29/08/2026
C'è un mestiere che il diacono della parrocchia di Casaloldo -- Mario Gerola -- non ha mai smesso di fare, anche dopo aver appeso alla parete i libri di latino: quello di declinare, ogni giorno, il verbo servire.
Fa quello che ci si aspetta da un diacono — assiste il parroco alle messe, porta la comunione e la parola a chi non può più uscire di casa, visita gli anziani non per dovere ma per abitudine del cuore, si prende cura di chi la vita ha lasciato un po' indietro. Sono gesti che restano nell'ombra delle sacrestie e delle case, e che nessuno fotografa.
Pochi sanno che quella stessa cura per la parola, affinata su tanti anni di insegnamento, Mario la mette al servizio anche del Vaticano, correggendo bozze di testi liturgici, e di tanti prelati e persone che gli affidano i propri scritti perché li rilegga e li limi.
È una disponibilità che non conosce orario: chi bussa alla sua porta con un testo da correggere, trova sempre qualcuno pronto ad ascoltare.
Custodisce anche l'archivio parrocchiale, e chi a Casaloldo cerca le proprie radici — una ricerca genealogica, una traccia storica del paese — passa quasi sempre da lui. È una funzione culturale prima ancora che amministrativa: tenere viva la memoria di una comunità, un registro, un nome alla volta. E la domenica mattina, dall'altare, le sue prediche restano impresse; così come la sua presenza nel coro parrocchiale, un altro modo, tra i tanti, di spendersi per il proprio paese.
Ma c'è un gesto di Mario che è sotto gli occhi di tutti, ogni mattina, e che forse proprio per questo rischiamo di non vedere più: prende la scopa e pulisce piazza Matteotti. Non è un modo di dire — lo fa davvero, tutte le mattine, davanti alla chiesa. Una piazza viva, attraversata da macchine, vitale non solo nel giorno di mercato, circondata dai negozi che aprono le saracinesche: il salotto di Casaloldo, che si sporca in fretta e che lui rimette in ordine prima che il paese si svegli del tutto.
E non si ferma lì. C'è anche la lunga via del cimitero, quella dedicata a don Mariotti, che don Mario tiene pulita con la stessa costanza silenziosa. Un tratto di paese defilato, che pochi percorrono se non per un lutto, e che lui cura ugualmente, come se ogni angolo di Casaloldo meritasse la stessa dignità.
Chi ha insegnato latino sa che colere — coltivare, curare, aver cura di — è la stessa radice di cultura, coltura e culto. Mario, in fondo, non ha mai smesso di fare quel mestiere: prima coltivava menti, ora coltiva un paese, un archivio, una piazza, una memoria e il culto.
È una forma di diaconia che non si studia sui manuali di teologia, ma che si vede benissimo, ogni mattina, con una scopa in mano.
Ottant'anni, e una forma invidiabile: lo si vede ancora pedalare avanti e indietro da casa alla piazza in bicicletta, con la stessa energia di sempre. A lui, la comunità augura salute e tanti altri anni di questa sua instancabile attività — per le persone, per la memoria del paese, e per quella piazza che ogni mattina torna a splendere grazie a lui.