06/09/2026
Domenica 6 Settembre 2026 XXIII per annum A
OMELIA del PRIORE don GILBERTO SESSANTINI
Il Vangelo di oggi ci offre una delle pagine più delicate e più difficili da mettere in pratica: parla infatti della correzione fraterna. A ben vedere, le indicazioni contenute in questo insegnamento riguardano in modo particolare i responsabili della comunità, coloro che sono chiamati “a sciogliere e a legare” (cfr Mt 18,18). Tuttavia, possono riguardare anche noi e le nostre capacità di relazione con gli altri, illuminandole di una luce significativa. Occorre innanzitutto sgomberare il campo da un primo malinteso: la correzione fraterna non è il rimproverare un altro per un presunto sbaglio. Gesù non parla di rimproveri, ma di riconciliazione. Non propone di umiliare l’altro, ma di guadagnare il fratello. Questo è lo scopo della correzione fraterna e per raggiungere questo scopo il percorso che Gesù suggerisce è graduale, rispettoso, paziente: – prima tu e lui da soli, – poi con due o tre testimoni, – infine la comunità. È un itinerario che protegge la dignità di tutti: la dignità di chi sbaglia, che non viene esposto; la dignità di chi corregge, che non agisce per orgoglio; la dignità della comunità, che non si trasforma in tribunale collettivo.
La I lettura può aiutarci a comprendere meglio lo spirito con cui praticare la correzione fraterna. Ezechiele viene presentato come sentinella del popolo. Non un giudice, non un controllore, ma un uomo posto da Dio per vegliare sulla vita dei fratelli. La sentinella è chiamata a vigilare, a custodire, ad avvertire di un pericolo, a richiamare alla realtà e ai suoi eventuali pericoli. La correzione fraterna è l’esercitare con ca**tà, amore, e prudenza questa vigilanza su chi ci è accanto e di cui il Signore ci chiederà conto (cfr Ez 33,8).
Anche l’orazione colletta ci aiuta a comprendere lo spirito con cui praticare la correzione fraterna. Ci ricorda, infatti, che Dio ci ha liberati dal peccato e ci ha dato la dignità di figli adottivi. La libertà cristiana non è individualismo: è responsabilità reciproca. Chi è figlio, custodisce i fratelli. Chi è libero, si prende cura della libertà degli altri. La colletta ci ricorda che siamo famiglia: e in una famiglia ci si custodisce a vicenda, ci si richiama, ci si rialza. Questa preghiera chiede innanzitutto che Dio guardi con benevolenza la sua famiglia: e proprio la benevolenza è lo sguardo che permette la correzione fraterna. Solo chi guarda con benevolenza può avvicinarsi al fratello senza ferirlo.
La colletta ha chiesto per noi il dono della vera libertà e dell’eredità eterna.
La vera libertà non è l’assenza di legami, ma la capacità di legarsi bene: legarsi a Cristo, legarsi ai fratelli, legarsi al bene. Per s. Leone Magno “c’è vera pace e vera libertà per l’uomo quando la carne è sottomessa all’anima e l’anima governata da Dio “(Trattato 39,39). Questa libertà non deve essere però un pretesto per gli eccessi, dice s. Paolo, ma deve favorire piuttosto l’esercizio della ca**tà fraterna: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la ca**tà siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 5,13).
L’eredità eterna non è solo il premio futuro: è la forma della vita cristiana già ora. Chi vive nell’amore, già possiede l’eredità, perché vive da figlio e non da servo.
Oggi la correzione fraterna è quasi impossibile: si teme di ferire, si teme di essere fraintesi, si teme di perdere relazioni e amicizie, si teme di esporsi. Eppure, senza correzione fraterna, la comunità si indebolisce, dal momento che il male non viene curato e il bene non viene custodito. Gesù vuole che la sua comunità non abbia come regola quella del lasciar correre: di fronte al male bisogna reagire. Cosa che oggi facciamo poco e malvolentieri, trincerandoci dietro il quieto vivere. Come se questo diffondersi del male alla fine non ci riguardasse, non ci toccasse. E invece ci riguarda e ci tocca eccome! Il lasciar correre, il tacere o, peggio, il parlarne alle spalle dell’interessato, non dico che ci fa diventare complici del male, ma certo ci abitua al male e alla fine ci rende indifferenti. E, purtroppo, l’indifferenza di fronte al male oggi è un peccato che va di moda. La società nella quale viviamo, ebbra di una falsa libertà, si autoproclama “permissiva” e lo fa compiacendosi, quasi fosse una conquista: in realtà questo permissivismo nasconde lo smarrimento di ogni ideale, e nello smarrimento di ogni ideale l’incapacità di distinguere tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, tra il vero e il falso.
Il vangelo si chiude con una promessa: “se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19). Il verbo greco usato da Matteo per esprimere il concetto del mettersi d’accordo è συμφωνέω (sumfonèo) un verbo musicale, letteralmente traducibile con “suonare insieme”. Per vedere esaudite le nostre preghiere siamo invitati a far suonare insieme le nostre vite, le nostre menti, i nostri cuori, a vivere quindi armoniosamente.
Il Signore ci doni la grazia di non arrenderci mai di fronte al male che insidia ogni giorno la nostra esistenza e ci aiuti ad essere sentinelle del bene. Nella consapevolezza che anche la lotta contro il male è una manifestazione del nostro amore a Dio e ai fratelli, e del desiderio di una vita armoniosa.