende né moglie né marito, ma si è «come angeli nel cielo». Non significa diventare esseri disincarnati o privi della propria identità, ma partecipare pienamente della vita di Dio, vivendo da figli nella comunione perfetta con Lui.
Gli affetti terreni non vengono annullati, ma trasfigurati. La risurrezione apre a una dimensione nuova dell'esistenza, una pienezza che supera ciò che possiamo immaginare e che, in qualche modo, inizia già ora nella vita di chi vive unito a Cristo.
Anche il matrimonio trova la sua verità più profonda alla luce della risurrezione. Se viene concepito soltanto come uno strumento per stare bene insieme, prima o poi rischia di crollare sotto il peso delle difficoltà. Quando il benessere personale diventa il criterio assoluto, si può essere tentati di sostituire il coniuge con la stessa facilità con cui si cambia un oggetto che non funziona più.
L'amore cristiano, invece, nasce dal mistero pasquale di Cristo. L'indissolubilità del matrimonio non è anzitutto una legge da osservare, ma un dono che scaturisce dall'amore di Cristo, un amore più forte della morte e comunicato agli sposi mediante lo Spirito Santo.
Per questo san Giovanni può affermare: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14). In altre parole, la vita nuova della risurrezione non appartiene soltanto al futuro: può essere già sperimentata nel presente. Ogni autentico gesto di amore è una vittoria della vita sulla morte.
Alla luce di questa verità si comprendono anche le parole di san Paolo sul matrimonio: «Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5,32). L'amore degli sposi è chiamato a diventare segno visibile dell'amore fedele e definitivo di Cristo.
Non è casuale che il nuovo rito del matrimonio abbia sostituito l'espressione «prendo te come mia moglie» o «prendo te come mio marito» con le parole «accolgo te». L'amore cristiano non è possesso, ma accoglienza; non è appropriazione dell'altro, ma riconoscimento del suo mistero e della sua dignità.
Infine Gesù dimostra l'errore dei sadducei proprio a partire dai libri che essi riconoscono come sacri. Richiama l'episodio del roveto ardente, quando Dio si rivela a Mosè dicendo: «Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe» (Es 3,6).
Dio non dice: "Io ero". Dice: "Io sono". Egli è il Dio dei viventi, non dei morti. Coloro che hanno vissuto in alleanza con Lui continuano a vivere davanti a Lui.
È bello contemplare questo aspetto della rivelazione: Dio sceglie di legarsi personalmente all'uomo. Non si presenta semplicemente come il Dio dell'universo o della storia, ma come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. È un Dio che entra in relazione e che non abbandona coloro che ama.
Finché Dio rimane soltanto un'idea, una teoria o un'opinione, non raggiunge veramente il cuore dell'uomo. Diventa vivo quando incontra la nostra storia concreta e personale. Allora non è più soltanto il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma diventa anche il mio Dio.
Non nel senso che ciascuno si costruisce un Dio a propria immagine, ma nel senso che ciascuno è chiamato a fare esperienza della sua presenza e del suo amore nella propria irripetibile vicenda umana. Ed è proprio questa relazione personale che apre già oggi alla vita eterna.

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22 maggio: Venerdì VII settimana di Pasqua (Santa Rita).In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi e...
22/05/2026

22 maggio: Venerdì VII settimana di Pasqua (Santa Rita).

In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse "Mi vuoi bene?", e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi» (Gv 21,15-19).

È molto bello che, nei due giorni che precedono la gioiosa festa della Pentecoste, la liturgia ci riproponga il capitolo 21 del Vangelo di Giovanni. L’inizio di questo capitolo, l’apparizione di Cristo risorto a sette discepoli lungo il lago di Galilea, l’abbiamo ascoltato durante la prima settimana di Pasqua.
Sappiamo che questo capitolo è considerato da molti studiosi un’aggiunta successiva, scritta diversi anni dopo la stesura originaria del Vangelo. Infatti, il capitolo precedente si concludeva in modo apparentemente definitivo:
«Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome».
Il biblista Silvano Fausti scrive che, con l’aggiunta del capitolo 21, l’autore dichiara che il Vangelo è un “libro aperto”. Infatti, noi e lo Spirito Santo — dono del Cristo glorificato alla destra del Padre, che viene ad abitare in noi — continuiamo l’opera di Cristo nella storia.
Scrive san Paolo:
«Voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori» (2Cor 3,3).
Perché questo accada, è necessario rispondere alla domanda:
«Mi ami più di costoro?»
Dopo aver manifestato sulla croce il suo amore fino alla fine, Cristo può rivolgere senza esitazione questa richiesta fondamentale per ogni relazione autentica: l’amore desidera essere amato.
Sappiamo che la risposta affermativa di Pietro — «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene» — non si fonda più sulla presunzione di poter dare la vita per Gesù (cfr. Gv 13,37), ma sulla consapevolezza di essere conosciuto e amato dal Signore. Gesù gli aveva predetto il rinnegamento (cfr. Gv 13,38), ma anche che un giorno lo avrebbe seguito davvero (cf. Gv 13,36). Inoltre, Pietro non mette più il proprio amore a confronto con quello degli altri discepoli e, significativamente, non usa il verbo agapáo (amore totale) impiegato da Gesù, ma philéo, che indica l’affetto dell’amicizia.
Se vogliamo permettere al nostro amore per il Signore di crescere e giungere a maturazione, dobbiamo essere disposti non solo a rinunciare a ogni vanto e a ogni forma di compiacimento, ma anche a riconciliarci con i nostri fallimenti. Solo così possiamo arrivare a credere che il mistero della nostra debolezza non impedisce l’offerta di comunione che il Signore continua instancabilmente a rinnovarci:
«Seguimi».
Naturalmente, il desiderio di riprendere la sequela, reso possibile dalla forza trasformante della Pasqua, non può riaccendersi senza accettare di diventare altro rispetto a ciò che, all’inizio, avevamo immaginato per noi stessi:
«In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Ormai prossimi alla Pentecoste, la liturgia del tempo pasquale sembra avere un solo grande scopo: accrescere in noi il desiderio che lo Spirito del Signore risorto trasformi tutta la nostra esistenza in testimonianza della fedeltà di Dio e in uno stile di vita sempre più libero dalla paura e dalle aspettative egoistiche.
Alla vigilia della Pentecoste, la domanda rivolta a Pietro raggiunge anche ciascuno di noi:
«Mi vuoi bene?».
Non ci viene chiesta una perfezione impossibile, ma la disponibilità a lasciarci amare e trasformare dal Signore. È proprio dentro la nostra fragilità che lo Spirito Santo continua a operare, rendendoci capaci di seguire Cristo con umiltà, libertà e fiducia. Chiediamo allora il dono di un cuore semplice e docile, perché tutta la nostra vita possa diventare una “lettera di Cristo” leggibile da ogni uomo e donna che incontriamo.

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21 maggio: Giovedì VII settimana di PasquaIn quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]«Non prego sol...
21/05/2026

21 maggio: Giovedì VII settimana di Pasqua

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch'essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,20-26).

Come recuperare la speranza in quei momenti della vita in cui sembra di attraversare un tunnel infinito — delusioni, problemi sul lavoro, difficoltà familiari, incomprensioni, malattie?
Rimanendo ancorati alla Sua Parola e meditando su come il Signore ha affrontato le ore che hanno preceduto il Suo arresto.
In questi giorni abbiamo meditato su come Gesù, durante la Sua ultima grande preghiera sacerdotale, portasse nel cuore i Suoi amici. Era più preoccupato per i discepoli che per Se stesso. Chiede al Padre di custodirli nell’amore, di sostenerli nello scandalo della croce e nelle fatiche che anche loro avrebbero dovuto affrontare.
Ma la Sua preghiera si allarga e guarda oltre i confini della storia, fino ad arrivare a noi, che abbiamo creduto in Lui grazie alla testimonianza credibile di chi ci ha annunziato il Signore. Siamo davvero preziosi ai Suoi occhi. Prima ancora che noi potessimo innalzare una preghiera al Signore, Egli ne ha innalzata una al Padre per noi.
E cosa chiede?
«Che tutti siano una sola cosa; come Tu, Padre, sei in me e io in Te, siano anch’essi in noi».
Probabilmente non è la prima cosa che avremmo chiesto in dono al Signore. Eppure, a pensarci bene, è proprio ciò di cui abbiamo bisogno. Viviamo in un mondo frammentato, pieno di guerre e di lotte fratricide. E questa fragilità la sperimentiamo anche dentro di noi. In un simile contesto diventa difficile comprendere chi siamo e quale sia il fine della nostra vita. Solo rimanendo uniti a Lui e uniti gli uni agli altri — senza trasformare l’unità in omologazione — possiamo vivere davvero.
La divisione dall’altro produce morte. Ogni forma di razzismo, di discriminazione nella società o verso i poveri, gli emarginati, gli affamati, i carcerati — verso tutti coloro che disprezziamo perché “non contano” — ferisce profondamente anche noi stessi come figli di Dio. Gesù chiede che siamo uno: uno nell’amore, come il Padre è in Lui.
La comunione e l’unità che Cristo chiede non si fondano sui buoni sentimenti — perché davanti ai nostri limiti finiremmo sempre per scontrarci — ma sull’unione che proviene da Dio, dall’unione con Lui che è Amore. Più ci stringiamo a Cristo, mediatore e garante della continua effusione dello Spirito, più la nostra comunione diventa forte.
Per questo la credibilità dell’annuncio cristiano non è affidata alla propaganda, alle strutture o a tutte quelle cose “belle” che inventiamo, né alle crociate o a una semplice identità culturale cristiana, ma all’accoglienza di ogni persona, perché tutti siamo figli nel Figlio. La cattolicità della Chiesa non si fonda su un unico rito, ma sull’apertura a ogni uomo.

Signore Gesù, quando il cuore è stanco e la speranza sembra spegnersi, insegnaci a rimanere uniti a Te, Figlio amato del Padre.
Donaci il tuo soffio vitale e uno sguardo sempre rivolto al Padre, ma, nello stesso tempo, capace di riconoscere ogni fratello come un tuo dono, affinché la tua ultima richiesta rivolta al Padre nella preghiera sacerdotale — ut unum sint — sia fonte di vita per noi e testimonianza per il mondo.”

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20 maggio: Mercoledì VII settimana di Pasqua.In quel tempo, [Gesù, alzati gli occhi al cielo, pregò dicendo:]«Padre sant...
20/05/2026

20 maggio: Mercoledì VII settimana di Pasqua.

In quel tempo, [Gesù, alzati gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand'ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità» (Gv 17,11b-19).

Continuiamo a gustare la preghiera che Gesù rivolge al Padre nel momento più intenso e drammatico della sua vita: invece di disperarsi per il proprio destino, egli prega per i suoi discepoli. Come un pastore preoccupato per le pecore che stanno per essere percosse, chiede al Padre di custodirle dal Maligno.
In questa preghiera il verbo custodire ricorre più volte. Nel contesto, non indica una situazione in cui il Signore ci osserva per toglierci la libertà di sbagliare o per impedirci di andare a sfracellarci. Non si tratta di una specie di assicurazione contro ogni forma di infortunio: non abbiamo alcun vantaggio né privilegio rispetto agli altri uomini. Davvero possiamo correre il rischio di perdere il bene più prezioso che ci viene donato: la figliolanza divina.
Questa richiesta di custodia è lontana da ogni logica di paternalismo o assistenzialismo; lascia infatti che si manifesti il mistero del rifiuto e della mancata accoglienza:
«Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura».
Considerazione amara! Vorremmo eliminare questa espressione — “figlio della perdizione” — perché tutti ci sentiamo a rischio. Impressiona, però, che dietro la possibilità reale del rifiuto e della rovina, ogni figlio — persino il figlio della perdizione — resti un figlio amato; anche colui che sceglie di non lasciarsi amare.
Quando Gesù chiede al Padre di custodirci, sta affermando che Egli è pronto a restituirci la parte migliore di noi, anche se l’abbiamo disprezzata, barattandola per un piatto di lenticchie. Per comprendere questa richiesta, ci viene in aiuto la profezia di Ezechiele:
«Io agisco non per riguardo a voi, casa d'Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete profanato fra le nazioni presso le quali siete giunti. Santificherò il mio nome grande, profanato fra le nazioni, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le nazioni sapranno che io sono il Signore — oracolo del Signore Dio — quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi.
Vi prenderò dalle nazioni, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo le mie leggi e vi farò osservare e mettere in pratica le mie norme» (Ez 36,22-27).
Non si tratta di un atto egoistico da parte di Dio. Tramite il profeta, Egli dichiara solennemente di essere sempre pronto a restituire all’uomo la sua dignità di figlio (basti pensare alla parabola del “figlio prodigo”).
Quanto più faremo esperienza di questo amore che ci custodisce, tanto più scopriremo la bellezza di partecipare alla sua missione:
«Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità».
Per comprendere meglio questo aspetto, mi piace ricordare la parabola dei talenti (Mt 25,14-30). In questo racconto il padrone accusa il servo che aveva “custodito” il talento nascondendolo sottoterra di essere malvagio e pigro. Custodire, allora, non significa semplicemente restare inerti, ma mettersi in gioco, rischiare, senza paura di sbagliare. Non dobbiamo dimenticare che non siamo soli: Gesù aveva promesso che avrebbe mandato l’altro Paraclito.

Signore Gesù, tu che hai pregato il Padre perché ci custodisse nel suo amore, donaci un cuore libero dalla paura e capace di fidarsi di Te.
Quando ci sentiamo fragili o smarriti, ricordaci che restiamo figli amati, mai abbandonati dalla tua misericordia.
Manda su di noi il tuo Spirito, perché sappiamo custodire i doni ricevuti e spenderli con coraggio nel servizio ai fratelli.
Fa’ che la nostra vita diventi testimonianza della tua verità e del tuo amore.

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15 Maggio: Venerdì VI settimana di Pasqua«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si ral...
15/05/2026

15 Maggio: Venerdì VI settimana di Pasqua

«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla» (Gv 16,20-23a).

Per comprendere meglio il brano evangelico di oggi, ritengo sia necessario legarlo a quanto Gesù dice poco prima, invitando i suoi discepoli a leggere esistenzialmente il suo mistero pasquale:
«Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete… Voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».
La pace vera annunciata da Cristo (ben diversa da quella che offre il mondo) non è a basso costo. Non solo voi piangerete e gemerete, aveva detto Gesù, ma il mondo si rallegrerà perché non comprenderà il senso del vostro dolore; anzi, ne gioirà.
Davvero la morte di Gesù sembra il trionfo del male, la vittoria della violenza gratuita e beffarda (ancora oggi sperimentiamo il mistero dell’iniquità). I farisei volevano sconfessare Gesù e apparentemente ci sono riusciti. Si possono vivere momenti in cui sembra che la fede non porti nulla di buono e che la mondanità sia molto più appagante e gioiosa.
Ecco che i discepoli di tutti i tempi sono invitati a entrare nella logica pasquale già iscritta nella natura: come il chicco di grano, che porta frutto solo se muore nascosto nella terra, o come il travaglio del parto. La donna, superato il momento del parto, non ricorda più le sofferenze affrontate: il dolore è stato solo un istante, mentre la gioia è duratura perché è venuto al mondo un uomo. Che cosa pensa una mamma quando guarda la creatura che ha messo al mondo? Pensa al fatto di aver sofferto terribilmente o alla bellezza di quella vita e al suo futuro? Diceva don Tonino Bello che la croce è una collocazione provvisoria.
Non viene esaltato il dolore in sé, ma ciò che esso produce. Una cosa è gridare per una colica renale, un’altra è farlo per dare alla luce una vita. La sofferenza non è un’esperienza sterile, ma è finalizzata a una misteriosa felicità che sta per realizzarsi. Proprio come accade a una madre: la gioia affiora dopo le grida e il travaglio di un parto che scuote tutto il corpo.
Quando ci capitano eventi imprevisti e dolorosi, rischiamo di far funzionare male la nostra memoria. Tendiamo a ricordare solo la paura e l'angoscia degli ultimi istanti, sprofondando nel buio e nella solitudine. Questo, in fondo, è lo spavento più grande: il timore che qualcuno o qualcosa possa toglierci ciò per cui abbiamo sorriso e reso grazie.
Il Signore ci invita a non assolutizzare, a causa del nostro egoismo, un singolo segmento della nostra storia. Le sofferenze — non cercate, ma accolte — nelle mani di Dio diventano passaggi attraverso i quali qualcosa di nuovo può ve**re alla luce.
«Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia».
Questa immagine del dolore del parto e della gioia della madre nell’abbracciare il figlio nato dalle sue viscere, che Gesù utilizza per preparare i suoi discepoli a vivere quel momento drammatico, possiamo estenderla a tanti fatti della nostra vita. Non possiamo eliminare la dimensione del dolore e della fatica, però possiamo rendere il dolore fecondo nella misura in cui lo viviamo alla luce della Pasqua, in comunione con Cristo: siamo chiamati noi per primi a diventare nuove creature e ad aiutare altri a rinascere a vita nuova.
Quando attraversiamo fatiche, attese, delusioni e ferite che sembrano senza senso. Il Vangelo di oggi ci ricorda però che, nelle mani di Dio, nulla va perduto. Ogni croce vissuta con Cristo può diventare luogo di rinascita e di speranza. Chiediamo allora al Signore la grazia di non fermarci al buio del Venerdì santo, ma di vivere ogni prova con lo sguardo rivolto alla Pasqua, certi che la gioia che Lui prepara ai suoi figli nessuno potrà mai portarcela via.

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12 maggio: Martedì VI settimana di Pasqua«Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. ...
12/05/2026

12 maggio: Martedì VI settimana di Pasqua

«Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore.
Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi.
E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato» (Gv 16,5-11).

Più volte nel Vangelo di Giovanni viene posta a Gesù la domanda: “Dove vai?” (o espressioni simili). Inizialmente, i discepoli la intendevano in senso puramente materiale, chiedendosi verso quale luogo fisico si stesse recando. A queste domande Gesù rispondeva: “Dove vado io, voi per ora non potete ve**re; vi verrete più tardi”.
Assume quindi un significato profondo quanto detto da Gesù nel contesto dell’Ultima Cena:
«Ora vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: “Dove vai?”».
I discepoli, in quel momento, non riescono ancora a formulare la domanda nel suo senso più autentico: “Dove stai andando davvero? Qual è il senso profondo di ciò che stai compiendo?”. Gesù, infatti, sta per entrare (o meglio, ritornare) nella dimensione di Dio.
San Giovanni inizia il racconto della Passione sottolineando la piena consapevolezza di Gesù: era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre (Gv 13,1). Proprio questo ritorno al Padre è ciò che conferisce pieno significato alla sua missione e alla sua stessa identità: Gesù non è solo un profeta che ha compiuto prodigi, ma è il Figlio di Dio che fin dall’eternità è nel seno del Padre.
In questa fase, i discepoli percepiscono soltanto l'imminenza di un distacco, e ciò provoca in loro dolore e tristezza. Tuttavia, Gesù offre subito la chiave per superare questa visione limitata:
“È bene PER VOI che io me ne vada”.
Non dice “per me”, ma “per voi”.
Il suo passaggio al Padre attraverso la morte e la risurrezione rende infatti possibile una nuova forma di presenza: l’invio dello Spirito Paraclito — l’Avvocato, il Difensore e il Consolatore. Il dono più grande del Risorto ai suoi discepoli è proprio lo Spirito, che rende feconda la sua Pasqua e permette loro di comprendere, finalmente, quel "dove" che prima appariva oscuro.
L’azione dello Spirito Santo è profondamente dinamica. In un certo senso, Egli riapre il processo che i Giudei avevano intentato contro Cristo (processo che, a sua volta, rispecchia quello che l’uomo, spinto dal "padre della menzogna", muove costantemente contro Dio).
I Giudei avevano condannato Gesù come malfattore e blasfemo con una sentenza dura e definitiva. Tuttavia, con la Risurrezione e la venuta dello Spirito Santo, ha luogo una sorta di appello dinanzi a un tribunale superiore. Lo Spirito Santo, in qualità di Avvocato, smaschera gli accusatori e prova la falsità del primo giudizio. In questo modo, Cristo viene riabilitato e glorificato davanti all’umanità, mentre il mondo e il suo "principe" vengono smentiti e condannati.
Gesù afferma che lo Spirito di Verità dimostrerà la colpa del mondo riguardo a tre ambiti:
• Il peccato: identificato nel non credere in Cristo. Il peccato fondamentale dell'uomo è non riconoscersi figlio, non credere di avere un Padre e di avere dei fratelli; ogni altro male deriva da questa mancanza di fede.
• La giustizia: legata al ritorno di Gesù al Padre. L’amore tra il Padre e il Figlio è il segreto profondo e la vera giustizia del mondo. Lo Spirito ci insegna che il fondamento dell'esistenza non è il possesso, ma l’amore.
• Il giudizio: poiché il principe di questo mondo è già condannato. Lo Spirito ci mostra che il male, pur continuando ad agire, ha già perso il suo potere definitivo.
La morte e la risurrezione di Cristo pongono un argine invalicabile all'azione del maligno. Come scriverà san Giovanni nell’Apocalisse, alla fine dei tempi la vittoria dell’Agnello sarà totale e si consumerà il crollo definitivo del male e di tutte le sue forze.

Anche noi, come i discepoli, viviamo spesso con timore i momenti di separazione, di prova e di oscurità. Ma il Vangelo ci ricorda che il vuoto che si apre dinanzi a noi non è un baratro, bensì uno spazio percorribile. Il Signore non ci abbandona: ci dona il suo Spirito, presenza viva che consola, illumina e sostiene il nostro cammino. Accogliendo lo Spirito Santo, impariamo a guardare alla nostra esistenza non con gli occhi della paura, ma con quelli della fede, certi che il male non avrà l’ultima parola e che Cristo Risorto cammina sempre accanto alla sua Chiesa e a ciascuno di noi.

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