Parrocchie Ss Stefano e Vito MM e S Lorenzo M

Parrocchie Ss Stefano e Vito MM e S Lorenzo M L'Unità Pastorale di Baia e Latina (CE) lega le due Parrocchie presenti nel Comune, quella di S. Stefano Protomartire e S. Vito M. Lorenzo Diacono e M.

nel centro di Baia e quella di S. nel centro di Latina.

10/09/2026

Giovedì della XXIII settimana del Tempo Ordinario
1Cor 8,1-7.11-13 Sal 138 Lc 6,27-38

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.

L'amore al nemico? Il Vangelo di oggi è così alto che, pensando sia impossibile vivere, verrebbe da strappare questa pagina... L'amore al nemico è scandaloso, ma Cristo è scandaloso per il mondo, per questo Egli ci dice «Beati coloro che non si scandalizzeranno di me!» È Gesù che ha amato il nemico. È Lui che ha vissuto la vita straordinaria e noi, in quanto cristiani, siamo chiamati a fare cose straordinarie. Infatti ci ricorda Gesù: «se amate quelli che vi amano che fate di straordinario?». Noi non possiamo vivere una cosa normale, non possiamo accontentarci; d'altronde, come potremmo annunciare il Vangelo se non indichiamo una cosa straordinaria? Come possiamo essere credibili, come possiamo atti**re i lontani se non mostriamo con la nostra vita il di più, il bello che viene dal vivere in Cristo? Possiamo accettare di ti**re a campare in maniera mediocre? Non somiglieremmo a quel sale che, perso il suo sapore, viene gettato via e calpestato dagli uomini? La vita cristiana è una chiamata allo straordinario! Gesù si appella alla nostra sete di grandezza e orrore della mediocrità. Malgrado la nostra mediocrità, i nostri limiti, i nostri peccati non possiamo smettere di pensare e puntare in alto. Per questo Gesù ci parla di qualcosa che deve essere portata fuori dal suo ovvio. Il non rispondere al male con il male, il perdonare, il continuare ad amare è il modo per non diventare cattivi di fronte alla cattiveria. Spesso, infatti, ciò che viviamo di negativo ci porta a peggiore: viviamo nel risentimento, nel rancore, nella tristezza, nell'incapacità di aprirci nuovamente all'amore, alla generosità, all'amicizia Dunque rispondere al male con il bene è vivere nella libertà dei figli di Dio! È non rispondere in modo scimmiesco all'agire dell'altro. Un cristiano non reagisce ma agisce sempre in maniera evangelica, o almeno ci prova! Se l'altro ha odio io posso dare amore; mica gli altri decidono cosa devo fare! Se l'altro mi sparla, certo mi addolora, ma posso rispondere benedicendo, perlomeno tacendo. Sono una scimmia, un imitatore del male di ciò che l'altro mi fa, o ho una mia identità? Se l'altro si comporta verso di me in modo cattivo io che faccio? Rispondo così come l'altro o come mi ama il Signore? Lui ci ha chiamato ad una vita originale non ad essere una fotocopia della vita altrui; Egli ci chiama ad una vita che ha la sua sorgente nella vita con Lui. È Cristo che ci dona la grazia di perdonare e amare come Lui ha fatto. Gesù prima di chiederci cose straordinarie ci dona la grazia e la forza di fare cose straordinarie, non è certo bravura umana! Se rispondiamo alle mediocrità degli altri saremo mediocri come gli altri, se rispondiamo come Cristo saremo altri Cristo.

«Questa è la nostra verità, la tua verità è il bene, tu non sei vero quando sei egoista, tu sei vero quando ami, tu non sei vero, autentico, te stesso, quando reagisci con violenza alle cose, tu sei vero quando perdoni, tu sei vero quando ti apri all'amore. (...) Tu sei fatto per il bene, sei fatto per la luce, per la gioia, per l'amore, sei fatto per stare con gli altri felice di starci. Tu sei fatto per essere contento di come sei fatto, (...) tu non puoi disprezzare ciò che fa Dio, e tu sei un'opera di Dio, tu non puoi disprezzare una cosa che Dio ama, e a te Dio ti ama» (don Fabio Rosini).

09/09/2026

Mercoledì della XXIII settimana del Tempo Ordinario
1Cor 7,25-31 Sal 44 Lc 6,20-26

Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.

Il Vangelo di oggi ci presenta le beatitudini, considerate, a ragione, la magna charta del popolo di Dio. Prima che un'esclamazione o un discorso rivolto ai credenti, le beatitudini parlano innanzitutto di Dio, manifestano in profondità il suo cuore. «Chi legge con attenzione il testo si rende conto che le beatitudini sono come una nascosta biografia interiore di Gesù, un ritratto della sua figura. Egli che non ha dove posare il capo è il vero povero; egli è il vero mite, il vero puro di cuore che vede sempre Dio. È l'operatore di pace, colui che soffre per amore di Dio» (Benedetto XVI). Con le beatitudini Gesù è sceso al centro di questa nostra umanità per dare un senso a tutto ciò che ci fa paura, che ci opprime; e perché le sue parole non fossero vane Egli stesso si è fatto povero, ha avuto fame, ha sofferto, è stato perseguitato. L'annuncio di Gesù è un annuncio di liberazione riguardante tutti i piani dell'esistenza umana, e la sua liberazione avviene attraverso la proposta e la pratica delle beatitudini. Gesù vive in prima persona ciò che propone a chiunque voglia seguirlo. Non ci si può rifugiare in un vuoto spiritualismo, fine a se stesso, dimenticandosi degli ultimi. L'intervento di Dio nella storia è concreto ed è a favore di tutti gli ultimi, dei poveri, degli scartati che il mondo ha reso invisibili. Il cammino delle beatitudini è per un cammino di pace, e non ci può essere pace se noi abbiamo quel di più che appartiene ai poveri! Solo una Chiesa che segue il suo Signore nel cammino delle beatitudini è capace di rispondere ai poveri che rimproverano a noi "benestanti" di guardare solo a una parte del mondo e non l'altra che soffre per non essere messi in crisi. Sì, per alcuni è meglio non guardare altrimenti bisognerebbe essere solidali. L'invito a convertirsi allo spirito delle beatitudini è rivolto ad ognuno di noi: altrimenti, come potremmo annunciare la bellezza del Vangelo e una liberazione agli ultimi se non ci mettiamo, con parole e opere, dalla loro parte? Domandiamoci: cosa abbiamo di più che potremmo donare e non solo beni in denaro, ma anche di tempo e di servizio?

«Gli uomini e le donne delle beatitudini sono le feritoie per cui passa il mondo nuovo. Beati voi, poveri! Certo, il pensiero dubita. Beati voi che avete fame, ma nessuna garanzia ci è data. Beati voi che ora piangete, e non sono lacrime di gioia, ma gocce di dolore. Beati quelli che sentono come ferita il disamore del mondo. Beati, perché? Perché povero è bello, perché è buona cosa soffrire? No, ma per un altro motivo, per la risposta di Dio. La bella notizia è che Dio ha un debole per i deboli, li raccoglie dal fossato della vita, si prende cura di loro, fa avanzare la storia non con la forza, la ricchezza, la sazietà, ma per seminagioni di giustizia e condivisione, per raccolti di pace e lacrime asciugate. E ci saremmo aspettati: beati perché ci sarà un capovolgimento, una alternanza, perché i poveri diventeranno ricchi. No. Il progetto di Dio è più profondo e più delicato. Beati voi, poveri, perché vostro è il Regno, qui e adesso, perché avete più spazio per Dio, perché avete il cuore libero, al di là delle cose, affamato di un oltre, perché c'è più futuro in voi. Beati i poveri, che di nulla sono proprietari se non del cuore, che non avendo cose da donare hanno se stessi da dare, che sono al tempo stesso mano protesa che chiede, e mano tesa che dona, che tutto ricevono e tutto donano. Ci sorprende forse il guai. Ma Dio non maledice, Dio è incapace di augurare il male o di desiderarlo. Si tratta non di una minaccia, ma di un avvertimento: se ti riempi di cose, se sazi tutti gli appetiti, se cerchi applausi e il consenso, non sarai mai felice. I guai sono un lamento, anzi il compianto di Gesù su quelli che confondono superfluo ed essenziale, che sono pieni di sé, che si aggrappano alle cose, e non c'è spazio per l'eterno e per l'infinito, non hanno strade nel cuore, come fossero già morti. Le beatitudini sono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità» (p. Ermes Ronchi).

08/09/2026
Martedì della XXIII settimana del Tempo Ordinario NATIVITA' DELLA BEATA VERGINE MARIA - festaMi 5,1-4   Sal 12   Mt 1,1-...
08/09/2026

Martedì della XXIII settimana del Tempo Ordinario
NATIVITA' DELLA BEATA VERGINE MARIA - festa
Mi 5,1-4 Sal 12 Mt 1,1-16.18-23

Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.

Del Vangelo di oggi, in cui celebriamo la natività della Beata Vergine Maria, vogliamo mettere in risalto l'importanza del silenzio operante di Giuseppe. Non troviamo nessuna sua parola nei Vangeli; perciò il suo linguaggio silenzioso ci chiede di far silenzio per ascoltare ciò che egli non ha detto ma che ha vissuto. Il Vangelo ci mostra Giuseppe silenzioso, riflessivo, che cerca la soluzione migliore a qualcosa di più grande di lui. Il silenzio di Giuseppe non è vuoto, non è assenza di pensiero o semplice mutismo ma, al contrario, è un silenzio denso, un silenzio preceduto e accompagnato dalla preghiera. Una preghiera che non è ridotta ad una serie di parole ma è un cercare di ascoltare la voce del Signore, perché la vera preghiera è ascoltare Dio che parla. Dio parla davvero misteriosamente nel silenzio. Non lo si può ascoltare nel frastuono della vita, nel rumore assordante dei nostri giorni ma solo nel raccoglimento e nella vita interiore. Per noi che viviamo sotto un'autentica alluvione di parole, incapaci di fare silenzio per ascoltare l'altro, figuriamoci se sappiamo stare in silenzio per ascoltare la voce di Dio. Vi sono parole inutili in tutte quelle famiglie dove non si spegne mai la TV, neanche durante i pasti, che dovrebbero essere un momento di condivisione e di ascolto dei componenti della famiglia. Vi sono parole inutili nei dialoghi tra amici; vi sono parole inutili in tanti dibattiti e, a volte, per non dire troppo spesso, vi sono parole armate, capaci anche di uccidere! "L'attività interiore" di Giuseppe è l'esempio lampante del fatto che l'uomo ha una vita soprannaturale e che questa richiede quel silenzio necessario per ascoltare la voce di Dio e dire sì al suo volere. Da oggi prendiamo dunque il santo proposito di custodire durante la giornata dei momenti di silenzio, perché nella nostra vita parli Dio e non il nostro io. Chiediamo anche la grazia di evitare le troppe parole inutili. Impariamo anche a chiedere perdono per le nostre parole vane, a volte anche pungenti, a volte anche maldicenti, capaci di distruggere e non di edificare. «Molti che non hanno niente da dire, parlano, e sotto il frastuono dell'eloquio e la turbolenza delle vite nascondono il niente delle idee e dei sentimenti» (H. Hello).

«Giuseppe ha compiuto un lungo e faticoso itinerario di spogliamento interiore per giungere a quella mitezza e povertà che gli consentono di accogliere Maria e il bambino e di accedere così alla sua paternità. Questo gesto, Giuseppe lo dovrà custodire nel silenzio: il silenzio sarà il guscio protettivo con cui Giuseppe potrà rinnovare la sua scelta giorno dopo giorno. E così, Giuseppe, uomo del sogno e della cura, diviene anche uomo del silenzio e di profondità. Uomo che non teme di scomparire, di non imporsi, di non apparire, perché sa, come direbbe Agostino che in interiore homine habitat veritas» (Luciano Manicardi).

«Tacere non è lo stesso che essere muti, così come la parola non equivale alla loquacità. Il mutismo non procura la solitudine, né l'essere loquaci la comunione... Il silenzio è l'eccesso, l'ebbrezza, il sacrificio della parola» (Dietrich Bonhoeffer, "Vita comune").

07/09/2026

Lunedì della XXIII settimana del Tempo Ordinario
1Cor 5,1-8 Sal 5 Lc 6,6-11

Osservavano per vedere se guariva in giorno di sabato.

Il Vangelo di oggi ci parla della guarigione di un uomo che aveva la mano paralizzata. «Tendi la tua mano» è l'invito che Gesù fa a quest'uomo. «Egli lo fece e la sua mano fu guarita». Soffermandoci sulla mano paralizzata di quest'uomo: possiamo dire che anche noi abbiamo spesso non una ma tutte e due le mani paralizzate. Sì, abbiamo le mani paralizzate quando, prigionieri del nostro egoismo, siamo indifferenti alle tante mani tese di persone bisognose. Abbiamo le mani paralizzate quando, nella nostra spilorceria, diamo solo pochi centesimi da destinare ai più poveri. Siamo persone dalle mani paralizzate quando non sappiamo più accarezzare le ferite degli altri, quando non sappiamo afferrare la mano ai vacillanti, quando non sappiamo rialzare chi è caduto. Insomma, tante volte e in tanti modi le nostre mani sono spesso paralizzate. Nel nostro esame di coscienza riflettiamo su quante volte abbiamo chiuso le mani, su quante volte le nostre mani hanno percosso e non accarezzato! Chiediamo dunque la grazia al Signore che ci guarisca dalle tante tante paralisi che ci impediscono di amare come Lui ha amato!

«Una volta in cui io e mio marito siamo andati a cena fuori mi sono messa a chiacchierare con un uomo anziano. Era in città per far visita alla madre, ricoverata in una casa di cura. Ha detto che era preoccupato per lei visto che lui viveva lontano. Ho sentito davvero Dio esercitare pressioni sul mio cuore perché mi offrissi di aiutarlo nel caso in cui ne avesse avuto bisogno. Poi il mio senso pratico mi ha detto di non farlo, che probabilmente non erano affari miei. Il lato spinto da Dio, però, ha vinto, e quindi ho dato all'uomo un pezzetto di carta con il mio numero di telefono, dicendogli che se avesse avuto bisogno di qualcuno che andasse a controllare se la madre stava bene l'avrei fatto io. Ha iniziato a piangere. Non pensavo di aver fatto una gran cosa, ma per lui lo era. Sono così felice di aver ascoltato quel giorno l'ispirazione di Dio!» (Jamie Janosz).

Signore vuoi le mie mani?

«Signore, vuoi le mie mani per passare questa giornata aiutando i poveri e i malati che ne hanno bisogno? Signore, oggi ti do le mie mani.

Signore, vuoi i miei piedi per passare questa giornata visitando coloro che hanno bisogno di un amico? Signore, oggi ti do i miei piedi.

Signore, vuoi la mia voce per passare questa giornata parlando con quelli che hanno bisogno di parole d'amore? Signore, oggi ti do la mia voce.

Signore, vuoi il mio cuore per passare questa giornata amando ogni uomo solo perché è uomo? Signore, oggi ti do il mio cuore»
(Madre Teresa di Calcutta).

06/09/2026

6 Settembre 2026
XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ez 33,1.7-9 Sal 94 Rm 13,8-10 Mt 18,15-20

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

La sfida della correzione fraterna

L'esortazione a correggere chi sbaglia è una responsabilità morale!
Il profeta Ezechiele fu chiamato da Dio a compiere la sua missione profetica vegliando sulla condotta delle persone. Fu esortato ad avere il coraggio di avvicinarsi e correggere gli empi, coinvolti nelle loro azioni peccaminose e schiavi dei loro vizi egoistici. L'appello a correggere i malvagi divenne un dovere morale imprescindibile, e la sua inosservanza poteva ritorcersi contro lo stesso profeta: «Se io dico al malvagio: "Malvagio, tu morirai", e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato» (Ez 33,8-9).
Nella lettera di Giacomo 5,19-20 troviamo un'altra affermazione simile all'invito che Dio rivolse a Ezechiele: «Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e qualcuno lo riconduce, sappia che chiunque riconduce un peccatore dall'errore della sua via lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati».
In Proverbi 3,11-12 troviamo un'interessante esortazione: «Figlio mio, non disprezzare la disciplina del Signore e non irritarti per la sua correzione, perché il Signore corregge chi ama, come un padre il figlio che gli è caro». Citando questo testo dai "Proverbi", l'autore della lettera agli Ebrei scrive quanto segue: «Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato e avete già dimenticato l'esortazione a voi rivolta come a figli: "Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli! Del resto noi abbiamo avuto come educatori i nostri padri terreni e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre celeste, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di farci partecipi della sua santità. Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire» (Eb 12,4-13).
Correggere è una delle opere di misericordia spirituale più difficili da compiere.
Correggere chi ha commesso un errore nella vita è una delle sette opere di misericordia spirituale che impariamo nel catechismo. Le sette azioni di misericordia, corporali e spirituali, sono tutte ispirate dalla saggezza delle Sacre Scritture. Mettere in pratica le opere di misericordia corporali e spirituali è un cammino che ci conduce alla santificazione della nostra vita! Tuttavia, non è facile correggere chi sbaglia. Non è facile praticare le opere di misericordia spirituale. Non è facile praticare l'opzione preferenziale per i più poveri e sofferenti. Oggi è una sfida voler correggere chi sbaglia perché prevale l'individualismo e l'illusione di voler fare ciò che si vuole, ignorando persino i consigli e gli sforzi educativi di genitori, insegnanti, catechisti ed educatori. Quando si verifica un conflitto nella comunità e qualcuno deve correggere un atteggiamento sbagliato, la voglia di aiutare a risolvere il problema finisce per ostacolare, e il desiderio positivo di correggere il proprio fratello può trasformarsi in un tribunale che giudica e allontana le persone. Cosa si può fare per garantire che correggere un'altra persona sia veramente un'opera di misericordia?
1°: Avere l'umiltà di riconoscere che tutti possiamo commettere errori nella vita.
Nessuno è perfetto e nessuno è esente dalla possibilità di sbagliare! Tra il sapere, il comprendere, il dire, il predicare e il mettere in pratica, possono esserci molte incongruenze. Tutti possiamo sbagliare e peccare perché dimentichiamo o disobbediamo facilmente ai Dieci Comandamenti e ad altri consigli morali contenuti nella Bibbia. Tutti noi, a causa delle nostre azioni dettate da istinti, sentimenti e pensieri egoistici, possiamo causare ferite aperte, risentimenti e divisioni, danneggiando noi stessi, le nostre famiglie, i membri della nostra comunità cristiana e la società in cui viviamo.
2°: L'atteggiamento di umiltà si rafforza scegliendo la fedeltà alla lettura orante della Parola di Dio, sia nella preghiera individuale, sia nei gruppi di studio biblico, sia nella liturgia. Il Salmo 94 ci aiuta a rafforzare questa scelta di praticare la lettura orante della Parola di Dio nella nostra vita, affinché possiamo sperimentare l'essere come pecore amorevolmente accudite da Gesù, il Buon Pastore, specialmente quando inciampiamo a causa dei nostri comportamenti peccaminosi e dei nostri vizi. Ispirati dalla Parola di questo salmo, possiamo pregare così: «O Dio nostro Padre, vogliamo adorarti e prostrarci a terra, inginocchiarci davanti a te, che ci hai creati, perché tu solo sei il nostro Dio, e in Cristo, che è morto e risorto, tu sei il nostro Pastore! Vogliamo essere il tuo popolo, il tuo gregge, le pecore che tu conduci con la tua mano. E la tua mano misericordiosa e sicura si manifesti concretamente attraverso la voce delle Sacre Scritture, che sono sempre luce sul cammino della nostra vita!. Fa' che non induriamo i nostri cuori e le nostre menti e che custodiamo le Tue parole dentro di noi».
3°: Una buona correzione fraterna deve essere preparata da un'atmosfera di rispetto e fraternità, alimentata dalla lettura orante della Parola di Dio, invocando sempre con fiducia lo Spirito Santo.
Non dimentichiamo mai che «dove due o tre sono riuniti nel nome di Gesù, lì egli è in mezzo a loro» (Mt 18,20). «Essere riuniti nel nome di Gesù» corrisponde all'esperienza di iniziare ogni nostro incontro di preghiera con la Parola di Dio, invocando con fiducia l'aiuto essenziale dello Spirito Santo. Con il metodo del vedere, illuminare, agire e celebrare, l'incontro orante con la Parola di Dio diventa un'esperienza di discernimento «della volontà di Dio, di ciò che è buono, di ciò che gli è gradito, di ciò che è perfetto» (Rm 12,2). Così, tutti insieme ci poniamo in un atteggiamento di conversione. Insieme nella preghiera alimentiamo l'ideale di santità, rinnovando il nostro desiderio di vivere il comandamento dell'amore: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Rm 13,9b).
4°: Una buona correzione fraterna richiede una certa pedagogia.
Il discernimento della volontà di Dio, illuminato dalla lettura orante della Parola di Dio, propone un'azione pedagogica di correzione, considerando diverse possibilità. Il primo passo è un dialogo fraterno faccia a faccia tra chi ha commesso l'errore e chi si è sentito offeso e danneggiato. Se il dialogo interpersonale non risolve la situazione, si può richiedere un incontro, invitando alcune persone sagge che, informate dell'accaduto, possano aiutare nel discernimento per una conversione e una riconciliazione efficaci del peccatore. Solo come ultima risorsa, se il comportamento scorretto persiste, si può convocare il consiglio di comunità, che può proporre l'allontanamento temporaneo della persona dalla vita comunitaria, non come misura di espulsione ed esclusione definitiva, ma come una scelta terapeutica dolorosa che può aiutare la persona a pentirsi e a dare segni concreti di un cambiamento di vita.
5°: La grazia del sacramento del perdono fa parte del ministero del «legare e sciogliere», affidato da Gesù ai dodici apostoli e trasmesso ai vescovi, loro successori, e ai sacerdoti, collaboratori del vescovo nel ministero della riconciliazione. «Se due di voi sulla terra si accordano su qualsiasi cosa chiedano, sarà loro concessa da Dio Padre che è nei cieli» (Mt 18,19). Chiediamo, dunque, la grazia di essere corretti quando sbagliamo e di correggere i nostri fratelli e sorelle, affinché possiamo progredire sulla via della santità.

05/09/2026

Sabato della XXII settimana del Tempo Ordinario
1Cor 4,6-15 Sal 144 Lc 6,1-5

Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?

Siccome secondo i farisei il riposo del sabato significa (in semplicità) che non bisogna fare niente, essi accusano i discepoli di Gesù di trasgredire questa legge perché per mangiare stanno lavorando. Stanno compiendo qualcosa di illecito. Nella tradizione ebraica le categorie di azioni proibite il sabato erano trentanove, tra le quali il divieto di arare, di seminare, di mietere, di trebbiare, di preparare il cibo... Dunque i discepoli, secondo queste leggi, secondo il modo di pensare di alcuni farisei, stanno compiendo qualcosa di illecito. In fondo, questo tipo di persone ci sono anche oggi: sono quelli che criticano tutto e tutti! Sono quelli che pensano di avere la verità in pugno e sono loro a decidere ciò che è lecito o meno. Per questo, davanti all'uomo sofferente, il loro primo pensiero non è il suo bene ma capire cosa è lecito e cosa non lo è! Quando immaginiamo Dio, pensiamo subito a uno che proibisce, un Dio che ci dice continuamente cosa è lecito e cosa non lo è, con il risultato di vederlo come "il Signor no", che opprime i suoi figli! Questa è la menzogna che il diavolo ha instillato nel cuore dell'uomo. Invece i sì di Dio sono per la vita, i suoi no sono per evitare la morte ed essere felici! Ciò che favorisce la vita è lecito, ciò che è contro la vita dell'uomo è illecito. È davvero tremenda l'immagine di un Dio che è lì a fare il sorvegliante, con tutte le proibizioni. Dio non proibisce niente. Ci proibisce solo ciò che ci fa male. E se ci facciamo male cosa fa? È medico, non giustiziere...

«Cosa fece Davide quando ebbe fame? Il problema non è il lecito o il non lecito. Il problema è che ha fame. Fame indica bisogno. La misura del lecito e dell'illecito è il bisogno dell'uomo. E l'uomo ha tante fami. Soprattutto fame di senso, di vita, di amore, di pienezza, di felicità... Riconoscere la propria fame, i propri bisogni più profondi. Noi siamo ingannati proprio su questi. L'uomo non è fame di cose da tenere in mano. Non è fame di persone da stritolare, da possedere. Non è fame di Dio da sequestrare, da analizzare, da controllare: è fame di qualcos'altro. È fame di amore, dono, perdono, relazioni... Questa fame è il principio del lecito e dell'illecito. Ciò che sazia davvero questa fame è lecito e doveroso. Ciò che non la sazia è una droga che non è lecita e fa male e quando la provi ti accorgi che è sbagliata, che non ti sazia, che non basta mai. La misura del lecito è la nostra fame che si sazia. E uno si accorge se il cuore è sazio, perché ha gioia» (p. Silvano Fausti).

04/09/2026

Venerdì della XXII settimana del Tempo Ordinario
1Cor 4,1-5 Sal 36 Lc 5,33-39

Quando lo sposo sarà loro tolto, allora in quei giorni digiuneranno.

I farisei e i loro scribi pongono a Gesù una questione sul digiuno: "i discepoli di Giovanni digiunano spesso... così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono, perché?". E Gesù risponde loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno». Potremmo anche tradurre così la risposta di Gesù: vi è un tempo per digiunare e un tempo per mangiare. E quale digiuno? In quale tempo? Diversi cristiani sono legati al digiuno quaresimale o ad altri momenti in cui è cosa buona digiunare. Quando ricordiamo la passione di Gesù; quando, nel tempo di Quaresima, digiuniamo per far parte ai poveri di ciò che risparmiamo (almeno così dovrebbe essere!); quando digiuniamo consapevoli di esserci allontanati da Gesù a causa dei nostri peccati, delle nostre incoerenze. Tuttavia a volte possiamo correre il rischio di digiunare per mettere a posto la coscienza; di osservare solo un digiuno di cibo ma non di peccato, così che il nostro digiuno si riduce solo ad una pratica esteriore senza che migliori il nostro cammino di fede. La questione del digiuno, dunque, non è così banale come sembra. Il digiuno di cibo ci rimanda al digiuno di tutto ciò che ci allontana da Dio. Domandiamoci quali sono le nostre debolezze, i nostri peccati, le nostre inclinazioni al male alle quali siamo chiamati a fare violenza, dato che il peccato non muore di morte naturale. E ammettiamo pure che a volte non vogliamo fare guerra ai nostri peccati, ai nostri difetti spirituali perché costa troppa fatica combatterli e perché alla fine quasi ce ne siamo innamorati!

«Ci si abitua a tutto, figuriamoci alla fede. Solo che, a volte, ci si abi-tua come quando si continua a bere lo stesso vino per anni e si di-venta impermeabili alla novità. Ci siamo costruiti dei riferimenti: uno stile di preghiera, un prete che ci piace, alcune convinzioni pro-fonde che abbiamo interiorizzato. Solo che Dio spesso spariglia le carte. Il discepolato non è come mangiare ad una mensa aziendale ma, piuttosto, è come partecipare ad un pranzo di nozze. Ed è inutile cercare di rattoppare una fede logora con piccoli aggiustamenti di rotta come a volte accade nelle nostre parrocchie. Seguire lo sposo che è in mezzo a noi, accogliere il vino nuovo del Vangelo, frizzante e dinamico, significa avere il coraggio di cambiare le nostre botti, il coraggio di cambiare i vestiti logori. Così è il nostro Dio!» (Paolo Curtaz).

03/09/2026

Giovedì della XXII settimana del Tempo Ordinario
San Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa - memoria
1Cor 3,18-23 Sal 23 Lc 5,1-11

Lasciarono tutto e lo seguirono.

«Signore abbiamo faticato tutta la notte ma non abbiamo preso nulla!» Queste parole di Pietro trovano spesso riscontro anche nella nostra vita. Sono tante le cose che facciamo, molte buone iniziative eppure a volte sperimentiamo il fallimento: quello che ci auguravamo non si è realizzato, alcune speranze sono rimaste deluse, tanti sogni non si sono realizzati! Eppure abbiamo faticato, abbiamo messo tutto il nostro impegno; sì, abbiamo faticato tutta la notte ma non abbiamo preso nulla. Tutta la notte: ecco, spesso nelle nostre fatiche manca la luce della Parola di Dio, manca la sua luce alla quale vediamo la luce vera. Gettiamo le reti ma sulla nostra parola, secondo la nostra volontà, secondo i nostri desideri. Quante volte vediamo solo buio nella nostra vita, nessuna luce splende all'orizzonte. Tante nostre iniziative falliscono perché partono da noi e finiscono con noi; e se a volte riescono non hanno il sapore dell'eternità. Facendo un ulteriore passo, è bene notare che le parole di Pietro hanno anche un'altra valenza: la notte è il tempo opportuno per pescare ma Gesù vuol condurre Pietro, e con lui tutti noi, a credere "al di più" della parola di Dio. Nella fede non tutto entra nella nostra piccola scatola cranica! A volte occorre essere disposti a mettere in discussione le nostre convinzioni, anche quelle che ci sembrano più ovvie. Tante volte il Signore agisce in maniera completamente differente dal nostro modo di pensare e di agire! Ho visto tante persone perennemente arrabbiate perché le cose della loro vita non sono andate come avrebbero voluto; ma non si sono mai messe in discussione, non si sono mai lasciate interrogare dalla realtà per capire cosa Dio volesse portare avanti nella loro vita! E nonostante le loro reti vuote, sono rimaste sorde alla Parola del Signore che continuava a dire: «gettate le reti dalla parte destra», cioè "getta le reti dove fino ad ora non le hai mai gettate, agisci diversamente da come hai fatto fino a questo momento". Ma niente! Non si sono messe in gioco, rimanendo chiuse nella loro rabbia e nel loro volere! Pietro invece si fida di Gesù, compie un'azione che non rientra nella logica di un pescatore. Avrebbe potuto dire da esperto pescatore: "se non abbiamo preso niente di notte, figuriamoci di giorno". Invece Pietro si fida di Gesù, fa il suo atto di fede: «Signore sulla tua Parola getterò le reti» e l'obbedienza fiduciosa di Pietro genera un risultato prodigioso: «Fecero così e presero una quantità enorme di pesci». Oggi vogliamo chiedere al Signore di darci la grazia e la forza di fare i nostri atti di fede, anche quando comporta dire: "Signore non comprendo ma mi fido di te!".

«Il miracolo più grande compiuto da Gesù per Simone e gli altri pescatori delusi e stanchi, non è tanto la rete piena di pesci, quanto l'averli aiutati a non cadere vittime della delusione e dello scoraggiamento di fronte alle sconfitte» (Papa Francesco).

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81010

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