01/09/2026
Ci sono feste che si raccontano con le fotografie. E ce ne sono altre che, prima ancora, si raccontano con le mani.
Le mani di chi prepara, sistema, organizza, porta, accoglie, pulisce, corre, si mette a disposizione. Mani che magari non fanno tutto perfettamente, ma fanno tutto con quello che hanno: tempo, forze, disponibilità e amore.
La festa di San Diego è stata anche questo: una settimana costruita con le forze di una comunità che continua ad esserci. Non tutto sarà stato perfetto. Qualcosa si poteva fare meglio, qualche scelta potrà essere ripensata. Ma questo non dovrebbe essere motivo di divisione: gli errori, quando sono riconosciuti, servono a crescere, a correggere il passo e a ripartire.
Quello che invece mi interroga è altro.
È la facilità con cui, davanti a un imprevisto, una difficoltà o persino una cosa da aggiustare, possono nascere parole che feriscono, ironie, giudizi, compiacimenti. Come se la difficoltà dell'altro potesse diventare la nostra piccola rivincita.
E allora penso al Vangelo.
Non a quello che conosciamo e sappiamo citare quando serve a giudicare qualcuno, ma a quello che dovrebbe avere il coraggio di giudicare noi.
Perché il cristianesimo non è soltanto custodire una statua, una festa, una tradizione. È lasciarsi trasformare da Cristo. È imparare, un passo alla volta, a rendere più evangeliche le nostre parole, i nostri gesti, le nostre scelte, il nostro modo di stare con gli altri.
E oggi, in una comunità, in una città come Canicattì, nella nostra Sicilia, nel nostro Paese, nel mondo, dove sembra esserci sempre meno spazio per la mitezza, per il rispetto, per la fraternità, forse è proprio questo il compito che ci rimane: ricominciare da noi.
Non abbiamo bisogno di vincere gli uni sugli altri.
Abbiamo bisogno di camminare insieme.
Di fare meglio domani ciò che oggi non è riuscito bene. Di imparare dagli errori senza trasformarli in colpe da rinfacciare. Di avere il coraggio di dire ciò che pensiamo senza perdere la carità. Di scegliere la comunione anche quando sarebbe più facile scegliere la contrapposizione.
E davanti a Cristo, ogni tanto, dovremmo semplicemente fermarci e domandarci:
le mie parole, i miei gesti, le mie azioni, il modo in cui guardo l'altro… assomigliano davvero al Vangelo che dico di credere?
Forse è questa la vera festa da continuare.
Non quella di una statua perfetta.
Quella di una comunità che, nonostante tutto, sceglie ancora di camminare, di crescere e di diventare un po' più simile a Cristo.
Testo di Rosangela Firrigno