24/10/2026
### DOMENICA ORDINARIA
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 22,34-40
Abbiamo già detto più volte che l’ultima settimana di Gesù è contrassegnata da duri scontri con le autorità giudaiche. Prima c'è stata la parabola dei vignaioli omicidi, poi la controversia sul tributo a Cesare e infine quella con i sadducei sulla risurrezione dei morti. A questo punto, Matteo dice che uno degli scribi gli fa una domanda sul “comandamento più grande”, ancora una volta “per metterlo alla prova” ed eventualmente screditarlo. E’ curioso che i luoghi in cui Gesù rischia di più siano la sinagoga e il Tempio e coloro che cercano un pretesto per eliminarlo rappresentino le più alte cariche religiose. Tutto ciò sarà confermato nei giorni successivi a queste dispute.
La domanda dello scriba non è fuori luogo; i precetti del Signore contenuti nella Torah erano infatti ben 613! Il rischio era quello di metterli tutti sullo stesso piano e di sacrificare sistematicamente le cose importanti per correre dietro a quelle del tutto secondarie. Come accade ancora oggi a chi, per esempio, non riesce a mettere ordine tra la recita del rosario, l’astinenza dalle carni, le varie pratiche devozionali e la partecipazione all’Eucaristia, l’amore verso il prossimo, il sostegno a quanti sono nel bisogno. Da qui nasce la domanda: “Qual è il grande comandamento?”, qual è il più importante di tutti i comandamenti?
Gesù non esita a rispondere, citando due testi dell'Antico Testamento. Il primo è un passo del Deuteronomio che tuttora gli ebrei recitano al mattino e alla sera come una sorta di preghiera: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo! Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo lo si trova invece nel Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Entrambi Gesù li considera come la base su cui poggiano “tutta la Legge e i Profeti”.
Interessante prima di tutto vedere che tutto parte dall'”ascolto”. L’ascolto è l’atteggiamento interiore fondamentale di un credente. Nella Bibbia, esso non è un atto che passa attraverso l’udito, ma attraverso il… cuore. Porsi in stato di ascolto significa infatti credere in una presenza Altra, desiderare di entrarci in comunione, stare in silenzio, fargli spazio e accoglierla nel proprio cuore e nella propria vita. Non a caso, nella lingua ebraica, ascoltare, aderire, obbedire, praticare sono la stessa cosa. Pertanto, tutto quello che Dio dice non ha alcun senso, non va al cuore e non lo colpisce, non cambia la vita, se il credente non si apre all’ascolto e al dialogo fiducioso con Lui.
L’intera Bibbia, ma anche la storia della Chiesa, è attraversata da due grandi tradizioni: una che vede la preghiera come il mezzo per arrivare a Dio, l'altra che invece ritiene che sia l’amore verso il prossimo la strada più sicura. Gesù non si scosta dalla tradizione: l’amore per Dio ha il primato su tutto e su tutti; Dio “va amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente”. Quindi non di un amore qualsiasi, ma di un amore totale, che richiede il coinvolgimento e l’investimento di tutta la persona: prima di tutto le sue zone più intime, cioè il cuore, l’anima, la mente; e poi la sua vita, le energie, i progetti, le scelte. “Questo è il grande e il primo comandamento”: amare Dio incondizionatamente, abbandonarsi, consegnare la vita nelle sue mani, senza indugi, senza riserve, senza preclusioni.
Poi Gesù riconferma anche il secondo comandamento della tradizione religiosa di Israele: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Anche qui non si tratta di un amore qualunque, ma un amore impegnativo: lo stesso che abbiamo per la nostra persona, un amore disposto ad offrire anche a quelli che incontriamo sul nostro cammino le stesse garanzie che richiediamo per noi, a prenderci cura degli altri nello stesso modo con cui ci prendiamo cura di noi stessi. Un’altra possibile traduzione ci aiuta a comprendere anche il perché: “Ama il prossimo tuo perché è come te”; quale che sia il colore della pelle, la provenienza, l’etnia, la cultura, è proprio come me, ha la mia stessa dignità, i miei stessi diritti, le mie stesse esigenze, le mie stesse speranze e i miei stessi sogni.
Ma Gesù ha una grande intuizione: “Questo comandamento è simile al primo”, una novità assoluta, rivoluzionaria rispetto alla tradizione. Il che vuole dire che non esiste concorrenza alcuna fra Dio e il prossimo e che i due comandamenti sono inseparabili: quando si ama Dio, non si sottrae nulla al prossimo e, quando si ama il prossimo, non si toglie nulla all’attenzione e all’amore per Dio. Ma questo vuole dire soprattutto un’altra cosa: che il prossimo è simile a Dio, gli somiglia, ha il suo volto, la sua voce, il suo sorriso, la sua bellezza, la sua grandezza, la sua dignità e sacralità…
Ne consegue che si illude di essere un autentico discepolo di Gesù chi crede di stare a posto con la coscienza solo perché recita ogni giorno le preghiere e partecipa all’Eucaristia. “Come può uno amare Dio che non vede, se poi non ama il proprio fratello che vede?”, dice san Giovanni nella sua prima lettera (4,20). E’ molto più facile e più comodo amare un Dio astratto, invisibile, silente che tollerare i limiti e le spigolosità di chi ci vive accanto, l’arrivo inatteso di qualcuno che scompagina i nostri piani, l’amico pesante che richiede comprensione, ascolto, tempo, pazienza talvolta logorante.
Paradossalmente può succedere che i non credenti o i cristiani lontani dalla Chiesa mettano in pratica il comandamento dell’amore verso il prossimo quotidianamente con una cura, un’empatia e un senso di responsabilità veramente sorprendenti; e che altri si battano per la giustizia sociale, senza sapere che l’amore per gli altri è l’unico modo concreto che rende credibile l’amore verso Dio.
Gesù conclude, dunque, che da questi due comandamenti, presi insieme, “dipendono tutta la Legge e i Profeti”, dipendono il senso della vita e della storia, il futuro del mondo e dell’umanità!