Don Salvatore Abagnale

Don Salvatore Abagnale Don Salvatore Abagnale presbitero diocesi sorrento-c.mare di stabia

Conosco il comandante Del Gaudio da una vita. Eravamo ragazzi quando, io ancora giovane seminarista, condividevamo la pa...
08/09/2026

Conosco il comandante Del Gaudio da una vita. Eravamo ragazzi quando, io ancora giovane seminarista, condividevamo la passione per il calcio. Per questo, quando lessi della sua nomina a Comandante della Polizia Municipale di Castellammare di Stabia, fui tra i primi a gioirne sinceramente.
È proprio questo legame personale, insieme alla conoscenza che ho della sua storia, che mi porta oggi a esprimere una considerazione, senza voler entrare nel merito delle vicende personali e giudiziarie richiamate in questi giorni. Non mi compete stabilire responsabilità né formulare giudizi su fatti che devono essere accertati nelle sedi proprie.
Credo però che, al di là delle polemiche, vada riconosciuto ciò che appartiene alla dimensione pubblica e professionale di una persona.
Il comandante Del Gaudio ha svolto e continua a svolgere il proprio servizio con competenza, esperienza e senso delle istituzioni. È soprattutto in questa dimensione che credo debba essere valutato il suo operato: attraverso il lavoro svolto, le responsabilità assunte, le decisioni prese nell’esercizio del proprio ruolo e il rapporto con la comunità che è chiamato a servire.
Le vicende personali e giudiziarie, quando esistono, seguono il loro percorso e devono essere affrontate nelle sedi competenti, sulla base di fatti e accertamenti. Ma altra cosa è trasformare una vicenda ancora da chiarire in una narrazione capace di mettere in discussione, senza adeguate verifiche, la professionalità e l’onorabilità di una persona.
Anche l’informazione, proprio perché svolge un ruolo fondamentale nella vita democratica di una città, ha la responsabilità di distinguere sempre tra fatti accertati, ricostruzioni e interpretazioni. È una responsabilità tanto più grande quando in gioco non c’è soltanto un incarico pubblico, ma la reputazione di una persona, la sua famiglia e il lavoro di una vita.
Conosco il comandante Del Gaudio da molti anni. Conosco l’uomo, ma soprattutto conosco la serietà con cui ha affrontato il proprio percorso professionale.
Ed è questo che, oggi, sento di poter dire: le responsabilità, quando ci sono, devono essere accertate. Ma la professionalità, quando è stata costruita nel tempo con impegno e servizio, merita di essere riconosciuta e non travolta da giudizi sommari.

Don Salvatore Abagnale

𝗟𝗮 𝗹𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗮
L'ex comandante della polizia municipale di Castellammare di Stabia: «Io vittima della macchina del fango».

Articolo al primo commento

Oggi ho celebrato la Prima Comunione di alcuni bambini della nostra comunità.E ancora una volta mi sono ricordato quanto...
06/09/2026

Oggi ho celebrato la Prima Comunione di alcuni bambini della nostra comunità.
E ancora una volta mi sono ricordato quanto sia bello essere parroco: accompagnare i bambini nei primi passi della fede e lasciarsi sorprendere dalla loro capacità di insegnarci il Vangelo.

Tra loro c’era Nello.

Nello fa fatica a parlare, a comunicare, a stare dentro i nostri schemi. Eppure oggi ha letto la preghiera dei fedeli. Con le sue parole, con le sue pause, con la sua voce, ha commosso tutti.
Guardandolo, ho pensato a sua madre ed al suo papà, alla loro pazienza, al loro amore, alla loro delicatezza con cui ogni giorno lo accompagnano. E ho pensato che forse il Vangelo passa proprio da qui: da chi non riesce a dire tutto, ma riesce a dire l’essenziale.

Nello oggi ci ha ricordato che Dio non ha bisogno delle nostre perfezioni. Gli basta un cuore.
E forse anche questo significa fare comunità: imparare a riconoscere la bellezza là dove non siamo abituati a cercarla.
Oggi alcuni bambini hanno ricevuto per la prima volta l’Eucaristia.
Ma io sento di aver ricevuto anch’io un dono.

Il dono di Nello.

Perché ci sono bambini che accompagniamo verso Gesù e altri che, senza saperlo, ci prendono per mano e ci riportano a Lui.

Grazie, Nello. ❤️

Don Salvatore Abagnale

02/09/2026

Non basta saper cantare

Ci sono parole che, dopo averle ascoltate, non finiscono quando la canzone finisce. Rimangono lì, come una domanda appoggiata sul davanzale di una finestra. Forse perché, qualche volta, una canzone riesce a dire di noi ciò che noi non sappiamo ancora dire.

«Saper vivere non basta.
E non basta saper cantare».

È una frase che mi inquieta e, proprio per questo, mi accompagna. Perché possiamo imparare a vivere. Possiamo diventare bravi a stare al mondo, a difenderci, a costruire equilibri, a evitare ciò che fa male. Possiamo perfino diventare competenti nel dolore, capaci di attraversare le nostre ferite senza farci distruggere da esse. Possiamo imparare a cantare: trovare le parole giuste, avere una bella voce, emozionare, raccontare. Ma tutto questo non basta.

La vita, prima o poi, ci chiede qualcosa che va oltre la competenza. Ci chiede presenza.
La canzone parla di una finestra. Da una finestra si può guardare il mondo. Si può vedere la luna, la strada, la pioggia, un esercito che torna a casa, una terra spaccata, i cani affamati, la gente che scava. Ma c’è una differenza enorme tra guardare dalla finestra e scendere in strada.

Forse è proprio questa la domanda che il testo mi consegna:
da dove guardo la vita degli altri?

Perché si può stare molto vicini al dolore senza mai lasciarsene raggiungere davvero. Si può osservare la sofferenza, commentarla, raccontarla, perfino pregare su di essa, senza mai permettere che quella sofferenza cambi qualcosa dentro di noi. La finestra è una soglia ambigua: permette di vedere, ma anche di restare al riparo.

E il Vangelo, invece, è sempre un invito a uscire.
Dio non ha guardato l’umanità dalla finestra del cielo. È sceso.
Ha attraversato la nostra strada, ha preso la nostra carne, ha conosciuto la stanchezza, la fame, l’amicizia, il tradimento, le lacrime. Ha portato la croce non come un’idea, ma come un peso reale sulle spalle.

E allora comprendo meglio quell’altro verso:

«Ci vuole tempo e pazienza / per imparare il dolore, lacrime e competenza / per impastare l’amore».

Mi piace moltissimo quell’immagine dell’amore come qualcosa che si impasta. Perché l’amore non è un sentimento puro e incontaminato. È una materia da lavorare. Ha bisogno delle mani. Di tempo. Di pazienza. Di acqua e di farina, di fatica e di attesa. L’amore vero porta dentro le mani sporche di chi ha scelto di non rimanere spettatore.
Forse amare qualcuno significa proprio questo: lasciarsi impastare dalla sua vita.

Non basta sapere che l’altro soffre. Bisogna lasciarsi ferire un po’ dalla sua ferita.
Non basta conoscere la solitudine dell’altro. Bisogna, qualche volta, sedersi accanto a lui nel silenzio.
Non basta dire parole belle.
Bisogna diventare una presenza.
Non basta cantare la speranza.
Bisogna, quando tutto sembra perduto, avere il coraggio di custodirla insieme a qualcuno.

E forse vale anche per la fede.

Non basta saper parlare di Dio.
Non basta conoscere il Vangelo.
Non basta saper predicare.
Non basta nemmeno saper pregare.

Perché il cristianesimo non è una bella canzone su Dio. È Dio che prende casa nella vita concreta dell’uomo.
La fede diventa vera quando esce dalle nostre parole e diventa carne, tempo, ascolto, responsabilità, prossimità. Quando smettiamo di chiederci soltanto: «Che cosa posso dire?»
e cominciamo a domandarci: «Dove posso stare?»

Forse è questa la differenza tra una parola pronunciata e una parola incarnata. Una parola può essere bellissima e non cambiare nulla. Una presenza, invece, a volte non dice quasi niente e salva una vita. E c’è un altro passaggio del testo che mi accompagna: la luna che, dall’angolo della finestra, lentamente si sposta.

«La luna si è spostata come la vita che passa
o che l’abbiamo passata».

È una frase vertiginosa. Perché non è soltanto la vita che passa. Siamo noi che passiamo attraverso la vita. E qualche volta, presi dal fare, dal dover essere, dalle cose da organizzare, dalle parole da pronunciare, ci accorgiamo improvvisamente che la luna si è spostata.

Che è passato del tempo.
Che alcune persone non sono più lì.
Che alcune occasioni non torneranno.
Che ci sono abbracci che abbiamo rimandato troppo a lungo.
Che ci sono parole che avremmo dovuto dire.
Che abbiamo avuto tante ragioni per aspettare, ma forse non abbastanza tempo per continuare ad aspettare.

La vita è anche questo: una luna che lentamente cambia posizione mentre noi pensiamo di avere ancora tutto il tempo. E allora forse il problema non è soltanto imparare a vivere. È imparare a non passare invano attraverso la vita.

Non basta vivere senza farci del male.
Occorre vivere lasciando che la vita degli altri ci riguardi.
Non basta sopravvivere.
Occorre diventare capaci di generare vita.
Non basta avere una voce.
Occorre avere qualcosa per cui valga la pena usarla.
Non basta saper cantare.
Perché ci sono momenti in cui la vita non ha bisogno di una canzone.

Ha bisogno di qualcuno che si fermi.

Di qualcuno che raccolga.
Di qualcuno che ascolti.
Di qualcuno che rimanga.
Di qualcuno che, davanti alla terra spaccata e ferita, non dica soltanto: «Che dolore», ma si inginocchi e cominci, con le proprie mani, a impastare l’amore.

Forse alla fine è proprio questo che ci viene chiesto.

Non di essere grandi.
Non di essere perfetti.
Non di sapere sempre cosa dire.

Ma di non diventare spettatori della vita. Di avere il coraggio di scendere dalla finestra.

Di attraversare la strada.
Di sporcarci le mani.
Di imparare il dolore.
Di custodire la speranza.
Di amare abbastanza da lasciarci cambiare dall’altro.

Don Salvatore Abagnale

Imparare a lasciareDa piccoli ci insegnano a vincere.Non necessariamente con le parole. Non ci spiegano, forse, che cosa...
29/08/2026

Imparare a lasciare

Da piccoli ci insegnano a vincere.
Non necessariamente con le parole. Non ci spiegano, forse, che cosa significhi vincere, né ci consegnano una teoria della vittoria. Ma, lentamente, quasi senza accorgercene, impariamo ad associare la vittoria alla grandezza.

Siamo grandi se arriviamo primi.
Siamo grandi se siamo migliori.
Siamo grandi se scaliamo.
Siamo grandi se gli altri ci guardano.
Siamo grandi se qualcuno pronuncia il nostro nome con ammirazione.

E così, prima ancora che la nostra intelligenza possa elaborare questo pensiero, il nostro corpo lo ha già imparato. Lo ha imparato nelle emozioni, negli sguardi, negli applausi, nei confronti, nelle aspettative. Abbiamo imparato che essere qualcuno significa emergere. E allora cominciamo a costruire la nostra vita come una continua ascesa.
Una vetta dopo l’altra.
Un traguardo dopo l’altro.
Un riconoscimento dopo l’altro.

E quando qualcuno ci guarda e ci restituisce quell’immagine di grandezza, qualcosa dentro di noi si accende. Il cuore, affamato di riconoscimento, assorbe quello sguardo come una spugna secca nel deserto. Forse è per questo che diventiamo così dipendenti dalla vittoria.
Perché non cerchiamo soltanto di vincere. Cerchiamo, attraverso la vittoria, di sentirci finalmente qualcuno. Ma forse la vita, a un certo punto, ci conduce davanti a una verità diversa.
Una verità che non si impara salendo, ma scendendo. Che non si comprende accumulando, ma lasciando. Perché tutto ciò che nella vita è veramente bello sembra nascere proprio quando smettiamo di trattenerci.

Si ama davvero quando, finalmente, ci perdiamo nell’altro. Non quando l’altro diventa qualcosa che possediamo, ma quando smette di essere un territorio da conquistare e diventa uno spazio nel quale entrare senza sapere esattamente dove ci condurrà. Si scrive una poesia quando ci si lascia andare alle parole. Quando smettiamo di volerle dominare e permettiamo che siano loro, in qualche modo, a condurci. Si scrive una canzone quando lasciamo che qualcosa che abbiamo dentro trovi una strada per uscire. Si inventa qualcosa di bello quando lasciamo andare ciò che già conosciamo e ci apriamo alla possibilità che qualcosa di nuovo possa accadere.
E persino le amicizie più belle, forse, nascono quando impariamo a lasciare andare i nostri interessi, le nostre convenienze, il bisogno di avere sempre ragione, il desiderio di essere riconosciuti.

Forse la vita non diventa più grande quando accumuliamo. Diventa più grande quando lasciamo spazio.Ed è strano: nessuno ci insegna a lasciare.
Ci insegnano a prendere.

A conservare.
A proteggere.
A difenderci.
A costruire.
A possedere.
A non perdere.

Ci insegnano a trattenere persino le persone che amiamo. E forse, proprio per questo, diventiamo così stanchi. Perché trattenere è faticoso.

Trattenere un’immagine di noi stessi.
Trattenere un ruolo.
Trattenere una relazione.
Trattenere una ferita.
Trattenere un successo.
Trattenere ciò che abbiamo paura di perdere.

Forse, invece, dovremmo imparare una parola nuova. O forse una parola antichissima che abbiamo dimenticato:

lasciare.

Lasciare non significa smettere di amare. Al contrario. Forse lasciare è una delle forme più alte dell’amore. Perché solo ciò che non abbiamo bisogno di possedere possiamo veramente amare. Lasciare significa permettere all’altro di essere altro da noi. Significa permettere alla vita di sorprenderci. Significa non avere sempre bisogno di sapere dove stiamo andando. Significa accettare che qualcosa possa finire senza che per questo la nostra vita perda significato. Significa persino accettare di non essere più ciò che eravamo.
E forse è proprio qui che si trova una delle forme più profonde della libertà. Perché libero non è soltanto colui che può scegliere.
È colui che può lasciare.

Può lasciare un’immagine.
Può lasciare una pretesa.
Può lasciare un riconoscimento.
Può lasciare una persona senza trasformare la perdita in possesso.
Può lasciare andare ciò che non gli appartiene più.
Può lasciare che Dio sia Dio.

E forse è proprio questo il paradosso cristiano.

Il Vangelo non ci racconta la storia di un uomo che ha conquistato il mondo, ma di un uomo che ha lasciato. Cristo lascia la gloria per entrare nella carne. Lascia la condizione divina e assume quella del servo.Lascia persino nelle mani degli uomini la propria vita.
E sulla croce lascia andare ciò che, secondo la logica del mondo, avrebbe dovuto trattenere: il potere, la difesa, il controllo, la possibilità di salvarsi da solo.

«Nelle tue mani consegno il mio spirito».

Forse la salvezza comincia proprio lì. Non quando finalmente riusciamo a tenere tutto nelle nostre mani, ma quando impariamo a consegnare. A lasciare.Perché l’amore, in fondo, non è trattenere qualcosa vicino a sé. È consegnarsi. E allora forse dobbiamo ripensare anche la grandezza. Forse non siamo grandi nella misura in cui vinciamo.
Forse siamo grandi nella misura in cui sappiamo perdere senza perderci. Nella misura in cui sappiamo lasciare qualcosa di noi perché qualcun altro possa vivere. Nella misura in cui sappiamo fare spazio.Perché Dio stesso, in qualche modo, è lo spazio che si apre.

È il Dio che crea lasciando essere.
È il Dio che chiama senza costringere.
È il Dio che ama senza possedere.

E forse per questo la parola «lasciare» è una parola profondamente umana e profondamente divina. Lasciare è fare spazio. Fare spazio è accogliere. Accogliere è amare. E amare significa, finalmente, uscire da se stessi.

Ed è forse qui che possiamo comprendere le parole di Nazim Hikmet: «Il più bello dei mari è quello che non navigammo. Il più bello dei nostri figli non è ancora cresciuto. I più belli dei nostri giorni non li abbiamo ancora vissuti. E quello che vorrei dirti di più bello non te l’ho ancora detto».

Dentro queste parole c’è qualcosa che assomiglia profondamente al mistero del lasciare. Il futuro non è ancora nelle nostre mani. Non lo possediamo, non lo controlliamo, non possiamo trattenerlo. E proprio per questo può ancora sorprenderci.
Perché la vita, quando impariamo a lasciare, può ancora sorprenderci. Può restituirci ciò che credevamo finito. Può far rifiorire ciò che pensavamo morto. Può aprire una porta proprio nel luogo in cui avevamo incontrato un muro.

Forse non dobbiamo vivere tentando di non perdere nulla.
Forse dobbiamo imparare a lasciare abbastanza spazio perché la vita possa ancora accadere.
Perché, alla fine, non tutto ciò che lasciamo va perduto.
A volte, è proprio ciò che lasciamo andare a tornare a noi trasformato.

Più libero.
Più vero.
Più umano.
Più nostro.

E forse, finalmente, anche più di Dio.

Don Salvatore Abagnale

Maria Assunta: la promessa della VitaOggi la Chiesa guarda Maria Assunta al cielo e, contemplando lei, contempla il futu...
15/08/2026

Maria Assunta: la promessa della Vita

Oggi la Chiesa guarda Maria Assunta al cielo e, contemplando lei, contempla il futuro dell’uomo.
L’Assunzione non è soltanto una festa mariana: è una festa profondamente antropologica. Ci dice che Dio non salva una parte di noi, ma tutto ciò che siamo. Maria è assunta in anima e corpo: il suo corpo, la sua storia, la sua umanità non vengono abbandonati alla morte.

È questa la straordinaria speranza cristiana: il corpo non è uno scarto dell’eternità. Dio ama la nostra carne, le nostre fragilità, le nostre ferite, tutto ciò che siamo. L’Incarnazione lo aveva già rivelato: Dio non ha avuto paura della nostra umanità. In Maria Assunta vediamo che ciò che Dio ama, non va perduto.
Maria ci rivela anche che l’uomo non si compie possedendosi, ma donandosi. Il suo «Eccomi» all’Annunciazione è diventato il luogo della sua pienezza. Ha consegnato la sua vita a Dio e, proprio così, ha ritrovato pienamente se stessa.
Forse è questa la domanda che l’Assunta consegna anche a noi: a chi appartiene la mia vita?

Viviamo cercando di costruire noi stessi, di essere riconosciuti, di diventare qualcuno. Maria ci ricorda invece che la nostra identità più profonda nasce da una relazione: essere figli amati. E allora oggi, guardando Maria, possiamo permetterci di sperare. Perché lei è già là dove noi ancora dobbiamo arrivare. Lei ci dice che le nostre lacrime non sono l’ultima parola. Le nostre ferite non sono l’ultima parola. Le nostre sconfitte non sono l’ultima parola.

Nemmeno la morte è l’ultima parola.

L’ultima parola è la Vita. E proprio qui comprendiamo la bellezza di amare Maria. San Massimiliano Kolbe diceva: «Non abbiate mai paura di amare troppo la Vergine Maria. Non potrete amarla più di quanto l’abbia amata Gesù». Come potremmo amare troppo la Madre che Gesù ha amato? Desiderare di avere il cuore di Cristo significa anche imparare ad amare sua Madre. Maria non ci trattiene da Gesù: ci conduce a Lui. È tutta orientata a Lui, come la luna che non possiede la luce, ma la riceve e la riflette.

Oggi, dunque, guardiamo Maria e lasciamoci guardare da lei. Lei è la creatura che ci ricorda che Dio non butta via niente di ciò che ama.

Non la nostra carne.
Non la nostra storia.
Non le nostre lacrime.
Non le nostre attese.
Non le nostre ferite.
Nulla.
Perché Cristo è risorto.
E Maria Assunta è la prima grande immagine di ciò che attende anche noi.

Madre Assunta, prendici per mano.
Portaci a Cristo.
Insegnaci a vivere con i piedi sulla terra e il cuore già rivolto al cielo.
E quando la notte della vita sembrerà più forte della speranza, ricordaci che il nostro destino non è la morte.
Il nostro destino è l’Amore.
Il nostro destino è la Vita.

Don Salvatore Abagnale

Non so quanto sia vera questa storia. Forse è una leggenda nata sul web, forse alcuni dettagli sono stati trasformati da...
09/08/2026

Non so quanto sia vera questa storia. Forse è una leggenda nata sul web, forse alcuni dettagli sono stati trasformati dal tempo e dalla fantasia. Ma ci sono storie che, anche quando non possiamo verificarne fino in fondo la verità, riescono comunque a consegnarci una verità più grande.

Questa parla di un polpo.

Per mesi, una telecamera di sorveglianza cittadina avrebbe ripreso qualcosa di apparentemente inspiegabile. Ogni notte, esattamente alle 2:17, un polpo usciva da un tombino vicino al lungomare. Attraversava lentamente la strada deserta, senza allontanarsi mai troppo. Non entrava negli edifici, non cercava cibo. Si dirigeva sempre verso una piccola area commemorativa ricoperta di fiori. Arrivato lì, rimaneva fermo per alcuni minuti. Poi tornava indietro e scompariva nuovamente nel tombino.
All’inizio nessuno capiva. I filmati sembravano così assurdi da far pensare a un falso. I biologi marini erano perplessi. La vicenda arrivò persino nei telegiornali locali. Perché un polpo avrebbe dovuto lasciare ogni notte il mare per raggiungere quel luogo? La risposta arrivò quando un anziano pescatore riconobbe quella piccola area commemorativa. Era stata dedicata, anni prima, a un giovane soccorritore marino che aveva trascorso la sua vita a salvare animali feriti. Secondo il racconto dei pescatori del luogo, un giorno quell’uomo aveva trovato un piccolo polpo intrappolato in una rete. Lo aveva liberato, curato e custodito fino a quando l’animale non era stato abbastanza forte da poter tornare in mare. Poi, come accade con tante cose della vita, di quell’animale non si seppe più nulla. Fino a quei filmati. Alcuni ricercatori, incuriositi, decisero di seguire il polpo durante una delle sue visite notturne. E sotto i fiori della commemorazione trovarono una piccola targhetta di metallo, ormai arrugginita, appartenuta all’attrezzatura del soccorritore. Il polpo vi si avvicinava e la toccava delicatamente con un tentacolo. Poi se ne andava. Notte dopo notte. Anno dopo anno.

Non so se sia realmente accaduto. Ma mentre leggevo questa storia ho pensato che, forse, il punto non è capire se un polpo possa ricordare così a lungo un gesto di bontà. Il punto è chiederci se noi sappiamo ancora ricordare il bene che abbiamo ricevuto. Perché questa è una cosa che, talvolta, gli uomini sanno fare peggio degli animali.

Ricordiamo facilmente chi ci ha ferito, molto meno chi ci ha guarito. Conserviamo nella memoria le parole che ci hanno fatto male e lasciamo sbiadire quelle che ci hanno restituito coraggio. Sappiamo raccontare con precisione ciò che ci è stato negato, ma dimentichiamo con sorprendente facilità tutto ciò che ci è stato donato. La riconoscenza, invece, è la memoria del bene. È la capacità di tornare, almeno con il cuore, là dove qualcuno ci ha fatto del bene. Perché nessuno di noi è arrivato fin qui da solo.

Ci sono stati uomini e donne che, in momenti diversi della nostra vita, ci hanno trovato impigliati nelle nostre reti. Qualcuno ci ha liberato. Qualcuno ci ha raccolto quando eravamo feriti. Qualcuno ha avuto pazienza con noi quando noi non ne avevamo più con noi stessi. Qualcuno ha creduto nella nostra possibilità di tornare a respirare quando noi avevamo già smesso di crederci. E forse molte di queste persone non sanno neppure quanto siano state importanti. Alcune sono lontane. Altre non ci sono più. Altre ancora sono semplicemente passate nella nostra vita senza sapere di aver lasciato una traccia. La riconoscenza ci chiede di non permettere che quella traccia venga cancellata.

San Tommaso d’Aquino, parlando della gratitudine, ci ricorda che il bene ricevuto non è qualcosa che possiamo semplicemente consumare e dimenticare: esso genera una relazione, una responsabilità, una risposta. Perché quando riconosco di aver ricevuto un dono, riconosco anche che la mia vita è stata abitata dalla gratuità di qualcun altro. E allora cambia persino il modo di guardare la nostra storia. La domanda non è più soltanto: «Che cosa mi è mancato?» Diventa: «Quanto ho ricevuto?» Non soltanto: «Chi mi ha deluso? Ma anche: «Chi mi ha sostenuto?» Non soltanto: «Perché nessuno mi ha aiutato?» Ma: «Quante volte qualcuno mi ha aiutato senza che io me ne accorgessi abbastanza?»

Forse la maturità spirituale comincia proprio quando smettiamo di considerare tutto come dovuto. Quando impariamo a passare dalla pretesa alla gratitudine. Dal diritto al dono. Dal possesso alla meraviglia. San Paolo pone una domanda che dovrebbe accompagnare ogni nostra giornata: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?» (1Cor 4,7). È una domanda disarmante. Che cosa possiedo che non mi sia stato donato? La vita. La fede. Le persone che amo. Gli incontri che mi hanno cambiato. Le mani che mi hanno sostenuto. Le parole che mi hanno consolato. Le occasioni che mi sono state offerte.
I perdoni che ho ricevuto. Le volte in cui qualcuno ha avuto ancora fiducia in me quando io non ne avevo più. Tutto, in fondo, porta il segno di un dono. E allora forse dovremmo imparare anche noi a tornare, ogni tanto, davanti alle nostre piccole «targhette arrugginite». A quei luoghi interiori dove è rimasta la memoria di qualcuno che ci ha voluto bene. A quelle persone che hanno lasciato un segno. A quelle mani che ci hanno liberato dalle reti nelle quali eravamo rimasti impigliati. E fermarci. Non per chiedere. Non per ottenere. Semplicemente per dire: «Grazie. Io non ho dimenticato».

Forse è questa una delle forme più belle della riconoscenza: non poter restituire ciò che abbiamo ricevuto, ma lasciare che quel bene ricevuto continui a vivere attraverso di noi. Perché il vero modo di ringraziare chi ci ha salvato dalle nostre reti è diventare, a nostra volta, capaci di liberare qualcun altro. E allora, vera o no che sia la storia di quel piccolo polpo, mi piace pensare che ogni tanto dovremmo imparare da lui. Tornare. Fermarci. Ricordare. E toccare con delicatezza la memoria del bene ricevuto. Perché ci sono debiti che non si pagano restituendo qualcosa. Si pagano non dimenticando. E forse, alla fine, la riconoscenza è proprio questo: ricordarsi di essere stati salvati.

Don Salvatore Abagnale

Ci sono parole che, incontrate quasi per caso, hanno la capacità di fermarti. Le rileggi e ti accorgi che, in fondo, sta...
08/08/2026

Ci sono parole che, incontrate quasi per caso, hanno la capacità di fermarti. Le rileggi e ti accorgi che, in fondo, stavano dicendo qualcosa che da tempo cercavi di esprimere.

«Perché deve essere tutto sempre così difficile,
Lloyd»?
«Non difficile, sir, ma complesso».
«Quale sarebbe la differenza?»
«La difficoltà richiede abilità, la complessità necessita di pazienza».
«Questo non rende le cose più semplici, Lloyd».
«Ma rende le soluzioni sempre possibili, sir».

Mi sono fermato proprio su quest’ultima frase. Forse perché attraversiamo spesso momenti nei quali abbiamo la sensazione che tutto sia diventato troppo complicato: le relazioni, le scelte, le responsabilità, persino noi stessi. E quando non riusciamo a trovare una soluzione immediata, finiamo per chiamare tutto questo “difficile”. Come se ciò che non riusciamo a risolvere fosse necessariamente qualcosa che non può essere risolto. E invece forse c’è una differenza importante tra ciò che è difficile e ciò che è complesso.

La difficoltà ci chiede una competenza, uno sforzo, una capacità. La complessità, invece, ci chiede qualcosa di più sottile e forse di più faticoso: ci chiede di restare. Perché una realtà complessa non può essere affrontata con risposte semplici. Non perché non esistano soluzioni, ma perché spesso la soluzione non è immediata. Ci sono situazioni che hanno bisogno di tempo per essere comprese, relazioni che hanno bisogno di tempo per essere guarite, decisioni che hanno bisogno di tempo per maturare. Ci sono parole che devono essere dette e altre che, almeno per un certo tempo, devono essere custodite nel silenzio.

La complessità ci insegna così una virtù che la nostra epoca sembra avere quasi dimenticato: la pazienza. Non la pazienza di chi si rassegna, ma quella di chi continua a sperare senza pretendere di vedere tutto subito.
Romano Guardini aveva intuito quanto la realtà fosse attraversata da polarità che non possono essere semplicemente eliminate. La vita non è sempre una questione di scegliere tra un polo e il suo contrario; spesso è la difficile arte di tenere insieme ciò che apparentemente non può stare insieme. E forse è proprio questa una delle forme più mature dell’esistenza: imparare a non semplificare ciò che è complesso soltanto perché non abbiamo la pazienza di attraversarlo.

Penso alle persone. Nessuno è soltanto ciò che mostra. Dietro una parola brusca può esserci una ferita; dietro un silenzio può esserci una paura; dietro una distanza può esserci un desiderio di essere cercati. Se riduciamo una persona a ciò che vediamo in un momento, rischiamo di perdere la verità della sua storia.
E penso anche alle comunità, alla Chiesa, alle nostre relazioni. Vorremmo spesso risposte nette, decisioni immediate, soluzioni definitive. Ma la vita delle persone non è un problema matematico. Non si risolve eliminando le variabili. Si accompagna.

Forse anche Dio agisce così.

Dio non sembra avere fretta di semplificare la nostra vita. Entra nella sua complessità. La abita. La attraversa. L’Incarnazione è, in fondo, il modo con cui Dio sceglie di non rimanere distante dalla nostra storia, ma di entrarvi fino in fondo.
Mi viene in mente Dietrich Bonhoeffer e la sua intuizione di una fede che non ci sottrae alla realtà, ma ci rende capaci di viverla davanti a Dio. La fede non è una fuga dalla complessità dell’esistenza. È la certezza che anche dentro quella complessità la nostra vita continua ad avere un senso e una direzione. E allora forse dovremmo imparare a non spaventarci troppo quando le cose diventano complesse.

Non tutto ciò che non comprendiamo è perduto.
Non tutto ciò che tarda a risolversi è senza soluzione. Non ogni silenzio è un’assenza. Non ogni attesa è una sconfitta. Ci sono strade che diventano visibili soltanto dopo aver camminato a lungo. E qui ritorna quella frase: «Questo non rende le cose più semplici. Ma rende le soluzioni sempre possibili».
Mi sembra una frase profondamente cristiana, anche se non nasce necessariamente come tale. Perché la speranza cristiana non è la promessa che tutto sarà facile. È qualcosa di molto più serio: è la certezza che nessuna situazione, per quanto complessa, è definitivamente chiusa alla possibilità di un bene. La speranza non elimina la notte. Ci insegna a non considerarla l’ultima parola.

Forse è proprio questo che significa avere pazienza: non pretendere di vedere già il compimento, ma continuare a custodire la possibilità che qualcosa possa ancora accadere.
A volte abbiamo bisogno di smettere di chiedere: «Come faccio a risolvere tutto?» E cominciare a domandarci: «Che cosa mi sta chiedendo questa situazione? Che cosa devo imparare ad abitare? Che cosa mi sta insegnando? Dove mi sta conducendo?» Perché non tutto deve essere risolto immediatamente. Alcune cose devono prima essere attraversate. E forse la maturità, nella vita come nella fede, consiste proprio nell’imparare a stare dentro ciò che non abbiamo ancora compreso, senza perdere la fiducia.

Mi piace pensare che la pazienza sia una delle forme più concrete della speranza. È dire alla vita: «Non ho ancora capito, ma non me ne vado». È dire a una persona: «Non riesco ancora a comprenderti, ma continuo ad ascoltarti». È dire a Dio: «Non vedo ancora la strada, ma continuo a camminare». Forse, allora, la fede non consiste nell’avere sempre una risposta. Forse consiste nell’avere abbastanza fiducia da continuare a cercarla. Con pazienza. Senza semplificare ciò che merita di essere attraversato. Senza arrendersi davanti a ciò che appare complesso. Perché ci sono situazioni che non diventano più semplici. Ma, con il tempo, con la pazienza e con la grazia, diventano possibili.

E forse è proprio lì, in quella sottile fessura tra ciò che ancora non comprendiamo e ciò che continuiamo a sperare, che Dio spesso comincia ad aprire una strada.

Don Salvatore Abagnale

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Castellammare Di Stabia
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