01/09/2026
MT 16,21-27 Il diavolo non si presenta mai vestito da diavolo. Si presenta da amico, da consigliere fidato, perfino da primo degli apostoli. Chiediamoci: quanti in questi anni hanno seguito un cattolicesimo che si mette in posa col crocifisso in mano e poi ostacola i salvataggi in mare? Non è una deviazione moderna. Ha duemila anni e inizia con Pietro. Fra Alberto Maggi oggi ci racconta il momento in cui il primo degli apostoli, appena finito di riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, gli si mette di traverso perché non accetta un Messia che perde. E si sente rispondere con le beatitudini: si comincia condividendo, si finisce perseguitati. Chiediamoci: per cosa saremo giudicati?
“IL”, UN ARTICOLO CHE CAMBIA TUTTO
I manoscritti più autorevoli del Vangelo di Matteo (Sinaitico e Vaticano) riportano l’espressione Iêsoûs Christos, Gesù Messia senza l’articolo “il”. L’evangelista, dopo aver ricordato la proibizione di Gesù di dire ad alcuno che egli era il Messia, presenta ora Gesù Messia, ma un messia completamente diverso da quello della tradizione.
GERUSALEMME, LA CITTA’ ASSASSINA DEI PROFETI
Infatti, questo Messia annuncia che la sua morte sarà opera del Sinedrio, il massimo organo giuridico di Israele composto dagli anziani, i sommi sacerdoti e gli scribi. I farisei hanno già preso la decisione di eliminare Gesù (Mt 12,14), ma è la prima volta che lui parla apertamente ai suoi di ciò che l’attende a Gerusalemme, la città santa che ancora una volta appare nella sua veste sinistra di assassina dei profeti di Dio (Mt 23,37).
PASCHA (PASQUA) E IL VERBO PASCHÔ (SOFFRIRE).
Conscio di riferire importanti affermazioni di Gesù, l’evangelista usa attentamente il linguaggio. L’espressione doveva è un termine tecnico usato nei vangeli per indicare il disegno di Dio che Gesù attua. La scelta del verbo soffrire è intenzionale. Questo verbo, che non ha equivalente nell'aramaico, venne adottato nel cristianesimo primitivo per indicare la morte di Gesù (At 1,3; 3,18; Eb 2,18; 5,8; 9,26; 13,12) a causa della somiglianza tra la parola greca pascha (Pasqua) e il verbo paschô (soffrire). I cristiani videro nella morte di Gesù la vera Pasqua: “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato” (1 Cor 5,7). Il verbo risuscitare [gr. egeirô] viene adoperato al passivo per indicare come la risurrezione di Gesù sia un’azione creatrice da parte di Dio.
IL NUMERO TRE (RESURREZIONE, RINNEGAMENTO DI PIETRO) APPARTIENE ALLA TEOLOGIA E NON ALLA CRONOLOGIA
L’annuncio di Gesù non si limita alla sua morte. Egli, il “Figlio del Dio vivificante”, sarà ucciso ma continuerà a vivere definitivamente. La cifra tre/terzo non è un’indicazione cronologica ma teologica e rimanda al significato simbolico del numero tre che indica la pienezza, quel che è completo (come Pietro che rinnegherà Gesù per tre volte, cioè completamente, Mt 26,28).
PIETRO (SIMONE) SI METTE DI TRAVERSO
Per la prima volta nella narrazione Simone non è presentato col suo nome ma solo col soprannome di Pietro, che l’evangelista adopera ogniqualvolta il discepolo compie qualcosa di contrario a Gesù. Come in precedenza è stato lui a prendere la parola per rispondere alla domanda che Gesù aveva rivolto a tutti i discepoli (v. 16), ora l’unico a reagire alle parole di Gesù è ancora Pietro.
Pietro comincia ad avere un comportamento che lo accompagnerà per tutta la sua sequela, quello di opposizione a Gesù, che culminerà nel tradimento e nella sua uscita definitiva dal vangelo (Mt 26,4.26-75). Pur avendo riconosciuto in Gesù il “Figlio del Dio vivificante”, Pietro non comprende e non accetta che per trasmettere la vita Gesù deve diventare il Messia morente.
Per descrivere l'azione di questo discepolo che sgrida Gesù, l'evangelista adopera lo stesso verbo usato da Gesù per cacciare i demòni e gli elementi ostili all'uomo (gr. epitimaô, Mt 8,26; 17,18). L'uso di questo verbo da parte di Pietro indica che il destinatario del rimprovero si oppone al piano di Dio.
Per Pietro l'itinerario di Gesù non è quello di Dio e, adoperando una formula di esecrazione (ileôs soi), chiede a Dio di perdonare il suo maestro. L’espressione nell’Antico Testamento appare nel Libro del profeta Geremia, dove viene chiesto di perdonare quanti hanno abbandonato Dio: “Perché ti dovrei perdonare? [ileôs ghenômai soi] I tuoi figli mi hanno abbandonato, hanno giurato per chi non è Dio” (Ger 5,7; cf Eb 8,12: “Perché io perdonerò [ileôs esomai] le loro iniquità”, Ger 31,34).
LA STRANA TRIANGOLAZIONE GESU’ – SATANA – PIETRO.
Gesù reagisce verso Pietro come col satana nel deserto (“Vattene, satana!”, Mt 4,10) perché la protesta del discepolo attualizza le tentazioni del diavolo. Nel deserto il satana non si era presentato come ostile a Gesù, ma come efficace collaboratore al suo disegno mettendogli a disposizione per attuarlo “tutti i regni del mondo e la loro gloria” (Mt 4,8). Il satana non desidera la sconfitta e tantomeno la morte di Gesù, ma al contrario mette a suo servizio tutta la sua potenza al fine di assicurargli il successo. Una volta che Gesù avesse trionfato e regnato assumendo il potere, il satana avrebbe regnato e trionfato con lui. Pietro si dimostra così il satana, l'avversario, contrario al piano di Dio (doveva) perché vuole, come il diavolo, impedire la morte di Gesù.
A PIETRO PERO’ GESU’ OFFRE UNA CHANCE
Mentre verso il satana Gesù dimostra il rifiuto totale, a Pietro offre una possibilità e aggiunge “dietro a me”, un invito al discepolo a occupare il posto che gli spetta: è lui che deve seguire Gesù e non il contrario. Gesù rinnova a Simone l'invito che gli fece quando lo invitò a seguirlo: “Venite dietro a me...” (Mt 4,19).
La reazione di Pietro nasce dal fatto che pensa “secondo gli uomini” e non secondo Dio. Pietro non comprende che nella morte di Gesù trionfa l'amore e viene sconfitto il potere. Per questo Simone, da pietra adatta alla costruzione della comunità di Gesù, diventa uno scandalo, vocabolo greco che indica una pietra d'inciampo (Rm 9,33; 1 Pt 2,8).
GESU’ RICORDA LE BEATITUDINI: SI COMINCIA CONDIVIDENDO, SI FINISCE PERSEGUITATI
Gesù si rivolge a tutti i discepoli e ciò fa comprendere che quanto espresso da Pietro è condiviso dal resto del gruppo. Gesù ha detto a Pietro “mettiti dietro di me”, ora spiega che cosa significa. Con questo invito Gesù richiama i suoi discepoli alla fedeltà alla prima e all’ottava beatitudine, quelle che permettono l'avvento del regno (Mt 5,3.10).
LA CROCE NON È LA SFORTUNA CHE TI CAPITA. TE LA PRENDI TU, SEI TU CHE LA SOLLEVI, SAPENDO QUANTO COSTA
Rinnegare sé stessi non significa annientare la propria persona o personalità, ma al contrario arricchirla e potenziarla, portandola al suo massimo sviluppo attraverso il dono di sé espresso dalla croce.
È la seconda volta che Gesù parla di croce ai suoi discepoli (“Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me”, Mt 10,38). Questa non viene data dal Signore, ma presa dal discepolo come accettazione dell’inevitabile disonore che il seguire Gesù comporta. La prima volta l’invito a prendere la croce indicava la condizione necessaria per seguirlo; ora, ai discepoli che non sono capaci di questa sequela, Gesù rinnova l’invito di prendere volontariamente la croce. Esortando i discepoli a sollevare la croce, Gesù chiede loro di caricarsi del patibolo infamante riservato ai rifiuti della società, condividendo la stessa sorte di incomprensione, persecuzione del loro maestro, fino alla morte.
Chi fa della propria vita un dono per gli altri non solo non la perde, ma la realizza in pienezza. Quanti hanno paura di dare per timore di essere diminuiti finiscono per perdere e per perdersi.
TORNA LA PRIMA BEATITUDINE: METTERE LA VITA AL SICURO NEI BENI È IL MODO PIÙ SICURO PER PERDERLA
Gesù spiega che cosa intende per salvare/perdere la propria vita. E ancora una volta si richiama alla prima beatitudine (Mt 5,3), chiave di tutto il suo messaggio. Porre la sicurezza della propria esistenza nell'accumulo dei beni significa limitarla fino a rovinarla. Al contrario, la condivisione generosa di quanto si ha libera l’uomo dai propri limiti e lo conduce alla pienezza del proprio essere.
DIO NON TI CHIEDERÀ IN COSA DICEVI DI CREDERE, MA COSA HAI FATTO, LA VITA PRATICATA
Le parole di Gesù vogliono essere d’incoraggiamento ai discepoli, che non comprendono che cosa significhi il fatto che Gesù verrà risuscitato e sono disorientati dalle prospettive di persecuzione e di morte che attendono il loro maestro e quanti vogliono seguirlo. Gesù dichiara che al disonore ricevuto da parte del Sinedrio corrisponde il massimo onore (gloria) da parte di Dio. Citando il Libro dei Proverbi (Pr 24,12), Gesù afferma che l'uomo è valutato per la vita che ha praticato e non per le idee religiose che può aver professato. Come aveva in precedenza affermato (Mt 7,23), non sono le ortodosse dichiarazioni di fede quelle che consentono l’accesso al regno, ma l’attuazione della volontà del Padre.