06/09/2026
"Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo" (Qo 3,1).
È domenica e serve oggi più che mai riflettere sul "dono del tempo". Lo faccio a partire da un celebre brano del Libro di Qoelet, che per esteso arriva fino al versetto ottavo: ho riportato solo il primo versetto.
Qoèlet contempla il tempo come una realtà che non nasce dall’uomo, ma da Dio. Ogni istante è consegnato, non scelto; ogni momento possiede una qualità che non può essere manipolata. L’uomo vive rettamente solo quando accoglie ciò che gli viene incontro come tempo disposto da Dio. La lunga sequenza dei tempi – nascere e morire, piantare e sradicare, demolire e costruire, piangere e ridere, tacere e parlare, amare e odiare – non è un elenco di fatalismi, ma la rivelazione che il tempo è il luogo in cui Dio si comunica. L’uomo non può trarre profitto definitivo dalle sue opere, perché il senso ultimo non è nelle sue mani. E tuttavia Dio ha posto nel cuore dell’uomo l’eternità, una nostalgia che lo spinge a cercare ciò che non può possedere, a intuire un ordine che non riesce a comprendere fino in fondo.
In questa tensione tra limite ed eternità nasce la sapienza. L’uomo non è chiamato a prevedere il futuro né a sezionare il passato, ma a riconciliarsi con ciò che è stato e a consegnarsi a ciò che viene. Il presente diventa il luogo dell’incontro con Dio, l’unico spazio in cui la disperazione tace e la fiducia può respirare. Teresa di Lisieux ha intuito che la pace nasce quando ci si abbandona a Dio nel momento presente, senza voler anticipare ciò che non è ancora né correggere ciò che non può più essere cambiato. Il presente è sufficiente, perché Dio è presente.
Dentro questa meditazione sul tempo si inserisce la misteriosa ricorrenza del numero quattordici nella Bibbia, che non è mai un semplice dato numerico. Nella genealogia di Matteo, la storia della salvezza è scandita in tre serie di quattordici generazioni, come se Dio avesse impresso nel tessuto della storia un ritmo nascosto, una cadenza che guida gli eventi verso il compimento. Quattordici è due volte sette, e sette è la pienezza: ogni quattordici indica un ciclo che giunge al suo culmine e apre un nuovo inizio. È come se la Scrittura dicesse che la storia non procede a caso, ma secondo un’armonia che l’uomo non vede e che tuttavia lo sostiene. Anche quando Qoèlet afferma che l’uomo non può comprendere l’opera che Dio compie dal principio alla fine, la Bibbia mostra che Dio non agisce nel caos, ma in una trama ordinata, spesso invisibile, ma reale.
Questo ritmo nascosto si illumina ulteriormente nel quattordici di Nisan, il giorno in cui Israele celebra la Pasqua. È il giorno in cui il tempo si apre, in cui la schiavitù si spezza, in cui la storia riceve una direzione nuova. Il quattordici di Nisan diventa il punto in cui Dio non solo scandisce il tempo, ma lo trasforma. È il giorno in cui l’agnello viene immolato, il giorno in cui la liberazione comincia, il giorno in cui la notte si carica di promessa. E proprio in questo giorno, nel cuore della Pasqua ebraica, si colloca anche l’ora di Gesù: il Figlio consegna se stesso come l’Agnello definitivo, compiendo in sé il senso profondo di quel quattordici che aveva inaugurato l’esodo. La sua passione si innesta nella trama antica e la porta a compimento; il suo sangue versato nel quattordici di Nisan diventa la nuova liberazione, l’apertura del tempo ultimo, la soglia attraverso cui la storia entra nella sua pienezza. Non è un caso che la memoria cristiana riconosca in quella data il punto in cui il tempo si rovescia, in cui la notte diventa luce, in cui la morte diventa passaggio.
Ogni quattordici biblico indica un compimento che apre una nuova nascita; il quattordici di Nisan, trasfigurato da Cristo, è il compimento che inaugura la libertà definitiva. Così il tempo non è solo successione, ma gestazione; non è solo limite, ma promessa. L’uomo vive dentro questa dinamica senza poterla dominare, ma può riconoscerla e lasciarsi condurre. Qoèlet invita a non rimuginare sul futuro, perché il futuro non è nelle mani dell’uomo. Invita a non sezionare il passato, perché il passato si scioglie solo quando viene riconciliato. Invita a vivere nel presente, perché qui Dio si dona. E la Bibbia, attraverso il ritmo del quattordici, il quattordici di Nisan e la Pasqua di Gesù, mostra che questo presente non è isolato, ma inserito in una storia che ha un ordine, una direzione, una pienezza che ritorna e si rinnova. L’uomo non vede la perfezione dell’opera di Dio, ma può fidarsi che essa esiste. Può consegnarsi a Dio sapendo che ogni tempo, anche quello che non comprende, è un tempo disposto da Lui. In questa consegna la vita riesce, perché il tempo diventa il luogo in cui l’eternità si avvicina e l’uomo scopre di essere custodito. Buona domenica, buona eternità nel tempo!🙏🏻🙋🏻♂️