13/05/2026
Apertura del Bicentenario della Nascita del Ven.P. Simpliciano della Natività, OFM
Meta di Sorrento – Basilica di Santa Maria del Lauro, 10 maggio 2026
Fratelli e sorelle, il Signore vi dia Pace!
Duecento anni meno un giorno fa, l’undici maggio del 1827, qui a Meta, un bambino di nome Aniello Maresca venne al mondo. E lo stesso giorno – non qualche settimana dopo, lo stesso giorno – fu portato in questa basilica e battezzato. Nascita e battesimo, in una sola luce. Non ѐ un dettaglio curioso: ѐ la chiave di tutto. La sua vita ѐ dall’inizio una vita pasquale, immersa in Cristo morto e risorto. Apriamo questo bicentenario non per commemorare un personaggio della vostra terra, ma per riconoscere un’opera dello Spirito che ѐ cominciata qui e non ѐ ancora finita.
Ci illumina la Parola che abbiamo appena ascoltato. Nel Vangelo, Gesù sta per andarsene. È la sera dell’ultima cena, lo aspetta la croce.
È proprio in quell’ora dice ai suoi: >. Promette il Paraclito – parola greca difficile, ma bella: significa insieme consolatore e avvocato difensore. Uno che sta accanto a chi non ha voce. Gesù lo chiama>:un altro come me, dice.
Lo Spirito non viene a sostituire Cristo, viene a renderlo presente in un modo nuovo: >. Non più davanti agli occhi, ma dentro al cuore. È questo l’amore di cui parla Gesù :non un sentimento, ma una dimora. Il Padre e il Figlio che vengono ad abitare in chi li accoglie.
Allora la prima domanda ѐ dove va lo Spirito, una volta donato? La prima lettura ce lo mostra, Va in Samaria. Non a Gerusalemme, non nel Tempio, non fra i puri: in Samaria, terra di confine, terra che gli ebrei consideravano impura, mescolata, inaffidabile.
E lo Spirito ci arriva attraverso un diacono, Filippo – non un apostolo, non uno dei Dodici. Un diacono. Filippo annuncia Cristo a chi era considerato fuori.
Luca annota una frase che non possiamo lasciar cadere: >. Lo Spirito – Paraclito attraversa le frontiere che gli uomini considerano invalicabili, e lascia dietro di sѐ gioia.
E la seconda lettura ci dice in che modo. Pietro scrive: siete >. Ma subito aggiunge: >. Non lasciamo cadere questa parola: con dolcezza.
La testimonianza cristiana non si impone, non grida, non giudica. Si offre. Perchѐ il suo contenuto ѐ Cristo >, che ѐ morto per ricondurci al Padre. Il modo della testimonianza ѐ già il suo contenuto.
Ecco. Teniamo insieme questi tre fili:
lo Spirito che non lascia orfani;
lo Spirito che attraversa le frontiere;
lo Spirito che si comunica con dolcezza.
E adesso guardiamo P. Simpliciano.
Lui ѐ il Filippo del diciannovesimo secolo.
Esce dalla Curia generalizia all’Aracoeli sul Campidoglio, dove era stato chiamato come segretario. Scende all’Ospedale della Consolazione, alle strade del Testaccio, a via della Marmorata. Vede le donne che la Roma del nuovo Regno d’Italia teneva ai margini – ferite, sfruttate, senza buon nome – e in loro riconosce la Samaria del suo tempo.
Per loro pensa a una casa, e la riassume in due parole che valgono un trattato: riabilitazione e lavoro. Non assistenzialismo, non beneficenza. Riabilitare: rimettere in piedi. Restituire un nome, una dignità battesimale, un futuro. È la grande gioia di Atti capitolo 8 che si fa storia in via della Marmorata.
E poi accade la cosa più bella, quella che non era prevista da nessuno – tantomeno da lui.
Alcune di quelle ragazze accolte nell’Ospizio di Santa Margherita chiedono di consacrarsi a Dio. Non ѐ qualcuno a salvare le povere: sono le povere a chiedere di diventare suore.
P.Simpliciano si ritrova fondatore suo malgrado, di quelle che furono chiamate Margheritine, oggi Suore Francescane dei Sacri Cuori. È il rovesciamento pasquale puro: chi era “ fuori” diventa fonte, l’oggetto della ca**tà diventa soggetto della consacrazione. È esattamente lo schema della Samaria: lo Spirito fa di chi era escluso un annunciatore.
E qui entra San Francesco. Quest’anno celebriamo il centenario del suo Transito: ottocento anni fa, il tre ottobre 1226, francesco moriva alla Porziuncola consegnando ai frati il suo Testamento. E lì scriveva quella frase che resta una pietra miliare del Vangelo Francescano: quando incontrai il lebbroso, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. Sentite la stessa parola di Pietro? Dolcezza. Non ѐ un caso. È lo stesso Spirito.
Per questo apriamo il bicentaenario di P.Simpliciano dentro il centenario del Transito di Francesco: non per coincedenza di calendario, ma per consegna.
Francesco consegna a Simpliciano lo stesso modo di stare davanti agli ultimi. Simpliciano lo traduce nel suo Ottocento. E oggi quella consegna arriva a noi, in questa basilica, in questa Eucaristia.
Fratelli e sorelle il Risorto continua a non lasciare orfano nessuno. Lo fa attraverso lo Spirito che ha mosso Filippo in Samaria, Francesco a San Damiano, Simpliciano al Testaccio. E lo fa oggi, attraverso le Margheritine sparse nelle Filippine, in Colombia, in India, in Corea, in Romania, in Polonia,in Indonesia, in Timor Est – e attraverso ciascuno di noi battezzati. Aprire questo bicentenario significa una sola cosa: lasciarci raggiungere da questa Pasqua.
Non vi lascio orfani. Buon Centenario, come chiamata verso il futuro per una missione feconda.
Fr. Massimo Fusarelli, OFM
Ministro generale