12/07/2026
Coordinamento per la Democrazia costituzionale
Documento conclusivo del Consiglio direttivo nazionale del 27 giugno 2026
Il referendum del 22-23 marzo e l'alternativa costituzionale
Il referendum costituzionale del 22-23 marzo ha detto un No netto al governo, che aveva tentato di modificare la Costituzione per condizionare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura. Era sotto attacco la Costituzione democratica e antifascista, che è un discrimine fondamentale.
Il governo Meloni ha prima imposto al Parlamento un testo non emendabile, poi ha affrontato il referendum convinto di vincerlo.
La risposta è stata plurale e unitaria. Società civile, intellettuali e associazioni culturali e religiose hanno avuto un ruolo di primo piano, dando vita a più comitati per il No: magistrati, avvocati, i quindici promotori della raccolta firme, il Comitato per il No, la società civile. Un ampio pluralismo che ha permesso ai territori un'azione unitaria e una collaborazione attiva con i partiti contrari alla riforma, a difesa della distinzione dei ruoli e dell'autonomia dei poteri.
La partecipazione al voto è stata superiore alle previsioni: sono tornati al voto milioni di astenuti e molti giovani alla loro prima votazione. Grazie a loro il No ha respinto la controriforma della magistratura, difendendo la democrazia e la Costituzione dallo stravolgimento di uno dei suoi snodi essenziali.
Ma il disegno della maggioranza di stravolgere la Costituzione non è affatto archiviato. È stata tolta dall'agenda politica la riforma costituzionale del premierato, ma si accelera sulla legge elettorale per conseguire l'obiettivo di un “premierato di fatto”. Un premio di maggioranza fisso di 70 deputati e 35 senatori è abnorme nella misura, introduce una sproporzione eccessiva tra voti e seggi, in contrasto con la rappresentatività democratica delle assemblee elettive, e concede alla coalizione o lista vincente un numero di seggi tale da avvicinare o superare le maggioranze richieste per gli organi di garanzia: elezione del Capo dello Stato, dei giudici della Corte costituzionale, dei componenti laici del CSM.
Le liste bloccate, funzionali alla necessità della maggioranza di distribuire posti sicuri tra i partner di coalizione, prefigurano un Parlamento i cui componenti sono scelti non dai cittadini, ma dai vertici di partito, secondo criteri di fedeltà e di obbedienza. Quindi, un parlamento subalterno all'esecutivo, chiamato ad eleggere nel 2029 il Capo dello Stato, in una legislatura nella quale maturerà anche il rinnovo di una quota significativa della Corte costituzionale. Un parlamento chiamato, altresì, a proseguire l'attuazione dell'autonomia differenziata, che nella declinazione data dal ministro Calderoli frantuma l'unità del paese, aggrava i divari territoriali, esaspera le diseguaglianze nell'esercizio di diritti fondamentali, come la salute e l'istruzione. Non a caso i presidenti leghisti di Lombardia e Veneto hanno già quantificato le risorse aggiuntive destinate alle loro sole regioni.
Sono molteplici e gravi le violazioni della Costituzione che segnano l'iniziativa della destra sul piano delle istituzioni, dalla libertà ed eguaglianza del voto per la legge elettorale ai principi con chiarezza espressi dalla Corte costituzionale nella sentenza 192/2024 per l'autonomia differenziata. Alle prossime elezioni l'alternativa politica deve puntare a sconfiggere la destra a partire dalla difesa della Costituzione e da un programma volto ad attuarne principi e valori, coerentemente con l'impegno
posto dall'art. 3, secondo comma, della Costituzione di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto l'esercizio reale dei diritti.
Preoccupa che, a tre mesi dal referendum, lo schieramento di opposizione non abbia ancora aperto una discussione unitaria e di massa per porre la difesa e l'attuazione della Costituzione come base del programma per il nuovo governo. Un programma che deve assumere anzitutto due obiettivi. Il primo: la difesa della Costituzione da modifiche regressive, anche con l'innalzamento delle maggioranze richieste per gli organi di garanzia, e il possibile accesso preventivo alla Corte costituzionale su specifiche leggi, come la stessa legge elettorale. Il secondo: l'approvazione di una legge elettorale proporzionale che garantisca il principio della rappresentanza e abbandoni i luoghi comuni della stabilità e della governabilità il cui fallimento è evidente anche nell'esperienza del governo in carica, e restituisca a chi vota la scelta degli eletti assicurando parità nella rappresentanza di genere. Questo è il solo modo di contrastare il grave problema dell'astensionismo, e di rivitalizzare le assemblee elettive come luogo di effettiva rappresentanza politica democratica.
Un programma di legislatura non può ovviamente volgersi alle sole questioni istituzionali, per quanto essenziali, ma deve anche incidere sulla vita delle persone, e soprattutto delle fasce più deboli. Riteniamo che nei prossimi cinque anni l'impegno di fondo deve essere ridare un futuro all'Italia in Europa. Le priorità:
la pace, arrestando la corsa al riarmo e attivando un processo di pace, sotto l’egida dell’Onu, sul modello della Conferenza per la cooperazione e sicurezza in Europa di Helsinki del 1975.
risposte ai giovani, oggi spinti a emigrare, con misure incisive contro la precarietà e il lavoro povero e per uno sviluppo di qualità, con recuperi salariali e la previsione di un salario minimo, migliori condizioni di lavoro e garanzia delle pensioni;
una riforma generale del fisco, che recuperi una piena progressività e una equa distribuzione del carico fiscale, che oggi pesa maggiormente su lavoratori e pensionati, superando la deriva corporativa che ha diviso il Paese;
una nuova politica verso le imprese che incentivi l’innovazione nel rispetto del loro valore e delle loro responsabilità sociali, anche con una riforma del sistema degli appalti;
il rilancio dello Stato sociale, a partire da finanziamenti adeguati alla sanità pubblica in cui vanno fermati i processi di privatizzazione;
un sistema d'istruzione pubblico e unitario, dal nido all'università, come base della formazione permanente;
un governo pubblico dell'intelligenza artificiale, al servizio della collettività, che impedisca nuove concentrazioni di potere in capo alle grandi multinazionali tecnologiche;
una politica energetica fondata sulle rinnovabili e non sul nucleare, con misure per la difesa dell’ambiente e contro il cambiamento climatico.
Per quanto riguarda la pace, le soluzioni proposte da Trump per le aree di conflitto sono inaccettabili. A Gaza prosegue lo strangolamento della popolazione, senza alcuna prospettiva di futuro; nel confronto con l'Iran domina l'instabilità; in Ucraina la guerra distruttiva continua a mietere vittime. Altrove gli Stati Uniti giocano tutte le parti in commedia, pretendendo subalternità dagli alleati. È inaccettabile che le regole e le sedi internazionali, a partire dall'ONU, vengano escluse e ridotte al silenzio. Il confronto e la ricerca di accordi, per quanto difficili, sono la via per restituire ruolo e forza alle sedi internazionali e per porre fine all'azione destabilizzante della potenza militare. La stessa NATO
appare ormai subalterna ai comportamenti mutevoli del presidente statunitense. Il governo Meloni ha fallito: la rincorsa a un posto nella corte di Trump si è tradotta in totale subalternità. L'unica alternativa è il rilancio di un ruolo europeo autonomo, possibile solo isolando le destre eversive e puntando a una politica di pace innovativa. Sull'Ucraina è grave che, dopo aver rivendicato un ruolo, si ritardi l'iniziativa di pace per ragioni meschine; il rischio è che l'Europa sostituisca gli Stati Uniti fino a essere coinvolta direttamente nella guerra. Chiediamo iniziative di pace adeguate, il no all'aumento delle spese militari con razionalizzazione delle spese attuali e regole democratiche certe per ogni decisione che riguardi la guerra.
Sul nucleare, il disegno di legge del governo, che pretende una delega in bianco, è simile nei fondamenti a quello già bocciato da due referendum (1987 e 2011) e appare come una rivalsa contro quel doppio No. Le fonti rinnovabili sono l'unica vera alternativa: costano meno e sono nazionali, mentre il nucleare, come le fonti fossili, dipende dall'estero. La variabilità delle rinnovabili può essere compensata dall'idroelettrico — rinnovabile e insieme forma di accumulo — e da sistemi di accumulo, i cui costi sono molto diminuiti. Il governo, invece, tiene aperte le centrali a carbone e resta legato alle fonti fossili, mancando così gli obiettivi sulle rinnovabili. Mentre il nucleare non produrrebbe energia prima di dieci anni, la questione energetica è urgente ora; la subalternità a Trump ha inoltre portato a impegni per l'acquisto delle costose energie fossili statunitensi. Il nucleare è una scelta insensata e pericolosa e calpesta due precedenti pronunciamenti popolari, aprendo un grave vulnus democratico, non attenuato dal tempo trascorso. Se l'iniziativa del governo procede, va considerato il ricorso a un nuovo referendum abrogativo.
Sulle questioni richiamate la partecipazione popolare democratica e di massa deve affiancare da subito le forze politiche e far sentire la propria voce in tutte le forme possibili. Le proposte debbono essere discusse, conosciute e decise con modalità democratiche che, al contrario della destra, non affidino le decisioni ai soli vertici ma aprano alla partecipazione.
In molte realtà i comitati referendari sono ancora attivi e possono elaborare proposte e assumere iniziative per un funzionamento accettabile della giustizia indicando riforme legislative, istituzionali, di gestione delle strutture pubbliche che possono realizzare gli obiettivi di una giustizia che non sia forte con i deboli e debole con i forti, come sarebbe accaduto se fosse passata la proposta della destra.
Sulla legge elettorale occorre denunciare l'incostituzionalità della proposta della destra e prepararsi ad avanzare istanze presso le corti d'appello per ottenere l'intervento della Corte costituzionale prima del voto, se sarà possibile.
Sull'autonomia differenziata bisogna tornare in Corte costituzionale perché faccia valere i principi già affermati nella sentenza 192/2024, disattesi nelle intese preliminari con quattro regioni in discussione in parlamento. Nelle regioni richiedenti la società civile in dissenso deve far sentire in ogni modo possibile la propria voce. E poiché solo le regioni possono impugnare in via principale le future leggi di approvazione, quelle governate dalle opposizioni devono prepararsi per il ricorso alla Consulta.
Sono scenari complessi e non privi di difficoltà. Per questo l'alternativa alla maggioranza e al governo in carica deve mobilitare ogni energia e fare appello alle cittadine e ai cittadini per conquistare comunque nelle urne la maggioranza, condizione indispensabile per fermare la deriva eversiva della Costituzione messa in atto dalla destra.
A settembre, direttivo per avviare il rinnovo degli organi dirigenti nazionali.