Su un piccolo promontorio che si erge sulla sponda sinistra del torrente Agrò si trova l' abbazia dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò. Si tratta di un monumento assolutamente unico, per le sue caratteristiche storiche, architettoniche, socio-culturali ed etnoantropologiche. PROFILI STORICI
Nel XII secolo i normanni, dopo aver sottratto la Sicilia agli arabi, realizzano una sorta di alleanza con i monaci
basiliani che tornano a presidiare i territori siciliani grazie ed una serie di privilegi loro concessi dai nuovi conquistatori. Si inserisce in questo quadro storico la concessione che nel 1116, Re Ruggero II fa al monaco basiliano Fra Gerasimo. Gli vennero assegnati tutta una serie di terreni e privilegi, tra cui la facoltà di ricostruire l’antico monastero dedicato ai Santi Pietro e Paolo d’Agrò; i termini usati nella donazione danno la certezza della preesistenza di detto monastero, il Re parla di ricostruire ciò che era stato distrutto dagli arabi qualche tempo prima. Cosi furono iniziati i lavori della costruzione nel 1117 durante la ricostruzione la nuova Abbazia fu certamente interessata dal terremoto che avvenne all’alba del venerdi’ 4 febbraio 1169, prima di essere consacrata nel 1178. LE CARATTERISTICHE DELLA COSTRUZIONE
Elementi arabi e normanni, materiali locali, pietra lavica e colonne di epoca romana (probabilmente provenienti dal precedente Monastero), aspetti decorativi particolari e soprattutto una suggestiva cromaticità fanno della chiesa di S.S. Pietro e Paolo un vero e proprio “unicum”, soprattutto per via delle caratteristiche di architettura religiosa, che unisce la cultura religiosa bizantino-ortodossa e quella latino-cattolica in un “compromesso” che non è visibile in nessun altro monumento al mondo. La Chiesa è la risultante della compromissione ottenuta riunendo in una schema tipicamente centrale, che trova il proprio fulcro nella cupola della zona mediana, e un impianto basilicale, che viene ottenuto con l’aggiunta di una zona del transetto, triabsidato, culminante anch’esso in una cupola di minori proporzioni. Conclude la veste basilicale l’esornatece serrato tra le due piccoli torri campanarie. E’ probabile che la prima chiesa eretta dalle fondamenta dall’abate Gerasimo, sorgesse in ripetizione di uno schema già esistito nella stessa chiesa in periodo bizantino, uno schema puramente centrico; solo cinquant’anni dopo, per le esigenze di difesa e per l’accresciuta prosperità del convento e della cultura cattolica latina, si decise di ingrandire la precedente costruzione affidandone i lavori al protomaestro Girardo il Franco il quale aggiunse l’esornatece, costruì “titolo”, santuario ed absidi ed avvolse il tutto in quel fantasioso manto colorato che rende omogenea la costruzione, ridandole quella organicità che l’esistenza separata, entro la chiesa, dei due schemi centrale e basilicale non poté mai darle. Ne venne fuori un’opera spettacolare con due cupole, una al centro, tipicamente basiliana – Dio al centro di tutto – l’altra posta sopra l’altare, tipicamente latina – Dio fine di tutto. Due modi di vivere la religione ed i suoi simboli che nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò trovano entrambe rappresentazione, come ha avuto modo di sottolineare in passato l’ex dirigente della Soprintendenza di Messina, arch. Gesualdo Campo, oggi Dirigente Generale dell’Assessorato regionale ai Beni culturali. Questa costruzione, peraltro, unisce in sé l’idea della torre e quella di chiesa, estremamente verticale nel suo slancio svettante verso la merlatura, così ricca di pittoricismo bizantino e di alveolature di gusto islamico, è insieme il punto di arrivo dell’architettura basiliana e un prodotto unico e rarissimo. L’architettura della Chiesa è, relativamente ai caratteri dell’architettura coeva siciliana, uno squisito lavoro di sintesi, un fantasioso amalgama stilistico che, ai limiti del dialetto, ma senza mai cadervi, fonde insieme elementi disparati: verticalismo nordico e decorazione bizantina, stereometria araba e pittoricismo basiliano, in una mirabile trasposizione culturale nella quale i vari elementi di riferimento e di richiamo assumono una nuova, indipendente ed organica vita. L’opera muraria esterna e’ fortemente caratterizzata dalla combinazione di un effetto pittorico per l’alternanza di fasce di mattoni, arenaria, calcare e pietra lavica. Il prospetto riporta nell’ordine inferiore un esonartece chiuso nei fianchi da due torrette scalarie e rimane definito in alto da un’arcata a sesto acuto. Nell’esonartece si apre il portale maggiore dal falso architrave formato da sei conci in guisa di lievissima arcatura; l’arco del portale, archivoltato, e’ ottenuto da vari conci di calcare, lava e mattoni; in lunetta e’ inclusa in un disco una croce greca. Lungo l’asse della navata centrale si elevano due cupole; la prima, su alto tamburo, è ondulata a spicchi; la seconda, nell’area del transetto, è su tamburo più basso a pianta ottagonale. Quattro dovevano essere in origine le cupolette della Chiesa: due sulle torricelle del prospetto (oggi scomparse), una sopraelevata su un tamburo al centro della navata, sorretta da quattro colonne ed alta mt 17,22, e una sul transetto, sorretta da due pilastri e da due semipilastri terminali, ed alta mt 15,10. E nell’impianto delle cupole che vanno ricercati elementi dell’architettura araba, sopratutto raccordo ottenuto per mezzo di archetti con la massa chiesastica. In questo luogo, vennero deposte reliquie dei SS. Pietro e Paolo, di S. Biagio m., di S. Nicolo’ vescovo, di S. Lucia v. e m., di S. Domenico, di S. Bartolomeo m., Di S. Orsola v. Pancrazio m. Barbara v. e m. Il convento restò operativo sino agli ultimi mesi del 1794 quando i Monaci si trasferirono a Messina, nel convento dei PP. Domenicani di S. Girolamo in via Austria, oggi via 1° Settembre n. 85, completamente distrutto nel terremoto del 1908.
“…al detto Monastero viene incorporato il villaggio di Agrilla (vicum Agrillae) posto entro il predetto confine con tutti gli uomini abitanti in esso, affinché facciano i servizi necessari al Monastero, vale a dire 24 giornate lavorative per la mietitura di qualunque cosa, 12 giorni per fecondare e seminare con l’aiuto dei buoi, donare due galline nelle festività della Nascita del Cristo e di Pasqua, pagare la decima di tutte le capre e dei maiali, essere giudicati e condannati sotto il dominio degli Abati del Monastero che hanno il potere cadendo in fallo, di legare e fustigare ed ammonire, riservando la pena dell’omicidio e dell’alto tradimento alla Curia della Maestà Nostra. Comandiamo ancora che il predetto monastero ogni anno abbia dalla tonnara di Oliveri otto barili di tonnina e abbia una barca libera da ogni imposta e pagamento in tutti i porti della Sicilia per tutto ciò che viene trasportato a favore del monastero. Inoltre vogliamo che gli animali di quel monastero siano esenti e liberi di pascolare in tutto il territorio di Taormina e di Troina. In più doniamo la chiesa di S. Teodoro ubicata e posta nel territorio di Taormina, ed ancora una località in territorio di Gaggi, presso il fiume Alcantara, in modo che il Monastero possa costruire un mulino ed avere il possesso dell’acqua dello stesso fiume, sempre fuori da alcun impedimento. Similmente doniamo: i campi posti colà che così seguono il confine: incominciano dal predetto fiume nella scala di Gaggi scendono verso la via Reggia fino al fiume Graniti, di poi scendono al fiume Alcantara, quindi salgono il fiume sino alla scala di Gaggi e ivi si concludono. Queste cose sopradescritte sono state donate e concesse per sempre al predetto Monastero dei SS. Pietro e Paolo d’Agro’ e se qualcuno lo vorrà impedire subirà la nostra indignazione e quella degli eredi e successori.”