Basilica di Santa Maria Maggiore

Basilica di Santa Maria Maggiore Chiesa romanica che si trova a Bergamo Alta, in piazza Duomo. Edificata nel XII secolo e riccamente decorata in epoca barocca.

La storia della monumentale Basilica di S. Maria Maggiore, chiesa di patronato della Città di Bergamo, è complessa e articolata . La chiesa primitiva, dedicata a Maria, faceva parte del complesso cattedralizio insieme con l’attigua chiesa dedicata a San Vincenzo, complesso sorto nel V secolo secondo il modello paleocristiano delle cattedrali doppie. Il 15 agosto 1137 il vescovo di Bergamo Gregorio

benedisse la prima pietra di un nuovo edificio romanico, più grande del precedente: da ciò la specifica di Maggiore nella denominazione. A partire dal XIV secolo divenne poco per volta anche centro della vita comunale fino a essere scorporata dal complesso cattedralizio nel 1449, dotata di clero distinto dal Capitolo, sottratta alla giurisdizione vescovile e affidata nella sua gestione alla Congregazione della Misericordia Maggiore (MIA nella abbreviatura) che ad oggi ne conserva la cura. Mentre l’esterno mantiene ancora l’originale aspetto romanico, ingentilito dai trecenteschi portali gotici, l’interno ha subìto notevoli trasformazioni che l’hanno portato ad un’esuberanza barocca senza pari. Le tarsie lignee del coro, gli arazzi, gli stucchi sovente ricoperti di oro zecchino, i dipinti, ma anche lo splendore della liturgia che ancor oggi vi si celebra e le esecuzioni della Ca****la Musicale , una delle istituzioni più prestigiose della storia musicale italiana: tutto concorre a fare della basilica di S. Maria Maggiore in Bergamo una delle più belle chiese d’Italia.

Domenica 31 Maggio 2026 SS.MA TRINITA’ A           OMELIA del PRIORE don GILBERTO SESSANTINIChe ci sia una festa che ci ...
31/05/2026

Domenica 31 Maggio 2026 SS.MA TRINITA’ A

OMELIA del PRIORE don GILBERTO SESSANTINI

Che ci sia una festa che ci ricordi “il mistero centrale della fede e della vita cristiana” (CCC 234) è cosa buona di questi tempi, nei quali molti cristiani fanno fatica a dare ragione della propria speranza (cfr 1Pt 3,15-16) e a dire in che cosa effettivamente credono. La Chiesa, nella sua sapienza, con una festa dedicata alla SS.ma Trinità viene incontro ai nostri limiti e ci permette di entrare nella vita stessa di Dio per comprenderla e amare Dio ancor di più e meglio, per poter essere in comunione con Lui e, infine, per poter capire le differenze tra le varie concezioni di Dio.

Dio è Trinità, un solo Dio in tre Persone, un’unica natura divina e una comunione eterna di amore tra le tre Persone divine. Questa verità della dottrina cristiana non è un dettaglio: è ciò che rende il cristianesimo unico nel panorama religioso mondiale. E proprio per questo, possiamo anche comprendere meglio come la nostra fede sia profondamente diversa da quella di altre religioni monoteiste, in particolare dall’Islam, che pure afferma con forza l’unicità di Dio. Dio, certo, è uno solo, ma diverse sono le concezioni di Dio e, conseguentemente, dell’uomo. E che proprio il concetto di Trinità sia l’elemento decisivo che separa la concezione cristiana e quella islamica di Dio ce lo ricorda anche il celebre incontro tra s. Francesco e il sultano nel settembre del 1219. Il biografo di s. Francesco, Tommaso da Celano, scrive che a muovere il Poverello fu “l’ardore della ca**tà per diffondere, con l’effusione del proprio sangue, la fede nella Trinità” (Legenda Maior, 9,7). Oggi questo incontro viene letto come primo esperimento di dialogo interreligioso e prova di quello stucchevole pacifismo di cui è stato patinato s. Francesco. In realtà lo scopo del Santo era proprio quello di predicare agli islamici per convertirli alla fede in Dio Uno e Trino!

Approfondiamo dunque l’argomento. Cristiani e musulmani credono che Dio è uno, creatore, onnipotente, misericordioso. Ma la somiglianza si ferma qui. Per l’Islam, Dio (Allāh) è assolutamente uno, indivisibile, senza relazioni interne. Il Corano afferma: “Dio non genera e non è generato” (Sura 112). Dio è trascendente, sovrano, irraggiungibile. Anche il cristianesimo afferma con decisione l’unicità di Dio, ma rifiuta un’idea di unità concepita come monade indivisa e solitaria. L’unità cristiana è unità relazionale, non aritmetica. Questa unità non è monolitica, non è solitaria, non è chiusa. È unità nella comunione, non unità nella solitudine. Questa unità non è affatto intaccata dalla distinzione delle Persone divine. Lo ricorda molto bene s. Gregorio Nazianzeno (329-390) quando dice: “L’unità non è impoverita dalla distinzione, né la distinzione divide l’unità” (cfr Orazione 31), e in un altro passo: “Dio è diviso senza divisione… e unito nella divisione” (Orazione 40). Il Padre genera il Figlio dall’eternità, e lo Spirito procede dal Padre per mezzo del Figlio: non tre dèi, dunque, ma un unico Dio che è relazione eterna d’amore. La teologia cristiana non parte da un’idea astratta di Dio, ma da un fatto: Dio ha parlato, si è rivelato, ha agito nella storia come Trinità. E a noi basta seguire le tracce di questa rivelazione per comprendere quello che Dio ha voluto dirci: il Padre invia il Figlio, il Figlio rivela il Padre, lo Spirito introduce nella verità del Figlio. S. Basilio (329-379) lo esprime così: “Per mezzo dello Spirito abbiamo l’accesso al Figlio, e per mezzo del Figlio siamo condotti al Padre” (De Spiritu Sancto 18). Sant’Ireneo (130-202), uno dei primi grandi teologi della Trinità, lo esprime in questo modo: “Il Padre è la fonte di ogni bene; il Figlio è la manifestazione di questo bene; lo Spirito è la comunicazione del bene” (Cfr Adversus Haereses V, 18,2–3). È un’immagine splendida: il Padre come sorgente, il Figlio come fiume che scorre verso di noi, lo Spirito come acqua che feconda la terra del nostro cuore. La Trinità, allora, non è un enigma da risolvere, ma un movimento d’amore che ci raggiunge, una comunione d’amore che ci coinvolge.

Il Dio cristiano è dunque amore perché è comunione: qui sta la differenza decisiva. Per l’Islam, Dio ama le sue creature, ma non è amore in sé. Non può esserlo, perché l’amore richiede un “tu”, una relazione. Per il cristianesimo, Dio si è rivelato come amore (cfr 1Gv 4,8) e Dio è amore ancor prima della creazione, perché il Padre ama il Figlio nello Spirito generandolo da tutta l’eternità. Il cristianesimo, quindi, non dice solo che Dio ama: dice che Dio è amore, e lo è da sempre, perché è comunione.
Ma è ovviamente nel Figlio che sta la differenza più evidente tra cristianesimo e islam. Il Vangelo di oggi proclama: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3, 16). Per l’Islam, Gesù è un grande profeta, ma non è Figlio di Dio: attribuire a Dio una “filiazione” è considerato incompatibile con la sua unicità. Per il cristianesimo, invece, tutto si regge proprio su questo: il Figlio, pieno rivelatore del Padre, è “della stessa sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero” (Credo). Gesù non è un profeta che parla di Dio: è il Figlio, Dio in persona che parla. E lo Spirito Santo non è una forza o un’energia, ma il vincolo d’amore che unisce il Padre e il Figlio, e che al di fuori della Trinità santifica, guida, abita nei cuori dei fedeli.

Da questa diversa concezione di Dio derivano due conseguenze importanti. La prima: tra islam e cristianesimo vi sono due modi diversi di pensare la salvezza, dal momento che la concezione di Dio plasma anche la visione della redenzione. Nell’Islam, la salvezza sta nell’ obbedienza alla volontà di Dio e nella sottomissione alla sua legge (islām significa proprio “sottomissione”). Nel cristianesimo, la salvezza non consiste in primo luogo nell’obbedire a Dio, ma è innanzitutto dono di Dio per mezzo del Sacrificio del suo Figlio Unigenito, è comunione con Dio, è partecipazione alla vita trinitaria, o, per dirla con s. Pietro, divenendo “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4), è entrare nella sua famiglia diventando figli nel Figlio. E proprio perché figli amati obbediamo. È qualcosa di inaudito: Dio non solo salva, ma condivide la sua stessa vita!
La seconda conseguenza: la fede trinitaria plasma anche l’antropologia cioè il concetto di uomo. Se l’uomo è creato “a immagine e somiglianza di Dio” (Gn 1,26.27), allora è creato a immagine della comunione. La Trinità diventa così il paradigma dell’esistenza umana: la persona è relazione, è dono, è comunione, è libertà e apertura alla verità. Da tutte queste caratteristiche derivano la libertà di coscienza, l’uguaglianza di ogni uomo, uguali diritti per ogni uomo e donna, tutte cose che nell’Islam non si ritrovano, dal momento che esistono due categorie ben distinte di uomini: i fedeli islamici e gli “infedeli”, che non godono di pari diritti e di pari dignità, come ben sanno purtroppo molti nostri fratelli cristiani.

Come vedete parlare di Dio inevitabilmente significa parlare dell’uomo. La Trinità non è un mistero astratto ma la verità più bella su Dio e su di noi. E la nostra fede ci invita a vivere secondo questa verità. Chiediamo la grazia di riconoscere la gloria della Trinità, di confessare la vera fede, e di lasciarci trasformare da questo amore.

Domenica 31 Maggio 2026 SOLENNITA' della SS.MA TRINITA' AGv 3, 16-18 Dio ha mandato il Figlio suo perché il mondo sia sa...
29/05/2026

Domenica 31 Maggio 2026 SOLENNITA' della SS.MA TRINITA' A
Gv 3, 16-18 Dio ha mandato il Figlio suo perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

Ss. Messe festiva ad ore 11.00 e 12.15
NB la S. Messa delle ore 12.15 terminerà alle 12.45 per permettere di uscire entro le 13 dal circuito delle Mura utilizzato per la corsa dell'Historic Gran Prix

O Dio Padre,
che hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Parola di verità,
e lo Spirito santificatore
per rivelare agli uomini il mistero ineffabile della tua vita,
fa’ che nella confessione della vera fede
riconosciamo la gloria della Trinità
e adoriamo l’unico Dio in tre persone. Amen

31 maggio 2026 - ore 11
SS TRINITÁ

24/05/2026

Domenica 24 Maggio 2026 PENTECOSTE A

OMELIA del PRIORE don GILBERTO SESSANTINI

Più che le altre solennità che costellano l’anno liturgico, quella di Pentecoste celebra un mistero che continua in modo evidente anche oggi, un’azione di Dio che non si è mai fermata: il dono dello Spirito Santo. I brani della Sacra Scrittura che abbiamo ascoltato ci mostrano proprio i tre luoghi dove opera principalmente questa azione continua di Dio per mezzo dello Spirito Santo: nel creato, nella Chiesa e nei nostri cuori.

Lo Spirito Santo agisce innanzitutto nella creazione. Il salmo ci ha ricordato che lo Spirito Santo è all’opera fin dall’inizio della creazione: “Mandi il tuo spirito, sono creati” (Sal 103-104,30). Egli, infatti, è il “Creator Spiritus”, lo Spirito creatore, come la Chiesa lo invoca da secoli nel più famoso dei suoi inni allo Spirito Santo. Ma qual è il ruolo specifico dello Spirito Santo nella creazione, se, come diciamo nel Credo, tutto ha origine dal Padre e tutto è creato per mezzo del Figlio? Ce lo spiega un grande Padre della Chiesa del IV secolo, s. Basilio, il quale in un importante trattato sullo Spirito Santo scrive così: “Se provi a sottrarre lo Spirito alla creazione, tutte le cose si mescolano e la loro vita appare senza legge, senza ordine” (Tratt. Sullo Spirito Santo XVI,38). Lo Spirito Santo è Colui che, al principio e in ogni tempo, fa passare le realtà create dal chaos al cosmos, dal disordine all’ordine, dalla dispersione alla coesione, dalla confusione all’armonia. In una parola, Egli dà al mondo armonia rinnovando la faccia della terra (cfr Sal 104,30) e rinnova la terra, non cambiando la realtà, bensì armonizzandola, perché Egli è in sé stesso armonia: “Ipse harmonia est” dice sempre s. Basilio (In Ps., 29,1). Questa descrizione armoniosa e idilliaca contrasta però con ciò che vediamo oggi e lungo i secoli nella vita dell’umanità e nella nostra stessa vita: incoerenze, peccati, discordie, divisioni, violenze, guerre... Ad alimentare le nostre ostilità c’è un altro spirito, lo spirito della divisione, il diavolo, il cui nome significa appunto “divisore”. Il nostro cuore si trova diviso tra l’azione dello Spirito Santo e quella del divisore e delle sue suggestioni. Occorre un cuore docile all’azione dello Spirito Santo per poter contribuire all’azione armonica dello Spirito Santo nel creato e nella nostra vita!

In secondo luogo, lo Spirito Santo opera continuamente nella Chiesa. Nel giorno di Pentecoste è disceso sugli Apostoli e da allora nella Chiesa ognuno riceve grazie particolari e carismi differenti. Questa pluralità di doni diversi non ingenera confusione, ma lo Spirito, come nella creazione, proprio a partire dalla pluralità crea armonia, crea un ordine “organizzato secondo la diversità dei doni dello Spirito” continua s. Basilio (De Spir. XVI,39). Giustamente s. Paolo paragona l’armonia delle funzioni nella Chiesa a quella del corpo umano. Non tutti devono fare tutto (e forse a questo riguardo oggi c’è un po’ di confusione nella Chiesa…), ma tutti devono operare per il bene comune (cfr 1 Cor 12,7). Nella Chiesa Lo Spirito Santo non solo crea armonia ma le infonde quel vigore necessario per l’evangelizzazione, per obbedire al comando del Signore che abbiamo ascoltato domenica scorsa, quell’”andate e battezzate tutti popoli” (Mt 28,19-20) che è lo scopo per il quale la Chiesa esiste e lo Spirito Santo è donato. Quanto abbiamo bisogno di coraggio nella Chiesa di oggi! Il coraggio di parlare con chiarezza evangelica in un tempo in cui tutto sembra diventare ambiguo, fragile e confuso e proprio per questo ancor più bisognoso di una Chiesa che parli con franchezza, senza infingimenti, senza timore di pestare i piedi agli altri. Molte volte ho l’impressione che, davanti a certi episodi, la Chiesa scelga parole estremamente caute, quasi timorose di affrontare apertamente alcuni aspetti della realtà contemporanea estremamente problematici, come la grande scristianizzazione e la crescente islamizzazione dell’Europa e, in tutto il mondo, la persecuzione dei cristiani da parte delle frange più violente e radicali dell’islam. Si percepisce una continua attenzione a non urtare determinate sensibilità culturali o ideologiche, mentre ci sarebbe bisogno di verità e chiarezza. La missione della Chiesa non può ridursi ad un linguaggio attento solo alle reazioni del mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che abbia ancora il coraggio di essere voce morale dentro una realtà sempre più confusa. Una Chiesa capace di parlare di misericordia senza smarrire la giustizia, di immigrazione senza dimenticare il diritto a non emigrare e senza ignorare il disordine che consegue ad una immigrazione indiscriminata, di accoglienza senza dimenticare la responsabilità, di apertura senza dimenticare il rischio di disintegrare una civiltà intera, di dialogo salvaguardando però l’unicità di Cristo Salvatore e la sua divinità, messe in pericolo da una fuorviante equiparazione di tutte le religioni. Occorre una Chiesa docile all’zione incoraggiante dello Spirito Santo!

In terzo luogo, lo Spirito Santo agisce costantemente nei nostri cuori. Nel Vangelo, Gesù, la sera di Pasqua, soffia sui discepoli e dice: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). Lo dona agli Apostoli per uno scopo preciso: per perdonare i peccati, cioè per riconciliare e armonizzare i cuori lacerati dal male. Lo dona a tutta la Chiesa per farci conoscere più e meglio quanto Dio ci ama. Lo dona per farci rispondere con generosità e amore al Suo Amore. Lo dona per educarci ad essere pienamente uomini, pienamente donne. Solo lo Spirito, infatti, è Colui che crea quell’“intimità con Dio” che s. Basilio reputa necessaria alla vita cristiana (De Spir., XIX,49). Se vogliamo armonia cerchiamo Lui, non dei riempitivi mondani. Se vogliamo pace nel cuore, invochiamo Lui e obbediamo docilmente ai suoi suggerimenti. Se vogliamo essere veri, invochiamo Lui e la sua forza!

Affidiamo allo Spirito Santo il mondo intero, la Chiesa e noi stessi. Venga e ci trasformi ogni giorno, ci ricrei ogni volta che pecchiamo, ci infonda il coraggio di una testimonianza sincera e la gioia di una fede viva. Così la Pentecoste non resterà un racconto di un evento passato, ma diventerà la nostra storia.

Domenica 24 Maggio 2026 SOLENNITA' di PENTECOSTE AGv 20,19-23 Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi. Ss. Messe f...
22/05/2026

Domenica 24 Maggio 2026 SOLENNITA' di PENTECOSTE A
Gv 20,19-23 Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi.

Ss. Messe festive ad ore 11.00 e 12.15

O Dio, che nel mistero della Pentecoste
santifichi la tua Chiesa
in ogni popolo e nazione,
diΩondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo,
e rinnova anche oggi nel cuore dei credenti
i prodigi che nella tua bontà
hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Amen.

24 maggio 2026 - ore 11
PENTECOSTE

17/05/2026

Domenica 17 Maggio 2026 Solennità dell’ASCENSIONE A

OMELIA del PRIORE don GILBERTO SESSANTINI

In una lunga intervista, poi pubblicata come saggio, il filosofo tedesco Max Horkheimer (I896-1973), fondatore della Scuola di Francoforte, affermava che la religione deve rendere consapevole l’uomo che l’esistenza terrena non è l’ultima realtà. Il saggio si intitolava “Nostalgia del totalmente Altro” e il prof. Adriano Bausola così ne commentava l’uscita in lingua italiana: “È da un non teologo che ci accade di sentire parole di richiamo ad altri Cieli, che siano veramente altri Cieli, e non solo terrestri mondi più o meno razionalizzati” (Rivista di filosofia neoscolastica, 1973). È alla luce di questa “nostalgia del totalmente Altro” che vogliamo leggere la solennità che oggi celebriamo e il Vangelo che abbiamo ascoltato. In particolare, la promessa “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20) che chiude non solo il brano odierno ma tutto il Vangelo di Matteo e che è il cuore della festa dell’Ascensione. Una festa che perciò non celebra l’assenza di Gesù, ma la sua nuova modalità di presenza; una festa che non parla di distanza, ma di vicinanza trasformata; una festa, quindi, che non ci lascia orfani, come già abbiamo ascoltato domenica scorsa, ma ci consegna una missione.

I discepoli vedono Gesù salire al cielo (cfr At 1,9), potrebbe sembrare un allontanamento, ma in realtà è piuttosto il compimento della Pasqua: Gesù entrando nella pienezza della vita di Dio può essere presente in ogni luogo e in ogni tempo. L’Ascensione non dice: “Gesù se n’è andato”. Afferma: “Gesù è più vicino di prima”. Per questo, subito dopo, gli angeli ammoniscono i discepoli: “Perché state a guardare il cielo?” (At 1,11). Come a dire: non cercate un Dio lontano, non rifugiatevi nella nostalgia sterile. Il Risorto è già all’opera nella storia, grazie allo Spirito Santo, ai Sacramenti, alla Parola, alla Chiesa, a voi!
Horkheimer, che non era credente, scriveva che l’uomo porta dentro di sé una nostalgia profonda, quasi dolorosa, per qualcosa che il mondo non può dare. Una nostalgia di giustizia piena, di verità, di amore che non tradisce. Una nostalgia che lui chiama, appunto, “del totalmente Altro”. È interessante: un pensatore laico, critico della religione, riconosce che il cuore umano non si accontenta del mondo così com’è. Che c’è un desiderio che nessuna istituzione, nessun progresso, nessuna tecnica può colmare. Questa nostalgia non è evasione. È la traccia di una promessa. È la ferita che ci apre al cielo. E l’Ascensione risponde proprio a questa nostalgia: il totalmente Altro non è lontano, è entrato nella nostra storia e la porta a compimento.
La missione nasce da questa nostalgia. Gesù affida ai discepoli un mandato universale: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19). È un invito a condividere ciò che abbiamo visto e toccato: che la morte non è l’ultima parola, che il male non è invincibile, che la vita ha un senso, che Dio è vicino. La missione cristiana non nasce dal dovere, ma dalla nostalgia del mondo per Dio e dalla nostalgia di Dio per il mondo. Horkheimer diceva che l’uomo desidera una giustizia che nessun tribunale può dare. Ebbene il Vangelo annuncia che questa giustizia ha un volto: Cristo risorto. E che questa giustizia non è rimandata a un futuro indefinito, ma è già all’opera oggi, in ogni tempo, nello Spirito Santo.

La nostalgia del totalmente Altro, se non trova risposta, può diventare disperazione o cinismo. Ma Gesù, nell’Ascensione, pronuncia quella frase che cambia tutto: “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20). Non dice: “Io ero con voi”. Non dice: “Io sarò con voi”. Dice: “Io sono”. È il nome stesso di Dio. È la promessa che sostiene la Chiesa nella storia. È la certezza che ci permette di non fuggire dal mondo, ma di viverci con speranza. “Io sono con voi” è la risposta cristiana alla nostalgia.
L’Ascensione ci educa, quindi, a un equilibrio difficile ma fecondo: con i piedi per terra, perché la missione è concreta, fatta di volti, di scelte, di opere; con il cuore nel cielo (cfr or. colletta), perché la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio (cfr Col 3,3). Se perdiamo il cielo, diventiamo funzionali, efficienti, ma senza anima. Se perdiamo la terra, rischiamo una spiritualità disincarnata e quindi risultiamo inutili. La nostalgia del totalmente Altro ci ricorda che la Chiesa, vivendo tra cielo e terra, deve essere segno concreto di un Altro, di Dio appunto.

Carissimi, oggi allora celebriamo un Dio che non fugge dal mondo, ma lo porta con sé nella gloria. Un Dio che non ci lascia soli, ma ci affida una missione. Un Dio che non spegne la nostalgia del cuore umano, ma la compie.
Chiediamo perciò la grazia di vivere così: con lo sguardo rivolto a Cristo, con il cuore abitato dalla nostalgia del totalmente Altro, impegnati nella quotidiana missione di dargli testimonianza, nella certezza che Lui è con noi, sempre. E che un giorno, come gli angeli hanno detto agli apostoli, “verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,11).

Domenica 17 Maggio 2026 SOLENNITA' DELL?ASCENSIONE AMt 28, 16-20 Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mond...
15/05/2026

Domenica 17 Maggio 2026 SOLENNITA' DELL?ASCENSIONE A
Mt 28, 16-20 Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo

Ss. Messe festive ad ore 11.00 e 12.15

Dio onnipotente,
concedi che i nostri cuori dimorino nei cieli,
dove noi crediamo che oggi è asceso
il tuo Unigenito, nostro redentore. Amen

17 maggio 2026 - ore 11
ASCENSIONE del SIGNORE

Abbiamo il piacere di condividere con voi il canale YouTube della nostra Ca****la Musicale. In questo spazio vengono pub...
12/05/2026

Abbiamo il piacere di condividere con voi il canale YouTube della nostra Ca****la Musicale. In questo spazio vengono pubblicati regolarmente video riguardanti la sua attività musicale liturgica e concertistica. Se desiderate restare aggiornati sulle prossime pubblicazioni, vi invitiamo a iscrivervi al canale e attivare le notifiche.
Trovate il link qui:

La Ca****la Musicale della Basilica di Santa Maria Maggiore di Bergamo custodisce e promuove la tradizione musicale sacra, animando le celebrazioni liturgiche con un repertorio che spazia dalla polifonia rinascimentale alla musica contemporanea. Attraverso questo canale condividiamo esecuzioni, conc...

10/05/2026

Domenica 10 Maggio 2023 VI di PASQUA A

OMELIA del PRIORE don GILBERTO SESSANTINI

In questa sesta Domenica di Pasqua riverbera ancora la gioia della Risurrezione dal momento che il tempo pasquale scorre come un unico giorno di ininterrotta letizia in onore del Signore risorto. E a rafforzare questa gioia, oggi contribuiscono anche le parole di Gesù che abbiamo ascoltato: “Non vi lascerò orfani” (Gv 14,18). Questa promessa di Gesù è il cuore della liturgia di oggi. Una promessa capace di toccare ogni vita, perché tutti conosciamo momenti in cui ci sentiamo soli, disorientati, senza appoggi, e molte sono le forme di solitudine che caratterizzano il nostro tempo: quella affettiva di chi non si sente amato, quella spirituale di chi non trova un senso nella propria vita, quella sociale di chi non ha voce, quella ecclesiale di chi si sente ai margini perché non allineato al mainstream presente anche nella Chiesa. Nel Cenacolo anche i discepoli vivono questo senso di abbandono e solitudine: il brano evangelico di oggi è tratto dal lungo discorso di Gesù durante l’Ultima Cena, prima della sua Passione, Morte e Risurrezione: è quindi un discorso d’addio, un discorso che spaventa gli apostoli. Gesù, però, non li lascia nella paura: promette un altro Paràclito, lo Spirito Santo che continuerà la sua presenza: “io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità” (Gv 14,16). Non un sostituto, ma una Presenza che continua la sua stessa opera: consolare, guidare, ricordare, sostenere, rendere capaci di amare. Il termine Paràclito significa “colui che sta accanto”. Non è un concetto astratto, ma una vicinanza concreta. Lo Spirito è Colui che parla al cuore quando tutto tace, accende luce quando la fede sembra spegnersi, ricorda il Vangelo quando la memoria si fa corta, rende possibile ciò che da soli non riusciamo a vivere. È lo Spirito che trasforma la fede da teoria a vita, da dottrina ad amore.
Gesù, infatti, introduce questa promessa con le parole “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15). Questa frase non è un ricatto morale. Non significa: “Se mi ami, devi dimostrarlo”. Significa: “Se rimani nel mio amore, scoprirai che i miei comandamenti sono la strada maestra della vita”. E poco oltre continua dicendo “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv14,21). I comandamenti sono lo strumento per lasciarci amare da Dio e unirci a Lui. Queste parole sono per certi aspetti sorprendenti. Gesù non ci chiede semplicemente di obbedire ai suoi comandamenti, ma, amando Lui, di amarli. Perché? Perché il cristianesimo non è una morale imposta dall’esterno, ma una trasformazione del cuore. Il vero miracolo della grazia è quando ciò che Dio vuole diventa anche ciò che noi desideriamo. Amare ciò che Dio comanda significa riconoscere che i suoi comandamenti non sono limiti, ma vita in pienezza. Il mondo spesso percepisce i comandamenti come restrizioni; il Vangelo li rivela come liberazione. Quando amiamo Cristo e amiamo ciò che Dio comanda, allora la volontà di Dio non ci pesa: ci attrae. Tutto questo è possibile solo nello Spirito Santo e grazie allo Spirito Santo.

La promessa di Gesù di non lasciarci orfani si realizza concretamente anche attraverso di noi. La Chiesa è chiamata a essere casa per chi è solo, ascolto per chi non ha voce, abbraccio per chi è ferito, compagnia per chi cerca senso. Ogni gesto di cura è un frammento di Pasqua vissuta.
È quanto abbiamo chiesto per noi e per tutta la Chiesa con l’orazione colletta: “Dio onnipotente, fa’ che viviamo con intenso amore questi giorni di letizia in onore del Cristo risorto, per testimoniare nelle opere il memoriale della Pasqua che celebriamo nella fede”.
Questa preghiera ci dice almeno tre cose fondamentali.
Innanzitutto, che la Pasqua non è un ricordo, ma un tempo da vivere, una realtà nella quale vivere. La liturgia parla di giorni di letizia: non un’emozione passeggera, ma un clima spirituale che deve impregnare la vita.
In secondo luogo, questa preghiera ricorda che serve un rinnovato impegno (affectu sedulo ora tradotto più genericamente “con intenso amore”), o per meglio dire un impegno che deve rinnovarsi ogni giorno. La gioia pasquale non è spontaneità emotiva: è una scelta, un cammino, un esercizio. La Chiesa ci chiede di rinnovare l’impegno, perché la risurrezione non diventi un’idea astratta, ma una forma di vita.
Infine, con questa preghiera abbiamo chiesto di testimoniare nelle opere ciò che celebriamo nella fede. L’originale latino dice: “ut quod recordatione percurrimus semper in opere teneamus” ovvero di attenerci sempre nelle opere a ciò che ripercorriamo nel ricordo. Ogni cosa che facciamo deve essere cioè memoriale della Pasqua, deve essere un rendere presente nel nostro oggi la forza vitale e rinnovatrice della Pasqua. Con molta concretezza la colletta ci dice che non basta celebrare la Pasqua, bisogna testimoniarla. La fede pasquale diventa credibile quando si traduce in una pratica sacramentale regolare (Messa, Comunione, Confessione…), in gesti di riconciliazione, in parole che edificano, in scelte di giustizia, in cura dei più fragili, in speranza che non si arrende… È lo Spirito che rende possibile questa testimonianza. Senza di Lui, la Pasqua rischia di restare solo un rito; con Lui, diventa vita. E in questo modo la Chiesa è davvero il luogo dove nessuno è orfano.

Siamo in cammino verso l’Ascensione e la Pentecoste, tempo in cui Gesù educa i suoi al “nuovo modo” della sua presenza: non più “accanto” ai discepoli, ma “dentro” ciascuno di coloro che credono in Lui; in un modo non visibile, certo, ma altrettanto reale. Invochiamo il dono dello Spirito su di noi e su tutta la Chiesa. La sua energia ci svegli dal nostro torpore e dall’essere acquiescenti allo spirito del mondo.

Domenica 10 Maggio 2026 VI di PASQUA AGv 14, 15-21 Pregherò il Padre che egli vi darà un altro Consolatore.Ss. Messe fes...
08/05/2026

Domenica 10 Maggio 2026 VI di PASQUA A
Gv 14, 15-21 Pregherò il Padre che egli vi darà un altro Consolatore.

Ss. Messe festive ad ore 11.00 e 12.15

Dio onnipotente, fa' che viviamo con rinnovato impegno questi giorni di letizia in onore del Cristo risorto, per testimoniare nelle opere il memoriale della Pasqua che celebriamo nella fede. Amen.

10 maggio 2026 - ore 11
VI Domenica di PASQUA

Indirizzo

Piazza Di Santa Maria Maggiore
Bergamo
24129

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 12:30
14:30 - 18:00
Martedì 09:00 - 12:30
14:30 - 18:00
Mercoledì 09:00 - 12:30
14:30 - 18:00
Giovedì 09:00 - 18:00
Venerdì 09:00 - 18:00
Sabato 09:00 - 18:00
Domenica 09:00 - 18:00

Telefono

+39035223327

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