Basilica di Santa Maria Maggiore

Basilica di Santa Maria Maggiore Chiesa romanica che si trova a Bergamo Alta, in piazza Duomo. Edificata nel XII secolo e riccamente decorata in epoca barocca.

La storia della monumentale Basilica di S. Maria Maggiore, chiesa di patronato della Città di Bergamo, è complessa e articolata . La chiesa primitiva, dedicata a Maria, faceva parte del complesso cattedralizio insieme con l’attigua chiesa dedicata a San Vincenzo, complesso sorto nel V secolo secondo il modello paleocristiano delle cattedrali doppie. Il 15 agosto 1137 il vescovo di Bergamo Gregorio

benedisse la prima pietra di un nuovo edificio romanico, più grande del precedente: da ciò la specifica di Maggiore nella denominazione. A partire dal XIV secolo divenne poco per volta anche centro della vita comunale fino a essere scorporata dal complesso cattedralizio nel 1449, dotata di clero distinto dal Capitolo, sottratta alla giurisdizione vescovile e affidata nella sua gestione alla Congregazione della Misericordia Maggiore (MIA nella abbreviatura) che ad oggi ne conserva la cura. Mentre l’esterno mantiene ancora l’originale aspetto romanico, ingentilito dai trecenteschi portali gotici, l’interno ha subìto notevoli trasformazioni che l’hanno portato ad un’esuberanza barocca senza pari. Le tarsie lignee del coro, gli arazzi, gli stucchi sovente ricoperti di oro zecchino, i dipinti, ma anche lo splendore della liturgia che ancor oggi vi si celebra e le esecuzioni della Ca****la Musicale , una delle istituzioni più prestigiose della storia musicale italiana: tutto concorre a fare della basilica di S. Maria Maggiore in Bergamo una delle più belle chiese d’Italia.

06/09/2026

Domenica 6 Settembre 2026 XXIII per annum A

OMELIA del PRIORE don GILBERTO SESSANTINI

Il Vangelo di oggi ci offre una delle pagine più delicate e più difficili da mettere in pratica: parla infatti della correzione fraterna. A ben vedere, le indicazioni contenute in questo insegnamento riguardano in modo particolare i responsabili della comunità, coloro che sono chiamati “a sciogliere e a legare” (cfr Mt 18,18). Tuttavia, possono riguardare anche noi e le nostre capacità di relazione con gli altri, illuminandole di una luce significativa. Occorre innanzitutto sgomberare il campo da un primo malinteso: la correzione fraterna non è il rimproverare un altro per un presunto sbaglio. Gesù non parla di rimproveri, ma di riconciliazione. Non propone di umiliare l’altro, ma di guadagnare il fratello. Questo è lo scopo della correzione fraterna e per raggiungere questo scopo il percorso che Gesù suggerisce è graduale, rispettoso, paziente: – prima tu e lui da soli, – poi con due o tre testimoni, – infine la comunità. È un itinerario che protegge la dignità di tutti: la dignità di chi sbaglia, che non viene esposto; la dignità di chi corregge, che non agisce per orgoglio; la dignità della comunità, che non si trasforma in tribunale collettivo.

La I lettura può aiutarci a comprendere meglio lo spirito con cui praticare la correzione fraterna. Ezechiele viene presentato come sentinella del popolo. Non un giudice, non un controllore, ma un uomo posto da Dio per vegliare sulla vita dei fratelli. La sentinella è chiamata a vigilare, a custodire, ad avvertire di un pericolo, a richiamare alla realtà e ai suoi eventuali pericoli. La correzione fraterna è l’esercitare con ca**tà, amore, e prudenza questa vigilanza su chi ci è accanto e di cui il Signore ci chiederà conto (cfr Ez 33,8).

Anche l’orazione colletta ci aiuta a comprendere lo spirito con cui praticare la correzione fraterna. Ci ricorda, infatti, che Dio ci ha liberati dal peccato e ci ha dato la dignità di figli adottivi. La libertà cristiana non è individualismo: è responsabilità reciproca. Chi è figlio, custodisce i fratelli. Chi è libero, si prende cura della libertà degli altri. La colletta ci ricorda che siamo famiglia: e in una famiglia ci si custodisce a vicenda, ci si richiama, ci si rialza. Questa preghiera chiede innanzitutto che Dio guardi con benevolenza la sua famiglia: e proprio la benevolenza è lo sguardo che permette la correzione fraterna. Solo chi guarda con benevolenza può avvicinarsi al fratello senza ferirlo.
La colletta ha chiesto per noi il dono della vera libertà e dell’eredità eterna.
La vera libertà non è l’assenza di legami, ma la capacità di legarsi bene: legarsi a Cristo, legarsi ai fratelli, legarsi al bene. Per s. Leone Magno “c’è vera pace e vera libertà per l’uomo quando la carne è sottomessa all’anima e l’anima governata da Dio “(Trattato 39,39). Questa libertà non deve essere però un pretesto per gli eccessi, dice s. Paolo, ma deve favorire piuttosto l’esercizio della ca**tà fraterna: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la ca**tà siate a servizio gli uni degli altri” (Gal 5,13).
L’eredità eterna non è solo il premio futuro: è la forma della vita cristiana già ora. Chi vive nell’amore, già possiede l’eredità, perché vive da figlio e non da servo.

Oggi la correzione fraterna è quasi impossibile: si teme di ferire, si teme di essere fraintesi, si teme di perdere relazioni e amicizie, si teme di esporsi. Eppure, senza correzione fraterna, la comunità si indebolisce, dal momento che il male non viene curato e il bene non viene custodito. Gesù vuole che la sua comunità non abbia come regola quella del lasciar correre: di fronte al male bisogna reagire. Cosa che oggi facciamo poco e malvolentieri, trincerandoci dietro il quieto vivere. Come se questo diffondersi del male alla fine non ci riguardasse, non ci toccasse. E invece ci riguarda e ci tocca eccome! Il lasciar correre, il tacere o, peggio, il parlarne alle spalle dell’interessato, non dico che ci fa diventare complici del male, ma certo ci abitua al male e alla fine ci rende indifferenti. E, purtroppo, l’indifferenza di fronte al male oggi è un peccato che va di moda. La società nella quale viviamo, ebbra di una falsa libertà, si autoproclama “permissiva” e lo fa compiacendosi, quasi fosse una conquista: in realtà questo permissivismo nasconde lo smarrimento di ogni ideale, e nello smarrimento di ogni ideale l’incapacità di distinguere tra il bene e il male, tra il giusto e l’ingiusto, tra il vero e il falso.
Il vangelo si chiude con una promessa: “se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà” (Mt 18,19). Il verbo greco usato da Matteo per esprimere il concetto del mettersi d’accordo è συμφωνέω (sumfonèo) un verbo musicale, letteralmente traducibile con “suonare insieme”. Per vedere esaudite le nostre preghiere siamo invitati a far suonare insieme le nostre vite, le nostre menti, i nostri cuori, a vivere quindi armoniosamente.

Il Signore ci doni la grazia di non arrenderci mai di fronte al male che insidia ogni giorno la nostra esistenza e ci aiuti ad essere sentinelle del bene. Nella consapevolezza che anche la lotta contro il male è una manifestazione del nostro amore a Dio e ai fratelli, e del desiderio di una vita armoniosa.

06/09/2026
Martedì 8 Settembre 2026 Festa della NATIVITA' di MARIAOre 20.45 DIVINA LITURGIA IN RITO BIZANTINO In occasione della fe...
31/08/2026

Martedì 8 Settembre 2026 Festa della NATIVITA' di MARIA
Ore 20.45 DIVINA LITURGIA IN RITO BIZANTINO

In occasione della festa della Natività di Maria, martedì 8 settembre alle 20.45 si celebrerà nella Basilica di Santa Maria Maggiore una Divina Liturgia in rito bizantino slavo. Si tratta di una celebrazione eucaristica nel rito orientale cattolico officiata da p. Stefano Caprio, Professore al Pontificio Istituto Orientale di Roma e concelebrata dal Priore della Basilica don Gilberto Sessantini. Il necessario e suggestivo supporto corale è affidato al Coro della Fondazione Russia Cristiana.
L’iniziativa del Priorato di Santa Maria Maggiore sarà occasione per onorare Maria nella basilica cittadina a Lei dedicata nella ricorrenza della festa della sua Natività; inoltre, si pregherà in modo speciale per chiedere la pace, in particolare tra Ucraina e Russia e in Terra Santa, per i cristiani perseguitati in Iraq, Siria, Africa e nelle altre parti del mondo, e per l’unità dei cristiani.

"Siamo andati dai Greci
che ci condussero là dove rendono il culto al loro Dio.
E non sapevamo più se eravamo in cielo o sulla terra.
Poiché sulla terra non vi è un tale spettacolo o una tale bellezza;
noi siamo incapaci di esprimerlo.
Ma sappiamo soltanto che è là che Dio abita con gli uomini
e che il loro culto supera quello degli altri paesi.
No, non possiamo dimenticare questa bellezza,
perché ogni uomo che ha gustato qualche cosa di dolce,
in seguito, non sopporta più l’amaro"
(Antica cronaca russa)

Per rispondere all’invito di San Giovanni Paolo II a suo tempo espresso nella Lettera Apostolica Orientale Lumen (1995): «conoscere la liturgia delle Chiese d'Oriente; approfondire la conoscenza delle tradizioni spirituali dei Padri e dei Dottori dell'Oriente cristiano; prendere esempio dalle Chiese d'Oriente per l'inculturazione del messaggio del Vangelo; combattere le tensioni fra Latini e Orientali e stimolare il dialogo fra Cattolici e Ortodossi», da alcuni anni nella Basilica di S. Maria Maggiore di Bergamo la festa della Natività di Maria viene particolarmente solennizzata con la celebrazione della Divina Liturgia in uno dei riti orientali, quest’anno con la Divina Liturgia in rito bizantino slavo. La Chiesa orientale fissa l’inizio dell’anno liturgico bizantino il 1° di settembre, quando anticamente iniziava anche l’anno civile. La prima “grande festa” delle dodici che vengono solennemente celebrate durante l’anno è collocata proprio nei primi giorni: l’8 settembre festa della “Natività della Madre di Dio”.
La Liturgia detta di S. Giovanni Crisostomo (sec. IV) è il testo di celebrazione eucaristica più in uso nella Chiesa Bizantina. L’attuale formulario costituisce il risultato di una lunga evoluzione, fissata definitivamente nel secolo XI. Oggi è regolarmente adoperato in tutte le Chiese ortodosse (Costantinopoli, Grecia, Russia, Romania, Bulgaria, Serbia, Cipro, ecc.) e nelle Chiese orientali cattoliche di tradizione bizantina (Melchita, Ucraina, Romena, Bulgara, Russa, ecc.).
La celebrazione della liturgia secondo il rito bizantino-slavo introduce al Mistero divino ed è di grande significato ecumenico: è riscoperta del tesoro comune della tradizione ecclesiale ed è un gesto di memoria e di comunione con la Chiesa d'Oriente. In questo periodo assume una valenza importante quale preghiera intensa per la pace nel mondo slavo, in particolare tra Russia e Ucraina, ma anche in tutti quei luoghi dove la presenza cristiana è minacciata da soprusi e persecuzioni.
Tale celebrazione viene effettuata in collaborazione con la Fondazione Russia Cristiana di Seriate.

RUSSIA CRISTIANA è stata fondata nel 1957 da padre Romano Scalfi allo scopo di far conoscere in Occidente le ricchezze della tradizione spirituale, culturale e liturgica dell'ortodossia russa; di favorire il dialogo ecumenico attraverso il contatto fra esperienze vive; di contribuire alla presenza cristiana in Russia. Questi obiettivi sono stati perseguiti con strumenti diversi durante il regime sovietico, durante la perestrojka, e nel nuovo contesto sociale ed economico del post-comunismo, segnato dai postumi dell'ateismo militante e dalle forti suggestioni del consumismo.
Negli anni Russia Cristiana si è configurata secondo i diversi ambiti: dal punto di vista ecclesiale è un’Associazione pubblica di fedeli. Per l’attività culturale e scientifica è Fondazione Russia Cristiana. Il suo strumento editoriale è RC Edizioni “La Casa di Matriona”. Nel campo dell’iconografia ha dato vita all’Associazione “La Scuola di Seriate”.
Tra le espressioni creative di Russia Cristiana ha un posto rilevante il Coro che, grazie anche all'esperienza del prof. Ludwig Pikler, del Collegio Russicum di Roma, studia e ripropone la tradizione del canto bizantino attraverso concerti e Divine Liturgie. Il Coro è disponibile per concerti di musica russa sacra e popolare, e in particolare ha allestito un’interessante presentazione delle icone attraverso il commento di canti liturgici bizantini. Il Coro ha inoltre inciso due edizioni della Divina Liturgia con armonizzazioni di Pikler e di Grečaninov.

30/08/2026

Domenica 30 Agosto 2026 XXII per annum A

OMELIA del PRIORE don GILBERTO SESSANTINI

Quando ci accostiamo alle pagine della Bibbia, non dobbiamo mai estrapolare la singola frase dal suo contesto, perché altrimenti corriamo il rischio di assolutizzare alcune espressioni e di conseguenza intenderle in modo non corretto, assoluto, cioè sciolto dal legame con quanto è detto prima e dopo. Se prendiamo, ad esempio, la frase che è il cuore del Vangelo di oggi “Se qualcuno vuole ve**re dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24), estrapolata dal suo contesto e assolutizzata potrebbe far comprendere il cristianesimo come una religione del dolore, della rassegnazione, quale certamente non è. Se invece inseriamo queste parole nel discorso completo che abbiamo ascoltato, ecco che tutto ci diventa più chiaro. E il discorso è quello con cui Gesù sta annunciando ai discepoli “che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e ve**re ucciso e risorgere il terzo giorno” (Mt 16,21). Parole che risuonano agli orecchi di Pietro ̶ e immagino degli altri ascoltatori, noi compresi ̶ per un verso scandalose (quando mai il Messia deve “soffrire… e ve**re ucciso”?) e per l’altro incomprensibili (cosa significa poi “risorgere il terzo giorno”?). Parole scandalose e incomprensibili proprio perché, come afferma Gesù, Pietro non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini! Questo rimprovero possiamo sentirlo rivolto anche a noi, perché anche noi non siamo esenti dal ragionare come gli uomini e non come Dio, dal tenere in conto di più le opinioni degli uomini piuttosto di ciò che Dio pensa e dispone.

Occorre pensare secondo Dio e non secondo gli uomini: cioè, dice Gesù, il mio Vangelo è mettersi sempre e totalmente dalla parte di Dio, è rinnegare sé stessi, prendere la propria croce e seguirmi (cfr Mt 16,24). Questa frase allora non è un invito al dolore, ma alla libertà, a uscire dal centro, a smettere di vivere ripiegati su se stessi. Il vero nemico dell’uomo non è la sofferenza: è l’ego che ci imprigiona, è la paura che ci fa vivere ripiegati, è la ricerca di una vita senza rischi che ci rende sterili.
Capiamo bene allora cosa significhi rinnegare se stessi e prendere la croce per seguire Gesù.
Rinnegare sé stessi: non significa certo limitare le proprie capacità, ma riconoscere che il Dio di me stesso è il Signore, non il mio “io”; e vivere conseguentemente a questa premessa fondante.
Prendere la propria croce: significa non tanto accettare le prove della vita “con cristiana rassegnazione” come si dice (ammesso che la rassegnazione sia davvero una virtù cristiana), quanto invece accogliere nella propria vita la logica che sottostà alla Croce di Cristo. Qual è questa logica? È la logica dell’amore, dell’amore vero, dell’amore che è dono, dell’amore che è obbedienza libera. La croce è il luogo in cui l’amore smette di essere sentimento e diventa dono. Infatti, Gesù “deve” (cfr Mt 16,21) affrontare la sua morte, la sua croce: l’amore porta sempre in sé una necessità, un dovere, e quindi, necessariamente, una morte, la morte di ciò che in noi contrasta questo dono. Ma proprio perché così, alla fine questo amore trionfa anche sulla morte.
Viviamo un tempo in cui la logica del “salvare se stessi” è diventata quasi un dogma: proteggere la propria immagine, evitare ogni fatica, cercare solo ciò che conviene, difendere i propri spazi, pretendere che tutto sia immediato e indolore. Il Vangelo di oggi è una contro proposta radicale: la vita si trova solo quando la si dona. E questo vale nelle relazioni, soprattutto familiari, nel lavoro, nella comunità cristiana, nella responsabilità sociale. Quante volte, come il Geremia della I lettura, sentiamo la fatica della fedeltà, e quante volte, come Pietro, vorremmo un cristianesimo senza croce. Ma la croce non è un incidente di percorso o una fatalità: è la forma dell’amore.

Tutto questo, ovviamente, non avviene dalla mattina alla sera e non lo otteniamo solo con le nostre forze. Ecco perché nell’orazione colletta abbiamo chiesto aiuto al Signore, a Dio “unica fonte di ogni dono perfetto”. Dio è la fonte di ogni bene e l’uomo non può nulla di buono senza Dio. Seneca stesso, come riporta Lattanzio, affermava che i nostri sguardi sono rivolti ad un altro, a Colui al quale dobbiamo ciò che c’è di migliore in noi “cui quod est optimum in nobis debeamus” (Instituitiones divinae I, 7,13). A Lui abbiamo chiesto innanzitutto di infondere nei nostri cuori l’amore per il suo nome, quasi di inciderlo in maniera indelebile. Dio solo ha il privilegio di avere accesso al nostro essere più intimo. Lì Dio, come abbiamo chiesto, accresce la nostra dedizione a Lui. Meglio: il latino parla di “religionis augmento” e quindi, con una bellissima immagine, uno stringere forte i nostri legami con Lui perché, come nodi ben fatti, non si sciolgano. Il termine religione deriva infatti dal verbo latino religere o religare che significa legare, stringere. La colletta, quindi, parla della virtù della religione o pietà, virtù che regola i nostri rapporti con Dio, in particolare nel culto e nella preghiera. Da ultimo abbiamo chiesto al Signore di far maturare ogni germe di bene e di custodirlo con vigile cura. Nel cuore, come un terreno reso fertile dalla presenza amorosa di Dio, Dio stesso è chiamato a far germogliare il seme del bene custodendolo con ogni cura, come un agricoltore premuroso, perché spine e rovi maligni non lo soffochino e gli impediscano di portare frutto.

Che il Signore ci educhi al vero amore la cui forma è la croce; e custodisca, con vigile cura, ciò che di buono sta nascendo nel nostro cuore, nella nostra vita e nelle nostre famiglie.

29/08/2026

Domenica 30 Agosto 2026 XXII per annum A
Mt 16, 21-27 Se qualcuno vuol ve**re dietro a me, rinneghi se stesso.

S. Messe festive ad ore 11.00 e 12.15
Concerto d'organo ad ore 18.00

Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura. Amen.

23/08/2026

Domenica 23 Agosto 2026 XXI per annum A

OMELIA del PRIORE don GILBERTO SESSANTINI

Dopo la festa della Trasfigurazione di Gesù del 6 agosto e la solennità dell’Assunzione di Maria celebrata da pochi giorni, anche la liturgia di questa domenica ci invita a “guardare in alto”. Lo fa attraverso l’orazione colletta, una delle più belle del Messale sia dal punto di vista spirituale che letterario, ricca com’è, nell’originale latino, di raffinati parallelismi e scintillanti assonanze. Così, infatti, abbiamo pregato all’inizio della Messa: “O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti, perché tra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia”. Oggi vorrei soffermarmi proprio su questo splendido testo, vera sintesi della spiritualità cristiana.

“O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli…”. La Chiesa si rivolge a Dio in quanto sorgente di unificazione delle nostre volontà, un’unificazione che si opera nel cuore dei fedeli per mezzo della fede. Solo Dio è in grado di unificare i nostri desideri, le nostre scelte, le nostre intenzioni, le nostre volontà fino a farle coincidere con la propria, e questo senza alcuna violenza e senza annullare l’individualità di ciascuno. D’altronde, è quello che avviene anche all’interno della vita trinitaria: le tre Persone divine, pur nella distinzione delle Persone, hanno un’unica volontà, agiscono con un solo volere, in perfetta sintonia di intenti. Questa unità nella qule le nostro volontà sono coinvolte non è uniformità, ma armonia: Dio accorda il cuore dell’uomo al suo, come un musicista che accorda uno strumento, perché possa risuonare con Lui.

“…concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi…”. La prima grazia che abbiamo chiesto è quella di amare ciò che Dio ha prescritto nei suoi comandamenti, nella sua Legge. Il cristiano è chiamato ad amare la Legge del Signore, perché solo ciò che si ama diventa leggero, desiderabile, liberante, il che ci aiuterà a adempierla volentieri. Dio non ci domanda solo di fare la sua volontà e di compierla, ma anche di amare questa volontà affinché la nostra diventi una con la sua! È il miracolo della grazia: Dio non vuole servi obbedienti, non vuole schiavi sottomessi, ma figli liberi che condividono il suo cuore.

“…e desiderare ciò che prometti…”. La seconda grazia che la Chiesa ci ha fatto chiedere a Dio è quella di desiderare le promesse del Signore. Il cristiano deve vivere con i piedi ben piantati in terra, nel presente, ma con nel cuore il desiderio costantemente alimentato di ciò che Dio ha in serbo per noi dopo questa vita. Desiderare è una delle facoltà più alte dell’uomo, tanto che J.J. Rousseau arrivava ad affermare: “Guai a chi non ha più nulla da desiderare; perde tutto ciò che possiede” (Julie ou la Nouvelle Héloïse, VI, letr.VII). Nella consapevolezza però che, d’altro canto, desiderare troppe cose o desiderare tutto, dissipa l’uomo, che finisce per non ottenere nulla. Abbiamo bisogno di incanalare i nostri desideri, di focalizzarli su ciò che più conta. Lo stesso vale nella vita cristiana. Un cristiano che non desidera e non spera più può dire di avere ancora la fede? Un cristiano che desidera esclusivamente e ossessivamente beni terreni può dirsi veramente cristiano? La colletta ci aiuta a indirizzare il nostro desiderio verso i beni futuri promessi da Dio. Per s. Paolo questo desiderio è una tensione di tutto se stessi verso la meta futura (cr Fil 3,13-15). Per s. Agostino, questo desiderio “è la sete dell’anima” (En. in ps. 62,5) e “tutta la vita cristiana è un santo desiderio… e il desiderio è l’essenza del cuore” (In Joh. 40,10). E poi il Santo di Ippona prosegue nel suo commento elencando i mezzi con cui seminare, far germogliare e far aumentare questo desiderio: la S. Scrittura, la ricezione dei Sacramenti, le celebrazioni liturgiche, le preghiere e gli inni di lode che noi indirizziamo a Dio. Con questi mezzi il cuore acquisirà una tale capacità da poter ricevere un giorno “ciò che occhio non vide e orecchio mai udì” (1Cor 2,9). La pedagogia divina consiste nel far attendere quel giorno, perché – continua s. Agostino – “nel far attendere Dio estende il desiderio, nel far desiderare Dio estende l’anima, nell’ estendere l’anima Dio la rende capace di riceverlo”. E chiude esortando tutti a desiderare “per essere pienamente appagati” (In Let. Joh. 4,5).

Se mossi da questo duplice dinamismo – amare ciò che Dio comanda e desiderare ciò che Dio promette – i nostri cuori resteranno stabili, solidi, tra le nostre incostanze e le rivoluzioni, le agitazioni e le avversità di questo mondo, quelle che nella colletta vengono definite “mundanas varietates” e conosceranno la vera gioia già ora. È il cuore della preghiera che abbiamo elevato: “tra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia”. “Ubi vera sunt gaudia”: la speranza di questi “vera gaudia” ci fa già gioire, come il seminatore che si rallegra del raccolto prima ancora di vederlo.

Alla luce di questa stupenda orazione possiamo comprendere ancor meglio il vangelo di oggi. Gesù chiede: “Voi, chi dite che io sia?” E Pietro risponde: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,15-16). In questa professione di fede Pietro ama ciò che Dio comanda, perché riconosce in Gesù il compimento della volontà del Padre; desidera ciò che Dio promette, perché vede in Gesù il Messia atteso, la pienezza della vita, la gioia vera; ha il cuore attento non alle varie opinioni della gente, ma fisso sulla rivelazione del Padre. Per questo Gesù gli risponde: “Non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio” (Mt 16,17). Cioè: il tuo cuore è stato reso capace di riconoscere il Figlio. Affermare anche noi, come Pietro, che “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, significa affermare che Gesù è Colui che compie le nostre attese e i nostri desideri; significa affermare che Gesù è mandato da Dio per ricondurci a Lui, per rivelare l’uomo all’uomo e per guidare l’uomo alla pienezza della vita e del suo destino. Che è sempre destino di gioia. Quella vera!

22/08/2026

Domenica 23 Agosto 2026 XXI per annum A
Mt 16, 13-20 Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli.

Ss. Messe festive ad ore 11.00 e 12.15
ore 18.00 Concerto d'organo

O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia. Amen.

Per chi se lo fosse perso...ecco il video sull'Arazzo dell'Assunzione di Maria
20/08/2026

Per chi se lo fosse perso...ecco il video sull'Arazzo dell'Assunzione di Maria

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Indirizzo

Piazza Di Santa Maria Maggiore
Bergamo
24129

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Lunedì 09:00 - 12:30
14:30 - 18:00
Martedì 09:00 - 12:30
14:30 - 18:00
Mercoledì 09:00 - 12:30
14:30 - 18:00
Giovedì 09:00 - 18:00
Venerdì 09:00 - 18:00
Sabato 09:00 - 18:00
Domenica 09:00 - 18:00

Telefono

+39035223327

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