20/05/2026
Ieri centinaia di studentesse, studenti e docenti hanno attraversato insieme le strade della città, al termine di un percorso costruito con Libera fatto di laboratori, incontri, parole condivise, domande, desideri di cambiamento.
La Seconda giornata della giustizia e della legalità non è stata soltanto una manifestazione. È stata la prova concreta che esistono comunità capaci di educare, di prendersi cura, di costruire legami e responsabilità collettive.
Siamo scesi in piazza per affermare con forza che educare è un atto comunitario.
Per chiedere istituzioni capaci di cooperare e generare veri patti educativi di comunità.
Per rivendicare servizi di prossimità, spazi vivi, luoghi aperti dove nessuno resti ai margini.
Perché i margini non si lasciano soli: si abitano, si attraversano, si trasformano insieme.
Ma anche per chiedere scelte politiche concrete: un Decreto Comunità e una legge regionale sull’educativa che investano davvero nei territori, nelle scuole, negli spazi aggregativi e nelle reti sociali capaci di contrastare povertà educativa, marginalità e disuguaglianze. Perché il diritto all’educazione, alla partecipazione e alla crescita non può dipendere dal luogo in cui si nasce o dalle condizioni che si attraversano.
Le parole delle studentesse e degli studenti, i racconti restituiti nei laboratori, le loro riflessioni, ci consegnano una responsabilità chiara: metterli al centro. Dare ascolto, spazio, fiducia. Riconoscere nelle loro voci non il futuro, ma il presente di una comunità che vuole cambiare.
Abbiamo bisogno di comunità che sappiano sognare insieme, perché solo così possono diventare generative, giuste, capaci di costruire alternative.
Perché, come ci ricorda Danilo Dolci,
“Ciascuno nasce solo se sognato.”
E allora continuiamo a sognare territori in cui nessuno venga lasciato indietro, scuole aperte al mondo, comunità che scelgono la giustizia, la cura, la partecipazione.
Continuiamo a sognarci insieme.