Parrocchia San Sabino - Bari

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Parrocchia San Sabino - Bari ORARIO S.

MESSE:
Feriali: 18.30
Festivi: 10.00 e 18.30
SANTO ROSARIO:
Feriali: ore 17.45
Domenica e festivi: ore 17.40 - meditato dal parroco

RICEVIMENTO PARROCO:
ASCOLTO: Martedì ore 9.00 - 11.00
CONFESSIONI: Mercoledì e Venerdì ore 17.30-18.45

Nel terzo mistero della luce contempliamo l’annuncio del Regno, che non è un tema tra gli altri, ma il cuore stesso dell...
16/10/2026

Nel terzo mistero della luce contempliamo l’annuncio del Regno, che non è un tema tra gli altri, ma il cuore stesso della predicazione di Gesù. Egli non si presenta come un maestro di dottrine, né come un profeta che rimanda a un futuro lontano: porta con sé qualcosa che già avanza, che già preme sulla soglia della storia, che già illumina chi lo ascolta. «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). In queste parole non c’è solo un appello morale, ma la rivelazione che Dio si è fatto prossimo, che la sua signoria non è minaccia ma gioia, che l’uomo non è convocato per essere giudicato, bensì per essere accolto.
Il Battista aveva chiamato alla penitenza preparando un giudizio imminente; Gesù, invece, apre la porta a una conversione che nasce dalla lieta notizia. Non si cambia per paura, ma perché si scopre che Dio è vicino, che la sua presenza non schiaccia ma libera, che il Regno non è un tribunale ma "una casa" che si apre. La conversione diventa allora un movimento del cuore che si lascia attirare da questa vicinanza, un passo che risponde a un invito, un sì che accoglie una gioia già offerta.
Nel mistero del Rosario questo annuncio risuona come una luce che guida. Ogni Ave Maria diventa un lasciarsi raggiungere da quella Parola che inaugura tutto: il tempo è compiuto. Non dobbiamo attendere "un altro segno", un’altra occasione, un’altra stagione. Il Regno è vicino ora, mentre preghiamo, mentre intrecciamo la nostra vita con quella di Cristo. E la conversione non è un peso, ma la grazia di entrare in ciò che già ci viene donato.
Meditando questo mistero, chiediamo di riconoscere "la soglia" del Regno nelle nostre giornate: nei gesti di bene che sembrano piccoli, nelle relazioni che si ricompongono, nelle ferite che trovano un balsamo, nelle scelte che si aprono alla verità. Chiediamo di credere al Vangelo non come a un testo, ma come alla presenza viva di Colui che ci invita a entrare nella sua gioia. E mentre il Rosario scorre tra le dita, lasciamo che la luce di questo annuncio trasformi la nostra conversione in un cammino fiducioso, perché il Regno è vicino e ci attende. Continua...

Santa Edvige, duchessa di Polonia, religiosa. 16 ottobre. Non era un problema mostrarsi caritatevoli anche se il corpo f...
16/10/2026

Santa Edvige, duchessa di Polonia, religiosa.
16 ottobre.
Non era un problema mostrarsi caritatevoli anche se il corpo frusciava lieve dentro un abito di seta e magari un diadema intarsiato di rubini coronava la fronte. Provvedere ai poveri era pratica comune per le nobildonne del Medioevo. Per tante, un gesto ispirato da un sincero impulso di pietà. Per altre, l’elargizione dettata da una munificenza noncurante. Ma che fosse vissuta per scelta o per obbligo, questa consuetudine era una regola e le regole, anche quelle del censo, sono fatte per essere infrante.
La ricchezza della povertà.
L’eccezione ha un nome, Edvige, che attorno al 1190 è una nobile bavarese dodicenne, in procinto di sposare Enrico il Barbuto, erede del ducato della Bassa Slesia. Fin dall’inizio la giovane duchessa, presto madre (lo sarà di sei figli), incarna tra i suoi sudditi l’ideale più bello di regina: non sono i vestiti ma la sua generosità sempre pronta il velluto con cui Edvige avvolge chi è in miseria, facendo costruire per chi ha poco o nulla ricoveri e ospizi. È vicina al popolo in larga parte polacco del quale impara, lei tedesca, la lingua e soprattutto è così sobria nei modi e nei costumi da disertare in modo inaudito i canoni della moda che il rango le imporrebbe. Edvige non si vergogna di indossare abiti usati, vecchie scarpe, cinte da carrettiere. La duchessa non vuole distinguersi dai poveri, perché i poveri – dice – sono “i nostri padroni”.
La duchessa monaca.
Edvige esprime questa convinzione a Gertrude, l’ultima dei sei figli e l’unica che le sopravvivrà. Gli anni che ha vissuto da moglie e madre sono stati fin lì tormentati. La duchessa, che ben sostiene il marito nei suoi compiti di governo, ha visto morire giovani i tre figli maschi e due delle tre femmine. I suoi valori cristiani, uniti al rigore del tempo che impediva manifestazioni emotive delle proprie pene, vedono una Edvige granitica nel modo di sopportare quasi senza lacrime il dolore che la opprime. Ma il contegno non è la corazza vuota imposta da uno status. Ha dentro il conforto della fede, di una preghiera intensa e quotidiana, che negli anni affinano in lei l’attrazione per la vita consacrata. Dopo la morte del marito, per Edvige è quasi naturale entrare nel monastero cistercense di Trebnitz, da lei stessa fondato nel 1202. La duchessa diventa monaca e quando si spegne, il 15 ottobre 1243, nessuno ha dubbi: è morta una santa. E tale la proclamerà Clemente IV nel 1267.

Fiabe d'autunno (in onore di santa Teresa d'Avila). Era il 15 ottobre del 1568, e l’autunno avvolgeva Castiglia con una ...
15/10/2026

Fiabe d'autunno (in onore di santa Teresa d'Avila).
Era il 15 ottobre del 1568, e l’autunno avvolgeva Castiglia con una magnificenza che sembrava uscita da un’antica miniatura medievale 🍂📜. Le colline attorno ad Ávila indossavano sfumature di rame, oro e bruno, come se la terra stessa celebrasse un rito silenzioso. Le querce, maestose e nodose, lasciavano cadere foglie che scendevano lente, simili a piccoli sigilli di un tempo che non passa 🍁. I pini, più giovani, diffondevano nell’aria un profumo di resina che si mescolava alla freschezza del mattino 🌲.
Il sentiero era cosparso di foglie che scricchiolavano appena sotto i passi, come se la natura volesse accompagnare Teresa con un lieve mormorio autunnale 🍂. Qua e là, piccoli cespugli di bacche rosse punteggiavano il paesaggio, mentre qualche lepre attraversava rapida il sottobosco 🐇. Il cielo, terso e luminoso, sembrava una grande volta dipinta con pennellate di azzurro e oro 🌤️.
Teresa camminava lungo il sentiero che dal borgo di Gotarrendura scendeva verso Ávila. Il monastero di San José rimaneva alle sue spalle come una lampada che continua a brillare anche quando non la si vede 🔥⛪. Il suo passo non era fretta, ma adesione a un richiamo che nasceva dall’Alto, un richiamo che attira con fermezza e dolcezza insieme.
Non era sola. O almeno, non lo sarebbe stata per molto.
Poco oltre il torrente, dove il bosco si infittiva e il terreno diventava più scuro, una figura minuta avanzava con passo raccolto. Il mantello dei Carmelitani Scalzi si muoveva leggermente, come se il vento volesse custodire quel cammino 🍃. Le foglie, sospinte da una brezza leggera, danzavano attorno a Giovanni della Croce come piccoli segni di benevolenza 🍂🕊️. Egli procedeva immerso nella sua ricerca interiore, come chi sa che ogni luogo può diventare un punto d’incontro con il Mistero. Quando vide Teresa, si fermò. Non per sorpresa, ma come chi riconosce un disegno che non nasce dal caso.
«Madre Teresa» disse chinando il capo.
«Padre Giovanni» rispose lei, con un sorriso che univa fermezza e tenerezza. «Che vento vi porta su questo sentiero?»
«Forse lo stesso che porta voi» replicò lui. «Un vento che non nasce da queste colline.»
Camminarono insieme. Il bosco si apriva a tratti, mostrando la pianura che conduceva ad Ávila: campi già spogli, muretti di pietra, qualche casolare con il fumo che saliva diritto nel cielo terso 🏡🌤️. L’aria era fresca, ma non ancora fredda; il sole, basso, colorava tutto di un oro che sembrava più antico del tempo ✨.
Un gruppo di corvi si levò in volo da un campo lontano, disegnando nel cielo una figura scura che si dissolse rapidamente 🦅. Un pastore, con il suo gregge, avanzava lento lungo un pendio, mentre il tintinnio dei campanelli si mescolava al fruscio delle foglie 🍂🐑.
«Stavo meditando un versetto» disse Teresa. «Da giorni mi torna alla mente, come una campana che continua a vibrare anche quando nessuno la vede muoversi.»
«Quale versetto?» chiese Giovanni, pur intuendolo.
«Aquae multae non potuerunt extinguere caritatem» mormorò lei. «Ct 8,7. Le grandi acque non possono spegnere l’Amore.»
Giovanni si fermò un istante, come se quelle parole avessero bisogno di essere accolte con tutto il corpo. Una foglia dorata cadde proprio tra loro, come un piccolo segno 🍁. «Le acque» disse piano «sono molte, Madre. Sono le prove che attraversano l’anima, le oscurità che Dio permette per purificare, le consolazioni che, se non custodite, diventano un peso.»
Teresa annuì. «Ho letto parole che parlano del dolore più puro, che porta con sé una conoscenza più intima e più limpida. E che non si giunge alla sapienza delle ricchezze di Dio se non passando attraverso molte sofferenze.»
Il vento si fece più deciso, muovendo le erbe secche ai margini del sentiero 🌾. Una piccola nuvola attraversò il sole, lasciando per un istante il paesaggio in una luce più tenue 🌙.
Giovanni riconobbe quella linea interiore: non perché l’avesse scritta lui, ma perché apparteneva alla stessa sorgente che alimentava la sua esperienza. «Il dolore» disse «non è mai fine a se stesso. È una porta che conduce oltre. E chi ama Dio vive più nell’altra vita che in questa, perché vive dove ama.»
Il sentiero si fece più stretto. Le foglie, cadendo, creavano un tappeto che attutiva i passi 🍂. Teresa guardò avanti, verso la città che cominciava a intravedersi: le mura possenti, le torri che si stagliavano contro il cielo limpido 🏰. «Le acque» riprese «sono anche le nostre paure. Le volte in cui vorremmo amare, ma non sappiamo come.»
«Eppure» disse Giovanni «se l’Amore è vero, conquista e lega Dio stesso. È Lui che si lascia prendere. È Lui che si fa vicino all’anima che Lo cerca.»
Teresa sorrise. «Prigioniero» ripeté. «Che parola audace.»
«Audace come il Cantico» rispose Giovanni. «Audace come Dio, che non teme di farsi mendicante del nostro amore.»
Camminarono ancora. Il bosco si aprì del tutto, lasciando spazio alla strada che conduceva alle porte di Ávila. Il cielo era limpido, e un vento leggero muoveva le erbe secche ai margini del sentiero 🌾. Una farfalla tardiva, dalle ali color ocra, attraversò il loro cammino 🦋.
Teresa si fermò e guardò Giovanni con quella serietà che non era severità, ma profondità.
«Padre» disse «se le acque non possono spegnere l’Amore, allora nulla può. Nemmeno le nostre miserie.»
«Nemmeno» confermò lui. «Perché l’Amore non nasce da noi. Nasce da Colui che ci ha amati per primo.»
Teresa chiuse gli occhi un istante, come per custodire quella verità. «Allora» disse «camminiamo. Non perché il cammino sia facile, ma perché l’Amore ci precede.»
Giovanni annuì. «E ci segue» aggiunse. «E ci circonda.»
Ripresero il cammino verso la città. Le mura di Ávila, illuminate dal sole di ottobre, sembravano respirare 🏰✨. Una banderuola, in cima a una torre, ruotava lentamente indicando il vento che veniva da nord 🍃. E mentre avanzavano, nessuno dei due si domandò più se quell’incontro fosse stato casuale. Quando l’Amore non può essere spento, anche i sentieri del bosco diventano parte di un disegno più grande 🍁🌟🕊️.
Bernardino di Dio, sacerdote.

«Padre, se vuoi, allontana da Me questo calice; tuttavia non sia fatta la Mia, ma la Tua volontà» (Lc 22,42).Nel Getsema...
15/10/2026

«Padre, se vuoi, allontana da Me questo calice; tuttavia non sia fatta la Mia, ma la Tua volontà» (Lc 22,42).
Nel Getsemani il Figlio entra nel punto più profondo della missione ricevuta. Non è solo la vigilia della Passione: è il momento in cui tutto ciò che ha annunciato, vissuto e donato si concentra in un atto di fiducia che supera ogni misura umana. La preghiera che pronuncia non nasce da una serenità naturale, ma da una fedeltà che attraversa un turbamento reale. Il peccato del mondo gli si presenta come "una densa oscurità" che tenta di insinuare un volto del Padre diverso da quello che Egli ha sempre conosciuto. È qui che la redenzione prende forma: nel rimanere aderente al Padre proprio quando tutto sembra suggerire il contrario.
La meditazione del santo rosario, soprattutto nel primo mistero doloroso, introduce chi prega in questo ritmo nel cammino. Non si contempla una sofferenza isolata, ma la scelta del Figlio di restare unito al Padre mentre porta su di Sé ciò che separa l’uomo da Dio. Ogni parola della preghiera diventa partecipazione a questa fedeltà, è pura adesione interiore. Chi recita la decina non osserva da lontano, ma si lascia condurre dentro la logica del Figlio, dove l’obbedienza non è sottomissione cieca, bensì libertà che si affida.
Il martirio, nella sua verità più alta, nasce da questa stessa dinamica. Non è ricerca della sofferenza, ma disponibilità a lasciarsi guidare oltre ciò che si può comprendere. Diventa così un passaggio attraverso cui la vita del Figlio continua a raggiungere la Chiesa. In questa prospettiva Maria appare come la creatura che vive tutto questo in modo pieno: non aggiunge nulla alla missione del Figlio, ma la accoglie e la accompagna con una preghiera che sostiene la comunità dei credenti nei momenti decisivi. La Sua presenza nel santo rosario non è ornamentale: è la forma ecclesiale della risposta, la disponibilità che permette alla Chiesa di imparare a pregare come il Figlio ha vissuto.
Chi si ferma sui misteri dolorosi scopre che la sofferenza di Cristo non è mai un peso che schiaccia, ma un amore che assume e trasfigura ciò che è lontano da Dio. Nei misteri gloriosi si percepisce che ogni fedeltà, anche quella nascosta, diventa "Luce". Nei misteri gaudiosi e luminosi si comprende che la vita nuova nasce sempre da un sì pronunciato nella quotidianità. Il santo rosario diventa così una via semplice e profonda: una preghiera che educa il cuore a riconoscere il vero volto del Padre anche quando la Sua luce sembra velata; che trasforma la memoria della Passione in forza per il presente; che unisce la fragilità umana alla mitezza del Figlio.
Chi prega con p***everanza scopre che ogni decina è un atto di affidamento. È come sostare accanto al Figlio nel Getsemani, lasciando che la Sua fiducia diventi anche nostra. È accogliere la presenza di Maria che accompagna senza invadere, che sostiene senza sostituire, che guida senza forzare. È permettere allo Spirito di rendere fecondo ciò che sembra arido. Così il rosario diventa un cammino quotidiano in cui l’amore del Figlio continua a trasformare ciò che è oscuro e a generare ciò che è vivo.
E mentre la preghiera scorre, il cuore impara lentamente a riconoscere che la fedeltà del Figlio nel Getsemani non è un episodio lontano, ma la forma stessa della vita cristiana: restare uniti al Padre, anche quando non si comprende tutto, sapendo che da questa unione nasce sempre una luce che sostiene e rinnova. Continua...

Santa Teresa di Gesù, vergine, dottore della Chiesa, carmelitana scalza. 15 ottobre. Dai romanzi alla dura realtà. Figli...
15/10/2026

Santa Teresa di Gesù, vergine, dottore della Chiesa, carmelitana scalza.
15 ottobre.
Dai romanzi alla dura realtà.
Figlia di secondo letto di un ebreo convertito, Santa Teresa d’Avila nasce il 28 marzo 1515. L’infanzia felice trascorsa insieme a fratelli e cugini la vede affascinata per i romanzi cavallereschi. Dopo la morte in battaglia del fratello maggiore Giovanni nel 1524 e la perdita della madre Beatrice, la giovane venne mandata a studiare presso il monastero delle agostiniane di Nostra Signora delle Grazie, dove viene colpita da una prima crisi esistenziale. In seguito a grave malattia torna nella casa paterna, dove è testimone della partenza dell’amato fratello Rodrigo per le colonie spagnole d’oltreoceano. Nel 1536 viene colpita dalla cosiddetta “grande crisi” e matura la ferma decisione di entrare in monastero presso le carmelitane dell'Incarnazione di Avila. Ma il padre si oppone e Teresa fugge di casa. Accolta dalle monache, giunge alla professione il 3 novembre 1537.
“Mi sentii tutta commossa”.
La sua salute torna presto a compromettersi. Nonostante il conseguente ritorno in famiglia, il caso viene giudicato disperato e Teresa ricondotta in convento dove le suore iniziano a prepararle il funerale. Inspiegabilmente però, in pochi giorni la malata riprende vita. Parzialmente liberata dagli impegni della vita claustrale a causa della convalescenza, allegra di carattere, amante di musica, poesia, lettura e scrittura, intesserà una f***a rete di amicizie polarizzando attorno a sé varie persone desiderose di incontrarla. Presto però avvertirà questi incontri come motivi di distrazione dal compito principale della preghiera e vivrà la sua “seconda conversione”: “I miei occhi caddero sopra un’immagine... Raffigurava Nostro Signore coperto di piaghe. Appena la guardai mi sentii tutta commossa … Mi gettai ai suoi piedi tutta in lacrime, e lo supplicai a darmi forza per non offenderlo più.”
Ritratta dal Bernini
Le visioni e le estasi rappresentano il capitolo più misterioso e interessante della vita di Santa Teresa d’Avila. Nella Autobiografia (redatta su ordine del vescovo) e in altri testi e lettere descrive i vari stadi delle manifestazioni divine, visive e uditive. È vista levitare, cadere in deliquio e restare come morta (così la raffigurerà Bernini intorno al 1650, nella statua di S. Maria della Vittoria a Roma). A queste manifestazioni corrisponde una grande crescita spirituale, che Teresa, naturalmente portata per la scrittura e la poesia, riverserà nei suoi testi mistici, tra i più chiari, potenti, poetici mai stati scritti.
Non compresa in questa sua intensa spiritualità, e considerata da alcuni suoi confessori perfino vittima di illusioni demoniache, viene sostenuta dal gesuita Francesco Borgia e dal frate francescano Pietro d'Alcántara, che dissiperanno i dubbi dei suoi accusatori.
Il castello interiore
Teresa intuisce di dover rifondare il Carmelo per rimediare a una certa disorganizzazione interna. Nel 1566 il Superiore generale dell’Ordine l’autorizza a fondare in Castiglia vari monasteri, compresi due conventi di Carmelitani Scalzi. Sorgono così conventi a Medina, Malagon e Valladolid (1568); Toledo e Pastrana (1569); Salamanca (1570); Alba de Tormes (1571); Segovia, Beas e Siviglia (1574); Soria (1581); Burgos (1582)…
Decisivo, nel 1567, l’incontro fra Teresa e un giovane studente di Salamanca, appena ordinato sacerdote: con il nome di Giovanni della Croce, il giovane assumerà la veste degli Scalzi e accompagnerà la fondatrice nei suoi viaggi. Supereranno insieme varie dolorose vicende, fra cui divisioni dentro l’ordine e perfino accuse d’eresia.
Alla fine Teresa avrà la meglio con la nascita dell’ordine riformato dei Carmelitani e delle Carmelitane Scalze.
L’opera più celebre di Teresa è certamente Il castello interiore, itinerario dell'anima alla ricerca di Dio attraverso sette particolari passaggi di elevazione, affiancata dal Il Cammino di perfezione, e dalle Fondazioni, nonché da molte massime, poesie e preghiere.
Instancabile nonostante la salute cagionevole, Santa Teresa d’Avila muore ad Alba de Tormes nel 1582, durante uno dei suoi viaggi.

«L’Angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato Grazia presso Dio”» (Lc 1,30).Nel primo mistero della gioia t...
14/10/2026

«L’Angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato Grazia presso Dio”» (Lc 1,30).
Nel primo mistero della gioia tutto sembra avvenire in un istante che non appartiene solo alla storia, ma alla fedeltà eterna di Dio che si china sull’umanità. La scena dell’Annunciazione non è un episodio isolato: è il momento in cui la fedeltà del Padre si rende visibile, il Figlio accoglie la missione che Gli è propria da sempre, lo Spirito compie ciò che nessuna forza umana potrebbe generare. La preghiera del santo rosario, soprattutto quando scorre lenta nelle sere d’autunno, permette di cogliere questa unità profonda. Le Ave Maria accompagnano un vero e proprio percorso "profumato": Dio che si dona, Maria che accoglie, l’umanità che viene rialzata.
La contemplazione dell’Annunciazione mostra che la missione del Figlio non nasce da un comando esterno, ma dalla comunione eterna con il Padre. Quando la Scrittura afferma che Egli viene per compiere la volontà del Padre, non descrive un gesto isolato, ma la verità della Sua identità: essere dal Padre e per il Padre. Nel rosario questo si percepisce come una delicatezza che non forza nulla. Maria non è spettatrice, ma presenza libera che accoglie la Parola con quella disponibilità che diventerà la forma stessa della Chiesa. Ogni Ave Maria diventa un piccolo consenso alla fedeltà di Dio che non si impone, ma invita.
La preghiera autunnale, con la sua luce più tenue e il suo ritmo più raccolto, aiuta a comprendere che l’Annunciazione non è solo l’inizio della vita terrena del Figlio, ma l’inizio della nostra rinascita. L’obbedienza del Figlio e la libertà di Maria non si oppongono: si illuminano a vicenda. Il Figlio accoglie la missione che Gli appartiene da sempre, Maria accoglie la Grazia che la rende Madre, la Chiesa accoglie la vita nuova che le viene donata. In questo intreccio si rivela la bontà di Dio, che non resta lontano ma entra nella storia con una delicatezza che non ferisce mai la libertà umana.
Recitare questo mistero nel rosario significa lasciarsi raggiungere da una grazia che alimenta la nostra sete di Dio. Ogni grano diventa un passo verso quella comunione che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito. La preghiera non è un ritorno circolare, ma un avanzare nella profondità di ciò che Dio compie. L’Annunciazione, contemplata nella calma dell’autunno, mostra che la vita cristiana nasce da un incontro: Dio che chiama, Maria che accoglie, l’uomo che ritrova la sua dignità. E chi prega comprende che questo mistero non appartiene solo al passato, ma continua a generare vita nella Chiesa e nel cuore di chi si affida. Continua...

San Callisto I, papa e martire14 ottobre. Organizzò il primo cimitero di Roma con annessa la “Cripta dei Papi”, oggi con...
14/10/2026

San Callisto I, papa e martire
14 ottobre.
Organizzò il primo cimitero di Roma con annessa la “Cripta dei Papi”, oggi conosciuto come le “Catacombe di san Callisto”. Ma Callisto, martire del III secolo, non fu sepolto qui, ma nel cimitero della via Aurelia.
Schiavo.
Dagli scritti dell’allora anti-papa, il futuro sant’Ippolito, abbiamo molte notizie su san Callisto, anche se ovviamente in chiave negativa! S’intuisce che Callisto sia nato da una famiglia cristiana nel quartiere di Trastevere. Fatto schiavo di Carpoforo, padrone cristiano, venne istruito sia nella fede che nella gestione amministrativa dei suoi beni, vista la sua spiccata intelligenza, lasciandogli facoltà di guadagnare qualcosa in più. Fondò così una sorta di “banca” presso la piscina pubblica, quelle che diventeranno le Terme di Caracalla. Pare che proprio l’uso del denaro non segnò la sua fortuna: infatti p***e non solo il suo, ma sperperò anche quello del suo padrone e di quanti si erano fidati della sua amministrazione. Tentò così di fuggire a bordo di una nave: accortosi che lo avevano trovato, si gettò in mare, ma fu preso e riportato dal suo padrone, il quale lo pose a girare una macina da mulino. Pressato dai debitori, Carpoforo liberò Callisto, sperando che riuscisse a restituire il denaro, ma la cosa non andò in porto come sperato. Venne così nuovamente condannato, questa volta alle miniere in Sardegna. Sarà in questo contesto che incontrerà altri prigionieri fatti schiavi per la loro fede.
“Esiliato” ad Anzio
La concubina dell’imperatore Commodo, Marcia, desiderava compiere un’opera pia davanti a Dio, e stilò una lista di schiavi da liberare dalle miniere della Sardegna. Callisto non faceva parte di questa lista, ma il sacerdote incaricato da Marcia si fece convincere da Callisto d’essere inserito nella lista! Rientrato a Roma, il Papa chiese a Callisto di andare ad Anzio, in quanto la sua presenza non era gradita in città. Qui ebbe modo di mostrare con i fatti, più che con le parole, la sua nuova condotta di vita, mettendo a servizio della comunità le sue capacità.
Anni dopo, papa Zefirino lo volle a Roma come suo segretario e lo consacrò diacono, affidandogli anche l’organizzazione dei cimiteri della città. L’opera di Callisto non passò inosservata sia per le sue capacità organizzative, ma soprattutto per la sua testimonianza di fede, tanto che la comunità cristiana, alla morte di Zefirino, lo elesse papa nel 217.
L’Antipapa.
Tale elezione non piacque alla frangia più “rigida” della Comunità, tanto che si radunò attorno a un altro sacerdote, Ippolito, aprendo in questo modo uno scisma nella Chiesa. Callisto era ritenuto eretico su vari punti della dottrina, soprattutto avendo sposato le tesi di Sabellio, quando invece sarà proprio Callisto a condannarlo per eresia, ma Ippolito non riusciva ad essere oggettivo nel suo giudizio! Oltre che eretico, era ritenuto troppo lassista in campo morale, in quanto accoglieva con troppa superficialità i peccatori, concedeva troppa indulgenza ai cristiani che in tempo di p***ecuzione si erano dimostrati deboli, e permetteva con troppa leggerezza il matrimonio tra schiavi e liberi. Cosa che anche un grande come Tertulliano criticava: “Il pontefice massimo, il vescovo dei vescovi, perdona gli adulteri e i fornicatori. E dove si affliggerà quest’editto così liberale? Sulle porte dei postriboli, dove vivono le pr******te? Ma no! Lo si esporrà in chiesa, la vergine di Cristo!”. E Ippolito: “Callisto ha persino permesso alle donne non sposate, qualora si fossero innamorate di un uomo di condizione inferiore e se avessero voluto evitare il maritarsi davanti alla legge per non perdere il loro rango, di unirsi all’uomo di loro scelta, sia schiavo, sia libero, e di tenerlo per sposo, senza ricorrere al matrimonio legale”. Ciò che muoveva le scelte di Callisto era il vangelo della misericordia, evitando che la comunità dei cristiani diventasse una setta di puritani!
Il martirio.
Fu fatto prigioniero, gettato in un pozzo e lapidato il 14 ottobre 222 nei pressi di Trastevere. I cristiani prelevarono il corpo e lo seppellirono sulla via Aurelia, non potendo rischiare di portarlo nella Cripta dei Papi, da lui fatta costruire nelle Catacombe. Pare che sia stato Gregorio III (731-41) a trasferire il corpo di Callisto nella basilica di Santa Maria in Trastevere.
Anche Ippolito alla fine si riconciliò con la Chiesa e nel 235 fu anch’egli martirizzato in Sardegna dove verrà deportato insieme a papa Ponziano (ricordati il 13 agosto).

"In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato ...
13/10/2026

"In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!»" (Lc 11,27-28).
Sono ormai tanti anni che medito ininterrottamente I misteri del santo rosario con la comunità, soprattutto la domenica. Vorrei dare un piccolo contributo per alimentare il gusto della preghiera, di questa preghiera in particolare. Ma andrò un po' a casaccio... Parto oggi dalla "Fine", dall'ultimo mistero glorioso, poi si vedrà...
Nel quinto mistero glorioso si contempla ciò che non può essere misurato: l’ingresso di Maria nella pienezza della Vita, dove tutto ciò che è stato vissuto sulla terra viene accolto e portato alla sua verità ultima. Non è un premio estraneo alla sua storia, ma il punto in cui la sua libertà, consegnata giorno dopo giorno, raggiunge ciò che fin dall’inizio l’aveva attirata. In Lei si manifesta che il cammino umano, quando è affidato a Dio, non si perde, ma viene raccolto e portato oltre ogni limite.
La sua vicenda terrena è segnata da una presenza discreta, mai protagonista, sempre orientata al Figlio. Questa modalità non è diminuzione, ma rivelazione: mostra che la grandezza davanti a Dio non coincide con l’evidenza, ma con la disponibilità a lasciarGli spazio. Maria non si pone mai al centro, e proprio per questo diventa trasparenza pura dell’opera divina. Quando appare, lo fa nei momenti in cui la storia della salvezza compie un passo decisivo; quando scompare, non si ritira per mancanza, ma perché il Figlio deve condurre tutto a termine. La sua vita è un consenso che attraversa l’inizio, il cammino e la prova, senza mai venir meno.
La beatitudine che una donna proclama nel Vangelo viene ricondotta da Gesù alla condizione di ogni discepolo: ascoltare la Parola e custodirla. In Maria questa realtà è vissuta in modo pieno, non per separarla dagli altri, ma per mostrarne la verità. Lei è la prima a percorrere ciò che tutti sono chiamati a percorrere. La sua unicità non la allontana, ma la colloca nel cuore della comunità nascente, dove la sua fede diventa misura e orientamento della fede di tutti.
Il compimento che si contempla nel mistero dell’Assunzione non è evasione dal mondo, ma conferma che la storia umana, quando è attraversata dalla fedeltà a Dio, non finisce nel nulla. Maria viene accolta nella Vita divina con tutto ciò che ha vissuto: le attese, le fatiche, le domande, la p***everanza. Nulla viene cancellato, tutto viene trasfigurato. In Lei si vede che Dio non abbandona ciò che ha iniziato, ma lo porta alla pienezza. La sua elevazione non è separazione dalla terra, ma compimento dell’opera che il Figlio ha inaugurato.
Il rosario, alla luce di questo mistero, diventa partecipazione anticipata a ciò che Maria vive già in pienezza. La ripetizione non è un gesto meccanico, ma un modo semplice e quotidiano di lasciarsi introdurre nella comunione tra Dio e l’uomo. Ogni Ave Maria è come un passo che conduce verso la gioia eterna, dove la libertà divina si dona senza fine e la libertà umana si apre senza esaurirsi. Chi prega non contempla solo un evento passato, ma si lascia attirare verso ciò che attende ogni credente: essere accolto da Dio con tutta la propria storia e ritrovare in Lui la verità di ogni cosa.
Il compimento che Maria vive è promessa per tutti. Mostra che la fedeltà non è inutile, che il bene seminato non si perde, che la fiducia consegnata anche nei giorni più oscuri viene raccolta. In Lei si vede che la Vita divina non annulla l’umano, ma lo porta alla sua forma più alta. E chi contempla questo mistero può ritrovare coraggio per il proprio cammino, sapendo che ciò che si affida a Dio non viene mai dimenticato, ma condotto alla pienezza che solo Lui può dare. Continua...

San Teofilo, vescovo di Antiochia. 13 ottobre. Eletto Vescovo di Antiochia nel 169, sesto successore di san Pietro, gove...
13/10/2026

San Teofilo, vescovo di Antiochia.
13 ottobre.
Eletto Vescovo di Antiochia nel 169, sesto successore di san Pietro, governò la Chiesa fino al 185; il dato appare certo in quanto in una sua omelia fa cenno della morte di Marco Aurelio, avvenuta il 17 marzo 180. Si può quindi pensare che sia nato intorno al 120. Scrisse vari libri, ma ad oggi l’unica opera che ci è giunta sono I tre libri ad Autolico, scritti verso la fine della sua vita, tra il 180 e 185. Si tratta di opere volte a difendere e sostenere l’esistenza di Dio.
Opere.
Nel primo libro, infatti, di fronte alla sfida di Autolico che dice “Mostrami il tuo Dio”, Teofilo risponde con l’invito a mostrargli “l’uomo che è in lui”. Seguono poi una serie di disquisizioni su chi è Dio e sulle sue caratteristiche.
Nel secondo libro, Teofilo – su invito stesso di Autolico – spiega gli errori del paganesimo e la verità del cristianesimo, dai profeti fino a Gesù.
Infine nel terzo libro dimostra come il cristianesimo affonda le sue radici nella Scrittura, e che anche gli autori pagani, senza riconoscerlo, parlano di Lui. Una carrellata storica che arriva fino alla morte di Marco Aurelio, per concludere che, se Autolico vorrà giungere alla verità, dovrà studiare le Scritture.
Fonte di ogni sua opera e dissertazione è la Sacra Scrittura, e in particolare il vangelo di Giovanni e gli scritti di san Paolo.

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Viale Caduti Del 28 Luglio 1943 N. 5
Bari
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