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Comunità Invisibile Commento al Vangelo domenicale

24/10/2026

### DOMENICA ORDINARIA
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 22,34-40

Abbiamo già detto più volte che l’ultima settimana di Gesù è contrassegnata da duri scontri con le autorità giudaiche. Prima c'è stata la parabola dei vignaioli omicidi, poi la controversia sul tributo a Cesare e infine quella con i sadducei sulla risurrezione dei morti. A questo punto, Matteo dice che uno degli scribi gli fa una domanda sul “comandamento più grande”, ancora una volta “per metterlo alla prova” ed eventualmente screditarlo. E’ curioso che i luoghi in cui Gesù rischia di più siano la sinagoga e il Tempio e coloro che cercano un pretesto per eliminarlo rappresentino le più alte cariche religiose. Tutto ciò sarà confermato nei giorni successivi a queste dispute.
La domanda dello scriba non è fuori luogo; i precetti del Signore contenuti nella Torah erano infatti ben 613! Il rischio era quello di metterli tutti sullo stesso piano e di sacrificare sistematicamente le cose importanti per correre dietro a quelle del tutto secondarie. Come accade ancora oggi a chi, per esempio, non riesce a mettere ordine tra la recita del rosario, l’astinenza dalle carni, le varie pratiche devozionali e la partecipazione all’Eucaristia, l’amore verso il prossimo, il sostegno a quanti sono nel bisogno. Da qui nasce la domanda: “Qual è il grande comandamento?”, qual è il più importante di tutti i comandamenti?
Gesù non esita a rispondere, citando due testi dell'Antico Testamento. Il primo è un passo del Deuteronomio che tuttora gli ebrei recitano al mattino e alla sera come una sorta di preghiera: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo! Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo lo si trova invece nel Levitico: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Entrambi Gesù li considera come la base su cui poggiano “tutta la Legge e i Profeti”.
Interessante prima di tutto vedere che tutto parte dall'”ascolto”. L’ascolto è l’atteggiamento interiore fondamentale di un credente. Nella Bibbia, esso non è un atto che passa attraverso l’udito, ma attraverso il… cuore. Porsi in stato di ascolto significa infatti credere in una presenza Altra, desiderare di entrarci in comunione, stare in silenzio, fargli spazio e accoglierla nel proprio cuore e nella propria vita. Non a caso, nella lingua ebraica, ascoltare, aderire, obbedire, praticare sono la stessa cosa. Pertanto, tutto quello che Dio dice non ha alcun senso, non va al cuore e non lo colpisce, non cambia la vita, se il credente non si apre all’ascolto e al dialogo fiducioso con Lui.
L’intera Bibbia, ma anche la storia della Chiesa, è attraversata da due grandi tradizioni: una che vede la preghiera come il mezzo per arrivare a Dio, l'altra che invece ritiene che sia l’amore verso il prossimo la strada più sicura. Gesù non si scosta dalla tradizione: l’amore per Dio ha il primato su tutto e su tutti; Dio “va amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente”. Quindi non di un amore qualsiasi, ma di un amore totale, che richiede il coinvolgimento e l’investimento di tutta la persona: prima di tutto le sue zone più intime, cioè il cuore, l’anima, la mente; e poi la sua vita, le energie, i progetti, le scelte. “Questo è il grande e il primo comandamento”: amare Dio incondizionatamente, abbandonarsi, consegnare la vita nelle sue mani, senza indugi, senza riserve, senza preclusioni.
Poi Gesù riconferma anche il secondo comandamento della tradizione religiosa di Israele: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Anche qui non si tratta di un amore qualunque, ma un amore impegnativo: lo stesso che abbiamo per la nostra persona, un amore disposto ad offrire anche a quelli che incontriamo sul nostro cammino le stesse garanzie che richiediamo per noi, a prenderci cura degli altri nello stesso modo con cui ci prendiamo cura di noi stessi. Un’altra possibile traduzione ci aiuta a comprendere anche il perché: “Ama il prossimo tuo perché è come te”; quale che sia il colore della pelle, la provenienza, l’etnia, la cultura, è proprio come me, ha la mia stessa dignità, i miei stessi diritti, le mie stesse esigenze, le mie stesse speranze e i miei stessi sogni.
Ma Gesù ha una grande intuizione: “Questo comandamento è simile al primo”, una novità assoluta, rivoluzionaria rispetto alla tradizione. Il che vuole dire che non esiste concorrenza alcuna fra Dio e il prossimo e che i due comandamenti sono inseparabili: quando si ama Dio, non si sottrae nulla al prossimo e, quando si ama il prossimo, non si toglie nulla all’attenzione e all’amore per Dio. Ma questo vuole dire soprattutto un’altra cosa: che il prossimo è simile a Dio, gli somiglia, ha il suo volto, la sua voce, il suo sorriso, la sua bellezza, la sua grandezza, la sua dignità e sacralità…
Ne consegue che si illude di essere un autentico discepolo di Gesù chi crede di stare a posto con la coscienza solo perché recita ogni giorno le preghiere e partecipa all’Eucaristia. “Come può uno amare Dio che non vede, se poi non ama il proprio fratello che vede?”, dice san Giovanni nella sua prima lettera (4,20). E’ molto più facile e più comodo amare un Dio astratto, invisibile, silente che tollerare i limiti e le spigolosità di chi ci vive accanto, l’arrivo inatteso di qualcuno che scompagina i nostri piani, l’amico pesante che richiede comprensione, ascolto, tempo, pazienza talvolta logorante.
Paradossalmente può succedere che i non credenti o i cristiani lontani dalla Chiesa mettano in pratica il comandamento dell’amore verso il prossimo quotidianamente con una cura, un’empatia e un senso di responsabilità veramente sorprendenti; e che altri si battano per la giustizia sociale, senza sapere che l’amore per gli altri è l’unico modo concreto che rende credibile l’amore verso Dio.
Gesù conclude, dunque, che da questi due comandamenti, presi insieme, “dipendono tutta la Legge e i Profeti”, dipendono il senso della vita e della storia, il futuro del mondo e dell’umanità!

18/10/2026

XXIX DOMENICA ORDINARIA - 18 OTTOBRE 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 22,15-21

Matteo continua a raccontare l'ultima settimana di vita di Gesù trascorsa tra dispute con scribi e farisei. A Gerusalemme Gesù si scontra con quelli che saranno i suoi accusatori durante il processo. Gesù è stato molto duro con i capi dei sacerdoti e gli anziani; per questo essi “tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo”, alla lettera “per intrappolarlo”. Non è la prima volta che lo fanno. Questa volta c’è una novità: essi inviano i propri discepoli a porgli un problema insieme agli erodiani, anche se tra di loro non corre buon sangue. Matteo chiarisce dunque subito che a nessuno interessa il parere di Gesù e che la sua morte è ben architettata un po’ alla volta. Come è inquietante, ancora oggi, in tanti ambienti, anche quello ecclesiale, questo radunarsi per finalità negative, questo mandare a dire le cose senza esporsi, questo diventare amici e fare alleanze solo per far fuori qualcuno!
E’ interessante notare come questa delegazione, andata per mettere nei guai Gesù, senza rendersene conto, prima di andare al nocciolo della questione, nel tentativo di creare le condizioni ideali per formulare la domanda equivoca, gli rivolgano delle parole che hanno dei risvolti importantissimi: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. La loro dichiarazione rivela la grandezza umana, morale e spirituale di Gesù: lo chiamano “didaskalos”, attestano che Egli ama la verità, che indica la via di Dio, dicono che è un uomo libero, che parla apertamente senza lasciarsi condizionare da chi ha davanti e senza temere le gravi conseguenze a cui potrebbe andare incontro per quello che dice. Non capiscono che allo stesso modo farà anche con loro!
Ecco, dunque, dopo tante chiacchiere inutili, che rivelano la loro ipocrisia, la domanda: “E' lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?”. Gesù è invitato a manifestare il suo pensiero sui romani, ma prima di rispondere, smaschera subito la malvagità delle loro intenzioni, definendoli “ipocriti”, cioè coloro che si nascondono dietro ad una maschera, che recitano una parte, fingono: sono, quindi, degli “attori” manipolati da altri. Farisei ed erodiani, in realtà cercano solo un pretesto per screditarlo pubblicamente, arrestarlo ed eliminarlo: se Gesù risponde che occorre pagare il tributo a Cesare, perde credibilità presso il popolo, che non sopporta la dipendenza politico-religiosa dall’occupante romano; se invece risponde che non bisogna pagarlo, viene accusato dall’autorità romana di essere un sobillatore.
Alla risposta di Gesù sono state date tante interpretazioni, ma bisogna stare attenti a non forzare il testo e a non scendere in questioni fuorvianti, tanto da fare di Dio e di Cesare ora dei complici e ora dei rivali: complici, quando mettiamo la fede al servizio della politica per ottenerne dei vantaggi; rivali, quando al contrario, guardiamo con disprezzo la politica e ci ritiriamo dalla scena del mondo, trasformando la fede in un’esperienza intimistica lontana dai problemi concreti della gente e della storia.
Cosa vuol dire dunque Gesù quando afferma “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”? Prima di tutto che Egli non è né uno zelota (contro Roma), né un collaborazionista (dalla parte di Roma), né un messia politico. E poi che la vera questione non è né fiscale né politica, ma teologica ed esistenziale. Non bisogna dimenticare che, tentato dal diavolo nel deserto, fin dall’inizio, non si è lasciato sedurre dai miraggi della politica, ma ha operato inequivocabilmente una rottura radicale con il potere terreno per lasciare spazio nella sua vita solo a Dio e alla sua volontà, tanto da accettare un’ingiusta condanna a morte senza far ricorso al suo potere divino. Gesù non è venuto nel mondo a prendere il posto di Cesare, ma a relativizzare il suo potere e ad insegnare che nessuno può rivendicare un potere assoluto sul mondo, sulla storia e sulle persone.
Le domande che occorre dunque porsi sono altre: a chi appartengono la vita, il creato, l’umanità? Cesare e Dio stanno sullo stesso piano? Le molteplici forme di autorità umana stanno sullo stesso livello dell’autorità di Dio? Bisogna obbedire agli uomini o a Dio? Posta in questi termini, la questione è più semplice e la risposta è scontata: Gesù non nega la legittimità di un’autorità civile, ma afferma con forza la superiorità dell’autorità di Dio. Pertanto, la sua risposta ci interpella su diversi aspetti: quello “politico”, secondo cui anche i suoi discepoli vivono nella società, ne rispettano le leggi, usufruiscono dei servizi dello Stato e quindi da onesti cittadini “rendono”, “restituiscono” almeno in minima parte quanto ricevono, contribuendo con una cittadinanza consapevole e attiva al bene comune; quello “etico”, che richiede un attento e continuo discernimento di ciò che veramente appartiene alla sfera politica e ciò che invece appartiene a Dio, alla coscienza, alla persona, ai veri valori della vita; e, infine, l’”aspetto spirituale”, che ricorda continuamente all’uomo di essere stato creato “immagine e somiglianza di Dio” e che quindi non può idolatrare denaro, potere, ideologie, sistemi o leader politici di turno, perché tutto appartiene a Dio, perché di Dio ce n’è… uno solo!
Dalla risposta di Gesù scaturisce dunque l’esigenza di impostare la nostra esistenza in un modo decisamente nuovo, in cui non consideriamo nessuno, se non Dio solo, padrone della nostra vita, non ci vendiamo a nessuno e non pretendiamo che nessuno si sottometta a noi, ma ci poniamo a servizio degli altri, soprattutto di quanti vengono calpestati da sistemi politici ed economici ingiusti.
E il tema della Giornata Missionaria che oggi celebriamo, “Solidali”, ce lo ricorda: restituiamo a Cesare e a Dio ciò che loro spetta, ma restituiamo anche ciò che spetta ai poveri; più corretto dire agli… impoveriti dall’indifferenza, dall’illegalità, dallo sfruttamento, dalle ingiustizie…

10/10/2026

XXVIII DOMENICA ORDINARIA - 11 OTTOBRE 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 22,1-14

La parabola di oggi è piena di colpi di scena. Parla di una grande festa, la più importante delle feste: si sposa il figlio del re! Il re è fuori di sé, prepara le nozze, fa le cose in grande, manda i suoi servi a rivolgere l’invito anzitutto ai dignitari, alle persone più importanti del suo regno; vuole condividere la sua gioia con quelli che gli sono più vicini. Costoro dovrebbero sentirsi onorati di figurare tra i primi nella lista degli invitati e aderire con gratitudine e con gioia alla festa. Invece, no; nessuno di essi ha voglia di partecipare! La reazione al secondo invito è ancora più sorprendente, peggiore. Gli invitati non oppongono un plateale “no”, semplicemente non se ne curano, rivelando una incredibile insensibilità: indifferenti all’invito del re, se ne vanno chi al proprio campo, chi ai propri affari, ritenendo il lavoro più importante dell’amicizia e della festa. Vi sono poi altri che, infastiditi dall’invito pressante dei servi, li insultano, uccidendone addirittura alcuni. La sala è vuota, ma – sorpresa! – il re non ci sta; gioca al rilancio, vuole che la festa si faccia a tutti i costi! Così dai notabili della città passa agli ultimi della fila, manda a chiamare i servi ai crocicchi per estendere il suo invito agli scarti della società. Senza distinzioni, belli e brutti, presentabili e impresentabili, onesti e delinquenti, “cattivi e buoni”; notate bene: sono nominati prima i… cattivi! Così la sala delle nozze si riempie e la festa può iniziare.
Il contesto e il senso teologico della parabola è lo stesso di quella di domenica scorsa: siamo in prossimità della passione e morte di Gesù; Gesù rivolge i suoi ultimi appelli ai capi del popolo e ai farisei nella speranza che si rendano conto della gravità del loro comportamento e di quello che stanno tramando contro di Lui; il re è Dio; il Figlio è Gesù; i servi sono i profeti; gli invitati siamo noi; le nozze rappresentano l’amore sovrabbondante con cui Dio si è legato all’umanità, senza badare a meriti e a demeriti, e senza arretrare di un passo nemmeno dinanzi all’uccisione del Figlio.
Tra le molteplici interpretazioni e contestualizzazioni della parabola (l’apertura della Chiesa a tutti i popoli, l’arrivo tra noi delle chiese emergenti, la destinazione dei beni della terra a tutti i popoli…) quella che oggi mi sembra più attuale per noi è il rinnovato invito che il Signore ci rivolge ad entrare in comunione con Lui attraverso il banchetto eucaristico. Le nostre assemblee liturgiche domenicali sembrano riprodurre esattamente il vuoto e la tristezza della sala disertata dagli invitati della parabola: sembra che nessuno più abbia voglia di sedersi alla sua mensa, di ascoltare la sua Parola e di nutrirsi del suo Corpo e del suo Sangue. Anche la stragrande maggioranza di coloro che si dicono cristiani preferiscono infatti sedersi attorno ad altre mense, ascoltare altro, parlare e nutrirsi d’altro. Sorprende però, come nella parabola, che l’invito a partecipare non venga revocato; le campane, la domenica, continuano a suonare a festa e a ricordarci che questo è un giorno diverso dagli altri giorni, un giorno speciale: le porte delle chiese sono spalancate; tutto è pronto per la celebrazione delle nozze del Figlio del Re; possono partecipare tutti, non importa la provenienza, lo stato sociale, il passato, da quali esperienze si viene… Come nella parabola, il re puntualmente scende per sedersi a tavola e far festa con noi nella sala preparata dai suoi servi.
Ma che cosa accade? Che Dio muore dalla voglia di incontrarci e noi preferiamo fare altro! Alcuni, come gli invitati della parabola, non ne hanno voglia, ad altri non gliene importa proprio nulla, altri sono presi dai loro affari, altri non uccidono il Figlio, ma conducono uno stile di vita talmente contrario al Vangelo da oscurare la sua presenza in mezzo a noi. Soffermiamoci brevemente sulla scusa più diffusa tra la gente, ma che in realtà esprime la volontà e la scelta di fare altro piuttosto che andare in Chiesa: "Non vengo a messa la domenica perché ho tante cose da fare”.
Siamo spesso presi da mille urgenze: il lavoro, i figli, i vecchi, la casa, le utenze, gli impegni lavorativi, la cura del benessere fisico e mentale…. La vita corre veloce, tra il dovere e le tantissime possibilità che la società oggi ci offre. All’interno di questa sovrabbondanza di responsabilità e di opportunità si corre il rischio di “abbuffarsi” senza gustare davvero ciò che si sta vivendo. Arriviamo al punto di fare tante non perché siano in linea con i nostri interessi e i nostri sogni, ma perché non siamo più in grado di dirci dei “no” e di porci dei limiti, non sappiamo più discernere tra cosa è prioritario e cosa no, cosa ci è di vero nutrimento e cosa ci danneggia, ciò che ci fa star bene e ci crea malessere. A volte si ha la sensazione che il tempo ci stia scivolando tra le mani senza che noi siamo più i protagonisti della nostra vita e che siamo rimasti ingabbiati in abitudini e stili di vita indesiderati e insoddisfacenti da cui non si trova la forza di venir fuori. Può succedere perfino che un ministro di Dio o un cristiano impegnato impegnati costantemente in servizi sacrosanti alla comunità si perdano nelle tante cose da fare fino a dimenticare ciò che è essenziale e quindi fino, un giorno o l’altro, a non piacersi più e non fare più con gioia ed entusiasmo quello che fa, ma a subirlo e a farlo solo perché è entrato in un meccanismo funzionale da cui non riesce più tirarsi indietro.
Quell’uomo “senza veste nuziale” rappresenta la figura più inquietante e più tragica della parabola, peggiore di quelle che hanno declinato l’invito con una scusa o l’altra: è colui che partecipa al banchetto eucaristico, ma solo fisicamente, in modo svogliato, senza alcun coinvolgimento, con la testa già da un’altra parte; è colui che ha perso la gioia dello stare insieme con il Signore, dell’incontrare i fratelli e le sorelle della comunità e del prendersi cura della propria persona e delle cose che veramente contano nella vita. Quell’uomo potremmo essere proprio noi, che non ci perdiamo una messa domenicale…

04/10/2026

XXVII DOMENICA ORDINARIA - O4 OTTOBRE 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 21,33-43

Nel brano del Vangelo troviamo la conclusione delle tre parabole di Matteo lette di seguito, in queste ultime tre domeniche, aventi come tema quello della vigna, nella quale ognuno di noi è chiamato a lavorare. La prima parabola ci metteva in guardia dall'atteggiamento della gelosia nei confronti di chi arriva alla fede in modalità e tempi diversi dai nostri; la seconda ci mostrava quanto sia sempre in agguato il pericolo dell'apparenza, del fare le cose solo per metterci in mostra, evitando di fatto di compiere il nostro dovere. Oggi, l'insegnamento di Gesù assume toni drammatici. Ne sintetizziamo il messaggio, per poi coglierne le provocazioni spirituali e le sfide pastorali.
C’è un padrone, che pianta una vigna, vi pone attorno una siepe, scava un torchio, edifica una torre, la dà in affitto a dei contadini e se ne va in un paese lontano. Quando arriva il tempo del raccolto manda i suoi servi a prelevare i frutti. Ma la reazione dei contadini è sorprendente, inspiegabile, totalmente inattesa: un servo lo bastonano, un altro lo uccidono, un altro lo lapidano. Il loro comportamento è del tutto illogico. Si comportano come se fossero loro i proprietari della vigna, e con una violenza ingiustificabile, perché quei poverini sono andati lì semplicemente per fare il loro dovere. Dopo che anche il secondo gruppo di servi subisce la stessa sorte, il padrone decide di inviare il proprio figlio, certo che avrebbero avuto rispetto almeno di lui. Ma l’invio del figlio scatena una reazione ancora più violenta: accecati dalla brama di impossessarsi e di spartire l’eredità, lo cacciano dalla vigna e lo uccidono. E’ forte ed evidente il contrasto tra l’amore premuroso, instancabile e ostinato del padrone e la prepotenza dei contadini.
La parabola è una sintesi della storia della salvezza e un annuncio della Passione e morte di Gesù che avverrà di lì a poco: Dio è il padrone, la vigna è Israele, i servi e il figlio malmenati sono i profeti e Gesù, i contadini sono le autorità religiose. Il Signore ha eletto Israele come popolo a Lui consacrato per essere luce del mondo e ha inviato i suoi messaggeri per guidarlo e sostenerlo; i capi del popolo, i sommi sacerdoti, scribi e farisei hanno pensato ai loro interessi, li hanno messi a tacere e hanno ucciso suo Figlio. Ma il progetto di Dio non s'interrompe. Nulla riesce a scoraggiarlo: la parabola si conclude con un atto di fiducia immotivata, unilaterale, asimmetrica: "Il padrone darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo"; nascerà un popolo nuovo, che si metterà a servizio dell’umanità e che produrrà i suoi frutti a tempo debito.
Questo popolo è la Chiesa, siamo noi, tutti. Purtroppo, ancora oggi, a partire dal clero, passando attraverso chi ha fatto la scelta della vita consacrata, fino al laico impegnato che svolge un incarico in una comunità, il rischio di sentirci "padroni" più che servi della vigna del Signore è sempre in agguato. E’ un difetto che ci riguarda tutti. Ciò che più dovrebbe aiutarci a riflettere è che perfino Colui che avrebbe tutto il diritto per ritenersi Padrone della vigna si spoglia della sua signoria e assume la condizione del servo, si comporta come un operaio qualunque fino a farsi cacciare fuori dalla vigna di cui è padrone e farsi uccidere. Allora, se nemmeno Gesù si arroga il diritto di essere il padrone di questa vigna, che pretese possiamo avanzare noi, semplici vignaioli, di impadronirci della Chiesa, del mondo, dell’umanità, degli altri? Noi siamo dalla parte della “Pietra scartata”, dalla parte dei perdenti, non dalla parte dei “costruttori”, cioè di coloro che credono di essere i padroni della terra.
La questione è tanto seria da riguardare tutti gli ambiti della convivenza umana, quella ecclesiale e civile, quella pubblica e quella privata. Non comportarti da padrone, mai e da nessuna parte, perché non lo sei. Sei custode, amministratore, servo, non padrone! La comunità non è tua, le varie chiese sparse per tutta la città, le congreghe, la caritas, la liturgia, la schola cantorum, le feste patronali, ecc, gli ambiti pastorali dove tu operi con tanto entusiasmo non sono tuoi. La famiglia, la donna, l’uomo, i figli, gli amici, i colleghi di lavoro, le persone che incontri non sono una proprietà di cui poter disporre a tuo piacimento. La città, il comune che amministri, la scuola che presiedi, l’associazione di cui fai parte, la fabbrica, l’ospedale, gli uffici, tutti i luoghi in cui ti rechi ogni giorno per andare a lavorare, non li hai avuti in eredità, ma solo in gestione. Niente è tuo! La vigna nella quale rischi di passare l’intera vita senza mai chiederti chi ti ci ha messo e perché ti ci trovi è del Signore, solo ed esclusivamente sua. E’ Lui che, nel suo amore illogico, ha creduto in te e te l’ha affidata, pur conoscendo le tue fragilità e la facilità con cui ti lasci sedurre dal potere, dal denaro e dalla gloria. Tu non devi fare altro che stare al tuo posto, investire tutte le tue energie a servizio della vigna e di tanto in tanto fermarti per verificare cosa ne stai facendo tu, non gli altri, perché essa produca i frutti della giustizia, della pace e della fraternità. Se disgraziatamente inverti i ruoli, combini disastri!
Come non richiamare e rilanciare l’Enciclica di Papa Francesco Laudato si’, dove il filo conduttore è quello dell'uomo che, tradendo il suo ruolo originario e abusando della sua libertà, si è sentito autorizzato a dominare, a sfruttare e a saccheggiare la terra? Il mandato dato agli inizi da Dio all’uomo, nel Libro della Genesi, non era quello di esercitarvi una sovranità assoluta, ma quello di “coltivarla” e di “custodirla”. "Coltivare" significa arare, lavorare, dedicarsi; "custodire" significa proteggere, prendersi cura, preservare, conservare, vigilare. Questo implica una relazione di fiducia con il Creatore, che è l’unico proprietario della terra, e un grande senso di responsabilità. Invece, il fascino dell’autosufficienza e della libertà e l’ossessione del profitto e del potere hanno rovinato tutto: l’uomo ha ignorato i delicati equilibri dell’ambiente e la natura, ora, si sta ovviamente ribellando.
Anche Papa Leone, nel suo Messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la cura e la custodia del creato, che non a caso si conclude oggi, Festa di San Francesco d’Assisi, riprende e approfondisce l’insegnamento di Papa Francesco, sottolineando il legame tra i conflitti armati e il deterioramento dell’ambiente. Le guerre distruggono gli ecosistemi, contaminano risorse essenziali come l’aria e l’acqua e compromettono la sicurezza alimentare. Il che alimenta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali e politiche. E’ veramente imperdonabile che le risorse della terra, invece che essere impiegate per la sua custodia, vengano impiegate per la sua distruzione!
L’uno e l’altro Pontefice ricordano che questi problemi dipendono dalle contraddizioni interiori dell’uomo; il suo cuore, dicevamo anche noi domenica scorsa, è combattuto, tormentato, diviso in due, tentato di andare di là invece che di qua. Il vuoto culturale e la crisi etica in corso non aiutano; ma è arrivato il momento di fermarsi e di capire dove pretendiamo di arrivare con questo senso di onnipotenza senza freni e tutta questa violenza insensata, perché è a rischio il futuro stesso dell’umanità e del creato.

26/09/2026

XXVI DOMENICA ORDINARIA - 27 SETTEMBRE 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 21,28-32

Domenica scorsa abbiamo ascoltato una parabola nella quale Gesù ci ha parlato dell’invidia. Domenica prossima ne ascolteremo un’altra dove ci parlerà della prepotenza. In mezzo a queste due parabole, Matteo ce ne propone una – quella di oggi – dove Gesù parla dell’apparenza, della preoccupazione di salvare la faccia di fronte a Dio e agli altri più che di essere realmente buoni. Siamo a poche battute dalla passione; Gesù, arrivato a Gerusalemme, è entrato nel tempio e ha scacciato i venditori. La tensione e la conflittualità tra Lui e i capi del popolo è dunque altissima, tanto che Egli dirà cose inaccettabili per gente che si considerava irreprensibile e che essi gliela faranno pagare. La parabola è semplice: ci sono un padre, due figli e una vigna da coltivare. Da premettere che, secondo la mentalità del tempo, i figli dovevano eseguire gli ordini del padre senza discutere e che dunque la disobbedienza era ritenuta una grave mancanza. Ad entrambi i figli il padre rivolge lo stesso invito a prendersi cura della vigna. La scena contrappone le loro reazioni: il primo risponde seccamente di “non averne voglia”, ma poi “si pente” ed esegue l’ordine del padre; il secondo, al contrario, risponde subito di “sì”, ma poi non esegue il comando del padre. Anche da un punto di vista narrativo è evidente la forte contrapposizione tra i due atteggiamenti: il primo figlio “andò”; il secondo “non andò”.
Se leggiamo attentamente il racconto, vediamo che nessuno dei due figli ha voglia di andare a lavorare nella vigna. C’è però una bella differenza: il primo sembra o è un ribelle che dice apertamente quello che sente ma, quando si rende conto che davanti ha un padre da amare e non un padrone da temere, quando si ricorda che la vigna è anche sua e anche lui deve prendersene cura, cambia idea e, coerente con se stesso, fa quello che deve fare senza minimamente preoccuparsi di far vedere al padre di essere diventato un bravo ragazzo e di ricevere la sua approvazione; al contrario, il secondo, temendo di deludere il padre e di perdere quell’immagine alta che ha di se stesso, nasconde quello che sente e continua il teatrino del figlio perbene, che usa le buone maniere dei ragazzi ebrei del tempo che chiamavano “signore” il padre, ma poi con il suo comportamento dimostra che non gliene importa nulla né del padre né della vigna; non si fa alcuno scrupolo ad ingannare l’uno e considerare l’altra come qualcosa che non gli appartiene!
E' chiaro cosa vuole dire Gesù: ciò che conta non è ciò che si dice o ciò che si mostra o ciò che si desidera e ci si propone di fare, ma le scelte, ciò che si fa concretamente. Questo è un tema molto caro all’evangelista Matteo: il dire è sempre qualcosa di teorico, di astratto, di vago; qualcosa che lascia le cose in sospeso, in attesa di essere realizzate o accantonate. E’ il fare che è decisivo!
Viene spontaneo chiedersi: ma cosa sono queste contraddizioni tra il “no detto con la bocca” e il “sì sentito dentro” del primo figlio, e il “sì espressamente e prontamente dichiarato” e il “no nascosto meschinamente dentro” del secondo figlio? Rappresentano il nostro cuore diviso, le due persone, le due anime che convivono in noi, il dissidio interiore che viviamo anche per le scelte meno impegnative della vita quotidiana. Arriva l’ora del lavoro, della preghiera, di dedicare un po’ di tempo a qualcuno e non ne hai voglia, una voce ti porta nella direzione opposta; poi ascolti l’altra voce, ti ricredi, ti rimbocchi le maniche e pian piano ti ritorna la voglia. Ma succede anche il contrario: che ti alzi con il desiderio di fare con entusiasmo tutto quello che c’è da fare, ma poi il fascino irresistibile del male ti porta a fare, come dice San Paolo, quello che non vorresti fare. Questo vuol dire che l’uomo è un progetto sempre incompiuto, che nella sua vita ci sono e ci saranno sempre delle sconnessioni e che dunque la coerenza tra il dire, il sentire e il fare è una virtù che va coltivata non data per scontata!
"Che ve ne pare?... Chi ha compiuto la volontà del padre?", chiede Gesù. Attenzione… I presenti rispondono che è stato "il primo” a compiere la volontà del padre. Effettivamente suscita tanta simpatia questo figlio che riflette, si guarda dentro, riconosce il proprio errore e ritorna sui propri passi. Sembra un figlio irriverente, sfacciato e irresponsabile, ma in realtà, anche se sbaglia, è sincero, è tormentato interiormente, lotta per essere se stesso, si rimette in discussione e riparte. Non suscita invece nessuna simpatia il secondo figlio, che rappresenta quelli che “dicono e non fanno”, come dice Gesù in un passo precedente. Costoro difficilmente si convertono, perché sono presuntuosi, ritengono di essere giusti, ma in realtà sono degli ipocriti, degli attori nati, cresciuti e pasciuti.
Sorpresona: pubblicani e pr******te sorpassano quelli che credono di essere a posto con la coscienza e di esempio agli altri. Il giudizio di Gesù è pesantissimo, perché pubblicani e pr******te sono il peggio del peggio, persone che non valgono nulla e sono schifate da tutti, mentre scribi, farisei, anziani, sommi sacerdoti, agli occhi di tutti sono dei bravi credenti, persone da rispettare e da seguire! Gesù ama peccatori e pr******te non perché approvi quello che fanno, ma perché sono sinceri, non nascondono le loro ferite, si recano da Giovanni Battista, confessano i loro peccati e cambiano vita. Li ama perché Dio non guarda alle apparenze, ma al cuore e ai fatti, perché Dio non si ferma al primo “no”, ma li attende anche con i loro “sì” detti in ritardo perché, finché si è sinceri e consapevoli delle proprie fragilità, dopo ogni “no” c’è sempre la possibilità di rientrare in se stessi, ravvedersi e dire “sì”. Stiamo attenti, perché nei Vangeli c’è tanto di autobiografico. Anche in quello di Matteo. Niente lasciava prevedere che uno come lui, da considerare perduto, irrecuperabile, operasse un improvviso e radicale cambiamento di rotta, tanto da morire martire per la diffusione del Vangelo. E’ chiaro allora il motivo dei suoi continui richiami a non giudicare e a condannare le persone al loro primo errore.
Un’ultima sorpresa, molto ricorrente in Matteo, è che ogni volta che Gesù entra in un luogo sacro alza i toni della sua predicazione fino a perdere il controllo e a creare scompiglio. Non dobbiamo nascondercelo: il pericolo che corriamo noi che veniamo in chiesa e che rispondiamo prontamente “sì” al suono domenicale della campana è quello di pensare come gli operai di domenica scorsa di essere quelli della “prima ora” e quindi più meritevoli di coloro che sembrano lontano da Dio, ma poi risultiamo di fatto dei cristiani solo di facciata, che nella loro vita privata ne fanno di tutti i colori!
"Che ve ne pare?”, chiede Gesù all’inizio della parabola. L'errore che a volte facciamo è quello di pensarci solo come ascoltatori della parabola; invece essa parla di noi. Siamo noi i due figli che hanno due cuori, due personalità, due anime, una che dice “sì” e che richiede fatica e impegno e una che dice “no” che non richiede sforzi e responsabilità alcuna. Tutti abbiamo dentro pensieri, desideri e comportamenti contrastanti, contraddittori e incoerenti. Per questo Gesù, fin dall’inizio, ci coinvolge nell’interpretazione della parabola, ponendoci questa domanda.

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