Ordine Francescano Secolare Baronissi

Ordine Francescano Secolare Baronissi La Fraternità nasce nel 1893 ed ha la propria sede presso il Convento
SS. Trinità di Baronissi (SA)

03/06/2026

3 Giugno 2026, Mercoledì della IX Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,18-27

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco

Può davvero stupire, nella pagina del Vangelo di oggi, la domanda che viene posta a Gesù: di chi sarà moglie, nella vita futura, una donna che è stata sposata con più uomini? È una domanda che nasce da una mentalità che continua a ragionare secondo le categorie di questo mondo e che fatica a comprendere la novità della risurrezione. Gesù, infatti, risponde spostando completamente la prospettiva. Dice che nella risurrezione non si prende né moglie né marito, perché la vita eterna non è una semplice continuazione della vita presente. È una realtà nuova, trasfigurata, pienamente immersa nell'amore di Dio. Ma dietro questa domanda si nasconde anche qualcosa di più profondo. Questa donna, infatti, viene trattata quasi come un oggetto da assegnare a qualcuno. È come se la sua persona contasse meno del problema teorico che i suoi interlocutori vogliono porre a Gesù. La risposta del Signore restituisce invece dignità alla persona. Gesù non ragiona in termini di possesso, ma di vita. Non guarda questa donna come qualcuno da attribuire a un uomo, ma come una persona chiamata alla pienezza della risurrezione. Quante persone, ancora oggi, possono sentirsi come lei: messe ai margini, ferite, utilizzate, considerate più per il ruolo che ricoprono che per la loro dignità. Quante persone, soprattutto le più fragili, finiscono per sentirsi definite dalle circostanze della loro vita anziché dal loro valore davanti a Dio. La grande novità del Vangelo è che nessuno è riducibile alla propria storia. La risurrezione significa anche questo: Dio restituisce a ciascuno la propria verità più profonda. Nessuno è destinato a rimanere prigioniero delle ferite, delle ingiustizie o delle etichette che il mondo gli ha imposto. Vivere nella logica della risurrezione significa allora imparare a guardare le persone come le guarda Dio. Significa aiutare chi è stato emarginato a rialzarsi, chi è stato usato a ritrovare la propria dignità, chi è stato ferito a riscoprire la propria bellezza. Perché il Dio annunciato da Gesù non è il Dio del possesso, ma il Dio della vita. E davanti a Lui ogni persona vale infinitamente più di qualsiasi ruolo, condizione o storia che porta con sé.

01/06/2026

1 Giugno 2026, Lunedì della IX Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,1-12

In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
La vera gioia non nasce dal possedere, ma dall'affidarsi

«Un uomo piantò una vigna, vi pose attorno una siepe, scavò un torchio, costruì una torre, poi la diede in affitto a dei vignaioli e se ne andò lontano». Mi sembra un’immagine bellissima quella che Gesù ci consegna nella pagina del Vangelo di oggi. In fondo, la vita è una vigna che non abbiamo piantato noi, ma che ci è stata affidata. Nessuno di noi ha scelto di nascere. Ci siamo ritrovati dentro una storia, dentro un tempo, dentro una famiglia, dentro una rete di relazioni che ci precede. Tutto questo è un dono. E tutte le volte che dimentichiamo che la vita è un dono, dimentichiamo anche che dobbiamo esercitare una custodia e non un dominio. La parabola raccontata da Gesù ci mette in guardia proprio da questa tentazione: credere di essere padroni di ciò che, in realtà, abbiamo soltanto ricevuto. I vignaioli della parabola dimenticano di essere amministratori e si comportano come proprietari. È il peccato più antico dell’uomo: sostituirsi a Dio e pensare di bastare a sé stesso. Ma Dio non si arrende. Continua a mandare i suoi servi e, infine, manda il Figlio. È un amore ostinato quello di Dio, che non smette di cercarci anche quando ci allontaniamo da Lui. Forse il messaggio più importante del Vangelo di oggi è proprio questo: la vera gioia non nasce dal possedere, ma dall'affidarsi. Chi pensa di essere padrone del mondo vive inevitabilmente nell’angoscia, perché deve difendere continuamente ciò che crede suo. Chi invece si scopre figlio e fiduciario vive nella libertà, perché sa che tutto è dono. Per questo la fede non consiste nell’aggrapparsi alle cose, ma nell’imparare a fidarsi. Forse la santità consiste anche in questo: trattare tutto ciò che abbiamo ricevuto con gratitudine, sapendo che nulla ci è dovuto e che tutto ci è stato consegnato perché impariamo ad amare.

29/05/2026

29 Maggio 2026, Venerdì della VIII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 11,11-25

[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni”?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.
La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
Non esiste un tempo giusto per convertirsi

La pagina del Vangelo di oggi potrebbe sembrare, a una lettura superficiale, il racconto di una giornata storta di Gesù. Prima il fico maledetto perché non porta frutto, poi il gesto duro nel Tempio contro i mercanti. Ma in realtà qui non si parla di umori o di reazioni impulsive. Gesù sta toccando qualcosa di molto più profondo. Il fico pieno di foglie ma senza frutti diventa il simbolo di una vita che vive di apparenza. Certamente, dal punto di vista naturale, un fico fuori stagione potrebbe anche non avere frutti. Ma Gesù vuole provocare i suoi discepoli su un altro piano: non esiste un tempo giusto per convertirsi rimandato sempre a domani. Molto spesso pensiamo che un giorno prenderemo sul serio il Vangelo, un giorno cambieremo vita, un giorno diventeremo migliori. Nel frattempo ci accontentiamo delle foglie, cioè dell’apparenza, delle intenzioni, delle promesse mai realizzate. Gesù invece ci ricorda che il tempo dei frutti è sempre il presente. La vita vera accade adesso. La santità non è qualcosa da rimandare a quando tutto sarà perfetto. E subito dopo il Vangelo ci mostra Gesù che scaccia i mercanti dal Tempio. Anche questo gesto va capito bene. Non è uno sfogo di rabbia, ma una denuncia molto chiara: l’amore non può essere trasformato in commercio. Con Dio non si compra e non si vende nulla. Non si può vivere la fede come uno scambio di interessi, come una trattativa religiosa. Dio ama gratuitamente e chiede a noi di imparare la stessa gratuità. Quando la fede diventa calcolo, convenienza o ricerca di vantaggi, smette di essere fede evangelica. Rimane soltanto una religiosità esteriore, in pratica siamo solo dei pagani travestiti da gente religiosa.

28/05/2026

28 Maggio 2026, Giovedì della VIII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
La perseveranza nella preghiera chiarisce il nostro cuore

Com’è bella la preghiera di Bartimeo raccontata nel Vangelo di oggi. La sua non è una preghiera fatta di formalità o di abitudine. È un grido. È la preghiera di chi sta pregando con tutto il cuore. «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». E mentre tutti cercano di farlo tacere, lui grida ancora più forte. È come se avesse capito una cosa decisiva: che davanti a Gesù non bisogna avere paura di portare tutta la propria disperazione, tutto il proprio bisogno, tutta la propria verità. Gesù si lascia raggiungere da quella voce, si ferma, e gli pone una domanda sorprendente: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Bartimeo risponde con chiarezza: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». Sembra una richiesta semplice, ma qui si nasconde il segreto di ogni vera preghiera. Pregare davvero significa imparare a desiderare con chiarezza. Molto spesso noi preghiamo solo perché spinti da una sensazione di malessere. Bartimeo invece insegna un’altra cosa: la preghiera autentica nasce da un cuore che sa ciò che cerca. Ed è proprio la perseveranza nella preghiera che, poco alla volta, chiarisce il nostro cuore. Ci aiuta a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo. Per questo la preghiera è anche una forma di discernimento. Pregando bene, impariamo non solo a parlare con Dio, ma anche a capire noi stessi. “Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada”.

27/05/2026

27 Maggio 2026, Mercoledì della VIII Settimana del Tempo Ordinario
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,32-45

In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.
Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo e Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
Gesù: una rivoluzione radicale

a santità non rende tristiL’annuncio della croce che Gesù fa ai suoi discepoli nella pagina del Vangelo di Marco di oggi produce uno strano effetto sui discepoli. Mentre Lui parla della sua passione, della sofferenza e del dono totale di sé, i discepoli reagiscono discutendo su chi sia il più grande. È un atteggiamento che può sembrarci incomprensibile, eppure ci assomiglia molto. Infatti, molto spesso, quando ci sentiamo destabilizzati, impauriti o angosciati, cerchiamo sicurezza nelle cose del mondo: un ruolo da occupare, il denaro, il potere, la visibilità, l’approvazione degli altri. Non sempre queste dinamiche nascono dalla cattiveria. Spesso nascono dall’angoscia. È come se cercassimo qualcosa che ci faccia sentire importanti per non sentire la fragilità che ci abita. Gesù, però, smaschera questa logica e propone una strada completamente diversa: «Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». È una rivoluzione radicale: Gesù ci sta dicendo che la vera stabilità della vita non nasce dal dominare, ma dal servire. Non dal vivere centrati su sé stessi, ma dal vivere “per” qualcuno. In fondo, una vita ripiegata solo su di sé diventa inevitabilmente fragile e inquieta. Invece quando una persona scopre che la propria esistenza può essere dono, servizio, amore concreto, allora trova una pace diversa. «Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita».

26/05/2026

Martedì 26 Maggio 2026, San Filippo Neri, presbitero
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,28-31

In quel tempo, Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
La santità non rende tristi

Lo Spirito Santo ha donato alla Chiesa, lungo più di duemila anni di storia, uomini e donne straordinari. Tra questi c’è sicuramente una delle figure più originali, gioiose e luminose che il cristianesimo abbia conosciuto: San Filippo Neri, di cui oggi facciamo memoria. La sua vita sembra essere una spiegazione concreta del Vangelo che abbiamo ascoltato oggi. Pietro dice a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». In fondo, dietro questa affermazione, c’è una domanda molto umana: che cosa riceveremo in cambio? E Gesù risponde parlando di una vita centuplicata. Non promette semplicemente una ricompensa futura, ma una vita che già ora diventa più grande, più piena, più intensa. Quando si dice davvero “sì” a Dio, tutto si dilata. La gioia diventa più profonda, ma anche le prove acquistano un peso diverso. Nulla rimane superficiale. La vita cambia prospettiva. Eppure il vero capovolgimento del Vangelo è un altro: «Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi». Chi ama secondo il Vangelo non ragiona più con la logica del mondo. Non cerca il primo posto, il successo o il prestigio. Impara invece a dare precedenza a chi ha più bisogno. San Filippo Neri ha vissuto esattamente così. In una Roma spesso segnata dalla mondanità e dalle disuguaglianze, ha saputo mettere al centro gli ultimi, i giovani abbandonati, i poveri, le persone dimenticate. E lo ha fatto con una gioia contagiosa. Perché la santità non rende tristi. Quando è vera, rende profondamente umani e sorprendentemente lieti. Filippo Neri ci insegna che il Vangelo non si vive con pesantezza, ma con libertà. E che la vera gioia nasce quando smettiamo di vivere solo per noi stessi e impariamo a guardare il mondo con gli occhi di Cristo. È questa la grande rivoluzione del Vangelo: rendere primi quelli che il mondo considera ultimi, ricordandosi che la vera gioia nella vita di una persona scaturisce solo quando si sente amata.

Questa sera vi aspettiamo per questo interessante incontro sulle tematiche ambientali. Pace e bene.
25/05/2026

Questa sera vi aspettiamo per questo interessante incontro sulle tematiche ambientali. Pace e bene.

25/05/2026

25 Maggio 2026, Beata Vergine Maria Madre della Chiesa
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 19,25-34

In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco

«Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». Bastano questi versetti del Vangelo di Giovanni per avere una delle definizioni più belle della Chiesa. La Chiesa nasce sotto la croce. Nasce nel momento del massimo dono di Cristo e nasce attorno a una madre. Oggi facciamo memoria della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa. E questa memoria non è soltanto una devozione o un ricordo affettuoso, ma è una memoria viva, che ci ricorda da dove veniamo e chi siamo chiamati a essere. Maria è l’immagine più bella della Chiesa. La Chiesa è davvero Chiesa solo quando assomiglia a Maria. Quando sa ascoltare la Parola di Dio e dire il proprio “eccomi”, anche senza capire tutto fino in fondo. La Chiesa è Chiesa quando, come Maria, ha gli occhi aperti sui bisogni degli altri. Li ha avuti per Elisabetta, correndo da lei dopo l’Annunciazione. Li ha avuti a Cana, accorgendosi prima di tutti che mancava il vino salvando la gioia a due sposi sprovveduti. La Chiesa è Chiesa quando sa stare sotto la croce. Quando non fugge davanti al dolore degli uomini e delle donne del proprio tempo, ma rimane accanto ai crocifissi della storia. La Chiesa è Chiesa anche quando persevera nella comunione, nella preghiera e nell’unità, come Maria insieme agli apostoli nel cenacolo, nell’attesa dello Spirito Santo. Per questo Maria non è un elemento secondario della fede cristiana. È il volto materno della Chiesa, il modello concreto di ciò che ogni comunità cristiana dovrebbe diventare. Il Vangelo di oggi ci invita allora a domandarci se le nostre comunità assomiglino davvero a Maria: capaci di ascolto, di servizio, di fedeltà, di compassione e di perseveranza. Perché soltanto una Chiesa che rimane sotto la croce e attende lo Spirito può continuare a generare Cristo nel mondo.

22/05/2026

22 Maggio 2026, Venerdì della VII settimana di Pasqua
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,15-19

In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse "Mi vuoi bene?", e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Commento al Vangelo di oggi di Luigi Maria Epicoco
Santità è amare Gesù anche nella propria debolezza

Lo struggente dialogo tra Gesù risorto e Simone Pietro, che troviamo nel Vangelo di oggi, sembra davvero voler risanare la ferita delle tre volte in cui Pietro aveva rinnegato il Signore. Per tre volte Gesù gli domanda: «Mi ami?» e per tre volte Pietro risponde: «Signore, tu lo sai che ti voglio bene». È un dialogo pieno di misericordia. Gesù non umilia Pietro, non gli rinfaccia il suo tradimento, ma lo conduce a riconoscere la cosa più vera che ha dentro il cuore: il desiderio di amarlo. Ed è qui che troviamo forse la definizione più autentica della santità. La santità non consiste nel non essere fragili. Non significa smettere di sentirsi peccatori. La santità è continuare ad amare Gesù anche dentro la propria debolezza. Pietro non può più vantarsi di sé stesso. Ha conosciuto il proprio limite. Eppure proprio lì, dentro quella fragilità, può finalmente amare in maniera più vera, più umile, più sincera. «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». È una delle professioni di fede più belle del Vangelo, perché nasce da un uomo che non si appoggia più sulle proprie capacità, ma sulla misericordia di Cristo. Anche Santa Rita, di cui oggi facciamo memoria, ha vissuto così. È stata una donna capace di amare concretamente: nella famiglia, nel matrimonio, nel dolore, nelle ferite, nella vita quotidiana. E proprio dentro tutte queste situazioni ha amato il Signore. Perché amare Gesù non significa vivere un amore astratto o disincarnato. Significa amare ciò che la vita ci mette davanti: le persone, le responsabilità, le prove, le relazioni. È lì che Cristo si nasconde. Il Vangelo di oggi ci libera allora da un equivoco molto diffuso: la vita cristiana non è la ricerca ossessiva di una perfezione morale irraggiungibile. È imparare ad amare. La domanda decisiva non è se siamo impeccabili, ma quale qualità abbia il nostro amore.

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