Parrocchia San Sabino - Bari

Parrocchia San Sabino - Bari ORARIO S.

MESSE:
Feriali: ore 18.30
Festivi: ore 10.00 e 18.30
SANTO ROSARIO:
Feriali: ore 18.00
Domenica e festivi: ore 17.40 - meditato dal parroco

RICEVIMENTO PARROCO:
ASCOLTO: martedì dalle 9.00 alle 11.00
CONFESSIONI: venerdì dalle 16.45 alle 18.15

1° venerdì del mese. Il Cuore divino di Gesù parla con una forza che non è mai evasione dalla realtà, ma il suo contrari...
05/06/2026

1° venerdì del mese. Il Cuore divino di Gesù parla con una forza che non è mai evasione dalla realtà, ma il suo contrario: è il punto in cui la realtà viene restituita a sé stessa. Quando l’uomo si abitua a pensare che la famiglia sia un ostacolo, che la fedeltà sia una trappola, che la bontà sia debolezza, che la fiducia sia ingenuità, egli non sta semplicemente cambiando opinione morale: sta recidendo il legame con ciò che lo sostiene. È come se cercasse di vivere contro ciò da cui dipende. Lo vediamo nel rapporto con la terra, ma vale per tutto ciò che costituisce l’umano. Quando si diffama la realtà, si spezza il rapporto con il Creatore, e l’uomo rimane sospeso nel vuoto.
Il Cuore divino di Gesù non risponde a queste forze con un discorso astratto. Risponde mostrando che l’Amore non è un sentimento fragile, ma una Presenza che sostiene il mondo. Nel primo venerdì del mese la Chiesa contempla questo Cuore non come un simbolo, ma come il centro vivo da cui tutto prende forma. È un Cuore ferito dall’odio e dalla diffidenza, ma non vinto. È un Cuore che non si chiude, anche quando l’uomo si chiude. È un Cuore che non si ritrae, anche quando l’uomo si ritrae. È un Cuore che continua a generare, anche quando l’uomo distrugge.
In un tempo in cui l’anticreazione si manifesta come dissoluzione dei legami, come esaltazione dell’istinto, come riduzione della vita al consumo, la devozione al Cuore divino di Gesù dice una parola autorevole perché ricorda che la libertà non nasce dall’isolamento, ma dalla relazione. L’uomo che cerca nel cibo la consolazione ultima non è colpevole: è affamato di un nutrimento che non trova. Il Cuore divino di Gesù non lo giudica, ma gli mostra che la fame più profonda non è quella del corpo, e che la consolazione vera non è evasione, ma comunione.
Nelle Scritture, quando Dio parla al Suo popolo come a un figlio che si allontana, usa parole che rivelano una tenerezza che precede ogni risposta umana. In Os 11,4 si legge:
בְּחַבְלֵי אָדָם אֶמְשְׁכֵם בַּעֲבֹתוֹת אַהֲבָה
beḥavlê ’adam ’emšekhem, ba‘ăvōtōt ’ahavah
«Li traevo con legami umani, con vincoli d’Amore».
È un linguaggio che non attenua la verità, ma la rende abitabile. L’uomo non è attirato da un comando, ma da un Amore che lo precede e lo sostiene. Questo è il Cuore divino di Gesù: la rivelazione definitiva di quei “vincoli d’Amore” che non imprigionano, ma liberano.
Nel Tempo Ordinario, quando la liturgia ci educa a riconoscere Dio nella trama quotidiana, questa devozione ricorda che il mondo non è consegnato al caos. Anche quando forze oscure sembrano prevalere, il Cuore divino di Gesù custodisce la creazione dall’interno. Non la sostituisce, non la annulla, ma la rigenera. E rigenera l’uomo restituendolo alla sua verità: non un essere isolato che si costruisce da solo, ma un figlio che riceve e dona, che vive perché è amato.
Forse la parola più necessaria oggi è questa: il Cuore divino di Gesù non chiede di fuggire dalla realtà, ma di rientrarvi con uno sguardo nuovo. Dove l’odio pretende di essere la via dell’amore, Egli mostra che l’Amore è la via che salva dall’odio. Dove la diffidenza sembra prudenza, Egli mostra che la fiducia è la forza che ricostruisce. Dove la disubbidienza appare libertà, Egli mostra che la vera libertà nasce dall’appartenere.

San Bonifacio, vescovo e martire, apostolo della Germania05 giugno. BonifacioEvangelizzatore della Germania del VIII sec...
05/06/2026

San Bonifacio, vescovo e martire, apostolo della Germania
05 giugno.
Bonifacio
Evangelizzatore della Germania del VIII secolo, quando ancora quel Paese, al di là del Reno, era abitato da popolazioni pagane.
Nato in Inghilterra, nel regno di Wessex, tra il 672 e 675, fu accolto ed educato presso le abbazie di Exeter e di Nhutschelle, dove poté coltivare una profonda spiritualità e un’ampia cultura, e formarsi una forte personalità grazie alla solida disciplina monastica. In questo contesto imparò il greco, il latino e l’ebraico anche per poter attingere alle fonti della Sacra Scrittura, il tutto arricchito dalla conoscenza dei Padri della Chiesa.
Seguendo l’esempio di altri monaci, nel 716 ottenne il permesso di partire missionario per annunciare la fede in Gallia e in Germania. Ma non voleva avventurarsi in questa impresa senza il permesso e la benedizione del Papa. Restò a Roma l’intero inverno del 718, e nella primavera del 719 il Papa, avuto modo di apprezzarne le virtù, lo inviò nelle terre germaniche. Nel 722 il Papa lo richiamò per consacrarlo Vescovo di tutta la regione oltre il Reno. La cosa interessante è che venne nominato come vescovo suburbicario della diocesi di Roma, quindi legato direttamente al Pontefice. A quel tempo, quindi, ciò che Bonifacio faceva era sempre a nome del Papa, e chi lo toccava, era come se toccasse direttamente il Papa! Forte di questa autorità, Bonifacio cominciò a costruire chiese e monasteri legandoli direttamente alla giurisdizione pontificia, e sottraendoli quindi al potere civile, cominciando in questo modo a rendere automa l’azione della Chiesa. Nel 723 fu ben accolto alla corte di Carlo Martello, che gli garantì la dovuta protezione. Nel 732. Gregorio III, successore di Gregorio II, gli inviò il pallio e lo nominò arcivescovo, con l’autorità di consacrare i vescovi per i suoi territori.
Il buon pastore.
Stabilì diocesi, designò Vescovi, fece costruire chiese, fondò monasteri, organizzò il clero, tutto per rendere un servizio al popolo di Dio, tenendo di riferimento il Vangelo con accanto la Regola di san Benedetto e la Regola pastorale di san Gregorio: “Predichiamo i disegni di Dio ai grandi e ai piccoli, ai ricchi e ai poveri. Annunziamoli a tutti i ceti e a tutte le età finché il Signore ci darà la forza, a tempo opportuno e importuno, a quel modo che san Gregorio scrisse nella sua Regola”.
Se all’inizio l’azione pastorale era sotto il segno del timore, alla fine si rivelò particolarmente incisiva ed efficace, a tal punto che molti abbandonarono i riti superstiziosi abbracciando la nuova fede. Di fronte ai pericoli e alle persecuzioni, erano di suo conforto e aiuto l’esempio dei Padri e dei santi, come si evince da una lettera scritta a Lioba: “Grandi nocchieri della chiesa furono i primi padri quali Clemente e Cornelio e moltissimi altri a Roma, Cipriano a Cartagine e Atanasio ad Alessandria. Essi al tempo degli imperatori pagani, governavano la nave di Cristo, anzi la sua carissima Sposa. Insegnarono, combatterono, faticarono e soffrirono fino a dare il loro sangue”. Il Sinodo lo volle vescovo di Colonia, ma lui rinunciò.
Il martirio.
Ultimo suo desiderio era riuscire a evangelizzare la Sassonia, terra dei suoi antenati. Nel 754, mentre si preparava ad amministrare il battesimo a un gruppo di neofiti, fu assalito e martirizzato insieme all’intero gruppo di 52 compagni. In questo modo, senza volerlo né cercarlo, firmò la sua opera evangelizzatrice con il sangue del martirio. Come suo desiderio, venne sepolto nell’abbazia di Fulda, da lui stesso fatta costruire.

L’astuzia, quando viene osservata nella sua radice più profonda, rivela una prossimità sorprendente con ciò che la tradi...
04/06/2026

L’astuzia, quando viene osservata nella sua radice più profonda, rivela una prossimità sorprendente con ciò che la tradizione cristiana riconosce come tratto distintivo dell’Anticristo. Non è mai una forza che travolge, ma una capacità di insinuarsi. Non agisce attraverso la violenza, ma attraverso la distorsione. Non si presenta come negazione, ma come imitazione. La sua efficacia nasce dal fatto che non appare come un avversario, bensì come una possibilità credibile. L’astuzia è il suo linguaggio.
La Scrittura mostra fin dalle prime pagine che l’inganno non opera attraverso la negazione diretta della Parola, ma attraverso la sua torsione. “Wehannāḥāš hāyāh ‘ārûm” - “il serpente era astuto” (Gen 3,1). L’astuzia non è definita come male in sé: è la capacità di cogliere ciò che sfugge allo sguardo comune. Diventa pericolosa quando l’intelligenza si separa dalla fiducia. Il serpente non nega Dio, ma introduce un sospetto: “È vero che Dio ha detto…?” (Gen 3,1). L’inganno nasce da una domanda che sembra innocua. L’Anticristo eredita questa dinamica: non distrugge la relazione con Dio, la svuota.
Il Nuovo Testamento descrive la sua azione come una forma di seduzione che si presenta con apparenza di verità. “Molti verranno nel Mio Nome dicendo: ‘Sono io’” (Mc 13,6). Non si oppongono al Cristo dall’esterno, ma si collocano nella Sua scia. La loro forza è la somiglianza. L’Anticristo non propone un mondo alternativo, ma una versione deformata del mondo cristiano. È ciò che Paolo chiama “mistero dell’iniquità” (2Ts 2,7): un’azione che non si manifesta apertamente, ma lavora dall’interno, sfruttando ciò che è buono per orientarlo altrove. La sua astuzia consiste nel proporre una salvezza senza conversione, una fede senza obbedienza, una speranza senza perseveranza.
Gesù stesso invita i discepoli a una forma di vigilanza che non rifiuta l’intelligenza, ma la purifica: “Gínesthe oun phrónimoi hōs hoi ópheis” - “siate dunque prudenti come i serpenti” (Mt 10,16). Non chiede di rinunciare alla prontezza, ma di orientarla alla verità. L’Anticristo, invece, utilizza la stessa capacità per separare. La sua astuzia è una prontezza che non serve la comunione, ma la divisione. È la capacità di leggere le fragilità umane e di usarle per deviare il cammino. È una conoscenza che non illumina, ma confonde.
La Scrittura mostra che il male non si presenta mai come male puro. Paolo avverte che “anche Satana si traveste da angelo di luce” (2Cor 11,14). L’Anticristo non appare come un nemico evidente, ma come una promessa che sembra rispondere ai desideri più profondi dell’uomo. La sua astuzia consiste nel proporre ciò che appare più semplice, più rapido, più efficace. È una logica che affascina perché elimina la fatica della verità. Non chiede di crescere, ma di ottenere. Non chiede di amare, ma di possedere. Non chiede di fidarsi, ma di controllare.
La Pasqua smaschera questa dinamica. La Risurrezione non risponde all’inganno con un inganno più grande, ma con una luce che non può essere imitata. L’Anticristo può simulare la forza, non la gratuità. Può imitare la sapienza, non la misericordia. Può riprodurre i segni esteriori, non la vita che nasce dall’incontro con il Risorto. La sua astuzia si infrange davanti a una verità che non teme di essere vista. È ciò che Giovanni afferma con chiarezza: “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5).
Nel quotidiano, questa dinamica diventa concreta. L’astuzia buona permette di riconoscere ciò che divide da ciò che unisce, ciò che promette senza fondamento da ciò che costruisce. È la capacità di non lasciarsi attrarre da ciò che brilla, ma di cercare ciò che rimane. È la vigilanza che nasce dalla fiducia, non dalla paura. L’Anticristo, invece, si insinua nelle piccole deviazioni: quando la verità diventa negoziabile, quando la relazione diventa strumento, quando la libertà diventa pretesa. La sua astuzia è sottile perché lavora nelle zone grigie.
L’astuzia redenta, quella che il Vangelo chiede, è la lucidità che riconosce il bene anche quando non è evidente, che non si lascia ingannare dalle apparenze, che sa distinguere ciò che conduce alla vita da ciò che la consuma. È una forma di fedeltà. È la forza mite di chi non ha bisogno di difendersi perché sa di appartenere a Cristo. È ciò che Paolo esprime quando invita a “esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono” (1Ts 5,21).
E per concludere con una voce che ha conosciuto dall’interno la lotta tra verità e inganno, una frase che illumina il cammino:
“Ciò che è vero non ha bisogno di essere protetto: basta lasciarlo essere, e la sua luce farà il resto.”
(Etty Hillesum).

San Francesco Caracciolo, sacerdote, fondatore dei Chierici Regolari Minori04 giugno. “Sangue preziosissimo del mio Gesù...
04/06/2026

San Francesco Caracciolo, sacerdote, fondatore dei Chierici Regolari Minori
04 giugno.
“Sangue preziosissimo del mio Gesù, tu sei mio, e per te e con te soltanto spero di salvarmi. O sacerdoti, sforzatevi di celebrare la Messa ogni giorno e di inebriarvi con questo sangue!”.
Non è un caso se Francesco Caracciolo viene chiamato “il Santo dell’Eucaristia”: un amore, il suo, per Gesù pane di vita, che nasce molto presto, come la vocazione, quando vive ancora con la sua nobile e ricca famiglia a Villa Santa Maria, presso Chieti. Non minore è l’amore che prova per la Madonna, onorata indossando fin da bambino l’abitino del Carmine e poi recitando il rosario e digiunando ogni sabato.
Una malattia “illuminante”.
A 22 anni viene colpito da un a br**ta forma di elefantiasi che lo deturpa in tutto il corpo. Così fa voto di rinunciare per sempre alle ricchezze terrene in cambio della guarigione. Viene ascoltato. Due anni dopo è ordinato sacerdote e si fa notare per alcune presunte guarigioni tra i malati degli ospedali in cui esercita il suo ministero, come pure nelle carceri. Tra gli ultimi. Sempre. Chiede, perciò, di far parte della Compagnia dei Bianchi che a Napoli presta servizio tra condannati a morte e galeotti presso l’ospizio degli Incurabili. Siamo nel 1588.
Fondatore… per sbaglio.
Un giorno gli arriva una lettera da un nobile genovese, don Agostino Adorno, e dall’abate di Santa Maria Maggiore a Napoli, Fabrizio Caracciolo. In realtà è indirizzata a un religioso omonimo che fa parte della sua stessa congregazione, ma viene recapitata a lui, che la accoglie come un segno della Provvidenza. Sarà per merito di questo disguido che assieme ai due personaggi succitati Ascanio si riunisce presso i Camaldolesi e scrive la costituzione di un nuovo istituto del quale è cofondatore. È proprio lui a proporre di aggiungere ai tre voti di povertà, castità e obbedienza, un quarto voto che impegna a rifiutare qualsiasi carica ecclesiastica. Quando il nuovo istituto viene riconosciuto, Ascanio cambia il suo nome in Francesco.
Il difficile rapporto con la Spagna.
Nel 1589 Francesco va in Spagna con Adorno, che lì vuole espandere il nuovo istituto. Il viaggio, però, risulta fallimentare: dopo un anno tornano a casa, Francesco è malato, Adorno muore. Nel 1591 Francesco viene eletto preposto generale perpetuo, carica che deve accettare per ottemperare al voto di obbedienza, ma non cambia il suo modo di vivere la penitenza, il digiuno e neppure l’abitudine a svolgere i lavori più umili. Torna in Spagna tre anni dopo, ma a Madrid re Filippo II lo minaccia di fargli chiudere l’Ospedale degli Italiani dove si occupa della cura e dell’assistenza agli infermi. Solo nel 1601, eletto maestro dei novizi, riuscirà a fondare una casa a Valladolid, dimostrando una grande capacità di discernimento tra i giovani, predicendo ad alcuni la vocazione alla vita religiosa, ad altri addirittura l’apostasia. Nel 1607 finalmente è dispensato da ogni ufficio e a dedicarsi solo alla preghiera.
“Cacciatore di anime”, “padre dei poveri”, ma anche “l’uomo di bronzo”
Questi i tre soprannomi con i quali Francesco era conosciuto, che rispecchiano perfettamente i tre volti del suo ministero. Non smette mai di visitare i malati e di assistere i moribondi: in ospedale si dedica con buona lena ai lavori più umili come rassettare i letti, pulire le stanze, rattoppare le vesti degli infermi. È sempre pronto anche alla raccolta delle elemosine per provvedere all’educazione delle fanciulle, porta tutto quello che ha ai poveri, togliendosi letteralmente il pane di bocca, spesso digiunando, e donando le vesti che tutti i confratelli scartano. Inoltre è infaticabile nell’ascoltare le confessioni, nell’insegnare il catechismo ai fanciulli, nell’organizzare le opere di ca**tà e nel predicare verità eterne ai fedeli.
L’amore per Gesù Eucaristia.
Se per gli altri vuole il meglio, per se stesso invece non vuole nulla: Francesco sceglie sempre le stanze più anguste, dorme e mangia pochissimo, inoltre fa opere di penitenza, arrivando a indossare addirittura il cilicio nelle feste e nei lunghi viaggi a piedi. Ma soprattutto promuove il culto dell’Eucaristia, stabilendo che gli allievi dell’Ordine si avvicendino nell’Adorazione del Santissimo Sacramento. Non si stanca mai di esortare anche gli altri sacerdoti a questa pratica, esponendo il Santissimo ogni prima domenica del mese. Andato in pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, qui nasce al cielo il 4 giugno 1608 dopo aver invocato i Santi Michele, Giuseppe e Francesco d’Assisi. Viene canonizzato da Pio VII nel 1807.

Mercoledì. Il valore del silenzio, quando lo si vive con onestà, è quello di riportare la persona davanti a ciò che spes...
03/06/2026

Mercoledì. Il valore del silenzio, quando lo si vive con onestà, è quello di riportare la persona davanti a ciò che spesso tenta di evitare: la propria verità. Come si fa ad iniziare nuovi percorsi, relazioni, senza prima aver adempiuto a questo passo? Tutti fuggono dal silenzio. Non è un rifugio evasivo, né un esercizio estetico. È un luogo interiore in cui cadono le difese, si allentano le maschere, si affievolisce la tentazione di costruire un’immagine di sé per gli altri. Nel silenzio non si può recitare. Per questo può inquietare: perché mette a n**o ciò che siamo, non ciò che vorremmo apparire.
Quando la vita quotidiana è segnata da confusione, velocità e distrazione, il silenzio diventa ancora più prezioso. Non perché ci sottrae al mondo, ma perché ci restituisce a noi stessi. La superficialità, quando diventa criterio abituale, ci fa vivere in reazione continua: rispondiamo agli stimoli, non alle domande profonde. Il silenzio interrompe questa catena. Non è un vuoto, ma un tempo in cui si chiarisce ciò che conta e ciò che non conta. È una forma di verità che non si impone con forza, ma che si lascia riconoscere quando si smette di correre.
La profondità nasce proprio da questo ascolto. Non è un atteggiamento cupo o introverso, ma la capacità di cogliere ciò che abita il cuore e ciò che lo muove. La profondità non è un privilegio di pochi: è un cammino che si apre quando si accetta di non vivere solo in superficie. Il silenzio è il terreno in cui questa profondità può crescere. Non la produce automaticamente, ma la rende possibile. È come togliere il rumore di fondo per poter distinguere una melodia che era già presente.
Nel Tempo liturgico Ordinario questo assume un significato particolare. Non siamo dentro un periodo forte, non c’è l’urgenza della preparazione o della celebrazione di un grande mistero. L’Ordinario è il tempo della fedeltà quotidiana, della vita che scorre, delle scelte ripetute. È il tempo in cui si impara a riconoscere la Presenza nella trama semplice dei giorni. Il silenzio, in questo contesto, diventa una scuola: insegna a non cercare continuamente ciò che stupisce, ma ciò che sostiene. Aiuta a scoprire che la verità non si manifesta solo nei momenti solenni, ma anche nella pazienza, nella discrezione, nella costanza.
Il silenzio, allora, non è fuga dal mondo, ma ritorno al centro. Permette di vedere con più lucidità le proprie fragilità e le proprie possibilità. Aiuta a riconoscere che la vita non è definita dal giudizio degli altri, ma dallo sguardo di Chi ci conosce fino in fondo. E quando si accetta questo sguardo, si diventa più liberi: liberi di non dover dimostrare, liberi di non dover competere, liberi di accogliere gli altri senza sentirli come una minaccia.
In questo senso, il silenzio è un atto di verità e un atto di amore. Verità verso se stessi, amore verso gli altri. Perché chi ha imparato a stare in silenzio senza paura diventa più capace di ascoltare, più capace di parlare con misura, più capace di costruire comunione. E nel quotidiano, dove spesso prevale il rumore, questa è una forma concreta di testimonianza.

Santi Carlo Lwanga e Compagni, martiri dell’Uganda03 giugno. “Io ti prenderò per mano. Se dobbiamo morire per Gesù, mori...
03/06/2026

Santi Carlo Lwanga e Compagni, martiri dell’Uganda
03 giugno.
“Io ti prenderò per mano. Se dobbiamo morire per Gesù, moriremo insieme, mano nella mano”: sono queste le ultime parole pronunciate da Carlo Lwanga e rivolte al giovane Kizito, morto con lui a soli 14 anni, in odio alla fede. Un martirio condiviso insieme ad altri compagni, sia cattolici che anglicani, colpiti dalle persecuzioni contro i cristiani avvenute in Uganda sul finire del 1800.
L’incontro con i “Padri Bianchi” e la conversione al cristianesimo.
La loro storia si svolge sotto il regno di Mwanga II, re di Buganda (oggi parte dell’Uganda), tra il novembre 1885 e la metà del 1886. Carlo, in particolare, appartiene al clan di Ngabi, ma su di lui fanno presa le parole del Vangelo pronunciate e testimoniate dai Missionari d’Africa, meglio conosciuti come “Padri Bianchi”, fondati dal Cardinale Lavigerie. Il giovane Lwanga si converte al cristianesimo e, nel 1885, viene chiamato a corte come prefetto della Sala Reale. Sin da subito, diviene un punto di riferimento per gli altri, in particolare per i neoconvertiti, dei quali sostiene e incoraggia la fede.
L’inizio delle persecuzioni.
Inizialmente, re Mwanga – anch’egli educato dai “Padri Bianchi”, ma fortemente testardo e ribelle – lo accoglie con benevolenza. Poi, sobillato dagli stregoni locali che vedono il loro potere compromesso dalla forza del Vangelo, il sovrano dà inizio a una vera e propria persecuzione contro i cristiani, soprattutto perché non cedono al suo volere dissoluto. Il 25 maggio 1886, Carlo Lwanga viene condannato a morte, insieme ad altri. Il giorno seguente, cominciano le prime esecuzioni.
Una “Via Crucis” lunga otto giorni
Per accrescere la sofferenza dei condannati, il sovrano decide di trasferirli dal Palazzo reale di Munyonyo a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: 27 miglia separano i due luoghi, 27 miglia che diventano una vera e propria “Via Crucis”. Lungo la strada Carlo e i suoi compagni sono oggetto delle violenze dei soldati del re che cercano, con ogni mezzo, di farli abiurare. In otto giorni di cammino, molti muoiono trafitti da lance, impiccati e persino inchiodati agli alberi.
Arsi vivi sulla collina di Namugongo.
Il 3 giugno i sopravvissuti giungono stremati sulla collina di Namugongo, dove li aspetta il rogo. Carlo Lwanga e i suoi compagni, insieme ad alcuni fedeli anglicani, vengono arsi vivi. Pregano fino alla fine, senza emettere un gemito, dando una prova luminosa di fede feconda. Uno tra loro, Bruno Ssrerunkuma, dirà, prima di spirare: “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai. E quando noi non ci saremo più, altri verranno dopo di noi”.
Canonizzati da Paolo VI nel 1964
Nel 1920, Benedetto XV li proclama Beati. Quattordici anni dopo, nel 1934, Pio XI designa Carlo Lwanga “Patrono della gioventù dell’Africa cristiana”. Sarà poi Paolo VI a canonizzare tutto il gruppo il 18 ottobre 1964, durante il Concilio Vaticano II. E sarà sempre Papa Montini, recatosi in Uganda nel 1969, a consacrare l’altare maggiore del Santuario di Namugongo, costruito sul luogo del loro martirio. La forma della chiesa che vi sorge oggi evoca la capanna tradizionale africana e poggia su 22 pilastri che rappresentano i 22 martiri cattolici.

Tra pochi giorni vivremo il primo venerdì di giugno, nel mese dedicato al Cuore divino di Gesù. È un appuntamento che me...
02/06/2026

Tra pochi giorni vivremo il primo venerdì di giugno, nel mese dedicato al Cuore divino di Gesù. È un appuntamento che merita di essere preparato con attenzione, senza lasciarlo scorrere come un gesto tra gli altri. Per entrare in questo mistero, la Chiesa ci affida il Vangelo di Giovanni, là dove si legge: «uno dei soldati gli colpì il fianco con una lancia e subito ne uscì sangue e acqua» (Gv 19,34).
Queste parole non vanno ascoltate con leggerezza. Giovanni non descrive un corpo che si spegne, ma un corpo che continua a dare. Il gesto del soldato appartiene alla logica della forza, eppure viene accolto in un disegno più grande. Da quel fianco aperto scaturisce ciò che permette alla comunità cristiana di vivere. L’acqua richiama tutto ciò che Gesù aveva promesso lungo il suo cammino: un dono che purifica, che rinnova, che accompagna. Il sangue, nella tradizione biblica, è la vita stessa: non è un segno di sconfitta, ma una vita che continua a raggiungere l’umanità.
Il discepolo che vede e testimonia non registra un fatto: riconosce un inizio nuovo. Comprende che da quel corpo nasce una comunità chiamata a vivere di ciò che riceve. Per questo il Cuore di Cristo non è un’immagine fragile o emotiva: è il punto in cui Dio si lascia avvicinare nella Sua intimità. Lì si comprende che l’amore non resta chiuso, ma si offre, si lascia toccare, non trattiene nulla. È un amore che dà vita dall’interno, che non si ritrae davanti alla fragilità umana.
Prepararsi al primo venerdì di giugno significa lasciarsi condurre verso questo mistero con sincerità. Non basta ricordare una tradizione o ripetere una formula: occorre permettere a quel versetto del Vangelo di entrare nel cuore. Basta leggerlo lentamente, lasciarlo maturare, accogliere ciò che suscita. Il Cuore di Cristo non è un concetto astratto: è una realtà viva nella Chiesa. È il punto in cui ogni solitudine trova accoglienza, in cui ogni dolore può incontrare una via di guarigione, in cui ogni paura può aprirsi alla fiducia.
Se ci prepariamo così, il primo venerdì di giugno non sarà un gesto in più, ma un ritorno a ciò che dà forma alla nostra fede. Scopriremo che la vita cristiana scaturisce da un Incontro: da quel fianco aperto che continua a donare. È lì che tutto prende forma.

Santi Marcellino, sacerdote, e Pietro, esorcista, martiri sulla via Labicana. 02 giugno. Due alberi di alloro, un bosco ...
02/06/2026

Santi Marcellino, sacerdote, e Pietro, esorcista, martiri sulla via Labicana.
02 giugno.
Due alberi di alloro, un bosco che cambia nome, un nucleo di catacombe oggi tra i più famosi al mondo. Tracce di una natura ormai scomparsa, che resistono nella tradizione scritta, e pietre che resistono ai secoli e danno solidità a quella tradizione. Le radici di due martiri cristiani del quarto secolo, il prete Marcellino e l’esorcista Pietro, affiorano qui, da antichi martirologi e reticoli sotterranei scavati nel tufo.
La grande mattanza.
È il 304 e a Roma imperversa la grande persecuzione anticristiana voluta da Diocleziano. È l’ultima, grande mattanza ordinata dall’autorità romana prima della clemenza di Costantino. Il secondo dei quattro editti con i quali Diocleziano pianifica l’annientamento dei cristiani impone in particolare l’arresto di vescovi, sacerdoti, diaconi. Molti vengono giustiziati, perché i tribunali hanno facoltà di emettere la sentenza capitale. È in questo frangente che il sacerdote Marcellino finisce in carcere. Come tanti, il prete rifiuta di abiurare la fede, e tante prigioni diventano piccole comunità di credenti.
Il martirio nascosto.
In carcere Marcellino conosce Pietro, un esorcista. Insieme annunciano Cristo e molti si convertono, chiedono il Battesimo. I racconti agiografici, dai dettagli più o meno leggendari, riferiscono di miracoli, come la guarigione della figlia del loro carceriere. Per il giudice evidentemente è troppo, i due devono essere tolti di mezzo. Qui la storia si fa più certa grazie a Papa Damaso I, che la racconta qualche decennio dopo. Marcellino e Pietro vengono torturati, portati in un bosco conosciuto come Selva Nera, costretti all’ultima, crudele umiliazione – scavare da sé la propria fossa – infine decapitati. Per la legge giustizia è fatta e la scelta della boscaglia è una scaltrezza aggiuntiva: oscurare per sempre il luogo dell’esecuzione. Calcolo sbagliato.
“Pietas” di una matrona.
Perché una matrona romana, Lucilla, arriva a conoscere tempo dopo il luogo del martirio. La donna rintraccia e fa spostare le salme di Marcellino e Pietro dalla Selva Nera – che da lì in poi verrà ribattezzata nell’attuale Selva Candida – nel cimitero detto “ad duas lauros”, oggi sulla Via Casilina, forse perché contrassegnato dalla presenza di due allori. Papa Damaso compone un carme che fa apporre sulla nuova tomba e quando i Goti lo distruggono Papa Vigilio lo fa ricollocare e inserisce i nomi dei due martiri anche nel Canone della Messa. Avverranno poi traslazioni più o meno lecite di reliquie, ma le chiese romane e le catacombe tutt’oggi aperte e vive perpetuano la memoria di due uomini troppo grandi per essere cancellati da due anonimi tumuli nascosti nel fitto di una boscaglia.

Quando un nuovo mese si apre, soprattutto un lunedì, tutto sembra ricominciare con una certa lentezza. È come se la vita...
01/06/2026

Quando un nuovo mese si apre, soprattutto un lunedì, tutto sembra ricominciare con una certa lentezza. È come se la vita ci invitasse a riprendere il passo, ma senza fretta, quasi ricordandoci che non siamo noi a dover sostenere il mondo. È Dio che ci precede, ci accompagna e ci segue. Questo cambia tutto: non siamo noi a dover raggiungere un traguardo spirituale, ma siamo accolti dentro un movimento che è già iniziato da Lui.
Lasciarsi andare alla Sua volontà non significa rinunciare alla propria libertà, ma riconoscere che la nostra libertà trova respiro quando smette di irrigidirsi. È un affidamento che cresce nelle piccole cose, quelle che spesso ignoriamo perché ci sembrano troppo ordinarie. Eppure è proprio lì che si manifesta la Sua opera: in un gesto gentile ricevuto o donato, in una fatica affrontata con pazienza, in un imprevisto che ci costringe a rallentare, in un incontro che non avevamo programmato. Ogni frammento della giornata può diventare un luogo in cui Dio ci raggiunge.
Il Tempo Ordinario ci educa a questo: a scoprire che la vita quotidiana non è un intervallo tra momenti più importanti, ma il terreno dove Dio costruisce la comunione con noi. Non c’è nulla di anonimo per Lui. Anche ciò che a noi appare minimo può diventare uno spazio libero attraverso cui passa la Sua presenza. E quando ci accorgiamo di questo, nasce una fiducia nuova: non siamo soli nel cammino, perché il cammino è già abitato.
Rimettersi “on the road” allora non è un atto eroico, ma un gesto semplice: accettare di essere guidati. Significa dire, anche senza parole: “Eccomi, fa’ Tu”. E mentre lo diciamo, scopriamo che la strada non è più un enigma, ma un luogo dove la Grazia lavora con discrezione. La volontà di Dio non ci schiaccia, ci sostiene. Non ci toglie nulla, ci restituisce tutto in modo più vero.
Forse il passo più importante è custodire l’umiltà. Non quella che si veste di modestia apparente, ma quella che riconosce che la verità non nasce da noi. L’umiltà apre l’ascolto, scioglie la durezza, permette alla Parola di raggiungerci. Senza di essa, anche ciò che è luminoso ci sembrerebbe opaco. Con essa, anche ciò che è oscuro può diventare un’occasione di crescita.
In questo inizio di giugno, mentre la luce del giorno si allunga e la vita sembra espandersi, possiamo lasciarci condurre da Dio proprio così: senza forzature, senza pretese, con la disponibilità di chi sa che ogni passo è già preceduto da un Amore più grande. E allora il cammino non fa più paura. Diventa un incontro continuo, un dialogo che si rinnova, una gioia che non dipende dalle circostanze. Buon inizio del mese dedicato al Cuore divino di Gesù!

Indirizzo

Viale Caduti Del 28 Luglio 1943 N. 5
Bari
70126

Orario di apertura

Lunedì 10:30 - 12:30
17:30 - 19:30
Martedì 10:30 - 12:30
17:30 - 19:30
Mercoledì 10:00 - 12:30
17:30 - 19:30
Giovedì 10:00 - 12:30
17:30 - 19:30
Venerdì 17:30 - 19:30
Sabato 10:00 - 12:30
17:30 - 20:00
Domenica 09:00 - 13:00
17:30 - 20:00

Telefono

+390805588183

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