Parrocchia San Sabino - Bari

Parrocchia San Sabino - Bari ORARIO S.

MESSE:
Feriali: 18.30
Festivi: 10.00 e 18.30
SANTO ROSARIO:
Feriali: ore 17.45
Domenica e festivi: ore 17.40 - meditato dal parroco

RICEVIMENTO PARROCO:
ASCOLTO: Martedì ore 9.00 - 11.00
CONFESSIONI: Mercoledì e Venerdì ore 17.30-18.45

"Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo" (Qo 3,1).È domenica e serve oggi più che mai rif...
06/09/2026

"Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo" (Qo 3,1).
È domenica e serve oggi più che mai riflettere sul "dono del tempo". Lo faccio a partire da un celebre brano del Libro di Qoelet, che per esteso arriva fino al versetto ottavo: ho riportato solo il primo versetto.
Qoèlet contempla il tempo come una realtà che non nasce dall’uomo, ma da Dio. Ogni istante è consegnato, non scelto; ogni momento possiede una qualità che non può essere manipolata. L’uomo vive rettamente solo quando accoglie ciò che gli viene incontro come tempo disposto da Dio. La lunga sequenza dei tempi – nascere e morire, piantare e sradicare, demolire e costruire, piangere e ridere, tacere e parlare, amare e odiare – non è un elenco di fatalismi, ma la rivelazione che il tempo è il luogo in cui Dio si comunica. L’uomo non può trarre profitto definitivo dalle sue opere, perché il senso ultimo non è nelle sue mani. E tuttavia Dio ha posto nel cuore dell’uomo l’eternità, una nostalgia che lo spinge a cercare ciò che non può possedere, a intuire un ordine che non riesce a comprendere fino in fondo.
In questa tensione tra limite ed eternità nasce la sapienza. L’uomo non è chiamato a prevedere il futuro né a sezionare il passato, ma a riconciliarsi con ciò che è stato e a consegnarsi a ciò che viene. Il presente diventa il luogo dell’incontro con Dio, l’unico spazio in cui la disperazione tace e la fiducia può respirare. Teresa di Lisieux ha intuito che la pace nasce quando ci si abbandona a Dio nel momento presente, senza voler anticipare ciò che non è ancora né correggere ciò che non può più essere cambiato. Il presente è sufficiente, perché Dio è presente.
Dentro questa meditazione sul tempo si inserisce la misteriosa ricorrenza del numero quattordici nella Bibbia, che non è mai un semplice dato numerico. Nella genealogia di Matteo, la storia della salvezza è scandita in tre serie di quattordici generazioni, come se Dio avesse impresso nel tessuto della storia un ritmo nascosto, una cadenza che guida gli eventi verso il compimento. Quattordici è due volte sette, e sette è la pienezza: ogni quattordici indica un ciclo che giunge al suo culmine e apre un nuovo inizio. È come se la Scrittura dicesse che la storia non procede a caso, ma secondo un’armonia che l’uomo non vede e che tuttavia lo sostiene. Anche quando Qoèlet afferma che l’uomo non può comprendere l’opera che Dio compie dal principio alla fine, la Bibbia mostra che Dio non agisce nel caos, ma in una trama ordinata, spesso invisibile, ma reale.
Questo ritmo nascosto si illumina ulteriormente nel quattordici di Nisan, il giorno in cui Israele celebra la Pasqua. È il giorno in cui il tempo si apre, in cui la schiavitù si spezza, in cui la storia riceve una direzione nuova. Il quattordici di Nisan diventa il punto in cui Dio non solo scandisce il tempo, ma lo trasforma. È il giorno in cui l’agnello viene immolato, il giorno in cui la liberazione comincia, il giorno in cui la notte si carica di promessa. E proprio in questo giorno, nel cuore della Pasqua ebraica, si colloca anche l’ora di Gesù: il Figlio consegna se stesso come l’Agnello definitivo, compiendo in sé il senso profondo di quel quattordici che aveva inaugurato l’esodo. La sua passione si innesta nella trama antica e la porta a compimento; il suo sangue versato nel quattordici di Nisan diventa la nuova liberazione, l’apertura del tempo ultimo, la soglia attraverso cui la storia entra nella sua pienezza. Non è un caso che la memoria cristiana riconosca in quella data il punto in cui il tempo si rovescia, in cui la notte diventa luce, in cui la morte diventa passaggio.
Ogni quattordici biblico indica un compimento che apre una nuova nascita; il quattordici di Nisan, trasfigurato da Cristo, è il compimento che inaugura la libertà definitiva. Così il tempo non è solo successione, ma gestazione; non è solo limite, ma promessa. L’uomo vive dentro questa dinamica senza poterla dominare, ma può riconoscerla e lasciarsi condurre. Qoèlet invita a non rimuginare sul futuro, perché il futuro non è nelle mani dell’uomo. Invita a non sezionare il passato, perché il passato si scioglie solo quando viene riconciliato. Invita a vivere nel presente, perché qui Dio si dona. E la Bibbia, attraverso il ritmo del quattordici, il quattordici di Nisan e la Pasqua di Gesù, mostra che questo presente non è isolato, ma inserito in una storia che ha un ordine, una direzione, una pienezza che ritorna e si rinnova. L’uomo non vede la perfezione dell’opera di Dio, ma può fidarsi che essa esiste. Può consegnarsi a Dio sapendo che ogni tempo, anche quello che non comprende, è un tempo disposto da Lui. In questa consegna la vita riesce, perché il tempo diventa il luogo in cui l’eternità si avvicina e l’uomo scopre di essere custodito. Buona domenica, buona eternità nel tempo!🙏🏻🙋🏻‍♂️

06 settembre. Sant'Onesiforo, discepolo di San Paolo. Secondo la lettera che San Paolo scrive dal carcere a Roma a Timot...
06/09/2026

06 settembre. Sant'Onesiforo, discepolo di San Paolo.
Secondo la lettera che San Paolo scrive dal carcere a Roma a Timoteo, ad Efeso, Onesiforo è un discepolo che ha lasciato la sua terra per seguire l’apostolo. Alcune fonti lo vogliono poi vescovo; altre lo dicono battezzato da San Paolo stesso ed evangelizzatore, martirizzato con Porfirio.

«E udii l’uomo vestito di lino, che era sopra le acque del fiume; ed egli alzò la sua destra e la sua sinistra verso il ...
05/09/2026

«E udii l’uomo vestito di lino, che era sopra le acque del fiume; ed egli alzò la sua destra e la sua sinistra verso il cielo, e giurò per Colui che vive per sempre: che per un tempo, tempi e metà; e quando si sarà finito di frantumare la forza del popolo santo, si compiranno tutte queste cose» (Dn 12,7).
In questo tempo difficile l'Antico Testamento mi fa compagnia e non meno del Nuovo. Mettersi in ascolto della Parola attraverso l'esperienza importante della lectio divina, con l'aiuto di preziosi commentari, è per un modo proficuo per nutrirmi spiritualmente. Dedicare del tempo a questo è per una regola di vita. Oggi è il profeta Daniele che ha suscitato la mia attenzione...
Il versetto si apre con un ascolto: non un vedere, ma un udire. La Parola arriva come qualcosa che precede ogni nostra capacità di interpretare. L’uomo vestito di lino, sospeso sopra le acque, non parla da un luogo della terra, ma da un punto che sfugge alle coordinate della storia. Le mani levate, entrambe, dicono che ciò che sta per essere pronunciato non appartiene alla sfera dell’opinabile: è un atto che coinvolge il Cielo, un giuramento che non può essere revocato. Il gesto è più forte della parola, perché mostra che il compimento non dipende da chi ascolta, ma da Colui che vive in eterno.
Il tempo indicato non è un calcolo, ma una misura che rassicura: la prova non è infinita. È contenuta dentro un ritmo che Dio custodisce. La durata è breve rispetto alla storia, ma lunga rispetto alla resistenza umana. È un tempo che non si può abbreviare, perché deve generare qualcosa. E ciò che deve generare passa attraverso la frantumazione. Il verbo ebraico shavar, verbo centrale nel brano, che significa (שָׁבַר) "frantumare", non descrive una ferita superficiale, ma una rottura che toglie consistenza, che rende incapaci di reggersi. È il punto in cui la forza del popolo santo non è più forza, in cui non resta nulla da opporre, nulla da difendere, nulla da mostrare.
Il testo non dice che la frantumazione è un incidente, né che è un fallimento. Dice che è la condizione del compimento. Quando ciò che è umano non può più sostenere la promessa, la promessa si compie perché è di Dio. La storia della salvezza non arriva alla sua pienezza quando il popolo è forte, ma quando è ridotto a ciò che non può più contare su se stesso. La frantumazione non è la fine, ma il luogo in cui Dio mostra che la Sua fedeltà non dipende dalla nostra riuscita.
Questa Parola, letta nel nostro presente, non parla di un popolo lontano. Parla di noi. Parla della comunità che spesso si percepisce dispersa, indebolita, attraversata da tensioni che sembrano consumarne la forza. Parla della Chiesa che, in molte parti del mondo, non ha più la sicurezza dei numeri, delle strutture, delle abitudini consolidate. Parla delle nostre comunità che talvolta si sentono smarrite davanti ai cambiamenti culturali, alle fatiche della trasmissione della fede, alle divisioni che attraversano il corpo ecclesiale. Parla anche delle vite personali che arrivano a momenti in cui non resta più nulla da sostenere, e la fede sembra un filo sottile.
Il versetto non invita a cercare colpevoli della frantumazione, né a negarla. Invita a riconoscerla come il luogo in cui Dio giura. Non giura quando siamo forti, ma quando siamo spezzati. Non giura quando abbiamo risposte, ma quando non ne abbiamo più. Non giura quando la comunità è compatta, ma quando sembra non avere più la forza di essere segno. Il giuramento non è un premio, ma una promessa che attraversa la debolezza.
Il nostro presente escatologico non è fatto solo di catastrofi, ma di questa rivelazione: Dio compie la Sua promessa quando il popolo non ha più la forza di compierla da sé. La frantumazione che vediamo non è necessariamente distruzione; può essere il punto in cui la storia smette di essere sostenuta dalle nostre sicurezze e torna a essere sostenuta da Dio. Ciò che si sta spezzando non è il popolo santo, ma la pretesa di essere noi a garantire la sua forza. La Parola ci dice che il compimento non arriva quando tutto funziona, ma quando tutto è consegnato.
La meditazione diventa allora un invito a non temere ciò che appare fragile. A non confondere la frantumazione con la scomparsa. A riconoscere che Dio non abbandona il popolo quando è debole, ma lo raggiunge proprio lì. A credere che il giuramento pronunciato sopra le acque vale anche oggi: il compimento non dipende dalla nostra capacità di resistere, ma dalla fedeltà di Colui che vive in eterno.
Il vocabolo importante è שָׁבַר – shavàr – infrangere. È il punto in cui la storia smette di essere nostra e torna a essere Sua...finalmente...

Santa Teresa di Calcutta. 05 settembre. “Vieni, sii la mia luce”Minuta nel corpo, gigante nella fede, Madre Teresa nasce...
05/09/2026

Santa Teresa di Calcutta.
05 settembre.
“Vieni, sii la mia luce”
Minuta nel corpo, gigante nella fede, Madre Teresa nasce in una famiglia albanese, a Skopje, il 26 agosto 1910 e viene battezzata con il nome Gonxha Agnes. Fin da piccola, è abituata dai suoi genitori a vivere lodando il Signore e aiutando i più bisognosi. Non sorprende dunque la scelta, avvenuta quando ha 18 anni, di voler diventare missionaria. E’ il settembre del 1928: Agnes lascia la sua casa per entrare nell’Istituto della Beata Vergine Maria a Dublino dove riceve il nome di Maria Teresa. L’anno dopo è in India: qui per quasi 20 anni vive felicemente in una scuola della sua congregazione, insegnando ai giovani benestanti della zona. Il 10 settembre del 1946 avviene però quella che Madre Teresa definisce la sua “chiamata nella chiamata”. Quel giorno, Gesù le rivela il suo dolore nel vedere l’indifferenza e il disprezzo per i poveri e chiede alla religiosa di essere volto della Sua misericordia: “Vieni, sii la mia luce. Non posso andare da solo”.
Missionarie della Ca**tà.
Dopo aver lasciato casa 20 anni prima, questa volta lascia il suo Istituto. Madre Teresa fonda le Missionarie della Ca**tà, indossa il sari indiano e inizia la sua nuova missione tra gli ultimi di Calcutta, gli scartati, quelli che “sono non voluti, non amati, non curati”. Presto si uniscono a lei delle sue ex allieve. In pochi anni, la Congregazione – riconosciuta nel 1950 dall’arcivescovo di Calcutta e nel 1965 da Paolo VI – si diffonde in tutte le parti del mondo laddove i poveri hanno bisogno di aiuto e soprattutto di amore: vengono aperte case in Africa e America Latina, ma anche nei Paesi comunisti e perfino in Unione Sovietica. La sua figura diviene sempre più popolare a livello mondiale, ma quando le chiedono il segreto del suo successo, lei risponde con semplicità disarmante: “Prego”. Stimata profondamente da Papa Montini che ai “suoi” poveri regalò l’automobile papale al termine del suo viaggio in India, Madre Teresa ha con Giovanni Paolo II un rapporto fraterno. Memorabile la visita del Santo Papa polacco nella casa di Calcutta dove Madre Teresa accoglieva i moribondi. Ed è proprio Karol Wojtyla a volere per le Missionarie della Ca**tà una struttura in Vaticano, il “Dono di Maria”.
In difesa della vita
Sempre pronta a chinarsi sui poveri e bisognosi, Madre Teresa è fortemente impegnata anche nella difesa della vita nascente. Indimenticabile il suo discorso tenuto alla consegna del Premio Nobel per la Pace, il 17 ottobre 1979. “Il più grande distruttore della pace – afferma in quell’occasione – è l’aborto” e sottolinea che “la vita dei bambini e degli adulti è sempre la stessa vita. Ogni esistenza è la vita di Dio in noi”. Anche negli ultimi anni, nonostante la malattia e la “notte oscura dello spirito”, non si risparmia e continua a rispondere instancabilmente alle necessità dei bisognosi. Muore il 5 settembre del 1997 nella sua Calcutta. In quel momento nel mondo sono 4 mila le sue suore, presenti in 610 case di missione sparse in 123 Paesi del mondo. Segno che la misericordia non ha confini e arriva a tutti, senza distinzione alcuna perché, come amava dire Madre Teresa: “Forse non parlo la loro lingua, ma posso sorridere”.

Oggi è il primo venerdì del mese e vorrei dire una parola chiara, tersa ed efficace sul perché vivere questa pratica ant...
04/09/2026

Oggi è il primo venerdì del mese e vorrei dire una parola chiara, tersa ed efficace sul perché vivere questa pratica antica ma sempre attuale nella propria vita spirituale.
Il primo venerdì del mese, nella sua semplicità, custodisce un movimento del Cristianesimo che non nasce da una pratica devozionale, ma dalla rivelazione di un Dio che non si ritira davanti alla libertà dell’uomo, neppure quando questa si smarrisce. Il Cuore di Gesù non è un simbolo sentimentale: è la manifestazione di ciò che Egli è e di ciò che Egli compie. È il luogo in cui la libertà umana, ferita e spesso disorientata, viene raggiunta da una Presenza che non si impone, ma che non rinuncia a cercare.
Quando si osserva ciò che accade nel nostro tempo, si comprende come la questione non sia semplicemente culturale. L’uomo tende a costruire sistemi di pensiero che si presentano come universali, capaci di definire ciò che è ragionevole e ciò che non lo è. La pretesa di una ragione autosufficiente, che decide da sé ciò che è umano e ciò che non lo è, finisce per generare un clima in cui la libertà appare protetta solo a condizione che si conformi a ciò che viene stabilito come necessario. È qui che nasce la sensazione di una pressione crescente: non si chiede più soltanto di convivere, ma di aderire interiormente a un paradigma che si presenta come inevitabile. La tolleranza rischia di diventare un dispositivo che seleziona ciò che può essere ammesso e ciò che deve essere escluso.
Il Cuore di Gesù, invece, mostra un’altra logica. Non chiede di essere accettato come un principio astratto, né pretende di essere riconosciuto come l’unica forma possibile di umanità. Egli si offre. E nel suo offrirsi rivela che la verità non è mai un’imposizione, ma una relazione. Il primo venerdì del mese ricorda che la libertà dell’uomo è così preziosa agli occhi di Dio da essere raggiunta attraverso un Cuore che si lascia ferire pur di non rinunciare all’incontro.
Nella Scrittura, questa dinamica appare con una forza sorprendente. Quando il profeta parla di Dio che “attira con legami di benevolenza”, usa l’espressione ebraica חֶבְלֵי אָדָם (chevlei adam), “corde d’uomo”, tradotta come “vincoli di bontà” (Os 11,4). Non sono catene, non sono costrizioni: sono gesti che rispettano la misura dell’uomo e che lo raggiungono nella sua quotidianità. È un’immagine che illumina il Cuore di Cristo: Egli non trascina, ma accompagna; non domina, ma sostiene; non pretende, ma dona.
Il primo venerdì del mese diventa allora un tempo in cui la Chiesa ricorda a sé stessa che la sua missione non è difendere uno spazio, né reagire a ciò che la circonda con paura o contrapposizione. È testimoniare un modo di essere che nasce dal Cuore del Signore. In un contesto in cui si rischia di confondere la libertà con l’adesione obbligata a un modello unico di pensiero, il Cuore di Gesù mostra che la vera libertà è quella che può accogliere un Amore senza sentirsi minacciata. Nessuno è costretto ad essere cristiano. Ma nessuno dovrebbe essere costretto a rinunciare alla possibilità di lasciarsi amare da Dio.
Il Cuore di Cristo non si oppone a nessuno. Si oppone solo a ciò che disumanizza. E lo fa non con la forza, ma con la fedeltà. Il primo venerdì del mese è la memoria di questa fedeltà: Dio non abbandona l’uomo alle sue paure, alle sue pretese, alle sue solitudini. Egli continua a bussare, e lo fa attraverso gesti che si possono riconoscere nella vita di ogni giorno: un perdono ricevuto, una parola che consola, un incontro che apre, una fatica che non spezza, una gioia che sorprende.
Il Cuore di Gesù è la risposta alla tentazione di costruire un mondo in cui tutto è definito da ciò che appare utile, efficiente, controllabile. È la rivelazione che l’uomo vale più di ciò che produce, più di ciò che pensa, più di ciò che decide. Vale perché è amato. E questo amore non è un sentimento, ma una realtà che si è resa visibile nella Croce, dove il Cuore è stato trafitto non per essere vinto, ma per donarsi.
Il primo venerdì del mese invita a tornare a questa sorgente. Non per difendersi da ciò che accade, ma per ritrovare la misura di ciò che siamo. Chi si accosta al Cuore di Cristo non riceve un sistema di pensiero, ma una vita che si comunica. E questa vita rende capaci di abitare il mondo senza paura, senza aggressività, senza chiusure. Rende capaci di riconoscere ciò che è vero senza imporlo, di custodire ciò che è santo senza separarsi dagli altri, di vivere la fede come un dono che si offre e non come un confine da difendere.
Il Cuore di Gesù è la libertà di Dio che si fa prossima alla libertà dell’uomo. Nel primo venerdì del mese questa libertà si rinnova, e chi la accoglie diventa segno di una presenza che non chiede di essere protetta, ma di essere condivisa. È così che la Chiesa rimane fedele alla sua missione: non opponendosi a una “nuova religione”, ma mostrando che Dio non smette di cercare l’uomo, e che il suo Cuore è l’unico luogo in cui la libertà non viene mai sacrificata. Venite a Lui! Buona giornata!

S. Rosalia, vergine di Palermo. 04 settembre. Dalle notizie che si hanno, pare che Rosalia sia nata a Palermo – di cui o...
04/09/2026

S. Rosalia, vergine di Palermo.
04 settembre.
Dalle notizie che si hanno, pare che Rosalia sia nata a Palermo – di cui oggi è santa patrona – e fosse in servizio presso la corte della regina Margherita, moglie di re Guglielmo. Avuto in dono il monte Pellegrino, vi si ritira in solitudine e preghiera, scegliendo come dimora una caverna profonda e oscura, dove poi verrà sepolta.
Il suo culto è attestato fin dal XIII secolo, anche se nello scorrere del tempo non sempre vi fu costante devozione: nel 1624 il Vescovo, di fronte al diffondersi della peste, organizzò una processione di penitenza e Rosalia non compare tra le sante invocate!...
Nell’ottobre del 1623 la santa apparve a una donna ammalata e, dopo averla guarita, le ordinò di recarsi in pellegrinaggio alla chiesetta del monte: la donna però non ci andò fino al maggio 1624!
Ritrovamento delle reliquie.
Finalmente, salita sul monte in compagnia di altre donne, santa Rosalia le apparve di nuovo indicandole il luogo dov’era sepolta. Il corpo fu ritrovato il 15 luglio. Seppur non ci fossero iscrizioni che confermassero che fosse proprio il corpo di Rosalia, il vescovo, il Cardinale Giannettino Doria, ordinò che le ossa fossero portate in diocesi per una perizia. L’11 febbraio 1625 la commissione stabilì che si trattava di ossa umane femminili e che, tenuto conto del modo in cui erano state ritrovate, doveva trattarsi del corpo di santa Rosalia, che comunque apparve a un suo devoto per confermarne la veridicità. A questo punto le reliquie furono portate solennemente in Cattedrale.

Sul Regno di Dio... Il Regno di Dio non è un luogo lontano né un premio riservato a un futuro indefinito. È la forma pie...
03/09/2026

Sul Regno di Dio... Il Regno di Dio non è un luogo lontano né un premio riservato a un futuro indefinito. È la forma piena della vita quando l’esistenza umana si lascia attraversare dalla Presenza che libera, sostiene e trasforma. Quando il Signore parla di consolazione e di Regno, non descrive due realtà distinte: indica un’unica esperienza, quella di chi vive già sotto la Sua protezione e nella Sua fedeltà. L’afflizione che nasce dal rifiuto del male non è una condizione psicologica, ma un modo di stare nel mondo senza accettare che la logica dominante diventi la misura di tutto. Chi non si adegua diventa segno, e il segno spesso disturba. Per questo la consolazione promessa non è un semplice sollievo, ma l’ingresso nella forza di Dio che custodisce e rende stabile ciò che l’uomo, da solo, non può sostenere.
Ciò che attendiamo davvero è più profondo di quanto spesso riconosciamo. Non è soltanto un mondo migliore, né una vita più serena. Nel cuore umano vive il desiderio di una giustizia che non venga più tradita, di una pace che non sia fragile, di un amore che non venga meno. Questo desiderio non è un sogno ingenuo: è la traccia della nostra origine e della nostra destinazione. Quando il Signore parla del Regno, risveglia questa attesa e la orienta. Non promette un’evasione dalla storia, ma una trasformazione che comincia già ora. Il Regno non è un progetto umano, ma si manifesta attraverso scelte che permettono alla Sua volontà di operare dentro la nostra.
Lo stiamo costruendo già qui ogni volta che la nostra libertà si apre alla Sua. Non si tratta di aggiungere gesti straordinari, ma di lasciar crescere una forma di vita che non si lascia guidare dall’interesse, dalla paura o dalla ricerca di approvazione. Il Regno prende corpo quando qualcuno rinuncia a rispondere al male con altro male, quando la dignità dell’altro viene custodita anche a costo di perdere qualcosa, quando la verità non viene sacrificata per convenienza. Ogni volta che un uomo o una donna sceglie di non partecipare a ciò che ferisce, divide o umilia, il Regno avanza. Non come conquista, ma come luce che si diffonde.
Uniformare la nostra volontà alla Sua non significa annullare ciò che siamo. È un cammino che richiede vigilanza, perché la volontà umana tende a difendersi, a chiudersi, a cercare soluzioni immediate. La volontà di Dio, invece, non schiaccia: dilata. Per accoglierla occorre un ascolto che diventa disponibilità, una fiducia che accetta di non controllare tutto, una libertà che si lascia guidare senza perdere se stessa. Le modalità sono semplici e impegnative allo stesso tempo: riconoscere ciò che ci muove davvero, lasciar cadere ciò che nasce dall’orgoglio o dalla paura, scegliere ciò che genera vita anche quando costa. In questo movimento la persona scopre che la volontà di Dio non è un peso, ma una forza che sostiene e unifica.
Il Regno di Dio cresce così: nella vita quotidiana, nelle relazioni, nelle decisioni che nessuno vede, nelle fedeltà che sembrano piccole. E ciò che attendiamo, in fondo, è che questa crescita diventi piena, che nulla possa più minacciare la bontà che ora appare fragile. La consolazione promessa agli afflitti è proprio questa pienezza: non un’emozione, ma la certezza che il male non avrà l’ultima parola. È la stessa certezza che permette di vivere già ora con una libertà diversa, perché chi si affida al Signore non è mai lasciato solo.

San Gregorio Magno, papa e dottore della Chiesa. 03 settembre. Nasce a Roma intorno al 540 da una famiglia patrizia degl...
03/09/2026

San Gregorio Magno, papa e dottore della Chiesa.
03 settembre.
Nasce a Roma intorno al 540 da una famiglia patrizia degli Anici, gens di fede cristiana e nota anche per i servizi resi alla Sede Apostolica. I genitori Gordiano e Silvia (che la Chiesa venera santa il 3 novembre) gli trasmettono alti valori evangelici offrendogli anche un grande esempio. Dopo gli studi di diritto, Gregorio intraprende la carriera politica e ricopre la carica di prefetto della città di Roma. Questa esperienza gli fa maturare uno sguardo più consapevole sull’urbe e le sue problematiche e un profondo senso dell’ordine e della disciplina. Pochi anni dopo, attratto dalla vita monastica, decide di ritirarsi, dona i suoi averi ai poveri e fa della casa paterna al Celio un monastero che intitola a Sant’Andrea. Qui si dedica alla preghiera, al raccoglimento e allo studio della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa.
Da monaco a Papa.
Ma Papa Pelagio II lo nomina diacono e lo invia a Costantinopoli come suo aprocrisario (nunzio apostolico). Vi resta sei anni, e, oltre a svolgere i compiti diplomatici affidatigli dal pontefice, continua a vivere come monaco con altri religiosi. Richiamato a Roma, torna al Celio, ma morto Pelagio II, nel 590, viene scelto come suo successore. È una stagione difficile quella che Gregorio deve affrontare: i Longobardi imperversano, abbondanti piogge e inondazioni avevano provocato numerose vittime e causato ingenti danni, la carestia aveva colpito diverse zone dell’Italia e la peste continuava a far vittime. Gregorio esorta allora i fedeli alla penitenza e alla preghiera, invitandoli a prendere parte, per tre giorni, ad una solenne processione penitenziale verso la Basilica di Santa Maria Maggiore. Si narra che attraversando il ponte che collega l’area del Vaticano al centro della città (oggi ponte Sant’Angelo), Gregorio e la folla avrebbero avuto la visione dell’arcangelo Michele sulla Mole Adriana interpretandola come segno celeste che preannunciava la fine dell’epidemia. Da qui l’uso di chiamare l’antico mausoleo Castel Sant’Angelo.
Opera ecclesiastica e l’impegno civile.
Sulla cattedra di Pietro Gregorio riorganizza l’amministrazione pontificia e si preoccupa della Curia romana, dove tanti ecclesiastici e laici avevano interessi ben diversi da quelli spirituali e di ca**tà, sicché affida molti incarichi a dei monaci benedettini. Riforma anche le attività ecclesiastiche nelle diverse sedi episcopali, stabilisce che i beni della Chiesa vengano utilizzati per la sua stessa sussistenza e per la sua opera evangelizzatrice nel mondo e gestiti con assoluta rettitudine, giustizia e misericordia. Gregorio impiega anche i beni propri e i lasciti alla Chiesa per aiutare i fedeli: compra e distribuisce grano, soccorre i bisognosi, sostiene sacerdoti, monaci e claustrali in difficoltà, paga riscatti di prigionieri, si adopera per armistizi e tregue. A lui si devono anche mosse politiche per salvaguardare Roma - ormai dimenticata dagli imperatori - e trattative con i Longobardi per assicurare la pace nell’Italia centrale. Gregorio stabilisce rapporti di fraternità, si preoccupa della loro conversione e inoltre avvia missioni di evangelizzazione tra i Visigoti di Spagna, i Franchi e i Sassoni. In Britannia invia il priore del convento di Sant’Andrea al Celio, Agostino (poi vescovo di Canterbury), e quaranta monaci.
Servus servorum Dèi.
Gregorio riforma poi la Messa e la rende più semplice, promuove il canto liturgico, che da lui prende il nome di gregoriano, e scrive diverse opere. Il suo epistolario conta oltre 800 missive, svariate le omelie; celebre il suo Moralia in Iob (Commento morale al libro di Giobbe), dove afferma che l’ideale morale consiste nell’armoniosa integrazione tra parola e azione, pensiero e impegno, preghiera e dedizione ai propri doveri; e la Regola pastorale, che tratteggia la figura del vescovo ideale, insiste sul dovere del pastore di riconoscere ogni giorno la propria miseria, e riserva l’ultimo capitolo al tema dell’umiltà. Per dimostrare che la santità è sempre possibile, Gregorio redige i Dialoghi, un testo agiografico in cui narra gli esempi lasciati da uomini e donne, canonizzati e non, accompagnandoli con riflessioni teologiche e mistiche. Assai noto il libro II, dedicato a Benedetto da Norcia. Si può dire che Gregorio sia il primo papa ad aver utilizzato anche il potere temporale della Chiesa senza, comunque, dimenticare l’aspetto spirituale del proprio compito. Resta, però, un uomo semplice, tanto che nelle lettere ufficiali si definisce “Servus servorum dei”, “servo dei servi di Dio”, appellativo che i pontefici hanno continuato a conservare. Muore il 12 marzo del 604 e viene sepolto nella Basilica di San Pietro.

«La donna percepisce con l’anima tutto ciò che accade intorno a lei, non solo con l’intelletto, ma con la totalità del s...
02/09/2026

«La donna percepisce con l’anima tutto ciò che accade intorno a lei, non solo con l’intelletto, ma con la totalità del suo essere» (Edith Stein).
Quando si contempla la donna nella sua verità più profonda, si scopre che la sua capacità di cogliere il mondo non è un semplice modo di sentire, ma un modo di conoscere. Non è un’aggiunta sentimentale all’intelligenza: è una forma di sapienza che nasce dall’unità interiore, dalla possibilità di lasciar entrare ciò che accade senza frammentarlo, senza ridurlo a pura analisi. In lei la percezione diventa immediatamente relazione, e la relazione diventa responsabilità. È come se il reale, quando la raggiunge, trovasse un luogo dove essere custodito e compreso nella sua interezza. Questa modalità non è un tratto accessorio, ma una dimensione essenziale della vocazione femminile, spesso non riconosciuta, talvolta persino temuta, e non solo dagli uomini.
Nella Scrittura, quando si parla di Dio, si incontrano espressioni che permettono di intravedere un tratto che illumina questa capacità della donna. In un passo profetico, Dio dice: «הֲאֶשְׁכַּח אִשָּׁה עוּלָהּ… גַּם־אֵלֶּה תִשְׁכַּחְנָה וְאָנֹכִי לֹא אֶשְׁכָּחֵךְ» ha’eshkà ishà ulàh… gam elle tishkàchna ve’anokhì lo eshkachèkh («Può forse una donna dimenticare il suo bambino?... Anche se costoro dimenticassero, Io invece non ti dimenticherò», Is 49,15). Qui la Scrittura non attribuisce a Dio una funzione, ma una qualità: la fedeltà che nasce dal coinvolgimento totale, la memoria che non si spegne perché è amore. La donna, nella sua vocazione, partecipa di questo modo di amare che non si ritrae, che non si chiude, che non si difende dalla vita ma la accoglie.
Simone Weil, grandissima pensatrice e mistica, che conosceva bene la profondità dell’attenzione, scrive: «L’attenzione assoluta è preghiera» (Attente de Dieu, 1950). In questa frase si ritrova qualcosa della donna: la capacità, volendolo con tutta sé stessa, di essere presente senza possedere, di ascoltare senza trattenere, di lasciarsi toccare senza perdere la propria identità. È un modo di stare nel mondo che diventa immediatamente spazio per l’altro. Non è un gesto eroico, è un modo di vivere. E proprio perché è così naturale, spesso non viene riconosciuto come dono.
Madeleine Delbrel, donna esemplare nel donarsi, che ha vissuto la quotidianità come luogo di rivelazione, afferma: «Noi non andiamo verso Dio, ma viviamo in Lui» (Nous autres, gens des rues, 1936). La donna, quando vive la sua vocazione, rende evidente questa verità: non cerca Dio come un oggetto lontano, ma Lo lascia emergere nella trama dei giorni, nelle relazioni, nelle fatiche, nelle gioie. La sua percezione globale del reale diventa un modo di rendere abitabile la presenza di Dio nella vita comune. È una teologia vissuta, non dichiarata.
Adrienne von Speyr, grande mistica, parlando della disponibilità interiore, scrive: «La vera apertura è lasciarsi raggiungere» (Das Wort und die Liebe, 1954). Questa frase illumina un tratto decisivo della donna: la capacità di non opporre resistenza alla verità quando si manifesta, anche quando chiede un cambiamento, anche quando ferisce l’orgoglio. È un’apertura che non è passività, ma forza: la forza di chi non ha bisogno di difendersi per essere sé stessa.
Nella vita quotidiana questa vocazione si esprime in gesti che sembrano piccoli, ma che in realtà custodiscono il mondo. La donna che ascolta senza giudicare, che intuisce la fatica nascosta, che sostiene senza far pesare il sostegno, che vede ciò che gli altri non vedono, che ricompone ciò che rischia di andare disperso, che mantiene viva la memoria dei legami, che percepisce il dolore prima che venga detto, che riconosce il bene anche quando è fragile: tutto questo non è semplice sensibilità, è partecipazione alla modalità con cui Dio guarda l’uomo.
Valorizzare questi aspetti non significa esaltare un modello astratto, ma riconoscere una realtà che spesso viene ignorata. La donna non deve essere costretta a rinunciare a questa ricchezza per adattarsi a forme di efficienza che non le appartengono. La comunità cristiana, la società, le relazioni personali hanno bisogno di questa capacità di percezione totale, perché senza di essa il mondo diventa più povero, più rigido, più incapace di comprendere.
La frase di Edith Stein che ho posto all’inizio, non è un elogio poetico: è una descrizione realistica di una vocazione che chiede di essere riconosciuta, rispettata e sostenuta. La donna percepisce con l’anima ciò che accade intorno a lei: questa percezione è un dono per tutti. È un modo di conoscere che apre alla verità, un modo di amare che apre alla fedeltà, un modo di vivere che apre alla presenza di Dio. Quando questo viene valorizzato, la comunità intera diventa più capace di accogliere, di comprendere, di sperare. Quando viene ignorato, si perde qualcosa di essenziale, qualcosa che non può essere sostituito da nessun’altra forma di intelligenza.
La Pasqua, che è il tempo in cui la Vita vince ciò che la contraddice, mostra che Dio non agisce dall’esterno, ma dall’interno della storia. La donna, nella sua vocazione, testimonia proprio questo: che la verità non si impone, ma si rivela; che l’amore non si afferma, ma si dona; che la presenza di Dio non si dimostra, ma si riconosce. E questo riconoscimento, spesso, passa attraverso la sua capacità di percepire con l’anima.

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