14/06/2026
Avere il coraggio e la sfrontatezza di andare dove i soliti moderati non arrivano.
Ce ne facciano carico noi. Da sempre.
✍🏻 Il dato politico del corteo per la Remigrazione a Roma non sta soltanto nei numeri, nelle bandiere o nella reazione nervosa degli avversari. Sta nel fatto che una parola fino a ieri impronunciabile è entrata nello spazio pubblico, ha preso corpo, ha camminato nelle strade della Capitale. Questo è il punto da cui partire: la Remigrazione è uscita dal recinto della teoria, della provocazione, della formula per addetti ai lavori, ed è diventata immagine, presenza, mobilitazione, possibilità.
Ogni tornante storico nasce da una sfida e da una risposta. La sfida del nostro tempo è evidente: immigrazione di massa, crisi demografica, dissoluzione comunitaria, periferie abbandonate, Stati incapaci di decidere chi entra, chi resta e chi deve essere rimpatriato. Per anni questa frattura è stata trattata come un problema tecnico, amministrativo o securitario. In realtà è una questione politica, perché riguarda la continuità dei popoli europei, il loro diritto a restare se stessi, la loro capacità di produrre ancora storia.
Da almeno un decennio, con l’irruzione del momento populista, i popoli europei cercano di tornare sulla scena. Lo fanno spesso in modo confuso, contraddittorio, perfino disordinato, perché nessuna vera egemonia alternativa ha saputo dare forma compiuta a questa energia. La rabbia delle periferie, il rifiuto del multiculturalismo, la domanda di confini e sicurezza, la sfiducia verso la società aperta non sono episodi passeggeri. Sono correnti profonde. Quando una corrente storica non viene compresa, non scompare: cerca altre vie, altri linguaggi, altre fratture attraverso cui manifestarsi.
Il corteo di Roma ha avuto senso perché ha intercettato questa corrente e le ha dato una prima forma visibile. Perché non basta avere ragione sul piano teorico e perché le idee non camminano da sole: richiedono partecipazione, immersione, presenza. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo della realtà e impadronirsi delle forze in atto. La Remigrazione non poteva restare un concetto da convegno o da articolo. Doveva diventare gesto, ritmo, corpo collettivo. Doveva mostrare che una comunità politica è disposta a farsi carico di quella parola e a sopportarne il peso.
Qui si apre il tema dell’egemonia, tanto caro a molta intellighenzia di destra e di sinistra. Una parola diventa egemonica quando smette di essere proprietà di pochi e comincia a organizzare l’immaginario di molti. Quando non descrive più soltanto un programma, ma orienta una percezione del mondo. La Remigrazione ha questa forza perché nomina insieme il problema e la direzione: non solo il fallimento dell’immigrazione di massa, ma la possibilità di rovesciare il processo; non solo la denuncia del caos, ma la volontà di ricostruire confini, appartenenza, sovranità e continuità; non pone solo la questione del “chi deve uscire”, chiede implicitamente d’identificarsi in un “noi”.
Per questo la polemica con chi ha fatto lo schizzinoso del giorno dopo conta poco. Chi misura tutto sul metro della rispettabilità mediatica non capisce che ogni egemonia nasce prima come rottura. I moderati arrivano dopo, quando la parola proibita è già diventata senso comune. Il punto non è rendere la Remigrazione innocua per farla accettare ai salotti, ma renderla comprensibile, praticabile, popolare senza privarla della sua carica di rottura. Una parola radicale non va castrata: va educata alla forma, alla disciplina, alla durata.
L’essenza di ogni popolo è il movimento. Movimento di un progetto storico, movimento di una mobilitazione nazionale, movimento di una direzione politica, movimento di un ideale sociale, movimento di una conquista tecnica del mondo. Un popolo che smette di muoversi viene amministrato, sostituito, dissolto. Un popolo che torna a muoversi ricomincia a produrre identificazione e destino. La Remigrazione parla precisamente di questo: non di nostalgia, ma di ripresa del movimento; non di chiusura sterile, ma di riconquista della capacità di decidere.
Roma, in questo senso, non ha chiuso nulla. Ha aperto. Ha mostrato che esiste uno spazio per una nuova sintesi europea, capace di tenere insieme identità e giustizia sociale, confini e sovranità, sicurezza e comunità, radicamento e potenza. Non si tratta di ripetere i linguaggi del passato, né di rifugiarsi in simboli consumati. Si tratta di capire dove tende il nostro tempo e di inserirsi nel processo reale con creatività, lucidità e volontà.
Siamo dentro il pericolo, e proprio per questo il momento è fecondo. Perché il pericolo costringe a scegliere, rompe le ambiguità, dissolve le finzioni. La Remigrazione è oggi il nome di una necessità storica che cerca forma. Il corteo di Roma ha dimostrato che questa necessità può diventare presenza. Ora la battaglia è davvero iniziata: trasformare una parola in immaginario, un immaginario in senso comune, un senso comune in direzione storica.