07/09/2026
Mentre la spesa militare accelera, quella per i cittadini e il loro futuro viene progressivamente lasciata al suo destino. Parlare di semplice “definanziamento” rischia di essere riduttivo: la parola giusta è disinvestimento. Un taglio invisibile ma profondo che svuota le tasche e le menti, abbandona l’edilizia scolastica e mortifica la libertà d’insegnamento e la dignità dei lavoratori.
In un’epoca segnata da tensioni internazionali e venti di guerra, lanciare una battaglia per l’istruzione significa difendere la democrazia alla sua radice. E i numeri, impietosi, raccontano una voragine che si allarga rispetto al resto d’Europa.
I numeri delle priorità: record per la Difesa, fanalino di coda per l’istruzione
I dati ufficiali scattano una fotografia inequivocabile. Secondo il Rapporto annuale Istat 2026, l’Italia ha destinato all’istruzione l’4% del Pil (pari a 88,95 miliardi), a fronte di una media dell’Unione Europea a 27 che si attesta al 4,8%.
Sul fronte opposto, il Rapporto annuale Nato 2025 certifica per l’Italia una spesa per la Difesa pari al 2,01% del Pil (circa 45,3 miliardi di euro), in netta crescita rispetto ai 33,4 miliardi (1,52%) del 2024.
Anche tenendo conto dei diversi perimetri contabili della Nato, il messaggio politico è cristallino: si investe con decisione su ciò a cui si sceglie di dare valore. E la scuola, evidentemente, non rientra tra le priorità strategiche del Paese.
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