Brescia Veneta

Brescia Veneta Raccontiamo la Brescia veneta e veneziana: la Leonessa degna Sposa del Leone di San Marco (dal 1438) e Figlia Prediletta di Venezia (dal 1426).

Riscoprendone la profonda e millenaria identità cattolica e veneziana di un un meraviglioso popolo veneto.

Giuseppe Melchiorre Sarto, passato alla storia come Papa San Pio X, è una delle figure più emblematiche della Chiesa Cat...
10/09/2026

Giuseppe Melchiorre Sarto, passato alla storia come Papa San Pio X, è una delle figure più emblematiche della Chiesa Cattolica, la Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo.
Dietro il pontefice “tradizionalista” ed intransigente contro il modernismo, da lui stesso definita la "sintesi di tutte le eresie" (e che davvero, profeticamente, ha avvelenato il mondo intero e le coscienze) si nasconde un uomo profondamente veneto, radicato nella terra, nella fede semplice del popolo e in una visione della Chiesa come custode immobile della tradizione.

Pio X nasce il 2 giugno 1835 a Riese, piccolo borgo della provincia di Treviso, allora parte del Regno Lombardo-Veneto sotto l’Impero austriaco. Figlio di Giovanni Battista Sarto, messo comunale, e di Margherita Sanson, sarta di campagna, cresce in una famiglia numerosa e povera, di condizione contadina e popolare. Questa origine umile segna per sempre il suo carattere: concreto, legato alla terra, diffidente verso le astrazioni intellettuali e le mode culturali delle élite.
Fin da ragazzo, Giuseppe respira un ambiente veneto profondamente cristiano: la parrocchia, la famiglia, il ciclo delle feste religiose, il lavoro nei campi scandito dal suono delle campane. La sua formazione avviene interamente in Veneto: cappellano, parroco a Salzano, canonico a Treviso, vescovo di Mantova e infine patriarca di Venezia, prima di essere eletto papa nel 1903. Anche una volta pontefice, mantiene vivi i legami con le sue origini: continua a parlare in dialetto veneto con i familiari e i compaesani, e confida più volte una struggente nostalgia per la sua terra.

Chi ha conosciuto Sarto lo descrive come un uomo di grande semplicità, schietto, a tratti ruvido, ma dotato di una straordinaria coerenza interiore. La sua umiltà non è pose retorica: rifiuta onori, preferisce abiti semplici, tratta con familiarità preti di campagna e fedeli comuni. Al tempo stesso, mostra una fermezza incrollabile quando si tratta di principi: per lui non ci sono compromessi possibili sulla dottrina, sulla disciplina ecclesiastica, sull’autorità del papa.
Questa combinazione di semplicità popolare e rigore dottrinale definisce il suo stile pastorale: un papa “parroco universale”, che guarda alla Chiesa come a una grande parrocchia da guidare con autorità paterna, ma anche con severità quando la fede è in pericolo.

L’identità di Pio X è inscindibilmente veneta, cattolica e tradizionale. Veneto è il suo mondo: la lingua, i paesaggi, il tipo di cristianesimo popolare, fatto di devozioni, processioni, santuari, una religiosità fatta più di gesti e abitudini che di grandi sistemi teologici. Cattolica è la sua appartenenza totale: per lui non esiste vera identità al di fuori della Chiesa romana, vista come unica arca di salvezza in un mondo che cambia troppo in fretta.
Tradizionale, infine, è la sua visione del cattolicesimo: Pio X difende i “grandi principi cattolici”, riafferma il primato della società religiosa su quella civile e combatte con decisione il modernismo teologico, considerato una deriva pericolosa per la fede.

Il suo pontificato è segnato da questa linea: rafforzamento dell’autorità papale, riforma del diritto canonico, promozione della comunione frequente e della musica sacra, ma anche condanna netta delle nuove correnti che vogliono “adattare” la dottrina allo spirito del tempo.
In questo senso, Pio X incarna un cattolicesimo di tradizione: radicato nel territorio, fedele a una visione immobile della verità rivelata, convinto che la Chiesa debba resistere più che assecondare le trasformazioni della modernità.

Due episodi, tramandati dalla memoria popolare e dalle cronache, dicono molto del suo carattere e della sua identità.
Nel luglio 1903, mentre parte dalla stazione di Venezia per raggiungere Roma e partecipare al conclave, una folla di fedeli lo saluta con affetto. Giuseppe Sarto, visibilmente commosso, risponde ad alta voce: «O vivo o morto tornerò a Venezia!». Parole che suonano quasi come una profezia: pochi giorni dopo sarà eletto papa con il nome di Pio X e non farà più ritorno a Venezia da patriarca; tornerà, decenni più tardi, solo come Santo, con la sua urna accolta nella basilica di San Marco.

La Peregrinato: il ritorno temporaneo.
Per adempiere a questa promessa, l'urna con il corpo di San Pio X è stata portata trionfalmente a Venezia in due occasioni storiche: la prima nel 1959 e la seconda più recente nel ottobre 2023 (in occasione del 120° anniversario della sua elezione a pontefice), dove è stata esposta alla venerazione dei fedeli nella Basilica della Salute e a Marghera.

Un altro aneddoto, più intimo e quotidiano, lo ritrae già pontefice, quando i cuochi vaticani, preoccupati, non sanno cosa preparargli da mangiare. Lui, con quel suo tono semplice e quasi scherzoso, taglia corto: «Risi e bisi». Riso e piselli, il piatto povero e familiare della tradizione veneta, lo stesso che si mangiava nelle case contadine e nelle osterie tra Padova, Venezia, Vicenza e Verona, e che non mancava neppure sulle tavole più modeste di Brescia e della sua pianura. In quella richiesta apparentemente banale c’è tutto il suo modo di essere: nessun gusto per il lusso, nessuna distanza tra il papa e il popolo, solo la fedeltà a un’identità fatta di terra, di cucina semplice, di abitudini antiche.

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Bongiorno Brèsa: un saluto veneto dalla Leonessa degna Sposa del Leone (questo è il vero titolo, attribuito ufficialment...
10/09/2026

Bongiorno Brèsa: un saluto veneto dalla Leonessa degna Sposa del Leone (questo è il vero titolo, attribuito ufficialmente a Brescia dalla Serenissima Repubblica di Venezia, conferito nel 1438 dal Doge Francesco Foscari e dal Senato veneziano).

"Buongiorno Brescia!": in bresciano, come in veneziano, si dice comunemente "Bongiorno Brésa".
Il dialetto bresciano è infatti un dialetto di area veneta con influenze lümbarde, come è normale per le città di confine: la vicinanza geografica e storica con la Lümbardia ha lasciato tracce evidenti, soprattutto a livello fonetico.
Tra queste, spiccano le cosiddette "vocali turbate" e le “vocali tronche”, tipiche dei dialetti lümbardi, i quali si trovano tutti ad ovest dell’Adda e che nel dialetto veneto bresciano si manifestano in modo più attenuato rispetto al lümbardo milanese o al veneto bergamasco, fino a sparire da Lonato (ex Magnifica Patria e oggi Diocesi di Verona) verso est.

La sciagurata classificazione ottocentesca e le sue ideologie di base hanno fatto danni che intossicano le coscienze e conoscenze di buona parte della gente di oggi.
La prima sistemazione scientifica dei dialetti dell’Italia settentrionale risale al 1853 (e ti pareva! Come poteva essere diversamente! Nel 1800 si fabbricavano quelli furbi e i geni anche senza catene di montaggio), con il "Saggio sui dialetti gallo-italici" di Bernardino Biondelli.
Esso tracciò confini storici e fonetici tra il lümbardo occidentale (😳🥱) e il fantasioso lümbardo orientale (🤣), basandosi su criteri come la presenza delle vocali turbate (/ø/, /y/) e la caduta delle vocali atone finali.

Tuttavia, questa classificazione — che identificava i dialetti “lümbardi” come eredi di un sostrato celtico — è oggi considerata una costruzione ideologica dell’Ottocento, legata al clima risorgimentale, illuminista e anticlericale dell’epoca.
Prima del 1800, non si sentiva affatto la necessità di definire il bresciano come “lümbardo”: era semplicemente dialetto bresciano di area veneta, perfettamente comprensibile a Venezia e nelle terre della Serenissima.

Il Bresciano ed il bergamasco erano tanto "lümbardi" da essere parti fondamentali ed irrinunciabile della Commedia dell’Arte.
A riprova della forte identità veneta del bresciano (e del bergamasco), basti pensare al contributo che questi dialetti diedero alla Commedia dell’Arte.
Le maschere di Carlo Goldoni, rappresentate in tutta Europa, venivano recitate a Venezia proprio in dialetto bresciano e bergamasco, senza che nessuno si scandalizzasse: erano varietà linguistiche comprensibili a tutti, parte integrante del mondo culturale veneto.
Questo dimostra come, prima delle folli classificazioni ottocentesche, il bresciano fosse percepito come una variante del veneto, non come un “dialetto lümbardo”.

"A la bonura!" é un’espressione, diffusissima anche nel bresciano, che si sta perdendo.
Tra le parole che purtroppo si stanno dimenticando, insieme allo stesso dialetto, c’è "bonura" come sinonimo di mattina (e dunque "buonora").
Fino a qualche decennio fa, era comune sentirla usare anche a Brescia, come eredità diretta del veneto.
Oggi sopravvive soprattutto nell’espressione “alla bonura!”, usata in tono ironico per chi arriva in ritardo o si sveglia tardi: è l’equivalente dell’italiano “alla buonora!”. In veneto, "bonura" significa letteralmente “di buon’ora”, e si usa per dire “presto” o “di buon mattino” (es. "Me go levà sta matina bonora" = “Mi sono alzato stamattina presto”). Storicamente, nel veneziano antico, l’espressione "Va in bonora" era anche un augurio di buona sorte quando ci si congedava.

Oggi, "Bongiorno"rimane il saluto più comune e riconoscibile, sia in bresciano che in veneziano. È singolare che molte parole, come "bonura", siano cadute in disuso, ma è importante ricordare che il bresciano, pur con le sue influenze lümbarde, resta un dialetto di area veneta, con una storia e un’identità che affondano le radici nella Serenissima e nella sua cultura.

P.S. Ringraziamo quelli furbi e quelli intelligenti che arrivano puntuali con le solite accuse ammuffite risorgimentiste e, göngölando dall'alto delle loro conoscenze informatiche, insinuano di avere scritto il post con l'AI: ne siamo lusingati, significa che i nostri post sono grammaticalmente perfetti.
Ai geni del web chiariamo che l'etichetta "Al" é riferita alla fotografia: la colonna marciana in Piazza della Loggia è stata infatti distrutta da quegli altri "furbi" e "geniacci" rivoluzionari di circa un secolo fa (che evidentemente erano gli avi di quelli di oggi) - i quali, a loro volta, dovrebbero scrivere i loro commenti con I'IA, così almeno sarebbero comprensibili a tutti. Però bisogna ammettere che, se nel mondo non ci fossero così tanti geni e sapienti laureati nei vari "universifici", la vita sarebbe decisamente troppo noiosa.

Natività di Maria: festa veneta, radici bizantine e memoria della Serenissima. L'8 settembre la Chiesa celebra la Nativi...
08/09/2026

Natività di Maria: festa veneta, radici bizantine e memoria della Serenissima.

L'8 settembre la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria. È una festa universale, ma nel Nord Italia si declina in modi profondamente diversi.
Qui vi presento la la devozione, i santuari e le feste patronali con cui il Veneto Storico (con Brescia, Bergamo e l'Istria veneta) vive l'8 settembre.

Nel Veneto Storico — inteso nel suo senso storico e culturale, che comprende a pieno titolo Brescia, Bergamo e, un tempo, lo Stato da Mar istriano — questa ricorrenza è il cuore di una tradizione mariana antica, diffusa, radicata nei santuari, nelle pievi, nei paesi, e intimamente legata alla storia stessa della Serenissima: un patrimonio che merita di essere conosciuto, approfondito e protetto.

Venezia, l'Annunciazione e la nascita di uno Stato consacrato a Maria

Il legame tra il Veneto Storico e la devozione mariana affonda le radici nel mito fondativo stesso di Venezia. La tradizione vuole che la città sia stata fondata il 25 marzo del 421, a mezzogiorno del Lunedì Santo — giorno che coincide con la festa dell'Annunciazione a Maria. Questa sovrapposizione tra la nascita temporale della città e l'incarnazione mariana ha conferito un'aura sacrale alle origini della Repubblica, legando per sempre il destino della Serenissima alla protezione della Vergine.

Da questo intreccio nasce una devozione che non è mai rimasta confinata alla sola laguna, ma che ha unito capillarmente l'intero territorio dei Domini di Terraferma e da Mar.
Il Veneto e l'intera Serenissima svilupparono una devozione mariana profondissima, arrivando a identificare l'inviolabilità dello Stato con la purezza della Vergine: un culto che divenne collante spirituale e politico di un dominio vastissimo, capace di estendere l'abbraccio protettivo di Maria a ovest fino a Brescia e Bergamo, e a est oltre il mare, lungo le coste dell'Istria, unificando popoli e culture sotto un'unica identità liturgica e civile.

Un segno tangibile di questa sacralità delle origini si trova nel cuore mercantile di Rialto, presso la chiesa di San Giacomo di Rialto ("San Giacométo"), considerata l'edificio religioso più antico di Venezia, il primo edificio mai costruito a Venezia, fondato il giorno dell'Annunciazione.

L’8 settembre a Venezia: la Natività di Maria nel cuore della Serenissima

L’8 settembre, la Chiesa celebra la Natività della Beata Vergine Maria: un giorno di luce nel calendario liturgico, che ricorda l’alba della nostra salvezza. A Venezia, questa festa era un appuntamento vivo, segnato da processioni, campane a festa e dal passo solenne del Doge verso la cattedrale.

Una festa antica, radicata nel popolo veneto

La Natività di Maria è una delle feste più antiche del cristianesimo, nata in Oriente e accolta in Occidente già nei primi secoli. Per il popolo veneto, l’8 settembre segnava il tempo in cui la terra comincia a riposare e il cielo si fa più vicino: la nascita di Maria come “aurora” che prepara il Sole di giustizia, Cristo.
Nelle campagne del Veneto, molte chiese parrocchiali e capitelli sono dedicati alla Madonna di settembre. Ancora oggi, in diverse località, si tengono tridui, novene e piccole fiere in onore della Natività di Maria, segno di una devozione che non si è spenta.

Venezia e la processione del Doge a San Pietro di Castello

A Venezia, l’8 settembre aveva un volto insieme popolare e istituzionale. Le cronache ricordano che in questo giorno il Doge, accompagnato dalle massime cariche della Repubblica, si recava in forma solenne alla chiesa di San Pietro di Castello, la cattedrale patriarcale fino all’Ottocento.

Questa “pubblica andata” non era una semplice gita: era un atto di fede dello Stato. La Serenissima, in quel corteo, si presentava come “serva di Maria”, riconoscendo nella Vergine la protettrice della città e delle sue istituzioni.
Il Doge, sotto il baldacchino, attraversava calli e campi, mentre le campane suonavano a festa e il popolo si affacciava a pregare.

In un’epoca in cui la politica ha dimenticato il Cielo, quel gesto ci ricorda che ogni autorità viene da Dio e a Dio deve rispondere. La Repubblica che si inginocchia davanti alla Madre di Dio è un’immagine che dovrebbe far pensare anche a noi, oggi.
Chiedevi chi ha abbattuto la Serenissima, chi ha smembrato il suo territorio in pseudo regioni e pseudo nazioni, e ricostruite l'identikit del rivoluzionario.

Maria, “Stella del Mare” e patrona dei veneziani

Per Venezia, città di mare e di commerci, Maria è sempre stata “Stella del Mare”, guida sicura nelle tempeste. I marinai la invocavano prima di partire, le famiglie la pregavano per il ritorno dei cari, le Scuole Grandi la onoravano con processioni e opere di ca**tà.
Nel Veneto Storico e nelle terre di Brescia e Bergamo, la Natività di Maria é onnipresente, capillare: é universale, ed in greco si direbbe "Catholicos".
Non esiste un'unica cattedrale che assorbe tutta la devozione: sono molti i luoghi che condividono la stessa festa, la stessa Madre, lo stesso calendario, e che storicamente segnavano anche il passaggio dei cicli agricoli, con la fine dei raccolti estivi e l'apertura delle sagre e delle fiere autunnali di paese.

- A Vicenza, l'8 settembre è il giorno grande del santuario di Monte Berico: una processione solenne sale dalla cattedrale alla chiesa sui colli, tra fiori, canti e migliaia di fedeli.
- Nel Friuli di influenza veneta, il santuario della Beata Vergine di Castelmonte vive giornate di intenso pellegrinaggio.
- In numerosi centri della Terraferma — Bagnolo di Po, Badia Polesine, Castello di Godego, Este, Fiesso Umbertiano, Fonzaso, Merlara, Miane, Pozzonovo, Ronco all'Adige, Rossano Veneto, Sorgà, Stra, Trebaseleghe, Venezia-Dese e Zianigo di Mirano nel veneziano — la parrocchia stessa porta il titolo della Natività di Maria.
- A Venezia, altari e opere dedicate alla Natività sono presenti in chiese storiche, a testimonianza di una spiritualità cittadina da sempre legata a Maria, considerata protettrice e madre fondamentale della civiltà lagunare.

Il capolavoro di Giotto a Padova

Il riferimento artistico più celebre sul tema, in Veneto, è l'affresco della Natività di Maria dipinto da Giotto tra il 1303 e il 1305 nella Ca****la degli Scrovegni a Padova.
L'opera rivoluziona la tradizione medievale e bizantina, trasformando un soggetto sacro in una scena intima e domestica:
Sant'Anna vi è raffigurata semidistesa sul letto dopo il parto, mentre le ancelle si muovono con naturalezza per accudire e lavare la neonata.
È un segno di come, già nel Trecento, la sensibilità veneta abbia saputo fondere la solennità del sacro con il calore della vita quotidiana — la stessa cifra che ritroviamo, secoli dopo, nelle feste patronali dei paesi.

La Terraferma: Brescia e Bergamo

Spostandosi lungo i confini occidentali della Terraferma veneta, la solennità dell'8 settembre — nota anche come il giorno della Madonna Bambina — si innesta profondamente nel tessuto devozionale del territorio.

A Brescia, il fulcro delle celebrazioni è la Basilica-santuario di Santa Maria delle Grazie, che festeggia l'8 settembre come solennità patronale.
Qui la devozione attira una partecipazione corale, che culmina storicamente con il solenne pontificale episcopale e con il tradizionale rito della benedizione dei bambini nel pomeriggio — un gesto che richiama la protezione della Vergine sulle nuove generazioni.
Attorno alla Basilica, una f***a rete di pievi e parrocchie porta lo stesso titolo: Urago Mella, Buffalora, Cazzago San Martino, Rudiano, Garda di Sonico in Val Camonica, Polpenazze del Garda con la sua chiesa cinquecentesca.

A Bergamo, la chiesa della Natività della Beata Vergine Maria, nota come "Madonna del Bosco" sui Colli, custodisce la medesima dedicazione.
La devozione a Maria Bambina vanta qui radici storiche fortissime, in particolare nella zona di Lovere, legata alla spiritualità e all'opera delle Suore di Ca**tà, note appunto come Suore di Maria Bambina: custodi di una tradizione diffusa di preghiera, novene e affreschi domestici che celebrano la Vergine in fasce, accudita dai santi genitori Anna e Gioacchino.

I Domini da Mar: l'Istria veneta

Il medesimo filo spirituale della Serenissima si dipana fino ai territori dell'Istria, storicamente uniti a Venezia per secoli da profondi legami culturali, linguistici e liturgici. Nelle comunità costiere istriane, il culto della Natività della Vergine — e la successiva eredità della devozione alla Madonna della Salute — costituivano un autentico collante d'identità, capace di connettere spiritualmente le parrocchie d'oltremare con i decreti dogali e le celebrazioni della capitale della Repubblica.

Una tradizione probabilmente di impronta bizantina

La forza di questa devozione non nasce dal nulla. Il Veneto è stato per secoli ponte tra Oriente e Occidente: Venezia ha intrattenuto rapporti intensi con Costantinopoli, ha accolto artisti, teologi, reliquie, icone di tradizione bizantina.
Non è un caso che molte delle più antiche immagini mariane venete mostrino tratti iconografici e spirituali vicini all'Oriente cristiano — la stessa tradizione che, come si è visto, Giotto seppe reinterpretare con libertà a Padova.
La festa della Natività di Maria, con la sua ricchezza di santuari e feste patronali, si inserisce bene in questo quadro: una devozione fatta di luoghi alti e di comunità concrete, erede di una linea mariana che viene da lontano.

Le differenze con la Lombardia, intesa come area geografica, storica, culturale ad ovest dell'Adda, sono notevoli.
La regione artificiale istituita nel 1970 a cui é seguita la riforma delle diocesi nel 1976 con l'adeguamento ai nuovi confini regionali, hanno accorpato Brescia e Bergamo, 2 città veneziane con popoli veneti, ad una nuova progressista e modernista regione amministrativa ed ecclesiastica, provocando uno strappo con il passato.

A Milano, la Natività di Maria ha un profilo diverso: il Duomo è dedicato a Santa Maria Nascente, e l'8 settembre è la festa della cattedrale e dell'arcidiocesi ambrosiana, con liturgia solenne che segna la ripresa dell'anno pastorale.
É una festività del Duomo, a cui non segue una diffusione capillare ma in passato esisteva una devozione privata e domestica a Maria Bambina, con statuette che venivano donate agli sposi, diffusa soprattutto in Brianza.
È un modello coerente, legittimo, devozionale — ma di segno opposto a quello veneto: un modello cattedrale e diocesano, centrato sulla città e sul suo Duomo, non su una rete di santuari, pievi e paesi.

Va detto con chiarezza: Brescia e Bergamo non appartengono a questo modello lombardo-ambrosiano!
Non vi appartengono culturalmente, non vi appartengono religiosamente, non vi appartengono per tradizione né per devozione popolare.
Furono per secoli presidi strategici della Terraferma veneta e come tali assorbirono profondamente il fervore religioso della Serenissima, integrando il culto della Madonna Bambina dell'8 settembre nelle proprie tradizioni contadine e nell'architettura dei propri santuari.

La loro rete di pievi, santuari e feste patronali — Santa Maria delle Grazie, Urago Mella, Cazzago San Martino, Polpenazze, la Madonna del Bosco, la devozione di Lovere — risponde allo stesso modello policentrico e paesano che si ritrova a Vicenza, nel Polesine, in Terraferma: quello veneto.

Confondere questa appartenenza con l'area ambrosiana significherebbe appiattire una specificità storica e spirituale reale, riducendo a variante lombarda ciò che è invece parte viva e autonoma del patrimonio mariano veneto.

Proteggere le differenze per custodire un patrimonio più ricco

Valorizzare la specificità veneta della Natività di Maria — da Venezia a Brescia, da Bergamo all'Istria — non significa denigrare Milano o la Lombardia.
Significa riconoscere che il Nord Italia non è un blocco unico, ma un intreccio di tradizioni, liturgie, devozioni, ciascuna con la propria dignità e la propria storia.
Il modello ambrosiano ha la sua coerenza; quello veneto ha la sua, radicata nel mito fondativo stesso della Serenissima, e non ha bisogno di essere ricondotto ad altro per essere compreso.

Proteggere queste differenze significa custodire santuari, processioni, feste di paese, icone, memorie locali che rischiano altrimenti di essere assorbite in narrazioni più grandi e meno fedeli alla realtà storica.
Significa, soprattutto, tenere viva una linea mariana che viene da lontano — da quella Venezia che nacque, secondo la leggenda, nel giorno dell'Annunciazione, e che ha saputo fare della Madre di Dio non un titolo astratto, ma un volto familiare di città, di campagne, di comunità, da Rialto fino alle coste dell'Istria.
La Natività di Maria, nel Veneto, a Brescia, a Bergamo, è proprio questo: una festa che unisce cielo e terra, storia e fede, santuari e case. Un patrimonio spirituale unico, che vale la pena conoscere, raccontare e proteggere.

Nota finale:
Alla luce di quanto scritto fin qui, e dell'enorme tradizione cattolica veneta e veneziana che affonda le radici in queste terre millenarie venete, non posso tacere un'osservazione a margine.
Oggi, riguardo l'8 settembre, ho sentito citare (e non serve scrivere dove: non ha importanza e non cambia nulla), come riferimento per la Natività di Maria, il Duomo di Milano e la sua dedicazione a Santa Maria Nascente.

Un richiamo in sé legittimo, perché quella di Milano è una tradizione autentica e degna di rispetto — lo si è ricordato in questo stesso articolo: é come parlare di una famiglia decorosa ed apprezzabile, ma diversa, un altra famiglia. Un vicino di casa simpatico e piacevole, ma differente e per certi versi estraneo.

Si sarebbero potute ricordare le chiese di Roma, Napoli o dell'appassionata Sicilia.
Ma quella citazione singolare su Milano, una tantum e poi il silenzio, in una chiesa veneta costruita da Venezia e da bresciani che si sono dedicati spontaneamente alla città straordinaria che fu fondata il giorno dell'Annunciazione — la città del Leone di San Marco Evangelista di cui Brescia è la Leonessa, sua sposa degna e fedele — è parsa a chi scrive un riferimento fuori contesto, irrispettoso verso chi ha donato tutte quelle ricchezze, gli altari e l'edificio stesso in cui ci trovavamo;
irrispettoso verso chi ha donato quelle tradizioni che non si rispettano più, di cui sono rimaste solo le ombre: é spiazzante, doloroso, per certi versi un tradimento.

Si sarebbe potuto citare Monte Berico, Santa Maria dei Miracoli, Santa Maria della Pace, San Giacometto a Rialto, la Basilica del Santo a Padova: luoghi che appartengono alla storia religiosa di questa terra, e che sarebbero stati assai più naturali per una comunità veneta. Invece no: il Duomo di Milano, la città patria del modernismo e di quelle idee che Papa San Pio X (che visitò la Chiesa di Santa Maria delle Grazie), definì la sintesi di tutte le eresie. Se dai frutti si riconosceranno, allora non é difficile riconoscere sia i frutti che gli alberi che li hanno generati.

Non tocca a un articolo di cronaca risolvere alcuna questione.
Ma proprio per questo, chi ama la tradizione cattolica veneta di Brescia e Bergamo e di tutto il Veneto Storico ha, a mio avviso, una responsabilità in più: continuare a nominare per primi i propri santuari, i propri titoli mariani, la propria storia — perché un patrimonio che non si racconta è un patrimonio che, lentamente, si dimentica.
Ancora oggi, nelle parrocchie veneziane e nelle comunità del Veneto Storico, l’8 settembre può diventare un’occasione per riscoprire questa devozione: come cattolici veneti, abbiamo il dovere di ridare spessore a questa festa, non per nostalgia del passato, ma per fedeltà al Vangelo.

Celebrare la Natività di Maria vuol dire:

- Riconoscere che la salvezza entra nella storia attraverso una donna, umile e libera, che dice “sì” a Dio.
- Ringraziare per le madri, le nonne, le educatrici che, come Maria, fanno nascere la vita e la custodiscono.
- Affidare a Maria le nostre comunità, le parrocchie venete, le scuole venete, le fabbriche venete, perché “generino” Cristo nel mondo.

A Venezia, come in ogni angolo del Veneto Storico, l’8 settembre può tornare a essere una festa del popolo che cammina con Maria verso suo Figlio. Basta poco: una Messa curata, una processione, un momento di catechesi, un gesto di ca**tà verso chi è solo.

Oggi ho scoperto antiche testimonianze di devozione nella Basilica della Grazie e né scriverò presto.

L'OMBRA DEL LEONE SULL'ALTOPIANO DEL SOLETra le vette di Borno, dove la fede camuna incontra la storia e l'arte della Se...
07/09/2026

L'OMBRA DEL LEONE SULL'ALTOPIANO DEL SOLE
Tra le vette di Borno, dove la fede camuna incontra la storia e l'arte della Serenissima

Chi l'ha detto che per respirare la storia di Venezia bisogna per forza restare in Laguna? C'è un luogo, arrampicato tra le montagne bresciane della Val Camonica, dove il Leone di San Marco si ascolta nel fruscio dei boschi e si legge scolpito nella pietra delle case, quasi fosse rimasto lì ad attendere chi ancora sa riconoscerlo.
È il borgo di Borno, sull'Altopiano del Sole: un frammento vivo di quella Terraferma che, dal 1428 al 1797, visse e prosperò sotto l'ala protettrice della Repubblica Veneta.

Borno, fiero comune cattolico, trovò nei Dogi lo scudo perfetto contro le prepotenze dei signorotti locali, e non è un caso che i decreti ducali venissero letti sul sagrato della chiesa come fossero sentenze divine, garanzia di giustizia per la povera gente di montagna.

Basti pensare a quello firmato da Andrea Gritti nel 1529, a difesa dei pascoli del Monte Negrino dalle pretese delle valli vicine: la parola del Doge, anche lassù, valeva più di ogni prepotenza locale.
Il "colpo d'occhio" veneto nella Parrocchiale
Ed è varcando la soglia della Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista che questa simbiosi culturale si rivela in tutta la sua forza: non un semplice luogo di culto, ma una vera galleria d'arte ad alta quota, capace di lasciare a bocca aperta anche il visitatore più smaliziato.

Basta fermarsi davanti all'altare della Madonna del Rosario e perdersi nei dettagli del paliotto, attribuito allo scalpello di Giovanni Giuseppe Piccini, per capire quanto lontano arrivasse il gusto veneziano.
Poco più in là, il drammatico realismo del Cristo Morto (1716), di scuola fantoniana, gioca con i chiaroscuri esattamente come facevano i grandi maestri del Seicento veneziano;
e alzando lo sguardo sull'altare di San Giuseppe si scopre che la pala porta la firma di Lattanzio Querena, artista che dalle valli bergamasche si consacrò proprio tra le aule dell'Accademia di Belle Arti di Venezia.

Dal punto di vista iconografico, l'opera custodisce una particolarità sensazionale: è la prima volta che la figura di San Giuseppe viene inserita all'interno della rappresentazione della Vergine Maria. Tale innovazione si fonde con una precisa geografia devozionale legata alla Serenissima.
La scena sostituisce le presenze convenzionali con figure fortemente venerate a Venezia e nel Veneto occidentale (Brescia, Padova, Mantova, Bergamo e Verona), tra cui spiccano Sant'Antonio e San Luigi Gonzaga. Straordinaria, in particolare, è la presenza del primo patriarca di Venezia, San Lorenzo Giustiniani, ritratto con la tipica croce patriarcale diffusissima nella diocesi veneziana e veneta di Brescia e provincia.

Dai boschi della Val Camonica alle fondamenta di Venezia

Anche passeggiando per le vie del centro si respira la stessa aria: l'architettura racconta l'ascesa economica delle grandi famiglie bornesi — i Peci, i Franzoni, i Fiorini, i Goldaniga — arricchite dal commercio del ferro e del legno, che trasformarono le severe case-torri medievali in eleganti palazzetti rinascimentali, con loggiati e portali in pietra che sembrano rubati a un campo veneziano.

E non è un'immagine casuale, perché da qui partiva davvero parte dell'energia che muoveva la Serenissima: esisteva un'autostrada liquida che univa Borno all'Arsenale di Venezia, lungo la quale i boscaioli camuni abbattevano gli abeti più alti e maestosi, li marchiavano con i simboli della Repubblica e li affidavano alla corrente del fiume Oglio, fino al mare. Quegli stessi tronchi alpini sono diventati le palafitte invisibili su cui ancora oggi poggia Venezia, e gli alberi maestri dei galeoni che, sotto le insegne della cristianità, combatterono a Lepanto.

Ed è proprio su questo filo — quello che lega il legno delle montagne camune alle fondamenta della città sull'acqua — che si innesta una delle figure più straordinarie legate a questa terra: Bernardino Zendrini. Non nacque a Borno, bensì a Valle di Saviore, oggi Saviore dell'Adamello, nel cuore della Val Camonica, nel 1679; ma il suo legame con Borno è profondo, di sangue oltre che di storia, perché la famiglia Zendrini — legata anche al cognome Bornini — affonda le proprie radici proprio nell'area di Borno e Bienno, da cui i suoi antenati, come il nonno nato a Bienno nel 1582, provenivano prima di stabilirsi a Saviore. Fu lui, figlio di questa stessa terra di boscaioli e di fede, a diventare uno dei più grandi ingegneri idraulici del Settecento europeo, l'uomo che più di ogni altro seppe proteggere Venezia costruita sui pali: a lui dobbiamo infatti i Murazzi, le imponenti dighe in muratura e pietra che ancora oggi difendono la laguna dalla furia delle maree e dall'acqua alta, coronando idealmente quell'opera secolare di boscaioli e maestranze camune che, tronco dopo tronco, avevano già sorretto la città dal profondo delle sue fondamenta.

Non è forse commovente pensare che lo stesso sangue camuno che scorreva nei boscaioli capaci di far scivolare gli abeti fino al mare scorresse anche nelle vene dell'ingegnere che, secoli dopo, ne avrebbe difeso l'eredità? Una montagna che, con le sue braccia, il suo legno e il suo ingegno, ha costruito e poi salvato la Regina dell'Adriatico.
Un archivio segreto tra le montagne
La prova più autentica di questa straordinaria avventura è custodita ancora oggi, gelosamente, nell'Archivio Parrocchiale, dove tra i registri delle nascite e i fogli ingialliti dal tempo riemergono lettere disperate inviate ai Dogi nei momenti di carestia, richieste di esenzione dalle tasse, preghiere scritte a mano dai boscaioli prima di affidarsi alle correnti impetuose del fiume. Ecco perché Borno non è soltanto una meta per sfuggire alla calura estiva, ma una lezione di storia a cielo aperto: una comunità di montagna che ha saputo aprirsi al mondo senza mai perdere la propria anima, dimostrando che la fede e la cultura sanno superare persino i confini delle montagne più alte. Un pezzetto di storia veneta tra le nuvole, pronto per essere riscoperto da una nuova generazione di viaggiatori.
Viva San Marco, viva la Serenissima, viva questa terra veneta che, dalle Alpi alla Laguna, non ha mai smesso di essere una cosa sola.

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Brescia
BRESCIA

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