Ordine Francescano Secolare Baronissi

Ordine Francescano Secolare Baronissi La Fraternità nasce nel 1893 ed ha la propria sede presso il Convento
SS. Trinità di Baronissi (SA)

07/09/2026

7 Settembre 2026, Lunedì della XXIII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,6-11

Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
Il miracolo del cristianesimo: rendere visibili gli invisibili

La scena raccontata dal Vangelo di Luca è molto semplice. Siamo in una sinagoga, quindi in un luogo sacro. Ci sono le Scritture, la preghiera, l'insegnamento, il culto. Ma in mezzo a tutto questo c'è anche un uomo che soffre, un uomo con una mano inaridita. Tutti lo vedono, ma sembra che nessuno si accorga veramente di lui. Gesù invece sì. «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Forse è questa la prima grande lezione del Vangelo di oggi. Gesù prende questo invisibile e lo mette al centro. Ci ricorda così che non esiste autentica esperienza religiosa se essa diventa incapace di accorgersi della sofferenza concreta delle persone. Possiamo avere luoghi sacri, conoscere perfettamente le Scritture, rispettare tutte le regole e celebrare correttamente il culto, ma se chi soffre rimane invisibile allora qualcosa di essenziale della fede è andato perduto. Il primo miracolo che Gesù compie, prima ancora di guarire quella mano, è restituire visibilità a quell'uomo. Gli restituisce il centro della scena, la dignità di una persona che merita di essere guardata e presa sul serio. Forse questo dovrebbe essere anche il primo miracolo del cristianesimo: rendere visibili gli invisibili. Accorgerci di chi rimane ai margini, di chi non ha voce, di chi porta una sofferenza che gli altri hanno ormai smesso di vedere. Ovunque ci troviamo, chi soffre ha diritto a non essere lasciato solo ai margini della nostra attenzione. Ma il racconto contiene anche un paradosso drammatico. L'uomo ha una mano inaridita, mentre coloro che lo osservano sembrano avere qualcosa di ancora più grave: un cuore inaridito. Sono talmente concentrati sulla regola da non riuscire più a gioire per il bene di una persona. Gesù guarisce la mano di quell'uomo, ma il Vangelo lascia davanti a noi una domanda molto più inquietante: chi guarirà il cuore di chi non prova più compassione?

04/09/2026

4 Settembre 2026, Venerdì della XXII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 5,33-39

In quel tempo, i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!».
Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».
Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
Come capire se la nostra fede è una relazione autentica?

Il rimprovero rivolto a Gesù a causa dei suoi discepoli diventa nel Vangelo di oggi un grande esame di coscienza anche per noi: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». Dietro questa obiezione c'è una domanda seria: che cosa rende veramente religiosa la vita di una persona? Gesù risponde mettendo al centro non una pratica, ma una presenza. I suoi discepoli hanno lo Sposo con loro. La loro fede nasce innanzitutto dal rapporto con Qualcuno. È questa forse la differenza più radicale del cristianesimo: prima delle regole, delle pratiche e persino delle devozioni, c'è la persona di Gesù Cristo. Dovremmo allora domandarci con molta sincerità: che cos'è la fede per noi? Una serie di cose che facciamo oppure una relazione viva con Cristo? Questo non significa che la preghiera, il digiuno, il Rosario, la liturgia e tutte le altre pratiche della vita cristiana non siano importanti. Al contrario, sono preziosissime quando esprimono e alimentano una relazione. Diventano problematiche quando prendono il posto della relazione. Possiamo infatti recitare molte preghiere senza pregare veramente. Possiamo pronunciare le parole del Rosario e contemporaneamente tenere il cuore lontano da Cristo. Il Rosario non serve a evitare l'incontro con Gesù, ma ad aiutarci a entrare più profondamente in rapporto con Lui. È la stessa differenza che esiste tra parlare di una persona e parlare con una persona. Possiamo sapere moltissime cose su qualcuno senza avere nessun rapporto reale con lui. Anche con Dio può accadere così. Possiamo conoscere il catechismo, frequentare la Chiesa, osservare pratiche religiose e, nello stesso tempo, non permettere mai veramente a Cristo di entrare nelle nostre decisioni. Come possiamo capire se la nostra fede è una relazione autentica? Il Vangelo ci offre un criterio molto concreto: dai cambiamenti che produce. Dalla conversione, dalle scelte, dal modo in cui impariamo ad amare, perdonare, giudicare meno, servire di più. Se dopo anni di pratica religiosa rimaniamo esattamente uguali, forse dovremmo avere il coraggio di porci qualche domanda.

02/09/2026

2 Settembre 2026, Mercoledì della XXII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,38-44

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le f***e lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
Cristo guarisce per rimettere in cammino

La guarigione della suocera di Pietro, raccontata nel Vangelo di oggi, nasce dentro una preghiera di intercessione. Qualcuno parla a Gesù di questa donna malata e Gesù si avvicina a lei. Ma ciò che colpisce è soprattutto la tenerezza concreta del suo gesto. Non pronuncia grandi discorsi. Si accosta, la raggiunge nella sua fragilità e la rimette in piedi. Ed è proprio ciò che accade subito dopo a rivelarci che cosa significhi veramente essere guariti: «Levatasi all'istante, cominciò a servirli». Potremmo pensare che il servizio sia semplicemente il prezzo da pagare dopo aver ricevuto un miracolo. In realtà è esattamente il contrario. Il fatto che questa donna ricominci a servire significa che è tornata padrona della propria vita. Prima era costretta a subire la malattia, ora può nuovamente scegliere che cosa fare di se stessa. E sceglie di donarsi. Forse è questa una delle prove più concrete dell'incontro con Cristo: tornare in piedi. Smettere di vivere semplicemente come vittime di ciò che ci è accaduto e ricominciare a sentirci protagonisti della nostra esistenza. Essere protagonisti, però, non significa mettere noi stessi al centro. Il Vangelo ci offre un paradosso bellissimo: diventiamo veramente protagonisti quando diventiamo capaci di dono. Finché usiamo gli altri, le cose, le relazioni e persino Dio soltanto per stare meglio noi, rimaniamo ancora prigionieri del nostro egoismo. La guarigione più profonda di cui abbiamo bisogno è allora essere liberati dal vittimismo e dall'egoismo. Non possiamo sempre cambiare ciò che ci è accaduto, ma possiamo decidere che cosa farne. Cristo ci rimette in piedi perché la nostra vita possa tornare a essere un dono. C'è poi un ultimo particolare. Mentre la fama di Gesù cresce, Egli decide di andare altrove. Non vuole trasformare il successo in una prigione. La sua missione è annunciare il Regno di Dio e per questo deve continuare il cammino. È una lezione decisiva anche per la Chiesa e per ciascuno di noi. Quando pensiamo di essere arrivati, quando ci sistemiamo, quando cominciamo soltanto a difendere ciò che abbiamo costruito, rischiamo di tradire la logica del Vangelo. Cristo guarisce per rimettere in cammino. Ci rimette in piedi perché possiamo amare, servire, partire. In fondo, essere guariti significa proprio questo: smettere di vivere ripiegati su ciò che ci manca e ricominciare a fare della nostra vita qualcosa di buono.

01/09/2026

1 Settembre 2026, Martedì della XXII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,31-37

In quel tempo, Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male.
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
Davanti a Gesù il male comincia a gridare

La parola di Gesù non è una parola come tutte le altre. Il Vangelo di oggi sottolinea che Egli parlava «con autorità». Ma che cosa significa davvero questa espressione? Significa che la sua parola non si limita a spiegare qualcosa, ma produce conseguenze concrete nella vita di chi l'ascolta. La parola di Cristo cambia la realtà. La reazione dell'uomo posseduto da uno spirito impuro ne è la dimostrazione. Davanti a Gesù il male comincia a gridare. È come se non riuscisse a sopportare quella parola, perché sa che quando Cristo parla seriamente nella vita di qualcuno, tutto ciò che lo tiene prigioniero comincia a perdere potere. È questa forse una delle ragioni più profonde per cui dovremmo leggere ogni giorno il Vangelo. Qualcuno potrebbe domandare: perché tornare continuamente su quelle pagine? Perché leggere e rileggere parole che magari conosciamo già? Perché il Vangelo non serve soltanto a conoscere meglio Gesù. Serve a lasciare che Gesù parli dentro la nostra vita. Ci sono infatti prigioni che nessun ragionamento riesce ad aprire. Pensieri negativi che ritornano continuamente, paure che condizionano le nostre scelte, sensi di colpa che ci tengono inchiodati al passato, rancori che non riusciamo ad abbandonare, logiche sbagliate che lentamente diventano il nostro modo abituale di pensare. Molte volte tentiamo di discutere con tutto questo. Gesù, invece, nel Vangelo pronuncia una parola molto più radicale: «Taci! Esci da lui!». Leggere il Vangelo ogni giorno significa allora permettere a questa voce di diventare più forte delle voci che ci imprigionano. Forse la vera domanda non è semplicemente quanto Vangelo conosciamo, ma quanta autorità permettiamo alla parola di Cristo di avere nella nostra vita. Perché quando quella Parola viene davvero accolta, qualcosa dentro di noi comincia a diventare libero.

31/08/2026

31 Agosto 2026, Lunedì della XXII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,16-30

In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
La fede non è una spiegazione della realtà

Il ritorno di Gesù a Nazaret gli offre l'occasione di parlare nella sinagoga davanti alle persone che lo conoscono da sempre. Ma c'è un dettaglio decisivo: Gesù non si limita ad annunciare una Parola. Offre se stesso come compimento concreto di quella Parola. In altre parole, ciò che dice e ciò che è coincidono. È una caratteristica che non dovremmo mai dimenticare quando pensiamo al cristianesimo. La fede non è innanzitutto una spiegazione della realtà. Non è una teoria sul dolore, sulla gioia, sull'amore, sulla morte o sulla vita. È un'esperienza concreta attraverso cui tutte queste cose possono essere vissute in maniera nuova. Per questo la persona di Gesù è inseparabile dal suo messaggio. Se togliamo il corpo di Cristo, la concretezza della sua storia, i suoi gesti, i suoi incontri, la sua morte e la sua risurrezione, e conserviamo semplicemente alcune sue parole, abbiamo eliminato una parte essenziale del cristianesimo.Pensiamo a un bambino che ha bisogno di sentirsi amato. Potremmo spiegargli perfettamente che cos'è l'amore. Potremmo offrirgli la definizione più precisa possibile. Ma quel bambino continuerà ad avere bisogno di una cosa molto più semplice: un abbraccio. Perché l'amore diventa comprensibile soltanto quando diventa esperienza. Dio ha fatto esattamente questo con noi. Non ci ha mandato semplicemente una spiegazione dell'amore. Ci ha mandato suo Figlio. Gesù è l'abbraccio concreto di Dio alla nostra umanità. È la Parola che diventa carne, entra nella nostra storia e condivide fino in fondo la nostra condizione. Forse molta della nostra crisi di fede nasce proprio dall'aver ridotto il cristianesimo a una teoria. Conosciamo parole, principi, precetti, spiegazioni, ma rischiamo di non fare più esperienza di Cristo.

25/08/2026

Oggi facciamo memoria di San Ludovico, patrono dell’Ordine Francescano Secolare insieme a Santa Elisabetta d’Ungheria.
Terziario francescano, visse la regalità come servizio: promosse la pace, difese i poveri, amministrò la giustizia con mitezza e fece della carità uno stile di vita. Uomo di preghiera e di governo, unì fermezza e umiltà, mostrando che la santità può fiorire anche nelle responsabilità più grandi.
Per noi francescani secolari, Ludovico ricorda che la nostra vocazione nel mondo non è un ideale astratto, ma una strada concreta fatta di sobrietà, attenzione agli ultimi e amore operoso.
Affidiamo a lui il nostro cammino, perché ci aiuti a vivere con rinnovato fervore la nostra vocazione e il nostro servizio.

25/08/2026
05/08/2026

5 Agosto 2026, Mercoledì della XVIII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,21-28

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
La preghiera è il luogo in cui impariamo a fidarci di Dio

La pagina del Vangelo di oggi ci mette davanti a uno degli episodi più imbarazzanti e, a prima vista, più difficili da comprendere nel ministero di Gesù. Una donna cananea implora Gesù: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Gesù non le rivolge neppure una parola. Il suo silenzio ci mette a disagio. Perché sembra ignorarla? Perché sembra respingerla? Se ci fermassimo alle apparenze, potremmo persino pensare a un atteggiamento incomprensibile. In realtà il Vangelo sta portando alla luce la qualità straordinaria della fede di questa donna. Ella non interpreta il silenzio di Gesù come un rifiuto. Non si lascia scoraggiare. Continua a sperare, continua a pregare, continua a fidarsi. È una lezione immensa anche per noi. Molte volte, quando Dio sembra tacere, siamo tentati di pensare che non ci ascolti, che non gli importi di noi o che non siamo degni del suo amore. Ma questi pensieri, più che provenire dalla fede, nascono spesso dalla paura e dallo scoraggiamento. Il male cerca sempre di convincerci che la nostra preghiera sia inutile e che Dio sia lontano. La donna cananea ci insegna invece che la fede autentica non consiste nel ricevere subito una risposta, ma nel non smettere di confidare anche quando la risposta tarda ad arrivare e le sensazioni negative sembrano prendere il sopravvento. La sua preghiera diventa sempre più umile, sempre più libera da ogni pretesa. Non rivendica diritti. Si affida. Ed è proprio questa fiducia perseverante che Gesù porta alla luce davanti a tutti. Alla fine le dice: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». Non loda la sua insistenza in quanto tale, ma quella fiducia che non si è lasciata vincere né dal silenzio né dalla prova. Forse il Vangelo di oggi ci invita a rivedere il nostro modo di pregare. Tante volte interrompiamo il dialogo con Dio perché non otteniamo ciò che chiediamo. La donna cananea ci insegna invece che la preghiera non è un modo per costringere Dio ad ascoltarci, ma il luogo in cui impariamo a fidarci di Lui contro tutto e contro tutti.

04/08/2026

4 Agosto 2026, Martedì della XVIII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,1-2.10-14

In quel tempo alcuni farisei e alcuni scribi, venuti da Gerusalemme, si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Infatti quando prendono cibo non si lavano le mani!».
Riunita la folla, Gesù disse loro: «Ascoltate e comprendete bene! Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l’uomo!».
Allora i discepoli si avvicinarono per dirgli: «Sai che i farisei, a sentire questa parola, si sono scandalizzati?».
Ed egli rispose: «Ogni pianta, che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata. Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!».

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi

«Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi». Sono parole molto dure quelle che Gesù pronuncia nel Vangelo di oggi. Ma non sono rivolte contro la fragilità delle persone. Sono rivolte contro un modo sbagliato di vivere la responsabilità. Una guida che non vede non soltanto smarrisce la strada, ma trascina fuori strada anche coloro che si fidano di lei. Tutto nasce da un'affermazione che, in fondo, è molto semplice: «Non quello che entra nella bocca rende impuro l'uomo, ma quello che esce dalla bocca». Gesù sposta l'attenzione dall'esteriorità al cuore. Il vero problema non è l'osservanza formale di alcune regole, ma ciò che abita dentro di noi. Perché dalle parole escono i pensieri, dalle scelte emerge ciò che portiamo nel cuore, e proprio lì si decide la verità della nostra vita. È significativo allora che oggi la Chiesa celebri san Giovanni Maria Vianney, il Curato d'Ars. Egli rappresenta l'esatto contrario delle guide cieche denunciate da Gesù. Non era un uomo perfetto né un grande intellettuale, ma era un uomo che aveva lasciato Dio illuminare il proprio cuore. Per questo è diventato una guida capace di condurre gli altri non verso se stesso, ma verso il Signore. La sua vita ci ricorda che il mondo non ha bisogno semplicemente di persone competenti, ma di persone trasparenti. Non bastano guide preparate se manca un cuore convertito. Chi accompagna gli altri nella fede può farlo davvero soltanto se continua, per primo, a lasciarsi guidare da Dio. Questo vale in modo particolare per i sacerdoti, ma riguarda, in fondo, ogni cristiano. Ognuno di noi, in qualche misura, diventa un punto di riferimento per qualcuno: in famiglia, sul lavoro, tra gli amici, nella comunità. La domanda allora è inevitabile: sto conducendo gli altri verso Cristo o fuori strada? Per questo oggi è bello pregare per tutti i sacerdoti, perché il Signore doni alla Chiesa ministri santi, innamorati di Dio e totalmente dedicati al servizio del suo popolo. Dalla conversione di un prete dipende tanto il destino di un popolo a lui affidato. Pregate per noi!

31/07/2026

‼️ AVVISO ‼️

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Via Convento 2
Baronissi
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