Parrocchie Ss Stefano e Vito MM e S Lorenzo M

Parrocchie Ss Stefano e Vito MM e S Lorenzo M L'Unità Pastorale di Baia e Latina (CE) lega le due Parrocchie presenti nel Comune, quella di S. Stefano Protomartire e S. Vito M. Lorenzo Diacono e M.

nel centro di Baia e quella di S. nel centro di Latina.

23/05/2026

Sabato della VII settimana di Pasqua
At 28,16-20.30-31 Sal 10 Gv 21,20-25

Questo è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e la sua testimonianza è vera.

La Pentecoste segna un passaggio decisivo nella vita e nella storia della Chiesa. Lo Spirito Santo è il respiro di Dio: se lo accogliamo, significa che Lui respira in noi, vive in noi, si muove e parla in noi. Non si tratta soltanto di una presenza esterna, di un Dio «vicino» a noi: la Pentecoste inaugura qualcosa di più profondo e sconvolgente. Non solo Dio è in mezzo a noi - Lui è dentro di noi, abita in noi.
Paolo lo descrive cosí: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Quello che è accaduto nella vicenda personale dell'Apostolo - questa trasformazione interiore, questa morte dell'«io» vecchio e nascita dell'«io» nuovo - si compie nella vita della Chiesa intera con l'effusione dello Spirito. La Pentecoste non è il ricordo di un evento lontano: è un evento sempre attuale, un'offerta rinnovata ogni giorno.
Vivere la Pentecoste significa, dunque, lasciar vivere Lui in me. Significa fare spazio, lasciare che lo Spirito prenda possesso della mia vita, dei miei pensieri, delle mie parole e delle mie scelte. Non è una resa passiva, ma la più grande delle libertà: quella di chi si lascia guidare dall'amore. Ed è esattamente ciò che è successo agli apostoli: appena lo Spirito Santo è disceso su di loro, escono dal Cenacolo parlando lingue nuove, con il cuore ardente e la bocca piena delle grandi opere di Dio.
Vale la pena sottolineare che il primo segno dello Spirito è l'universalità. Lo Spirito non conosce frontiere di lingua, di popolo, di cultura. In quel giorno a Gerusalemme, ognuno udiva nel proprio idioma le meraviglie di Dio (cf. At 2,11). È lo stesso Spirito che oggi ci manda ad attraversare confini, a superare le nostre chiusure, a uscire dai nostri recinti.
La Chiesa nasce per il mondo. Nasce per schizzare fuori dai cenacoli nei quali ci rinchiudiamo - per paura, per abitudine, per comodità - e per percorrere le vie del mondo, annunciando che vivere con Lui e vivere senza di Lui non è per niente la stessa cosa. La differenza non è soltanto morale o religiosa: è una differenza di vita, di pienezza, di senso. La Chiesa è sale, lievito, luce e seme. Non può stare ferma. Non può bastare a sé stessa. Deve mischiarsi con il mondo, deve amarlo, deve servirlo - come fa Dio che tanto amò il mondo da dare il suo Figlio unigenito (cf. Gv 3,16).

22/05/2026
22/05/2026

Venerdì della VII settimana di Pasqua
At 25,13-21 Sal 102 Gv 21,15-19
Santa Rita da Cascia, vedova e religiosa - memoria facoltativa

Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore.

Una delle manifestazioni di Gesù Risorto avviene sulla spiaggia. Gesù vede i suoi che pescano e chiede loro «figlioli avete qualcosa da mangiare?» Che tenerezza usa il Signore con queste parole. Chiede a noi se abbiamo qualcosa da mangiare, cioè ci ritiene capaci, ci invita a guardarci dentro, a scoprire che in noi vi è la capacità di amare! Certo, a volte abbiamo paura di essere traditi, delusi, a volte non ne siamo capaci perché egoisti, perché non chiediamo a Lui la forza di amare come Lui ha amato. Ma il Signore non viene a chiedere cose a noi, ma viene a rendere bella la nostra vita donandoci la capacità di amare, perché noi siamo felici solo se sappiamo amare nella verità. Dopo il triplice rinnegamento di Pietro durante l'arresto di Gesù, il Maestro per tre volte viene a chiedere a Pietro se lo ama, se gli vuol bene. È scritto che Pietro rimase addolorato dopo la terza volta ma questo suo dolore è salutare, perché porta Pietro a rientrare in se stesso, a rendersi conto della sua fragilità, di quando ha rinnegato il Maestro. E tutto ciò non avviene perché Pietro si danni ma perché si renda conto che Gesù non lo ha giudicato né condannato, ma lo ha sempre e solo amato! Quanto ci fa bene pensare ciò! Quando i fallimenti della vita ci portano allo scoraggiamento, quando la disperazione per certi errori commessi sembra quasi prendere il sopravvento, quando rinneghiamo Gesù con i nostri comportamenti, quando ci allontaniamo da Lui, Egli accorcia nuovamente le distanze, ci viene incontro e ci dice: "figliolo, hai qualcosa per me? Mi vuoi bene nonostante tutto? Perché io non ho mai smesso di amarti"! Coraggio dunque, perché qualsiasi cosa ci rimproveri il nostro cuore, Dio è più grande del nostro cuore! E non dimentichiamo che alla fine dei tempi, nel giorno del giudizio, il Signore non ci chiederà quanti peccati abbiamo commesso ma se e quanto abbiamo amato! Decidiamoci dunque oggi ad amare e se non ne siamo capaci, perché non lo siamo, consegniamo il nostro cuore al Signore affinché sia Lui ad amare in noi e attraverso di noi.

«Gesù, maestro di umanità, usa il linguaggio semplice dell'amore: mi ami? Mi vuoi bene? Il linguaggio del sacro diventa il linguaggio delle radici profonde della vita. Seguiamo le tre domande, sempre uguali, sempre diverse: Simone, mi ami più di tutti? Pietro risponde con un altro verbo, quello più umile dell'amicizia e dell'affetto: ti voglio bene. Anche nella seconda risposta Pietro mantiene il profilo basso di chi conosce bene il cuore dell'uomo: ti sono amico. Nella terza domanda succede qualcosa di straordinario. Gesù adotta il verbo di Pietro, si abbassa, si avvicina, lo raggiunge là dov'è: Simone, mi vuoi bene? Dammi affetto, se l'amore è troppo; amicizia, se l'amore ti mette paura. Pietro, sei mio amico? E mi basterà, perché il tuo desiderio di amore è già amore. Gesù rallenta il passo sul ritmo del nostro, la misura di Pietro diventa più importante di se stesso: l'amore vero mette il tu prima dell'io. Pietro sente il pianto salirgli in gola: vede Dio mendicante d'amore, Dio delle briciole, cui basta così poco, e un cuore sincero. Nell'ultimo giorno sono certo che, se anche per mille volte avrò tradito, il Signore per mille volte mi chiederà soltanto questo: Mi vuoi bene? E io non dovrò fare altro che rispondere per mille volte, soltanto questo: Ti voglio bene» (p. Ermes Ronchi).

21/05/2026

Giovedì della VII settimana di Pasqua
At 22,30;23,6-11 Sal 15 Gv 17,20-26

Siano perfetti nell'unità.

Dov'è il Padre? Il Padre è nel Figlio. E dov'è il Figlio? Il Figlio è in noi. Qual è la parte più visibile di Dio? Noi. Questa è la grande responsabilità che ci è stata consegnata, e cioè quella di essere la visibilità di Dio. E ciò è possibile perché l'amore ci fa entrare nell'altro in maniera profonda. Quando si ama qualcuno allora quell'amore ci entra talmente dentro che tutto quello che si fa è influenzato da quell'amore. In questo senso ogni cosa parla di quell'amore. Tutto ciò che Gesù ha fatto nella vita lo ha fatto rendendo visibile l'amore del Padre. E questo perché è talmente forte e vero l'amore che ha per il Padre e che il Padre ha per Lui, che ogni cosa che ha fatto l'ha fatta influenzato da quest'amore. Allo stesso modo l'amore profondo per Cristo dovrebbe raggiungere così profondamente noi da lasciare che questo amore influenzi tutto quello che facciamo così da poter dire che ogni cosa fatta è un modo di mostrarsi dell'amore di Cristo. Chi vede cioè quello che facciamo, in un certo senso, vede l'amore di Cristo, e chi vede l'amore di Cristo vede l'amore del Padre. Nessuno allora può dire di non vedere Dio, perché incontrando ogni cosa fatta da un discepolo che ama Gesù, è incontrare nei fatti Cristo stesso. È così che Dio ha scelto di toccare la vita degli uomini: attraverso Suo Figlio. E Suo Figlio ha scelto di toccare la vita degli uomini attraverso di noi. La più grande nostra responsabilità è non tradire questo passaggio di amore. Quando noi non amiamo impediamo a Cristo di amare e agli altri di vedere Dio. L'evangelizzazione consiste solo nel permettere all'amore di passare attraverso di noi.

O Dio creatore e Padre, che riunisci i dispersi e li custodisci nell'unità, guarda con bontà il gregge del tuo Figlio, perché quanti sono consacrati da un solo Battesimo formino una sola famiglia nel vincolo dell'amore e della vera fede.

La voce di un santo

"I primi cristiani hanno saputo mettere in pratica molto bene l'ardore di questa ca**tà, che superava di gran lunga le vette della semplice solidarietà umana, o della benignità di carattere. Si amavano fra di loro, dolcemente e con fortezza, a partire dal Cuore di Cristo"

Josèmaria Escrivà

20/05/2026

Mercoledì della VII settimana di Pasqua
At 20,28-38 Sal 67 Gv 17,11-19

Siano una cosa sola, come noi.

«Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno», Queste parole di Gesù sono di grande insegnamento per educatori e genitori ai quali Dio ha affidato delle persone. Vi sono molte persone che esprimono il loro amore in maniera molto protettiva, direi quasi soffocante. Oggi molti genitori cercano di preparare vie preferenziali ai figli: cercano di togliere ogni ostacolo dal loro cammino di vita, cercano di preparare una via lastricata priva di prove e tentazioni. Questo non aiuta: significa privare l'altro della vita stessa, significa non preparare i giovani ad affrontare la vita, ma farli crescere come persone immature, impreparate ad affrontare la realtà con i suoi problemi. Ecco, Gesù non chiede al Padre di toglierci dal mondo, dalla vita concreta con tutte le sue sfaccettature: «Egli chiede al Padre di custodirci dal male, o meglio che esso non abbia mai l'ultima parola su di noi. Lasciare chi si ama nella lotta significa fare un atto di fiducia in lui. È un po' come dire "tu sei capace di affrontare questa prova. Tu vali!". Al contrario essere tolti da una prova equivale a dire implicitamente "sei incapace, per questo ti salvo io"» (Luigi Epicoco).
Davanti all'agire di Gesù vogliamo chiedere la grazia innanzitutto di non fuggire noi dalle prove della vita e poi di educare anche gli altri a non fuggire, sapendo che solo affrontandole si diventa persone mature e responsabili.
«La nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso, se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova. Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale. Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tener lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato» (Sant'Agostino).

Carissimi, sabato le Ss Messe subiranno una variazione di orario poiché i sacerdoti saranno impegnati a Teano per le Ord...
19/05/2026

Carissimi, sabato le Ss Messe subiranno una variazione di orario poiché i sacerdoti saranno impegnati a Teano per le Ordinazioni Presbiterali.
Vi invito a pregare lo Spirito Santo affinché i novelli sacerdoti e altri giovani possano seguire e ascoltare la voce del Pastore che li chiama ad essere operai nella sua mèsse.
Grazie per le vostre preghiere e il Signore vi benedica

19/05/2026

Martedì della VII settimana di Pasqua
At 20,17-27 Sal 67 Gv 17,1-11

Padre, glorifica il Figlio tuo.

II capitolo 17 del Vangelo di Giovanni ci riporta la preghiera più lunga di Gesù al Padre. Essa è al termine dei famosi "discorsi di addio" con il quale si apre la narrazione della Passione di Gesù. In questa sua accorata preghiera rivolta al Padre, noi constatiamo tutto l'amore di Gesù per noi. Lui è consapevole che la sua missione terrena volge al termine, che dovrà affrontare la solitudine, il dolore, la morte ma tutta la sua preoccupazione è per i suoi discepoli. «Padre ti prego per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi». Gesù prega per loro perché sono nel mondo; prega perché abbiano la forza di affrontare le difficoltà alle quali andranno incontro. Che bello sapere ciò! Che bello sapere che Gesù prega per noi! La sua preghiera, infatti, si estende a tutti noi e fino alla fine del mondo! Spesso nei momenti difficili, quando ci sentiamo soli, quando facciamo esperienza della nostra fragilità, quando la nostra fede traballa, quanto ci fa bene ricordare che Gesù sta pregando per noi! Egli prega il Padre perché ci custodisca. Siamo figli amati, abbiamo un Padre che ci ama a tal punto da dare per amore il suo Figlio unigenito, e questi è contento di donarsi per noi fino all'effusione del suo sangue! Chi mai ci ha amati, ci ama e ci amerà sino a tal punto? Facciamo dunque risuonare nel cuore queste parole che il nostro Redentore fece udire un giorno ad un credente: «Io ti sono più amico che il tale e il talaltro; io ho fatto per te più di essi; essi non soffrirebbero per te quello che io ho sofferto e non morirebbero per te, come lo ho fatto e sarei disposto a fare ancora!» (B. Pascal).

«O Dio che ci hai amato per primo, noi parliamo di te come di un semplice fatto storico, come se una volta soltanto tu ci avessi amati per primo. E tuttavia tu lo fai sempre. Molte volte, ogni volta, durante tutta la vita, tu ci ami per primo. Quando ci svegliamo al mattino e volgiamo a te il nostro pensiero, tu sei il primo, tu ci hai amati per primo. Se mi alzo all'alba e volgo a te, in un medesimo istante, il mio animo, tu mi hai già preceduto, mi hai amato per primo. Quando m'allontano dalle distrazioni, e mi raccolgo per pensare a te, tu sei stato il primo. E così sempre. E poi, noi ingrati, parliamo come se una volta sola tu ci avessi amato così per primo!» (Soren Kierkegaard).

Carissimi, la prossima domenica si svolgerà il secondo turno delle Prime Comunioni nella parrocchia di Baia.Preghiamo lo...
18/05/2026

Carissimi, la prossima domenica si svolgerà il secondo turno delle Prime Comunioni nella parrocchia di Baia.
Preghiamo lo Spirito Santo affinché questi nostri bambini siano infiammati di santo Amore nell’Eucarestia.
La Vergine Maria accompagni questi fanciulli nell’incontro col Figlio suo, Gesù.
Il Signore vi benedica

18/05/2026

Lunedì della VII settimana di Pasqua
At 19,1-8 Sal 67 Gv 16,29-33

Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!

"Io ho vinto il mondo". Sono le parole che Gesù consegna ai discepoli ben sapendo del tradimento che faranno, lasciandolo da solo.
Si faranno prendere dalla paura e scaperanno.
La Croce di Cristo è simbolo della vittoria sul male e sulla morte, la risurrezione, di cui la Pasqua ci ha fatto rivivere, è la parola ultima.
Questo ci invita a vivere la fede, non come paura, ma con la consapevolezza che Dio ci ha amato e ha vinto il principe di questo mondo.
Sgomenti davanti alla crudeltà di questi tempi viviamo nella consapevolezza che il male non ha vinto ed è stato sconfitto.
Troppi i cristiani che vivono come se Cristo non avesse vinto. Toni apocalittici che fanno paura e serpeggiano.
Venga in aiuto lo Spirito Santo a illuminarci a vincere le nostre preoccupazioni.
Questo dono che rivivremo a Pentecoste e che abbiamo il compito di conoscere per evitare di vivere come quei tali della prima lettura, tratta dagli Atti, che affermano: "Non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo"
Lo Spirito invece è frutto dell'amore che il Padre riversa sul Figlio e che il Figlio a sua volta riversa sul Padre.
Lo Spirito ci inserisce in questo amore e vince tutte le nostre paure perché ci immerge in quell'abbraccio che è da sempre e per sempre.

Domenica 17 Maggio 2026ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)At 1,1-11   Sal 46   Ef 1,17-23   Mt 28,16-20Dal Vangelo secondo M...
17/05/2026

Domenica 17 Maggio 2026
ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 1,1-11 Sal 46 Ef 1,17-23 Mt 28,16-20

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Non ci sono più scuse

Il Regno di Dio è stato il tema iniziale del Vangelo di Gesù, il primo da lui annunciato all'inizio della sua missione. E l'attesa dei discepoli nei confronti di questo "Regno" è sempre stata grande: la maggior parte di loro aveva confuso l'idea del "Regno" con qualcosa di politico, con la riconquista della libertà del popolo d'Israele perduta a causa dell'invasione di Roma. Gli stessi invasori si erano lasciati persuadere che Gesù fosse un agitatore politico, e con questa condanna l'hanno messo in croce, consegnandolo alla storia, sacra e profana, come il "Re dei Giudei". Nonostante quel venerdì pomeriggio, sul Golgota, la loro delusione fosse stata grande, dopo quaranta giorni i discepoli insistono nella loro pretesa di avere un Regno tutto per loro: "Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il Regno per Israele?". Come a dire: "Adesso che sei risorto dalla morte e che anche la morte non è più invincibile, sei in grado di rimettere a posto le cose e di ridarci un Regno?".
A volte, anche noi sembriamo avanzare pretese simili a queste. Quando diamo uno sguardo a questo mondo, ci viene voglia di dire a Dio che è ora di intervenire, di mettere a posto le cose, di mettere mano a questo mondo, a dir poco penoso. Sarebbe ora che Dio rivelasse agli uomini la potenza del suo Regno, che si dimostrasse più efficace nel far capire agli uomini le sue intenzioni, che non perdesse più tempo di fronte ai drammi dell'umanità.
Ma i tempi del Regno di Dio non sono i nostri tempi. Perché "non spetta a noi conoscere tempi o momenti che il Padre ha rivelato al suo potere": e con queste parole, Gesù chiude ogni discorso, perché poi una nube lo sottrae allo sguardo dei discepoli.
La nube, nella Bibbia, indica uno spazio di incomprensione che avvolge Dio di mistero; è un simbolo utilizzato per dirci che tra lui e noi rimane sempre un velo di mistero che solo lui, con i suoi tempi, è in grado di svelare. Il Regno di Dio è già in mezzo a noi: ma il suo disegno, nella sua globalità, rimane per noi ancora incomprensibile. Questo mistero, tuttavia, non giustifica la nostra accidia, il nostro mancato impegno, la nostra inattività. Non possiamo dire: "Mentre il Regno di Dio non sia ancora compiuto, io me ne sto a guardare". Anche i discepoli stettero a guardare, mentre Gesù saliva al cielo, e furono rimproverati da quegli stessi uomini in bianche vesti che, il mattino di Pasqua, dissero alle donne di non cercare tra i morti Colui che era vivo: "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?".
Come i discepoli, anche noi troppo spesso ci fermiamo a guardare il cielo. A volte sentiamo nostalgia delle "cose di lassù", forse perché non ne possiamo piú di "quelle di quaggiù"; a volte, invece, non accettiamo di dover rimanere avvolti nella nube del mistero e dell'incomprensione. In entrambi i casi, si tratta di una perdita di tempo: quel Gesù "verrà un giorno nello stesso modo in cui se n'è andato". Vale a dire che, se i tempi e i momenti di Dio non possono essere da noi compresi ora, non lo saranno nemmeno quando Dio deciderà di tornare sulla terra, alla fine dei tempi. "Nel frattempo", ovvero fra un tempo e l'altro, è arrivato il nostro tempo: è giunto il momento di dire il nostro "sí" al progetto del Regno di Dio. È terminato il tempo di Gesù sulla terra: è iniziato il tempo della Chiesa, quel tempo in cui, forti dello Spirito Santo, abbassato lo sguardo verso la quotidiana realtà di questo mondo, ci voltiamo indietro le maniche e costruiamo quel pezzo del Regno di Dio che ci è stato affidato.
Per fare questo - ci dice la conclusione del Vangelo di Matteo - dobbiamo "andare in Galilea", su quel monte dove tutto era iniziato, quel monte delle Beatitudini, forse, dove per la prima volta era stato annunciato il Regno di Dio. Bisogna tornare alle origini della nostra fede, al momento in cui Gesù ci ha conquistati con le sue parole e lo abbiamo seguito. Adesso, però, tutto si fa più difficile, per i discepoli, perché c'è stato di mezzo il drammatico momento della croce, in cui tutti lo avevano abbandonato e avevano smesso di credere in lui. Tant'è vero che, il giorno dell'Ascensione, sul monte di Galilea, "essi dubitarono".
E così, il Maestro, con la sua pazienza infinita, si avvicina a loro e lancia una nuova proposta, che suona più come un compito, una missione: "Andate... fate discepoli... battezzate... insegnate".
Facile a dirsi... ma chi ci può riuscire? Con quali possibilità? Che strumenti abbiamo a disposizione, noi che - come i suoi discepoli - dubitiamo e continuiamo a dubitare, soprattutto delle nostre possibilità, di fronte a un mondo che va in tutt'altra direzione, rispetto al Vangelo?
Questo, però, è un problema solo nostro. Il Maestro, questo problema non l'ha, perché - dice loro -"mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra". È lui, la forza. È lui, lo strumento. È lui, la possibilità. È lui - per riprendere una delle sue frasi più famose - "la Via, la Verità e la Vita". E soprattutto, ci ricorda che non saremo mai soli: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".
Non si può più aspettare. Non ci sono più scuse per stare lì, fermi, a guardare il cielo...

16/05/2026

Sabato della VI settimana di Pasqua
At 18,23-28 Sal 46 Gv 16,23-28

Il Padre vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto.

«Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena». Queste Parole ci mettono in crisi perché tante volte chiediamo e non otteniamo. Le nostre preghiere sembrano suppliche messe lì con l'ansia di essere esauditi. Sembra che, a furia di parole, dobbiamo convincere il Signore della bontà delle nostre richieste, rimanendo infine delusi per non essere stati esauditi! Eppure il Vangelo ci dice altro: chiedere nel nome di Gesù significa che la nostra preghiera è chiamata a diventare la preghiera del Figlio che non ha mai chiesto di compiere altra volontà se non quella del Padre. E se nell'orto degli ulivi Gesù ha pregato il Padre perché allontanasse da Lui il calice della passione, attraverso la preghiera ha fatto sì che la sua volontà coincidesse con quella del Padre. Così, grazie al suo sì, Gesù ha trasformato la nostra volontà umana ribelle in volontà conforme ed unita alla volontà divina. Ecco, Gesù ci insegna l'abbandono confidente alla volontà del Padre, perché è proprio in quest'abbandono fiducioso che noi troviamo la vera gioia. Chiediamo dunque il dono della conversione: Padre, non come voglio io, ma come vuoi tu!

«Gesù ci chiede di pregare il Padre nel suo nome per chiedere ciò che ci dona gioia. Molto spesso a me succede, invece, di chiedere al Padre un sacco di cose di cui penso di avere assoluta necessità senza interrogarmi se esse rappresentino o meno la sorgente della gioia profonda! Spesso le nostre preghiere non vengono esaudite perché non hanno nulla a che vedere con la nostra felicità. Sia lo Spirito a orientare le nostre richieste perché lui solo sa di cosa abbiamo veramente bisogno» (Paolo Curtaz).

Indirizzo

Piazza S. Stefano
Baia Latina
81010

Sito Web

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