Chiesa libera di Casalnuovo

Chiesa libera di Casalnuovo Domenica ore 10:00
Giovedì ore 18:30
Via Giovanni V***a, 8 Casalnuovo di Napoli (NA)
La Chiesa libera di Casalnuovo è nella Comunione delle Chiese libere.

https://it.wikipedia.org/wiki ORARIO DEI CULTI
Domenica: Culto ore 10,00
Prima domenica del mese: Cena del Signore
Giovedì: Preghiera o Studio biblico ore 19,00


Il martedì, dalle 19:00 alle 20:00 si svolge uno studio biblico online aperto a tutte e tutti, chi desidera partecipare può contattarci così da poter ricevere il link per accedere all'incontro. Dio ci benedica!

30/08/2026

Signore Dio, siamo davanti a te e alla tua Parola. Togli da noi le parole umane, i concetti astratti e le retoriche inutili. Facci ascoltare la tua voce esattamente come l'hai scritta, affinché la Scrittura parli con potenza e chiarezza ai nostri cuori. Nel nome di Gesù. Amen.

Testo biblico della predicazione; Ebrei 13:8-15
«Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno. Non vi lasciate trasportare qua e là da diversi e strani insegnamenti; perché è bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia, non da pratiche relative a vivande, dalle quali non trassero alcun beneficio quelli che le osservavano.
Noi abbiamo un altare al quale non hanno diritto di mangiare quelli che servono al tabernacolo. Infatti i corpi degli animali il cui sangue è portato dal sommo sacerdote nel santuario, quale offerta per il peccato, sono arsi fuori dell’accampamento. Perciò anche Gesù, per santificare il popolo con il proprio sangue, soffrì fuori della porta della città. Usciamo quindi fuori dall’accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio. Perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura. Per mezzo di lui, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.»

Care e cari il testo parte con un'affermazione netta: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno» Alleluia, questa affermazione ci consola.
Tutto attorno a noi cambia. Cambiano le opinioni della società, cambiano le persone, cambiano le nostre forze, la salute, le circostanze e perfino le guide spirituali. Ma Cristo è l'unico punto fermo che rimane immutabile.
Proprio perché Gesù non cambia, «È bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia, non da pratiche».
Gli "strani insegnamenti" a cui fa riferimento il testo erano la pretesa di rendere il cuore gradito a Dio attraverso regole esteriori o precetti alimentari legati ai rituali antichi. L'autore dice chiaramente che chi li osservava non ne ha tratto alcun beneficio. La saldezza della nostra vita non si ottiene accumulando sforzi religiosi, ma poggiando sulla grazia compiuta da Gesù.

Ai versetti 11 e 12 l'autore stabilisce un paragone con il sistema dei sacrifici dell'Antico Testamento. Richiama il rito del Giorno dell'Espiazione: «Il toro per il sacrificio per il peccato e il capro per il sacrificio per il peccato, il cui sangue è stato portato nel santuario per fare l'espiazione, saranno portati fuori dall'accampamento e se ne bruceranno sul fuoco le pelli, la carne e gli escrementi.» Levitico 16:27

Nel rito antico, i corpi degli animali sacrificati per il peccato venivano portati a bruciare fuori dal campo. Allo stesso modo Gesù non è morto al centro del sistema religioso o nei posti di prestigio. Ha sofferto ed è stato crocifisso fuori dalla porta della città, rifiutato dalle istituzioni del suo tempo.
L'applicazione per noi è diretta: «Usciamo quindi fuori dall’accampamento e andiamo a lui portando il suo obbrobrio».
Andare a Gesù significa accettare di uscire dalle false sicurezze del mondo e dalle convenzioni umane. Significa essere disposti ad affrontare l'incomprensione o il rifiuto pur di rimanere fedeli a Lui. Il versetto 14 ci ricorda il motivo: «Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura». Nessuna realtà terrena è eterna; la nostra cittadinanza è nel cielo.

Se il sacrificio di Gesù sulla croce è stato perfetto e definitivo, cosa rimane da offrire a Dio? Ecco la risposta: «Per mezzo di lui, dunque, offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.»
L'autore riprende qui il testo del profeta Osea: «Prendete con voi delle parole e tornate al Signore! Ditegli: "Togli ogni iniquità e accogli questo bene; noi ti offriremo, invece di tori, il sacrificio delle nostre labbra".» Osea 14:2
Pensiamo a cosa facciamo nella nostra vita di tutti i giorni quando sappiamo che deve ve**re a pranzo o a cena una persona cara. Ci mettiamo a preparare con cura, ci pensiamo prima, sistemiamo ogni dettaglio per accoglierla al meglio. Allo stesso modo, il profeta Osea ci invita a "prendere con noi delle parole", cioè a preparare delle parole per il Signore. Non parole improvvisate o distratte, ma un'attenzione del cuore pensata per Lui.

Da qui si comprende il desiderio di Dio di essere lodato. È il "sacrificio della lode": Dio cerca il nostro affetto sincero e la nostra tenera attenzione. È come l'amore che si dimostra a un bambino, quando ci viene spontaneo riempirlo di parole d'affetto: "Come sei bello, come sei dolce, non c'è nessuno come te!".

Dio non chiede cerimoniali freddi o sacrifici di animali. Egli desidera tutto il nostro affetto, la nostra attenzione profonda, la nostra lode sincera che riconosce la Sua bellezza e la Sua bontà uniche. Il nostro sacrificio di lode è proprio questo: preparare il nostro cuore e le nostre labbra per dirgli con amore chi Egli è per noi.

Signore Dio, ti ringraziamo perché la tua Parola è chiara, viva ed essenziale. Rendi il nostro cuore saldo nella tua grazia e insegnaci a preparare per te le parole più belle, piene di affetto, di tenerezza e di sincera gratitudine. Donaci il coraggio di seguire Gesù anche fuori dalle nostre comodità, portando la nostra fede a viso aperto. Fa' che la nostra vita e le nostre labbra siano un continuo sacrificio di lode a te gradito, mentre guardiamo con speranza alla città futura che hai preparato per noi. Nel nome di Gesù. Amen.

Past. Salvatore Manzi

25/08/2026

Il complesso di Caino?

Tanto per cominciare, facciamo un ritratto della condizione psichica di Caino. Il “complesso di Caino” non è un termine clinico ufficiale come il complesso di Edipo, ma in psicologia e nel linguaggio comune viene usato per descrivere una dinamica ben precisa.
Da dove viene il nome?
Prende spunto dalla storia biblica di Caino e Abele (Genesi 4). Caino, per invidia e gelosia, uccide suo fratello Abele. Il suo nome è diventato così il simbolo della rivalità fraterna portata all’estremo.
Cosa significa in psicologia?
Il complesso di Caino indica:
Rivalità e gelosia tra fratelli/sorelle: non la normale competizione da “chi arriva prima”. Qui c'è un’ostilità profonda, un senso di ingiustizia e il desiderio che l’altro “non abbia” quello che mi ha sottratto.
Confronto e invidia: nasce quando un bambino percepisce che l’altro riceve più amore, attenzione, riconoscimenti o risorse dai genitori. Il pensiero di base è: Se lui/lei ha di più, a me ne rimane di meno.
Aggressività verso il simile: a differenza del complesso di Edipo, incentrato sulle figure genitoriali, questo si rivolge a un pari (un fratello, un collega, un compagno di classe). È la rabbia di chi si sente minacciato o messo in ombra.
Come si manifesta da adulti?
Molti lo superano crescendo, ma quando resta attivo lo si può notare in diversi ambiti:
Ambito lavorativo: colleghi che si boicottano, non gioiscono dei successi altrui o svalutano l’altro per sentirsi migliori.
Relazioni: difficoltà a festeggiare i traguardi di amici e fratelli, unita a un confronto continuo.
Famiglia: vecchi rancori tra fratelli che durano anche a 50 anni.
Differenza con l’invidia “sana”
L’invidia sana ti spinge a migliorare; il complesso di Caino, invece, ti porta a voler “togliere” all’altro, non a costruire per te stesso. È più distruttivo che motivante.
Cosa aiuta?
Gli psicologi dicono che la radice è spesso una mancanza di riconoscimento. Quando i genitori o i leader riconoscono ogni figlio o persona per le sue qualità uniche, senza fare confronti, il complesso si attenua molto. In sintesi: è la parte di noi che, quando vede l’altro vincere, sente di aver perso.
(Notare anche: Genesi 4:3; Genesi 30:3-4).
L’allontanamento di Caino e il senso dell’esilio
Alcuni ritengono che Caino sia stato cacciato da Dio dal suo cospetto, come sembrerebbe apparire dalle Scritture, ma io penso che non sia così. In Genesi 4:14 Caino interpreta che Dio lo sta scacciando via da quel suolo. La storia di Caino in Genesi 4 è una di quelle che lascia più domande che risposte, e ci sono secoli di interpretazioni diverse.
Quello che dice il testo “alla lettera”
Dopo l’uccisione di Abele, Dio dice a Caino: «Ora sarai maledetto e scacciato dal suolo... Sarai errante e ramingo sulla terra» (Genesi 4:11-12). Non dice espressamente: «Io ti scaccio da questo suolo». E chi lo avrebbe maledetto? E poi: «Caino si allontanò dalla presenza del Signore» (Genesi 4:16). Da qui nasce l’idea classica: cacciato via, bandito dal cospetto di Dio.
Perché la mia lettura potrebbe non essere questa?
Perché molti studiosi e teologi ragionano proprio in questa maniera. Alcuni punti che sostengono questa visione:
“Allontanarsi” contro “essere cacciato”. Il testo dice che Caino si allontanò, non dice che Dio lo ha spinto con la forza (cfr. Giovanni 6:37). Potrebbe essere stata una sua scelta, dettata da vergogna, paura o rifiuto.
Dio continua a proteggere Caino subito dopo la condanna. Dio mette un “segno” su Caino per evitare che chiunque lo uccida (Genesi 4:15). Inoltre Caino costruisce una città e ha una discendenza. È uno scenario strano per qualcuno totalmente “respinto”: sembra più un esilio con protezione.
Il “cospetto di Dio” è ovunque nella teologia ebraica e cristiana. Dio non è limitato a un luogo. Anche se Caino va «a est di Eden» (Genesi 4:16), Dio continua a parlargli più avanti. Quindi "lontano dal cospetto" può essere inteso come un allontanamento relazionale, non geografico.
Lettura rabbinica e mistica. Alcune tradizioni ebraiche vedono Caino come il primo esiliato, ma non come un dannato. Diventa fondatore di civiltà. Dio lo lascia libero con le conseguenze delle sue azioni, ma non lo abbandona del tutto.
In sintesi:
Versione A: Cacciato = punizione ed esclusione.
Versione B: Allontanato da sé = conseguenza delle sue scelte, ma Dio gli dà comunque il segno e la vita va avanti.
La mia idea si avvicina molto alla Versione B: non è Dio che lo scaraventa via, è Caino che esce dalla relazione. È una lettura che rende Caino più umano e tragico, e Dio meno “vendicativo” e più rispettoso del libero arbitrio.
Condannare qualcuno e poi proteggerlo con un marchio credo sia contraddittorio (cfr. Efesini 1:13). Lo stato psichico di Caino era tormentato, stava male; infatti Dio glielo dice: «Perché sei turbato?». Quindi lo spinge in isolamento, nel deserto, il crogiuolo nella scuola di Dio. Anche Gesù fu sospinto «nel deserto» (Matteo 4:1).
La contraddizione apparente: protezione, psiche e il crogiuolo del deserto
Come fa Dio a condannare e, allo stesso tempo, a “mettere un segno” per proteggere?
La contraddizione apparente:
Profezia: «Sarai maledetto, errante e ramingo».
Misericordia: «Chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte». Il segno su di lui (Genesi 4:15).
Sembra un ossimoro, ma è proprio lì che molti vedono il punto: non è solo sofferenza, è conseguenza unita alla custodia. Dio mette Caino a conoscenza del male che ha fatto, ma non lo abbandona; lo lascia libero con le conseguenze, ma non lo consegna alla vendetta degli uomini.
Lo stato psichico devastato di Caino:
Prima dell’omicidio: «Perché sei irritato e perché hai il volto abbattuto?» (Genesi 4:6). Dio gli parla prima e lo avvisa: «Il peccato è accovacciato alla porta» (Genesi 4:7). E dopo: «Chiunque mi incontrerà mi ucciderà» (Genesi 4:14). Ecco chi lo perseguiterà: l’uomo, non Dio. Caino ha paura, paranoia, senso di colpa: è tormentato. L’esilio diventa il suo “deserto interiore” (presumo che il pubblicano avesse lo stesso stato d’animo in Luca 18:10-18).
Il deserto come crogiuolo:
Non è solo punizione: è il luogo dove non puoi scappare da te stesso, dove affronti quello che hai fatto.
Il parallelo con Gesù nel deserto
Gesù viene «condotto dallo Spirito nel deserto» (Matteo 4:1) per essere messo alla prova.
Caino va «nel paese di Nod, a est di Eden» (Genesi 4:16) per essere messo alla prova.
È lo stesso scenario: deserto, isolamento, confronto. C’è però un’enorme differenza: Gesù vince la prova, mentre Caino soccombe prima e poi deve viverci dentro.
Il deserto biblico non è solo desolazione, è il luogo dove Dio lavora l’uomo e dove non ci sono distrazioni: un crogiuolo. In fondo, forse la “contraddizione” è proprio il punto: giustizia senza annientamento, conseguenza senza abbandono. Dio non cancella il male di Caino, ma nemmeno lo lascia morire. Gli dà un marchio che è sia di protezione sia di memoria di ciò che ha fatto. È una teologia dura ma molto umana: Dio non ti protegge dal dolore delle tue scelte, ma ti protegge dall’essere distrutto da esse.
Non credo che Dio abbia condannato Gesù, ma lo preparava per la sua missione. Caino, invece, va nel deserto per conseguenza (cfr. Numeri 32:13): ha scelto, ha sbagliato, e ora deve abitare quella scelta. Il deserto è “Nod” = “erranza”, il luogo della fuga da Dio e da sé. È un crogiuolo, ma lui ci entra già spezzato. Gesù va nel deserto per preparazione: non è condannato, è «condotto dallo Spirito». Il deserto per Lui è scuola, non prigione; è il luogo dove viene forgiata la missione prima di iniziare il ministero pubblico. È lo stesso luogo geografico e simbolico, ma con due intenzioni completamente diverse.
Perché Dio fa così?
Il deserto biblico ha sempre questa doppia funzione:
Purgare: toglie le illusioni e ti mette davanti al n**o. Per Caino erano le illusioni di poter nascondere il male.
Formare: toglie le distrazioni e ti concentra sull’essenziale. Per Gesù era ascoltare solo la voce del Padre prima di parlare al mondo.
Dio non “condanna” mandando nel deserto, usa il deserto per rivelare: con Caino rivela le conseguenze del male, con Gesù rivela la forza di chi sceglie il bene anche quando costa.
Che cosa diventa allora il “marchio”?
Su Caino: un marchio di protezione e di memoria («Non ti ammazzo, ma nemmeno dimentico»).
Su Gesù: non ha bisogno di un marchio, Lui è il segno. E il deserto diventa il luogo dove rifiuta i “marchi” del potere, del pane e dello spettacolo.
Dio non spedisce per punire: spedisce per preparare o per far maturare, anche quando fa male. E questo cambia tutto il modo di leggere Nod. Non è solo un esilio: è il primo “deserto” dell’umanità.
Mi viene da pensare: anche noi viviamo dei “Nod” personali? Dei periodi-deserto che sembrano condanna ma in realtà sono preparazione?
La Giustizia come Giustificazione (Giovanni)
In Giovanni, Gesù dice che Dio non giudica, e se giudica lo fa per rendere giusto un uomo (giustificare): questa è la giustizia di Dio (cfr. Giovanni 5:22-23 e Giovanni 12:47).
La “giustizia” intesa come “giustificare” (in greco dikaiosyne) non significa solo dare la punizione corretta, ma rendere giusto, rimettere in carreggiata: è medicina, non solo un tribunale.
Se applichiamo questo a Caino: Dio non dice «ti distruggo», ma dice «il peccato è accovacciato alla porta, ma tu lo dominerai» (Genesi 4:7). Lo avvisa, gli dà una possibilità, e quando Caino sceglie male non lo elimina: lo sospende nel deserto di Nod proprio per fermarlo, per staccarlo dal luogo del delitto, dalla spirale e dalla vendetta degli altri.
Il deserto diventa allora il luogo della crescita e la radice della giustificazione:
Dove non puoi più fare male.
Dove sei solo con te stesso e con Dio.
Dove costruisci una città (Genesi 4:17).
Dove la vita ricomincia, segnata ma viva.

Caino nel “deserto-giustificazione”:
Stop: non può più uccidere.
Errante: non si ferma a fare altro male.
Protezione: il segno dice «la mia mano è ancora su di te».
Futuro: ha figli, costruisce. Dio non gli chiude la storia.
Non è un’assoluzione a buon mercato, è una conseguenza; ma è una conseguenza che salva. Caino viene sospinto nel deserto per essere riabilitato e custodito, arginato nel suo male. Gesù, al contrario, viene condotto nello stesso deserto non perché debba essere giustificato — Egli è già il Giusto —, ma per forgiare e manifestare la Sua fedeltà prima della missione, vincendo la tentazione laddove prima Adamo e poi Caino avevano ceduto.
In sintesi, se il giudizio di Dio fosse solo condanna, Caino sarebbe morto lì. Se fosse solo preparazione, non ci sarebbe stata la conseguenza. Essendo giustizia-giustificazione, è entrambe le cose: lo sospende nel dolore delle sue scelte, ma lo protegge per dargli una via.
«Caino doveva essere sospinto nel deserto per essere giustificato». È la stessa cosa che spesso viviamo noi: quei periodi-Nod che sembrano esilio, ma in realtà sono Dio che ci toglie dai luoghi dove continuiamo a farci male, per rimetterci in piedi.
Ti è mai capitato di rileggere un tuo “deserto” personale così? Come un luogo dove Dio ti stava giustificando invece che punendo?
P.S.: Al contrario, Adamo non fu sigillato: perché? (Genesi 3:12).

Lello Ianniello

Interviene il pastore Munther Isaac, esponente di Kairos Palestina e direttore del "Bethlehem Institute for Peace and Ju...
20/08/2026

Interviene il pastore Munther Isaac, esponente di Kairos Palestina e direttore del "Bethlehem Institute for Peace and Justice".
Modera Gaëlle Courtens, giornalista RSI.
Sono previsti interventi di dialogo con le chiese italiane.
Evento organizzato da: Ambasciatori Ambasciatrici di Pace-Ucebi, GLAM-FCEI, Dalla Parte di Abele, CIPAX.

Interviene il pastore Munther Isaac, esponente di Kairos Palestina ...

16/08/2026

Care sorelle e cari fratelli, la vita di comunità non è un'isola felice, ma un cantiere aperto dove, inevitabilmente, si creano crepe. Nel Discorso Comunitario che il Vangelo di Matteo ci dona, Gesù affronta le nostre relazioni con un realismo pieno di misericordia.
Gesù stabilisce un percorso graduale per gestire l'offesa:
«Se tuo fratello ha peccato contro di te, va' e convincilo fra te e lui solo. Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello» (Matteo 18:15).
Il primo passo non è la ricerca di alleati, il pettegolezzo o la gogna pubblica, ma la discrezione: fra te e lui solo. Questo vale nella comunità come nelle nostre case, dove spesso accade di sbagliare. Pensiamo ai litigi tra coniugi, quando si tende a ti**re dentro i figli per ottenere ragione o credito morale. Gesù ci insegna che l'obiettivo non è vincere una causa, ma "guadagnare" l'altro. È la stessa pedagogia della Torah: «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera pure il tuo prossimo, ma non ti caricare di un peccato a sua causa» (Levitico 19:17).
Se l'incontro privato non basta, si coinvolgono due o tre testimoni (Matteo 18:16; Deuteronomio 19:15), non per creare fazioni, ma per custodire la verità nella ca**tà. E quando si giunge a interpellare la chiesa (Matteo 18:17), perfino la distanza del «pagano e pubblicano» diventa l'inizio di una nuova missione d'amore.
Ricordiamoci dell'amore che Gesù ha dimostrato ai pagani e ai pubblicani.
A questo punto il Vangelo ci consegna una responsabilità enorme:
«Tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo» (Matteo 18:18).
La teologia che viviamo (le nostre convinzioni di fede) ha il potere di condizionare la vita del nostro prossimo. Una teologia rigida "lega" perché pone pesi insopportabili sulle spalle altrui. Una teologia di grazia "scioglie" perché libera le coscienze e sana le ferite. Quando ci accordiamo nella riconciliazione, si compie la promessa antica: «La mia dimora sarà in mezzo a loro» (Ezechiele 37:27).
È proprio qui che Gesù ci rivela il cuore profondo dell'essere comunità: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Matteo 18:20). Ci rende consapevoli che c'è Chiesa solo laddove c'è Gesù. La Chiesa non è definita da grandi numeri, da strutture imponenti o da gerarchie umano-istituzionali. Questa preziosa rivelazione ci libera da tutte le idee di chiesa — del passato, del presente e del futuro — che rischiano di imbrigliare la forza del Vangelo. La Chiesa non è un sistema da preservare, ma la presenza viva di Cristo da abitare insieme.
A Pietro che chiede se perdonare «fino a sette volte?» (Matteo 18:21), pensando al numero perfetto del condono sabbatico (Deuteronomio 15:1), Gesù risponde: «Fino a settanta volte sette» (Matteo 18:22).
Cristo ribalta la formula della vendetta illimitata di Lamech (Genesi 4:24) e la trasforma nella misura del perdono illimitato. Il discepolo è chiamato a spezzare la catena del male. Il perdono non misura il merito dell'altro, ma offre a chiunque la possibilità di una liberazione senza fine.
Chiediamo alla dolce Persona dello Spirito Santo di esercitare il perdono.
«Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato. Date e vi sarà dato; vi sarà versata in seno una buona misura, pigiata, scossa, traboccante; perché con la misura con cui misurate, sarà rimisurato a voi» (Luca 6:37-38).

Past. Salvatore Manzi

11/08/2026

Ci sono momenti nella vita in cui tutto quello che abbiamo costruito con tanto amore e impegno sembra crollare all'improvviso. Che si tratti di un progetto di lavoro, di un legame profondo o dei sogni di una vita intera, trovarsi davanti a un mucchio di macerie è devastante. Il dolore può diventare così fitto da farci smarrire la fiducia negli altri, nel futuro e perfino in Dio.
Quando ci sentiamo svuotati e senza forze, la tentazione è quella di pensare che sia finita per sempre. Ma la Parola ci ricorda che Dio non si allontana dal nostro dolore: "il SIGNORE è vicino a quelli che hanno il cuore spezzato e salva gli spiriti affranti" (Salmo 34,18). Egli conosce il peso della nostra sofferenza e non pretende che ripartiamo subito o che capiamo tutto a tutti i costi.
Nelle ore più buie, è fondamentale ricordare che il nostro sguardo è limitato al presente, mentre il Suo sguardo abbraccia l'eternità. Come ci viene detto in Isaia, «i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il SIGNORE. «Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così le mie vie sono alte al di sopra delle vostre vie e i miei pensieri al di sopra dei vostri pensieri» (Isaia 55,8-9). Le nostre costruzioni umane sono fragili e si possono spezzare, ma i progetti di Dio hanno una fattura diversa e non crollano con le nostre sconfitte.
Anche quando attorno vediamo solo detriti, la Sua storia con noi continua. «Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il SIGNORE; «pensieri di pace e non di male, per darvi un avve**re e una speranza» (Geremia 29:11).
Affidare a Lui quello che si è spezzato non significa far finta che il male non ci sia stato, ma credere che la nostra vita non si ferma dove finiscono le nostre forze. Nelle Sue mani, l'amore che hai donato e la passione che hai messo non vanno mai perduti: per te c'è ancora un avve**re, e c'è ancora speranza.

Past. Salvatore Manzi

09/08/2026

C'è un dettaglio nel Vangelo di Matteo che spesso rischiamo di saltare troppo in fretta. Subito dopo il grande miracolo della moltiplicazione dei pani, al versetto 22, la Scrittura dice:
«Subito dopo, Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, mentre egli avrebbe congedato la folla.» (Matteo 14:22)
Perché questo verbo così forte? Costrinse. I discepoli erano entusiasti, la folla voleva fare Gesù re, c'era la gloria, il successo. Ma Gesù li strappa da quella consolazione terrena e li spinge su una barca. E dove li manda quella barca? In mezzo alla tempesta.
Fratelli, sorelle, quante volte ci chiediamo: "Signore, perché mi trovo in questa prova? Eppure sto cercando di seguirti!". A volte la tempesta non è il risultato di un nostro peccato o di una sbandata: è una scelta pedagogica di Dio. Egli ci costringe a entrare nella notte per purificarci dalle nostre illusioni e insegnarci a cercarlo non per i suoi doni, ma per chi Egli è.
«Verso la quarta veglia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare.» (Matteo 14:25)
La quarta veglia della notte va dalle tre alle sei del mattino. È il momento più buio, l'ora più fredda, quando le forze umane sono del tutto esaurite e l'equipaggio ha remato tutta la notte senza avanzare.
Se andiamo indietro nella Scrittura, scopriamo che la quarta veglia ha una storia antica. Nel Libro dell'Esodo, quando il popolo di Israele si trova intrappolato tra l'esercito del Faraone e le acque del Mare Rosso, leggiamo:
«E avvenne che alla veglia del mattino il Signore, dalla colonna di fuoco e della nube, si mise a guardare il campo degli Egiziani e lo pose in rotta.» (Esodo 14:24)
Gesù non è in ritardo. Egli arriva esattamente nell'ora in cui Dio interviene da sempre: quando non ti rimane più alcuna risorsa umana.
E come si presenta? Camminando sul mare. Nel linguaggio della Bibbia, il mare è il simbolo del caos, del male, della morte. Nel libro di Giobbe è scritto di Dio:
«Egli solo spiega i cieli e cammina sulle onde del mare.» (Giobbe 9:8)
E ancora nel Salmo 77:
«La tua via fu in mezzo al mare, i tuoi sentieri in mezzo alle grandi acque e le tue impronte non furono riconosciute.» (Salmo 77:19)
Quando Gesù cammina sulle onde, non sta facendo un prodigio spettacolare: sta proclamando la sua divinità. Sta dicendo alla tua vita: "Ciò che ti sta sommergendo è sotto i miei piedi. Il caos che ti spaventa è la strada su cui io vengo a cercarti".
I discepoli, vedendolo camminare sul mare, si spaventano e gridano: "È un fantasma!". Ma la risposta di Gesù squarcia la notte:
«Ma subito Gesù parlò loro e disse: "Rassicuratevi; sono io, non temete!"» (Matteo 14:27)
Quel "Sono io", nel testo originale, è la traduzione di Ego Eimi. Non è un semplice "Ragazzi, sono Gesù". È la stessa identica espressione con cui Dio si rivelò a Mosè dal roveto ardente:
«Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono". Poi disse: "Dirai così ai figli d'Israele: 'L'Io sono mi ha mandato da voi'"» (Esodo 3,14)
Nel mezzo del tuo vento contrario, Gesù non ti offre una teoria o una formula magica. Ti offre la sua presenza rivelata. Pronuncia il Nome Sacro sopra i tuoi terrori: "Rassicurati, l'Io Sono è qui con te".
A questo punto Pietro fa una richiesta inaudita: "Signore, se sei tu, comandami di ve**re da te sulle acque". Gesù risponde con una sola parola: "Vieni!".
Pietro scende dalla barca. Finché il suo sguardo è fisso sulla Parola di Cristo, l'impossibile diventa possibile. Ma poi accade qualcosa:
«Ma vedendo il vento forte, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: "Signore, salvami!"» (Matteo 14:30)
Notate la sequenza: Pietro non affonda perché il vento si è alzato improvvisamente. Il vento c'era già prima! Affonda quando sposta lo sguardo da Gesù alla forza delle onde.
Eppure, guardate la grazia di Cristo:
«E subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?"» (Matteo 14:31)
Gesù non aspetta che la tempesta si calmi per salvare Pietro. Lo afferra mentre sono ancora dentro le onde. La salvezza non è l'assenza di problemi, ma la certezza di una mano che ti stringe forte e non ti lascia cadere nel fondo.
Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca, il vento si placa. E la reazione di coloro che erano a bordo è l'unica risposta ragionevole:
«Allora quelli che erano nella barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: "Veramente tu sei Figlio di Dio!"» (Matteo 14:33)
Fratello, sorella, forse ti trovi nella quarta veglia della tua vita. Ti senti spinto in una tempesta che non hai cercato, il vento è contrario e le tue forze sono finite.
Ricorda che Dio usa la notte per farti conoscere chi Egli è veramente. Che Egli cammina già sopra ciò che ti fa paura. Non guardare la forza del vento: tieni gli occhi su Colui che ti dice "Vieni".
Se stai affondando, fa' tua la preghiera più breve e potente del Vangelo: "Signore, salvami!". Egli stenderà la sua mano, ti afferrerà e ti condurrà in salvo. Amen.

02/08/2026

Fin dalle origini, la sequela di Gesù è stata segnata dal fraintendimento. Non è mai stato davvero chiaro cosa debbano fare i suoi seguaci, se non altro perché la tentazione di addomesticare il Maestro e piegare il suo passo al nostro risale ai suoi stessi discepoli.
Ieri come oggi, l’animo umano cerca risposte immediate e finisce per percorrere le medesime scorciatoie. C’è chi preferisce zittire il grido dei bisognosi, come chi intimava al cieco Bartimeo di tacere lungo la strada di Gerico (Marco 10,47-48); c’è chi, spaventato dalla moltitudine e dalla propria fragilità, suggerisce a Gesù di congedare la gente stanca perché si arrangi da sola nei villaggi (Matteo 14,15); e c’è chi continua a sognare i primi posti, inseguendo il prestigio e chiedendo di sedere alla destra o alla sinistra del Maestro nel suo Regno (Marco 10,35-37).
Abbiamo risposto a questa chiamata attraverso una moltitudine di forme e di ricchezze interiori. Abbiamo fondato comunità, ordini contemplativi, opere di accoglienza e di misericordia; ci siamo immersi nello studio profondo delle Scritture e nell'incessante ricerca teologica. C’è chi ha accolto l’invito a vendere tutto per donarlo ai poveri (Matteo 19,21), chi ha cercato il silenzio del deserto, la solitudine dell’ascesi o l’inquietudine del pellegrinaggio senza meta. E c’è anche chi ha ceduto all'illusione di costruire città perfette e regni visibili, dimenticando che la voce di Cristo ha sempre rifiutato le logiche di questo mondo (Giovanni 18,36).
Eppure, osservando tutto questo con una certa distanza del cuore, la confusione resta. Perché un conto è invocare Gesù per rassicurare i propri bisogni o le proprie paure, e un altro è seguirlo davvero.
Oggi più che mai, rischiamo di cadere nell’inganno di chi si professa discepolo ma vive nell’indifferenza, nel giudizio spietato verso l’altro o nell'illusione che la propria appartenenza lo renda migliore degli altri. Dimentichiamo così la lezione del Samaritano, che si china sul ferito senza chiederne l'identità (Luca 10,33-35), e l'avvertimento più severo di Gesù: non basta chiamarlo "Signore, Signore" per abitare la sua vita (Matteo 7,21).
Seguire Cristo richiede un movimento interiore opposto perché è un continuo disarmarsi. Significa spogliarsi dell’ansia di ruolo, della smania di dimostrare, dal bisogno di occupare spazi e di difendere le proprie certezze (Luca 14,7-11).
Bisogna mettersi in viaggio ogni giorno, con umiltà, senza pretendere che qualcun altro passi sulle nostre orme.
Come recita un bel canto: "Guardare solo Te Signore... E indietro mai tornare! Seguirti nel cammin, Signor, senza potermi mai stancare...

Past. Salvatore Manzi

Indirizzo

Via Giovanni V***a, 8
Casalnuovo Di Napoli
80013

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Giovedì 07:00 - 19:00
19:00 - 20:30
Domenica 10:30 - 12:00

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