23/02/2026
Omelia I domenica di Quaresima 22/02/2026
Scegliere tra il bene e il male non è sempre facile, perché non è sempre facile capire qual è l’uno e qual è l’altro, e anche perché c’è in noi una parte più incline al male, che tenderebbe ad acconsentirgli; ma con una coscienza un po’ formata e una buona volontà ci è possibile scegliere per la verità, la giustizia, il bene.
Le tentazioni si pongono ad un altro livello, più sottile, perché a prima vista non vogliono opporci al bene, a Dio, anzi sembrano proprio voler servire la buona causa. Si può leggere così anche il racconto della creazione, in cui Adamo ed Eva decidono di mangiare il frutto proibito non tanto per il gusto di disobbedire a Dio, ma perché è loro promessa la conoscenza del bene e del male, che a ben pensarci non può che renderli ancora più conformi alla volontà di Dio, e quindi ancor più graditi e vicini a Lui.
E sulla stessa linea si possono leggere le scelte che Gesù è chiamato a fare nel deserto: in nessun caso si tratta di rifiutare Dio e schierarsi contro. Al contrario ciascuna di esse appare come la possibilità di soddisfare dei legittimi bisogni, dare prova della potenza di Dio e instaurare finalmente il suo regno di giustizia.
In fondo, se anche noi potessimo dimostrare l’efficacia, la bontà, l’utilità della fede, di credere in Dio, non renderemmo un servizio a Lui e al mondo? Riuscire a manifestare che Dio soddisfa i nostri bisogni ogni volta che lo vogliamo, trasformando le pietre in pane; che Dio ci protegge, ci difende, ci libera dai pericoli, ci salva dalle cadute volontarie e involontarie in cui incorriamo, inviandoci al bisogno i suoi soccorsi. Conquistare il potere ed esercitarlo per stabilire finalmente un mondo giusto, per far regnare la verità, l’equità, il diritto, non sarebbe un’opera più che meritevole?
E come sono forti le tentazioni dell’avere e del potere nel mondo religioso, così lo sono anche nel mondo civile: stiamo vivendo un tempo in cui siamo particolarmente tentati dall’idea che la più grande speranza a cui puntare sia il benessere nostro e tuttalpiù di quanto sta dentro i nostri confini; che la vera salvezza sia disporre dei mezzi più spettacolari e potenti per bloccare i pericoli che ci minacciano dall’esterno; che più disponiamo di potere e di dominio e più potremo far funzionare il mondo come si deve.
Eppure Gesù rifiuta questa via. In realtà non rifiuta di dialogare con questi pensieri, tanto che si lascia condurre nel deserto per sperimentare tutto ciò: la tentazione in sé non è un male, essa rivela la verità di noi stessi, la coesistenza in noi dei tratti più contraddittori. Tentazione significa passare attraverso, accettare di attraversare anche il male che è in noi, per raggiungere la verità di Dio che è in noi. La tentazione ci educa, nel senso che ci fa ti**re fuori il bene e il male che c’è in noi, ci costringe a fare chiarezza, verità.
Se desideriamo, se scegliamo il bene, necessariamente dovremo scontrarci con il male; ma evitare la tentazione, evitare di guardare in faccia il male, rischierebbe anche di impedirci di scegliere il bene.
Gesù quindi non rifiuta di affrontare la tentazione, rifiuta invece di lasciarsi sedurre dalla via perversa che essa propone.
Nel rispondere che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” potremmo cogliere l’invito a imparare a mettere ordine nella nostra vita, a discernere tra assoluto e relativo nelle nostre scelte, per diventare uomini e donne liberi. Domandarsi: quando rischio di assolutizzare il relativo? Di mettere al primo posto ad esempio il benessere, la ricchezza, il successo, la salute, la sicurezza, facendone degli idoli e diventandone schiavo, cioè vivendo in funzione di quelli e non più in una fiducia di fondo che mi rende libero di osare, di buttarmi nell’avventura della vita?
Senza d’altra parte scadere nella seconda tentazione, che è quella che vuole persuadere con segni spettacolari, con i miracoli, che vuole in fondo ribaltare le parti e piegare Dio alla nostra volontà -sottinteso comunque, sempre a fin di bene-. Un altro criterio di scelta nella tentazione, che Gesù ci offre, risponde quindi alla domanda: sono i risultati, i benefici che ottengo, a determinare le mie scelte, o la coscienza della loro bontà, a prescindere dal successo e dal buon esito raggiunto? Cerco Dio, il bene, l’amore per se stessi o per i vantaggi che ne traggo? Perché anche la gratuità del mio agire dice la libertà interiore a cui sono giunto.
Così come l’esercizio del potere, di cui ci parla la terza tentazione. Quale prezzo sono disposto a pagare per tessere attorno a me relazioni libere e non condizionate dal mio potere, dai miei ricatti materiali e affettivi, dal mio impormi e imporre le mie idee?
Le tentazioni di Gesù -che sono le tentazioni di tutti-, che ci vengono raccontate all’inizio della sua vita pubblica, sollevano queste domande su come vogliamo porci dinnanzi alla vita e al mondo. Già dalle risposte che Gesù dà, si intravvede la sua scelta per un cammino di libertà personale e di quanti si metteranno in relazione con lui, scelta che sarà confermata dal suo cammino pasquale:
• vivere dell’unico grande miracolo di sapersi figlio, e quindi di quella fiducia filiale che libera dalla preoccupazione di possedere e mette nella disposizione di ricevere e di donare;
• vivere dell’unico potere che rende liberi, ossia dell’autorità come servizio: perché solo chi è libero di amare, di servire, di donare, fino al dono della propria vita, può esercitare un’autorità che rende libero anche l’altro.
Ecco allora che i nostri reali bisogni di cose, di relazioni, di Dio, anziché abbruttirci nel tentativo di accaparrare beni, sottomettere persone, voler diventare come Dio, diventano occasioni per fare eucaristia, cioè di ricevere in dono, ringraziare e condividere.
fr. Amedeo