Pievania San Bernardino

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🙏🏻Festa del Sacro Cuore di Gesù🙏🏻
12/06/2026

🙏🏻Festa del Sacro Cuore di Gesù🙏🏻

12/06/2026

Luigi Maria Epicoco

La festa del Sacro Cuore diventa comprensibile proprio a partire dalle parole che Gesù ci consegna nel Vangelo di oggi: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». È come se Cristo ci rivelasse il segreto più profondo del suo cuore: Dio non è qualcuno da cui difenderci, ma qualcuno presso cui trovare riposo. Il Cuore di Gesù è una vera scuola di vita. Chi frequenta il suo amore viene lentamente trasformato. Impara a guardare la realtà con occhi diversi, a giudicare le situazioni con maggiore libertà, ad amare con una misura nuova. Per questo la fede cristiana non consiste anzitutto in uno sforzo morale o in una serie di pratiche religiose, ma nel lasciarsi raggiungere da un amore che ci precede e ci accompagna. L'immagine più bella di questa esperienza è forse quella dell'apostolo Giovanni nell'Ultima Cena. Egli reclina il capo sul petto di Gesù. Prima ancora di comprendere tutto, prima ancora di essere forte nella fede, Giovanni si lascia semplicemente amare. È questa la sorgente della santità. Nessuno cambia veramente perché si sforza di essere migliore. Cambia perché fa esperienza di essere amato. Dal Cuore di Cristo riceviamo quell'ossigeno spirituale che spesso ci manca. Riceviamo speranza quando tutto sembra chiuso, forza quando siamo stanchi, consolazione quando ci sentiamo soli. E soprattutto scopriamo che i pesi della vita non devono essere portati da soli. Possiamo appoggiarli sulle spalle di Colui che ha portato per amore il peso della croce e ha dato tutto se stesso per noi. Per questo il giogo di cui parla Gesù non è un peso che schiaccia, ma una relazione che sostiene. Quando portiamo la vita insieme a Lui, ciò che sembrava impossibile diventa affrontabile e ciò che appariva insopportabile trova un significato. La festa del Sacro Cuore, allora, non è semplicemente una devozione tra le altre. È il cuore stesso del cristianesimo. È l'invito a lasciarsi amare da Cristo per imparare ad amare come Cristo.

12/06/2026

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
11, 25-30

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Le Parole dei Papi
“Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). Forse una sola volta, con parole sue, il Signore Gesù si è richiamato al proprio cuore. E ha messo in evidenza questo unico tratto: “mitezza e umiltà”. Come se volesse dire che solo con questa via vuole conquistare l’uomo; che mediante “la mitezza e l’umiltà” vuole essere il Re dei cuori. Tutto il mistero del suo regnare si è espresso in queste parole. La mitezza e l’umiltà coprono in un certo senso tutta la “ricchezza” del Cuore del Redentore (…). Ma anche quella “mitezza e umiltà” lo svelano pienamente, e meglio ci permettono di conoscerlo e di accettarlo; lo fanno oggetto di ammirazione suprema. La bella litania al Sacro Cuore di Gesù è composta da molte simili parole di più, dalle esclamazioni di ammirazione per la ricchezza del Cuore di Cristo. Meditiamole con attenzione (…). Così, alla fine di questo fondamentale ciclo liturgico della Chiesa – che si è iniziato con la prima domenica d’Avvento, ed è passato per il tempo di Natale, poi della Quaresima, della Risurrezione fino alla Pentecoste, alla Domenica della Santissima Trinità e al “Corpus Domini” – si presenta discretamente la festa del Cuore Divino, del Sacro Cuore di Gesù. Tutto questo ciclo si racchiude definitivamente in esso; nel Cuore del Dio-Uomo. Da esso anche ogni anno irradia tutta la vita della Chiesa. Questo Cuore è “fonte di vita e di santità”.

11/06/2026

Luigi Maria Epicoco

«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli». Questa affermazione di Gesù, nel Vangelo di oggi, può sembrarci provocatoria. Gli scribi e i farisei erano persone scrupolose nell'osservanza della Legge. Eppure Gesù dice che non basta. Perché la fede non consiste semplicemente nel fare il proprio dovere, ma nel lasciarsi trasformare il cuore. Molti di noi misurano la propria vita spirituale a partire dal male che non hanno commesso. A volte anche la confessione rischia di trasformarsi nell'elenco delle cose che abbiamo evitato di fare: non ho rubato, non ho mentito, non ho fatto del male a nessuno. Certamente tutto questo è importante, ma il Vangelo ci chiede di andare oltre. La domanda decisiva non è soltanto: quale male ho evitato? Ma anche quale bene ho scelto di compiere? Esiste infatti un bene che nessuna regola può imporre e nessun comandamento può esigere fino in fondo. È il bene che nasce dall'amore. Quando si ama davvero, non ci si limita al minimo indispensabile. L'amore vive sempre di un'eccedenza, di un sovrappiù, di qualcosa che non è dovuto e che proprio per questo rivela la verità del cuore. Ciò che fa la differenza in una famiglia non è soltanto il rispetto reciproco, ma la gratuità. Ciò che rende grande un'amicizia non è semplicemente la correttezza, ma la capacità di esserci anche quando non si è obbligati. Ciò che dà spessore a una vocazione non è il semplice adempimento dei propri compiti, ma quel dono di sé che va oltre ogni calcolo. La giustizia di cui parla Gesù non è una perfezione morale più elevata, ma una qualità diversa dell'esistenza. È la giustizia di chi non si accontenta di non fare il male, ma desidera attivamente il bene. È la giustizia di chi non vive chiedendosi quanto deve dare, ma quanto può amare. Il cristianesimo comincia esattamente qui: nel passaggio dal dovere al dono, dall'osservanza all'amore, dal minimo indispensabile a quel "di più" che rende visibile il Vangelo nella vita concreta. È questo il vero valore aggiunto della fede.

11/06/2026

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,7-13

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi».

Le Parole dei Papi
«Predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino» (Mt 10,7). È lo stesso annuncio con cui Gesù ha iniziato la sua predicazione: il regno di Dio, cioè la sua signoria d’amore, si è fatto vicino, viene in mezzo a noi. E questa non è una notizia tra le altre, ma la realtà fondamentale della vita: la vicinanza di Dio, la vicinanza di Gesù. Infatti, se il Dio dei cieli è vicino, noi non siamo soli in terra e anche nelle difficoltà non perdiamo la fiducia. Ecco la prima cosa da dire alla gente: Dio non è distante, ma è Padre. Dio non è distante, è Padre, ti conosce e ti ama; vuole tenerti per mano, anche quando vai per sentieri ripidi e accidentati, anche quando cadi e fai fatica a rialzarti e riprendere il cammino; Lui, il Signore, è lì, con te. (…) Annunciare che Dio è vicino. Ma come farlo? Nel Vangelo Gesù raccomanda di non dire tante parole, ma di compiere tanti gesti di amore e di speranza nel nome del Signore; non dire tante parole, ma compiere gesti: «Guarite gli infermi – dice – risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Ecco il cuore dell’annuncio: la testimonianza gratuita, il servizio.

10/06/2026

Luigi Maria Epicoco

Troppo spesso crediamo che il cristianesimo sia una liberazione dalle regole. In realtà il Vangelo non ci libera dalle regole, ma ci libera da un modo sbagliato di viverle. Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a mostrarne il significato più profondo. Le regole, quando sono sane, non servono a limitare la vita, ma a custodirla e a farla fiorire. Pensiamo a una ricetta: seguire alcune indicazioni non rovina la festa, ma rende possibile un buon dolce. Allo stesso modo, le regole della vita non sono ostacoli alla felicità, ma sentieri che ci aiutano a raggiungerla. Il problema nasce quando riduciamo tutto a un insieme di obblighi esteriori oppure, al contrario, quando pensiamo di poter vivere seguendo soltanto ciò che sentiamo nel momento. Gesù ci insegna un rapporto maturo con la Legge. Egli ci mostra che il centro non è la regola in sé, ma l'amore che quella regola vuole custodire. Per questo nel Vangelo combatte il legalismo, ma non l'obbedienza. Contesta il moralismo, ma non la verità. Denuncia l'ipocrisia di chi osserva esteriormente i comandamenti senza lasciarsi cambiare il cuore. Senza una regola, infatti, la nostra vita rischia di diventare un intreccio confuso di capricci, desideri, paure, entusiasmi e delusioni. Somiglia a un fiume in piena che travolge tutto ciò che incontra invece di scorrere verso una meta. Le regole autentiche sono come gli argini di quel fiume: non ne soffocano la forza, ma le permettono di diventare feconda. Per questo il Vangelo di oggi ci pone alcune domande decisive. Attorno a quale criterio sto costruendo la mia vita? La maturità cristiana consiste nel riscoprire che la vera regola è Cristo stesso. Quando Lui diventa il centro, la Legge non è più una catena, ma una strada che conduce alla libertà.

10/06/2026

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,17-19

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».

Le Parole dei Papi
Gesù ci fa capire che le norme religiose servono, sono buone, ma sono solo l’inizio: per dare loro compimento è necessario andare oltre la lettera e viverne il senso. I comandamenti che Dio ci ha donato non vanno rinchiusi nelle casseforti asfittiche dell’osservanza formale, se no rimaniamo in una religiosità esteriore e distaccata, servi di un “dio padrone” piuttosto che figli di Dio Padre. Gesù vuole questo: non avere l’idea di servire un Dio padrone, ma il Padre; e per questo è necessario andare oltre la lettera. Fratelli e sorelle, questo problema non c’era solo ai tempi di Gesù, c’è anche oggi. A volte, per esempio, si sente dire: “Padre, io non ho ucciso, non ho rubato, non ho fatto male a nessuno…”, come dire: “Sono a posto”. Ecco l’osservanza formale, che si accontenta del minimo indispensabile, mentre Gesù ci invita al massimo possibile. Cioè Dio non ragiona per calcoli e tabelle; Lui ci ama come un innamorato: non al minimo, ma al massimo! Non ci dice: “Ti amo fino a un certo punto”. No, l’amore vero non è mai fino a un certo punto e non si sente mai a posto; l’amore va sempre oltre, non può farne a meno. Il Signore ce lo ha mostrato donandoci la vita sulla croce e perdonando i suoi uccisori (cfr Lc 23,34). E ci ha affidato il comandamento a cui più tiene: che ci amiamo gli uni gli altri come Lui ci ha amati (cfr Gv 15,12). Questo è l’amore che dà compimento alla Legge, alla fede, alla vera vita!

09/06/2026

Luigi Maria Epicoco

“Voi siete il sale”. Che immagine straordinaria usa Gesù nel Vangelo di oggi. Il sale non serve a essere ammirato, ma a dare sapore. Nessuno si accorge del sale quando è presente nella giusta misura, eppure tutti se ne accorgono quando manca. Forse Gesù vuole dirci che il compito del cristiano non è occupare il centro della scena, ma rendere più vera, più bella e più umana la vita delle persone che incontra. Molto spesso pensiamo che testimoniare il Vangelo significhi convincere, vincere discussioni o imporre idee. Gesù invece ci indica un'altra strada. Il cristiano è chiamato a insaporire la realtà con la propria presenza, a introdurre nel mondo il gusto della speranza, della misericordia, della verità e della ca**tà. Dove passa un autentico discepolo dovrebbe aumentare la qualità della vita, non il rumore delle polemiche. Per questo Gesù affianca all'immagine del sale quella della luce. La luce non attira l'attenzione su di sé, ma rende visibili le cose. Non sostituisce la realtà, la rivela. Così dovrebbe essere anche la testimonianza cristiana. Un vero credente non vive per essere notato, applaudito o riconosciuto. Vive in modo tale che gli altri possano vedere il bene, la bellezza e la presenza di Dio che già operano nella loro esistenza. C'è però un avvertimento implicito nelle parole di Gesù. Il sale può perdere il suo sapore e una luce può essere nascosta. Accade quando il cristianesimo si riduce a un'abitudine, a un'etichetta o a una semplice appartenenza esteriore. Quando smettiamo di vivere un rapporto reale con Cristo, continuiamo magari a conservare la forma della fede, ma perdiamo la sua forza trasformante. Il sale e la luce diventano allora i segni distintivi di un vero discepolo. Non qualcuno che parla continuamente di Dio, ma qualcuno che, attraverso la propria vita, rende Dio più credibile. Non qualcuno che si impone agli altri, ma qualcuno che aiuta tutto ciò che lo circonda a esprimere il meglio di sé.

09/06/2026

VANGELO DEL GIORNO
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

LE PAROLE DEI PAPI
«Voi siete il sale della terra. […] Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13-14). È infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far ve**re alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto. È la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione. (…) È doloroso, infatti, perdere sapore e rinunciare alla gioia; eppure, è possibile avere questa ferita nel cuore. Gesù sembra mettere in guardia chi lo ascolta, perché non rinunci alla gioia. Il sale che ha perso sapore, dice, «a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente» (Mt 5,13). Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. (Leone XIV - Angelus, 8 febbraio 2026)

08/06/2026

Luigi Maria Epicoco

Il discorso delle Beatitudini, pronunciato da Gesù nella pagina del Vangelo di oggi, è una grande lezione sul modo in cui dovremmo guardare la nostra vita. Molto spesso siamo convinti che ciò che ci manca sia la causa della nostra infelicità. Pensiamo che, se avessimo di più, se fossimo più forti, più sicuri, più appagati, allora saremmo finalmente felici. Gesù invece capovolge questa logica e ci dice che proprio ciò che ci manca può diventare lo spazio in cui Dio opera le cose più grandi. Chi è sazio non desidera più nulla e rischia di perdere il gusto delle cose essenziali. Chi si sente sempre forte fatica a comprendere la fragilità degli altri. Chi è pieno di sé non lascia spazio a nessuno, nemmeno a Dio. Chi vive solo per difendere il proprio equilibrio spesso rinuncia a spendersi per la giustizia e per l'amore. Chi indossa continuamente maschere finisce per non riconoscere più il volto autentico della realtà e neppure quello di Dio. Le Beatitudini non sono l'elogio della sofferenza, della povertà o delle lacrime. Gesù non sta dicendo che il dolore è un bene in sé. Sta dicendo invece che ogni nostra mancanza, ogni ferita, ogni fame di senso può diventare il luogo di un incontro. La povertà di cui parla il Vangelo è la disponibilità a lasciarsi riempire da Dio. Per questo i poveri, gli affamati, i miti, i misericordiosi e i puri di cuore sono chiamati beati: non perché abbiano meno degli altri, ma perché hanno ancora spazio per accogliere ciò che conta davvero. La vera tragedia non è essere mancanti, ma credere di bastare a noi stessi. Quando riempiamo ogni vuoto con qualcosa, quando anestetizziamo ogni desiderio, quando evitiamo ogni fragilità, priviamo la nostra vita della possibilità di una svolta. Le Beatitudini ci insegnano che Dio entra quasi sempre dalle nostre crepe. E ciò che consideriamo una debolezza può diventare il luogo più fecondo della sua grazia.

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