Comunità Invisibile

Comunità Invisibile Commento al Vangelo domenicale

20/06/2026

XII DOMENICA ORDINARIA - 21 GIUGNO 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 10,26-33

Nel brano del Vangelo Gesù, inviati gli apostoli in missione e spiegato lo stile da tenere, non nasconde loro i rischi che essa comporta: non si tratterà di una passeggiata trionfale tra applausi e consensi. Tutt’altro! Poco prima del brano di oggi li aveva avvisati: “Ecco: io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia… Sarete odiati da tutti a causa del mio nome”. Oggi, per molti, essere cristiani o non esserlo, andare in chiesa o non andarci, che Gesù ci sia o no non fa molta differenza. Per la comunità di Matteo e per i cristiani dei primi secoli essere cristiani era una scelta esigente, che comportava coraggio e conseguenze pericolose: essere cristiani significava infatti essere osteggiati, sospettati, sottoposti a castighi esemplari, talvolta messi a morte nei modi più crudeli ed entrare in conflitto perfino con i propri familiari. I toni sono dunque molto spinti, ma sarebbe un errore interpretare questi testi come cose che accadono solo in situazioni di persecuzione sistematica. Le tensioni affrontate dalla comunità di Matteo si verificano in realtà in ogni contesto dove viene annunciato il Vangelo: ovunque ci sia un discepolo che professa seriamente la sua fede è inevitabile che si producano fratture, divisioni e sottili o palesi forme di emarginazione a livello relazionale, culturale, sociale, politico.
Questa premessa di Gesù è di fondamentale importanza: se c’è opposizione, significa che il messaggio sta funzionando; se chi ci sta introno non reagisce, rimane indifferente significa che il Vangelo è stato annacquato e la nostra testimonianza è molto sbiadita. L’opposizione è garanzia di autenticità, la conferma che il Vangelo sta scuotendo le coscienze, mettendo in crisi gli stili di vita e incidendo sul modo di pensare della gente. Il quieto vivere è invece un segnale molto negativo, dinanzi al quale occorre fermarsi a riflettere per cercare di capire cosa non sta funzionando.
A questo punto Gesù passa dall’insegnamento confidenziale ad un imperativo missionario radicale con due metafore: “Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate nelle orecchie voi annunciatelo dalle terrazze”. La Parola di Dio non può essere ascoltata in Chiesa ed essere relegata nell’ambito del privato o dello spazio sacro. Qui da noi non ci sono persecuzioni, contrasti violenti, ma è stata elaborata una strategia più sottile e più pericolosa: tanta gente crede, ma relegando la fede all’intimità della propria coscienza. Non possiamo relegare alla sfera personale la Parola di Dio, la cura della nostra interiorità, la fede, né possiamo cavarcela inviando continuamente su whatsapp Madonne e immagini sacre ad amici e conoscenti che credono come noi e poi mettere nel cassetto i valori evangelici in contesti caratterizzati da ostilità o indifferenza religiosa. Non si tratta di fare gli spavaldi e di ostentare la fede, né di irrigidirsi in stupidi e dannosi integralismi religiosi, di infastidire le persone sempre con le solite prediche, ma semplicemente di parlare e di vivere da cristiani, senza condizionamenti, quando siamo tra gli amici, al lavoro, al bar, alle sagre, a fare la spesa, a discutere di politica o di morale. Se uno ha veramente incontrato Gesù ed è rimasto affascinato dal suo Vangelo, perché deve tenerselo nascosto nel fondo del proprio cuore? Gli viene spontaneo “gridarlo dalle terrazze”, dirlo lì dove si raduna la gente, raccontarlo agli altri per le piazze e le strade della città, senza vergogna e senza alcuna presunzione di essere migliori o di convincerli a tutti i costi, ma solo di offrire loro la stessa opportunità. Poco importa poi se la sua parola e il suo stile di vita dovessero risultare impopolari e così dovesse essere preso in giro, deriso o addirittura trattato con disprezzo e attaccato.
Essere testimoni di Gesù e del Vangelo non vuol dire essere super-uomini o super-donne, affrancati da dubbi, ferite, fragilità. Talvolta, davanti alla sproporzione tra le nostre poche risorse e la complessità del mondo moderno, schiacciati dal potere sottilmente persecutorio della cultura e degli stili di vita dominanti, potremmo sentirci soli e avvertire un frustrante senso di fallimento. Per questo Gesù, dopo aver parlato di questa possibilità, per ben tre volte dice: “Non abbiate paura!”. Paura di esporci, paura di essere giudicati, paura di deludere, paura di essere non essere accolti, stimati, amati… Il tema è davvero di altissimo livello umano e spirituale. Gesù lo sviluppa con due verità di fondo di fondo. Gli uomini ci possono togliere tutto: umiliarci, ferirci, calunniarci, disonorarci, perfino uccidere. Ma c’è uno spazio sacro dove non possono arrivare: il cuore, la coscienza, l’anima! Lì stiamo al sicuro, al riparo da ogni attacco. Nessuno può violare idee, convinzioni e tutto quello che è dentro di noi. In questo consiste la grandezza della persona: per quanto possiamo essere oggetto di pressione e di paure, rimane sempre un margine invalicabile, uno spazio divino in cui nessuno può entrare e impedirci di essere liberi di decidere come vivere e cosa fare della nostra vita. Di una cosa dobbiamo essere certi: meglio rimanere liberi, anche a costo di essere emarginati, che essere buffoni di corte e perdere la dignità!
Poi ci sono le due immagini poetiche dei “passeri” e dei “capelli del capo”. Gli uccelli erano considerati gli animali più insignificanti. Attraverso l’immagine dei passeri Gesù vuole infondere fiducia: se Dio si prende cura anche delle creature più insignificanti, a maggior ragione si prende cura dei suoi figli. Attraverso l’immagine dei capelli, vuole dirci che Dio conosce e ama ogni frammento e ogni fibra della nostra vita. Pertanto, nei momenti di difficoltà, anche quando tocchiamo con mano tutta la nostra fragilità e sembra che tutto stia per precipitare, dobbiamo ricordare che siamo preziosi agli occhi di Dio, che Dio non ci farà mai mancare la sua vicinanza e che la nostra vita è saldamente nelle sue mani!

13/06/2026

XI DOMENICA ORDINARIA - 14 GIUGNO 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 9,36-10,8

Dopo il Discorso della Montagna e la sezione in cui parla dell’attenzione e della prossimità che Gesù mostra verso i sofferenti attraverso l’insegnamento e le guarigioni, Matteo riporta il Discorso Missionario, introducendolo con una frase che richiama e sviluppa il tema della cura delle persone: “Gesù, vedendo le f***e, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Gesù era una persona affascinante; attorno a Lui si radunava spesso tantissima gente, ma a Lui non interessavano il successo e la notorietà. L’evangelista inizia infatti il racconto dicendo che “vede le f***e”. E questo già è tanto, perché sappiamo bene che non è così scontato che lo sguardo, soprattutto delle persone importanti, si posi su persone che vivono ai margini della società, che abitualmente nessuno vede e prende in considerazione. Ma c’è di più: lo sguardo di Gesù va oltre quello che emerge in superficie, riesce a cogliere le ferite e i bisogni più nascosti. Qui prevale l’attenzione di Gesù per i bisogni di carattere sociale. E’ detto infatti che “queste f***e erano come pecore senza pastore”, un’immagine biblica, molto attuale, che indica la mancanza di una leadership davvero interessata al bene della gente. Mancano punti di riferimento credibili e autorevoli; mancano orientamenti culturali e valoriali condivisi che facciano da collante alla società. Tale situazione provoca “stanchezza e sfinimento”, termini che descrivono non solo la fatica fisica, ma uno stato di malessere interiore che spegne la speranza e toglie la gioia di vivere. La gente arranca in modo disarticolato e disgregato; ognuno cerca disperatamente la propria sicurezza in un “si salvi chi può” che alla fine mette gli uni contro gli altri. Gesù coglie subito il disagio della gente e avverte un sussulto, “prova compassione”, un’espressione tante volte spiegata, che sta ad indicare una scossa che gli parte dalle viscere, ritenute in quel tempo la sede dei sentimenti. In altri termini, Gesù rimane sconvolto e sente di dover fare qualcosa per alleviare la sofferenza del popolo. E’ questo un motivo ricorrente nella Bibbia: a fronte di tanti leader politici e religiosi che pensano esclusivamente ai loro bisogni, Gesù è il Messia, finalmente la guida vera preoccupata solo del benessere delle persone.
Dalla sua compassione nasce un processo nuovo: l’invio dei discepoli. Da questa decisione di Gesù scaturiscono tre riflessioni importanti. La prima è sul mistero dell’Incarnazione. Facendosi uomo, ne accetta fino in fondo le conseguenze: sperimenta sulla propria pelle il senso di impotenza e del limite umano, senza vergognarsene; ammette umilmente di non sapere e non poter fare tutto Lui, ma di aver bisogno degli altri. In secondo luogo, mostra di aver fiducia negli altri, senza aver alcun pregiudizio nei loro confronti; oltre a riconoscerne la dignità, li invita ad apprezzare i talenti che hanno, anzi li incoraggia a valorizzarli senza temerne la concorrenza. Infine, con questa scelta, Gesù insegna che tutti sono partecipi e corresponsabili, tutti possono mettere le proprie qualità a disposizione del mondo, della storia, della Chiesa. Abbiamo tutti da imparare da questa scelta di Gesù, e in ogni ambiente (la parrocchia, la scuola, la politica…): chi ha poca autostima ed è portato a sotterrare i propri talenti e chi ne ha troppa ed è portato a fare tutto da solo, senza mai fidarsi, delegare, rendere anche ad altri partecipi del proprio servizio. Quante volte sbottiamo: “Ma non posso fare sempre tutto io! Qua nessuno fa mai niente!”. Ma poi, guai se qualcuno si permette di dare un consiglio, di porgere una mano, di invadere quel campo che riteniamo come una proprietà personale, qualcosa di nostra esclusiva competenza esclusiva, qualcosa che pensiamo di saper fare solo noi.
L’elenco dei Dodici è davvero strano. Basti dire che “il primo”, Pietro, è il più fragile di tutti, Matteo non ha un passato non proprio onorevole e dell’ultimo, Giuda Iscariota, non c’è nulla da aggiungere. Chiunque di noi avrebbe scelto uomini culturalmente preparati, di spiccate virtù morali, qualche esperto conoscitore di Sacra Scrittura, qualcuno con particolari competenze in teologia pastorale. E invece nulla di tutto questo! Gesù ingaggia tutti, senza fare calcoli sull’efficienza e i risultati della missione. Sorprendono dunque certe critiche spietate verso la Chiesa, perché la Chiesa è un popolo di gente comune; con ciò non si intende assolutamente giustificare i suoi errori, ma semplicemente ricordare che i cristiani, i preti, le suore, i vescovi, il papa sono persone normali, chiamate alla santità, ma che si riportano dietro le loro ferite e tutto il loro bagaglio di miserie umane.
Prima di raccontare l’invio vero e proprio, Matteo riporta un detto di Gesù molto interessante: “La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”. Noi siamo portati a dare una valutazione negativa del mondo: “Le chiese si sono svuotate, la gente è diventata cattiva, la messe è scarsa!”. Invece Gesù ha uno sguardo positivo: “La messe è abbondante”. Vede altro Gesù: vede che il seme e il terreno sono buoni, che il grano, la storia, gli uomini crescono. Perché giungano a compimento e maturino hanno bisogno di operai che, invece di lamentarsi, se ne prendano cura. Ecco perché Egli ci invita a “pregare affinché il Signore mandi operai nella sua messe”. Non preti e suore, ma… operai, cioè tutti, preti, suore, sposi, medici, insegnanti, ingegneri, operatori ecologici… Tutti dobbiamo sentirci responsabili della maturazione della messe, nessuno escluso! Non a caso i Dodici vengono chiamati per nome uno per uno. Nessuno è uguale all’altro, siamo tutti importanti, unici.
In che modo dovranno esercitare la loro missione i Dodici, con quale stile, con quale exousìa? Sono stati scelti a coppie; le prime due sono composte da due fratelli. Pertanto la prima testimonianza da dare è la fraternità e la sinodalità. La gente dovrà vedere in loro delle persone impegnate nello stesso progetto di vita non come navigatori solitari o al più come dei soci in affari, ma come dei fratelli che si vogliono bene e lo dimostrano concretamente lavorando insieme, condividendo gioie, fatiche, crisi, ripartenze. In secondo luogo, recandosi tra la gente, mettendosi in cammino, senza la presunzione di sapere tutto e che basti dire “sì” una volta per tutte. La missione è un itinerario senza fine: è “strada facendo” che si apre davanti lo scenario esaltante della missione e che si capisce un po’ alla volta Chi e perché ci ha voluti e collocati in un determinato periodo storico e in un determinato posto. In terzo luogo, dovranno imparare a percepire pian piano la vita come un dono che Dio ha dato loro gratuitamente: la vocazione funziona e si mantiene sempre viva solo se riconosciamo che tutto ciò che siamo ci è stato donato senza alcun nostro merito e che, quindi, non ci resta altro da fare che donare la nostra vita senza temere di non essere ricambiati.
Compito dei Dodici e dei discepoli di tutti i tempi non è avere prestigio ed esercitare il potere sugli altri, ma annunciare l’avvento del Regno di Dio con la stessa “exousìa” (autorevolezza, credibilità) di Gesù, soprattutto a chi non ce la fa ad andare avanti a causa di una disabilità fisica, a chi è tormentato da un dissidio interiore per il quale esiste solo la diagnosi misteriosa degli “spiriti impuri” e dei “demoni”, a chi è stato messo ai margini della comunità e a chi si porta nell’anima una sofferenza acuta o una pesantezza tale da farlo rimanere senza fiato.

07/06/2026

SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI - 07 GIUGNO 2026
COMMENTO AL VANGELO - Gv. 6,51-58

Celebriamo oggi la festa dell'Eucaristia, un altro grande mistero sul quale i teologi hanno discusso tantissimo, fino alla pignoleria, sforzandosi più di dimostrare come sia possibile che Gesù sia presente nel pane e nel vino che di seguire lo stile biblico e di capire come la sua presenza si comunica a noi e che cosa opera nella nostra vita. L’Eucaristia non è una semplice devozione, ma la celebrazione del mistero della morte e resurrezione di Gesù, cioè dell’atto di amore supremo di Gesù, che sulla croce si dona non solo al Padre, ma anche all’umanità, offrendole la possibilità di entrare in comunione con Lui fino alla fine del mondo attraverso i segni del pane e del vino. Nella celebrazione eucaristica Gesù viene realmente in mezzo a noi e ci rende partecipi della sua stessa vita, ci abilita cioè a vivere come è vissuto Lui. Il banco di prova della sua autenticità è dunque il cambiamento del nostro stile di vita.

Al tempo di Giovanni, la prassi eucaristica era piuttosto consolidata nelle comunità cristiane. L’evangelista dunque la dà per scontata e preferisce non riportare il racconto dell’istituzione, ma spiegarne il senso, prendendo spunto dal miracolo dei pochi pani moltiplicati e condivisi per una folla numerosissima. D’altra parte, anche i primi cristiani correvano il rischio di abituarsi e di ridurre la celebrazione dell’Eucaristia ad un rito formale senza più badare al suo significato originario. Inoltre, la folla, sfamata a sazietà, non ha capito che il miracolo dei pani era il segno di qualcos’altro e che quindi non era importante rimanere incantati dinanzi alla grandiosità materiale di questo evento, ma sforzarsi di comprenderne il significato più profondo. Di qui, la necessità di tornare indietro e di non “dimenticare”, di far memoria dell’Ultima Cena e di comprenderne il senso e infine di prendere posizione: “Allora, che ne dite? Vi convince o non vi convince? Mi credete o no?”. E’ scioccante che, a Cafarnao, a divedersi non siano stati i nemici, ma i discepoli di Gesù. La sua domanda spacca la Chiesa nascente dall’interno: la comunità si divide tra chi se ne va e chi, come Pietro, decide di restare facendo una delle professioni di fede più belle e più inequivocabili di tutto il Vangelo: “Signore, da chi ce ne andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio”. Il tema principale del brano del Vangelo di oggi è dunque la fede in Gesù.
La folla lo segue spinta dal bisogno di essere sfamata; vede in Lui un leader politico che finalmente può liberarla dal dominio romano e offrirle sicurezza, pane e benessere materiale. Rifiutandosi di farsi fare re e andandosene via lascia subito intendere che non è quella la strada da seguire per star bene e devono dunque riordinare le idee, purificare i motivi del discepolato, capire bene chi Egli sia e che cosa sia venuto a fare nel mondo. Gesù parte dalla categoria antropologica del bisogno, simboleggiata dalla fame, e spiega, come già il brano del Deuteronomio, che “l’uomo non vive di solo pane”. L’uomo non ha bisogno solo di riempire lo stomaco, non ha bisogno solo di pane, di vestiti, di casa, di macchina, di soldi… L’uomo vive anche d’altro; ha fame anche di amore, di speranza, di energia spirituale, di felicità, di vita, intesa nel senso più ampio. Il bisogno, la mancanza di pane, la fame non sono altro che l’attestazione dello stato di precarietà e di insufficienza in cui egli si trova dalla nascita. La ricerca esistenziale o il semplice passare del tempo porta un giorno o l’altro a comprendere che né il denaro, né il potere, né al alcun nutrimento materiale ha il potere di sfamare la fame di senso dell’uomo. Anzi, spesso capita che più hai successo, più possiedi, più ti abbuffi e più hai fame, più ti senti solo, perso, incapace di riempire il vuoto che riporti dentro.
Gesù inizia dicendo di essere “il pane vivo, disceso dal cielo”. Quindi, un pane sconosciuto, che viene da altrove, diverso, che nutre tutta la persona e dona vita vera, dirompente, eterna. Poi, fa delle affermazioni orribili, pazzesche, se si interpretano alla lettera: per ricevere questo pane occorre “mangiare la sua carne e bere il suo sangue”! E’ ovvio che i presenti rimangono sconcertati, anche perché era severamente vietato pure dalla Bibbia bere il sangue. Ma Gesù vuole dire tutt’altro: le sue parole vogliono dire che Egli è il Verbo di Dio che si è fatto uomo per essere una sola cosa con noi e donarci la vita vera. Il verbo greco “trogo” non lascia dubbi: più si mastica il suo pane, il suo Vangelo, il suo stile di vita, più si entra in comunione e si diventa un tutt’uno con Lui e più vita si ha! Il riferimento all’Eucaristia è chiaro: quel Pane non è un pane qualunque; in quel Pane è presente Gesù stesso, la sua Persona, ogni fibra della sua esistenza; masticarlo significa prendere la sua vita come la misura più alta del vivere, scoprire il vero senso della nostra vita e orientarla progressivamente verso la vita senza fine, una direzione del tutto opposta a quella che si prende quando si vive di solo pane e altri beni materiali.
Ecco allora il senso dell’odierna solennità del Corpo e Sangue del Signore. Prima di tutto, c’è da tener presente il legame sostanziale tra l’Eucaristia e la morte di Gesù. La vita di Gesù è una vita che trasmette vita perché è a vantaggio degli altri, donata. Il gesto liturgico della fractio panis, che passa quasi inosservato, è molto eloquente: il pane spezzato è simbolo di una vita condivisa. L’Eucaristia è l’incontro più intimo e più personale con il Signore risorto, ma avviene all’interno di una celebrazione comunitaria. E’ mangiare lo stesso Pane, bere allo stesso calice, gesti palpabili di comunione non solo con il Signore ma anche fra di noi. La vita dunque ha senso, vive e trasmette vita, se esce da sé per essere spartita con gli altri.
L’Eucaristia è Parola, Vangelo, nutrimento dell’anima: immersi in questa storia, con le sue luci e le sue ombre, i suoi tragici sbagli e le sue occasioni perdute, ci aiuta comprenderne il senso, a orientarci, a rialzarci e a capire da dove ripartire ogni volta. L’Eucaristia è dono che ci tiene in vita, medicina, rimedio alle nostre fragilità, guarigione dalle ferite più profonde. L’Eucaristia è viatico, aiuto, sostegno, provvista per affrontare le fatiche e le prove del viaggio terreno: senza di essa non ci teniamo in piedi. L’Eucaristia è garanzia di eternità, gioia intima di poter lottare e anche soffrire per un mondo diverso, più giusto e più fraterno, con lo sguardo rivolto verso il giorno senza tramonto, in attesa del ritorno glorioso del Signore risorto.
E’ bene ricordare che nessuno di noi si merita questo dono e che per questo andiamo a chiederlo così come fa un povero, quando chiede l’elemosina, cioè con il palmo della mano aperto. L’Eucaristia è banchetto a tutti, proprio perché tutti siamo poveri e tutti ne abbiamo bisogno. L’atteggiamo spirituale con cui ci deve accostare non è allora né quello della presunzione di essere giusti né quello di sentirsene indegni, ma quello di un’immensa gratitudine a Dio, che ci accoglie come sui figli, al di là dell’età, del ceto sociale, delle appartenenze, soprattutto al di là dei meriti e dei demeriti.

31/05/2026

SOLENNITA’ DELLA SS.MA TRINITA’ - 31 MAGGIO 2026
Es. 34,4-6.8-9; Dn. 3,52-56; 2Cor. 13,11-13; Gv. 3,16-18

Concluso il tempo pasquale, riprendiamo il tempo ordinario fino alla fine dell’anno liturgico. Faremo delle soste significative in queste domeniche; la prima è quella della Solennità della SS.ma Trinità di oggi. Un mistero inspiegabile che tanti hanno cercato di indagare, ma con esiti limitatissimi. Pensieri, ragionamenti, studi, parole umane, di fronte al mistero insondabile di Dio, si rivelano del tutto inadeguate. Come si fa a spiegare razionalmente che Dio è Uno e Trino, un solo Dio distinto in tre Persone? Tuttavia, la Bibbia ci insegna che, se da una parte il mistero eccede le nostre capacità di comprensione, dall’altra della sua profondità inaccessibile qualcosa si può capire considerando l’opera che ciascuna delle tre Persone svolge nei confronti degli uomini. D’altra parte, la liturgia ci testimonia che la Chiesa da sempre ha pregato “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito” per insegnarci che la Trinità non è innanzitutto un mistero da investigare, ma un’esperienza di comunione da fare.
Il Libro dell’Esodo racconta come, grazie alla mediazione di Mosè, Dio si rende disponibile a ricominciare tutto da capo con il suo popolo che aveva tradito l’Alleanza, costruendosi un vitello d’oro e infrangendo le tavole (cf. 32, 1-6.19). Il brano di oggi si colloca nel contesto del rinnovamento del patto. In una suggestiva teofania Dio, prima di far riscrivere le tavole, rivela il suo nome! Bisogna tener presente che, secondo la tradizione giudaica, nel nome di una persona c’è tutto il suo mistero: la sua identità profonda e la sua vocazione. Per questo il nome di Dio non poteva essere pronunciato: il suo mistero era ritenuto talmente grande da non poter essere contenuto in un debole filo di voce! Dio, invece, torna a rivelare il proprio nome a Mosè, come aveva già fatto quando lo aveva chiamato dal roveto (cf. 3,15). E’ un gesto totalmente inatteso, di sorprendente condiscendenza e intimità: Dio consegna il suo mistero nelle mani del suo popolo, lo stesso che lo ha appena tradito! Le caratteristiche del suo nome sono una più bella dell’altra: “Il Signore, il misericordioso e il pietoso, il lento all’ira, il ricco di grazia e di fedeltà”. “Signore” riporta l’attenzione sul dominio assoluto di Dio su tutte le creature; “misericordioso e pietoso” sul suo amore viscerale, totalmente gratuito e immeritato; “lento all’ira” sulla sua pazienza infinita (non che Egli chiuda gli occhi di fronte al male, ma che dà il tempo di ravvedersi); infine, “ricco d’amore e di fedeltà” fa riferimento alla sua affidabilità e stabilità nel mantenere le promesse. La reazione meravigliata di Mosè è un’ulteriore approfondimento del nome di Dio: il popolo ha la testa dura, ma la sua infedeltà incontestabile non frena la misericordia di Dio e non gli impedisce di continuare a camminare in mezzo al suo popolo.
Paolo conclude la II Lettera ai Corinzi con un meraviglioso saluto trinitario, che la liturgia riprende all’inizio della celebrazione dell’Eucaristia: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo [sono/siano] con tutti voi”. Non è una formula trinitaria vera e propria; non c’è un linguaggio dogmatico. Anche Paolo non affronta il tema del mistero di Dio in se stesso, ma ci mostra come Dio sia totalmente sbilanciato verso di noi, facendo delle interessanti rivelazioni sul dono specifico di ogni persona; ognuna di esse agisce in nostro favore con sfumature diverse: Gesù è la chàris, la gratuità in persona, indipendentemente dai nostri meriti o dalla nostra risposta positiva; Dio è l’agàpe, la sorgente dell’amore, di un amore smisurato, senza condizioni; lo Spirito è la koinonìa, l’origine della comunione fraterna. Paolo non parla della vita intratrinitaria, ma fa un’affermazione importante: “La grazia di Gesù, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito sono con tutti noi”. Non vengono date spiegazioni; è un dato di fatto: gratuità, ca**tà, comunione “sono con noi”, sono state riversate dentro di noi, perché anche noi possiamo amare come ama Dio. Ne consegue l’esortazione di Paolo: “Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace”. Questo è il nostro identikit, è così che dobbiamo essere: persone gioiose che sanno di godere della presenza di Dio anche nei momenti difficili; persone che non si accontentano di quello che sono già, ma che tendono alla perfezione; persone che camminano insieme, incoraggiandosi a vicenda; persone che provano gli stessi sentimenti; infine, persone che vivono in pace, costruendo relazioni sincere e riproducendo la comunione trinitaria.
Il brano del Vangelo ci parla di un personaggio che va da Gesù “di notte”. Quando Giovanni parla di "notte", non sta semplicemente indicando un orario, ma di una condizione esistenziale. La notte, nel quarto Vangelo, indica la cronologia dell’anima, il momento simbolico in cui si trova chi è ancora indeciso, chi sa, ma non ha ancora deciso di credere. Nicodemo viene di notte perché è ancora diviso: una parte di lui è attratta da Gesù, l’altra è trattenuta perché è fariseo, un influente funzionario della classe dirigente religiosa, e ha paura di essere giudicato dagli altri. E’ uno che ha vergogna di andare in Chiesa, che crede di notte, di nascosto. E’ tuttavia un uomo che va da Gesù, cerca la luce, fa uno sforzo per uscire dalla notte. Gesù entra volentieri in dialogo con lui e gli parla di Dio, a partire proprio dalla sua paura di essere giudicato.
La descrizione che gli fa del volto di Dio segue lo stile biblico; non gli dice chi sia Dio, ma che cosa Dio fa: “Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito”. La prima cosa che Dio fa è dunque “amare”, e amare “tanto” e “concretamente”, non amare quel che basta e idealmente. Il verbo greco usato è “agapào”, che non indica un amore sentimentale, ma un amore tangibile, che esce da se stesso e si storicizza, si rende visibile, entra in relazione, si dona, senza preoccuparsi di alcun ritorno. La prova più grande dell’amore di Dio è la donazione del Figlio… unigenito che, avendo una relazione speciale con Lui, è l’unico che può rivelarci il suo vero volto.
E che cosa ci rivela Gesù? Che il Padre “non lo ha mandato nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui”. Il testo greco originale non usa il verbo “condannare”, ma il verbo “giudicare”. Interessante… Dio non solo non condanna, ma addirittura “non giudica”, non si permette di stare a sindacare quello che succede nel mondo e di “applicare i criteri di valutazione umana”. Dio ama il mondo, non lo misura, non usa bilance per verificare quanto pesa, non sta lì a spiare per vedere se punirlo o assolverlo. Gesù rivela che Dio lo ha mandato per “salvare il mondo”. Un verbo enorme, che richiama le pagine più belle del Vangelo: nemmeno un capello del nostro capo andrà perduto (cf. Lc. 21,18), nemmeno gli uccelli del cielo e i fili d’erba saranno trascurati (cf. Mt.6,25-34).
Tutti salvi, quindi? Nessuno condannato? Nessuno giudicato? Tutti assolti? Sinceramente è difficile dare una risposta. Una cosa è certa: Dio non è un giudice, ma è un padre. E un padre, i suoi figli, non li condanna, non li abbandona al loro destino, ma li ama e fa tutto il possibile per proteggerli e salvarli, fino a donare la propria vita. E’ ovvio che, se i figli rifiutano la comunione con il Padre, per quanto il padre possa insistere, alla fine non può farci nulla. Emerge qui la sovrana libertà dell’essere umano, dono prezioso di Dio. Pertanto la condanna non va intesa come una punizione, un’azione penale imposta da un giudice esterno; è la persona stessa che, ripiegandosi su stessa e non credendo, si autocondanna.
Senza addentrarci in meandri da cui difficilmente potremmo uscire con le idee chiare, sintetizzando, possiamo dire che dai testi biblici risulta che Dio è comunione, legame indissolubile, unità, uguaglianza di tre Persone distinte e che riversa queste sue caratteristiche nella nostra vita. Anche noi siamo nello stesso tempo tutti uguali e diversi; apparteniamo tutti alla famiglia umana, abbiamo tutti un’unica dignità, ma nessuno è paragonabile all’altro, perché ogni uomo ha il suo volto e la sua storia, i suoi sogni e le sue fatiche, le sue aspirazioni e le sue paure, i suoi pregi e i suoi limiti. Possiamo allora ritenere che le dinamiche relazionali che caratterizzano la vita trinitaria sono le stesse che caratterizzano le relazioni umane e che la partita della felicità si gioca sul terreno delle relazioni.
Iniziare e chiudere le nostre liturgie e le nostre giornate, farsi battezzare “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” vuol essere immersi nel mistero della Trinità, riprodurre nella nostra vita un modello d’amore tanto grande da rimanere incomprensibile e da far rimanere senza parole chi lo riceve. Già sarebbe tanto, ma limitarsi ad evitare egoismi, odio, violenza, prevaricazioni è il minimo sindacale. Una vita cristiana pienamente realizzata richiede un amore di alta qualità, un amore capace di donarsi senza misure e senza condizioni, un amore aperto, accogliente, capace di avere rispetto di ogni singola persona e di ogni singolo popolo.

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