Comunità Invisibile

Comunità Invisibile Commento al Vangelo domenicale

16/05/2026

SOLENNITA’ DELL’ASCENSIONE - 17 MAGGIO 2026
COMMENTO AL VCANGELO - Mt- 28,16-20

Stranamente Matteo non racconta l'evento dell’Ascensione, ma ci propone una scena di congedo: Gesù se ne va e lascia le sue ultime parole, le più importanti. I protagonisti di questo racconto sono gli Undici, ne manca uno. L’evangelista non ha difficoltà ad ammettere che purtroppo la comunità dei discepoli di Gesù è una realtà umana, imperfetta. Ci ricorda dunque che il peccato e il tradimento possono abitare anche tra chi è amico di Gesù. Poi riferisce che li incontra “in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato”. La Galilea è il luogo dove Gesù aveva iniziato la sua predicazione ed è quindi il luogo da cui vuole ripartire, inaugurando la missione dei suoi discepoli. Il monte designato non è specificato, ma è usato l’articolo determinativo: si capisce bene di quale monte si tratti; è il monte delle “beatitudini”, dove Gesù aveva dato le linee programmatiche della vita cristiana e della predicazione della Chiesa. L’appuntamento per chiunque intenda dunque incontrare il Signore e diventare suo discepolo è dunque “fissato” sul monte delle beatitudini.
Matteo annota che i discepoli vedono Gesù e lo riconoscono, ma che “alcuni di essi dubitano”. Questo doppio atteggiamento lo troviamo in un altro episodio del Vangelo: Pietro, invitato da Gesù, cammina sulle acque, ma poi si spaventa e affonda. Nell’uno e nell’altro caso, i discepoli non dubitano di Gesù, ma di se stessi; vedono, adorano, ascoltano Gesù, ma hanno paura, temono di non farcela, di non avere forza e capacità per seguire il Maestro. È il dubitare della Chiesa, in ogni luogo e in ogni tempo, che si prostra, prega, adora, celebra solenni liturgie, ma resta debole, dubita di poter allineare totalmente il proprio stile di vita a quello di Gesù. Matteo ci mostra come fede e dubbio siano una caratteristica della condizione umana: l’uomo di fede è sempre in ricerca, sempre in viaggio, mai arrivato; e il dubbio non solo non gli è di ostacolo, ma gli offre la possibilità di crescere sempre di più.
È bello sapere che Gesù affidi il compito di continuare la sua missione nel mondo proprio a questi discepoli che hanno paura e dubitano, che ancora oggi si fidi di questa Chiesa che, sin dall'inizio, appare con tutte le sue fragilità e tutti i suoi limiti umani. Egli si avvicina agli Undici non per rimproverarli, ma per chiarire loro le idee: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. La terapia per vincere la paura dunque è la fede incondizionata in Lui. La vita, il mondo, la storia, la Chiesa non sono nelle loro mani, ma nelle… sue mani! Non devono contare sulle proprie forze, ma sul potere incontrastato di Gesù. La sensazione di essere inadeguati, il timore di essere stati investiti di una missione sproporzionata rispetto alle loro forze, e di non farcela, sono sentimenti fuori luogo. Ad essi è affidato semplicemente un compito “discepolare”, non… “magisteriale”: il discepolo non è colui che sa tutto ed è già in grado di fare tutto, ma colui che è appunto in uno stato permanente di… discepolato; il suo compito non è quello di fare il Maestro, ma quello di imparare dal Maestro, quello di imitare il Maestro e quello di essere suoi autentici testimoni.
E’ detto subito dopo: ai discepoli non è affidato il compito di conquistare e di salvare il mondo, imponendosi all’attenzione delle f***e con chissà quali strategie pastorali o con delle forme di leadership a dir poco molto discutibili, ma il compito di “fare discepoli dappertutto”, “battezzando e insegnando a praticare il Vangelo”. Andare, fare discepoli, battezzare, insegnare, praticare non ha nulla a che fare con quanto appena detto ed è molto di più del semplice proclamare, annunciare, diffondere il Vangelo. Temi pastorali di grande attualità… Aiutare a diventare discepoli significa predisporre degli itinerari catecumenali con tanto di accompagnatori affidabili, di tirocinio pratico e di celebrazione consapevole del Battesimo o di riscoperta di questo sacramento che, nella maggior parte dei casi, continua ad essere amministrato per tradizione.
E’ ovvio che, nonostante la fiducia enorme che Gesù mostra nei loro confronti, gli Undici rimangono un gruppetto di uomini consapevoli di essere fragili e inaffidabili. Gesù, però, capisce il loro tormento interiore e non li lascia soli con i loro limiti e i loro dubbi; infatti, prima di congedarsi, li tranquillizza con una solenne promessa, che richiama la profezia dell’Emmanuele con la quale si era aperto il Vangelo secondo Matteo: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Certo, saranno derisi, calunniati, emarginati e anche uccisi, ma potranno continuare a contare sulla presenza del Maestro al loro fianco “tutti i giorni, fino alla fine del mondo”!

10/05/2026

VI DOMENICA DI PASQUA . 10 MAGGIO 2026
COMMENTO AL VANGELO - Gv. 14,15-21

Il brano del Vangelo di oggi viene subito dopo quello di domenica scorsa. Giovanni ci riferisce che, dopo aver annunciato la sua partenza, Gesù annuncia ai discepoli che “non vedranno più il suo volto”. I due brani sono dunque accomunati dalla prospettiva di rimanere senza il loro punto di riferimento e quindi da un cupo clima di tristezza, di smarrimento e di paura. Come già aveva fatto in precedenza, anche in questa circostanza Gesù spiega loro il valore positivo e temporaneo del distacco, garantendo di colmare la sua assenza con un’altra presenza e di rimanere con loro per sempre. Così, per la prima volta comincia a parlare del dono dello Spirito Santo, includendo questo tema tra due affermazioni simili che ritornano all’inizio e alla fine del brano evangelico di oggi: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. E’ questo il modo per continuare a sentirlo vivo tra di loro e in loro.
Cosa c’entra questo con il dono dello Spirito Santo? La richiesta di Gesù non è cosa da poco. I due verbi usati sono molto impegnativi: “agapào” è un amore totalmente disinteressato, incondizionato, senza fine, è lo stesso amore con cui ha amato Lui; “terèo” non è un’osservanza formale, esteriore, ma una forma di rispetto attenta, premurosa, ossequiosa, da custodire e coltivare. Amare Gesù significa entrare in relazione con Lui con tutto il cuore, tutta l’anima, tutta la mente, coinvolgerci con tutta la nostra persona, mettere in gioco risorse, energie, capacità, assumere il suo stesso stile di vita. L’osservanza dei comandamenti, lo aveva detto poco prima, è sostanzialmente prendersi cura degli altri, impegnarsi a trattare tutti come fratelli e sorelle. Capite che amare come ha amato Gesù non è impresa facile, che non può essere onorata solo con la nostra determinazione, il nostro coraggio, i nostri sforzi e la nostra buona volontà. Ecco perché Gesù dice ai suoi discepoli che Egli intercede continuamente perché il Padre doni un “altro Consolatore che rimanga sempre con loro” (“allos paráklētos”). La parola greca “paráklētos” è equivalente al termine latino “advocatus”. Nei tribunali antichi l'avvocato veniva chiamato dall'imputato (che poteva permetterselo) perché lo aiutasse a difendersi. A differenza di oggi, non parlava al posto dell'imputato, ma gli suggeriva nell'orecchio le parole con cui difendersi dall'accusa. La prima funzione dello Spirito è quella di essere il nostro Maestro, la nostra guida interiore: quando siamo in difficoltà e non sappiamo cosa fare, Egli ci illumina, ci aiuta a discernere quale strada prendere, senza sostituirsi a noi.
Tra le altre traduzioni più suggestive del termine “paráklētos”, ci sono anche i termini “consolatore” e “soccorritore”. Il primo è un termine di altissima umanità e di sincera amicizia: “cum-solari”, “con-fortare” significano “stare con chi è solo”, “fortificarlo con la propria presenza”. Altra funzione dello Spirito è, dunque, quella di rendere presente Gesù che continua la sua missione di essere vicino e di recare sollievo a chi soffre. La traduzione letterale del secondo termine è “colui che accorre quando viene chiamato”. Quella del soccorritore è una figura molto familiare: ogni giorno vengono chiamate tante persone per far fronte a situazioni di emergenza ed esse arrivano per portare immediatamente un soccorso. A differenza di queste generose persone, che ad un certo punto devono interrompere il loro servizio di pronto soccorso e consegnarti nelle mani di altri per riposarsi o per rimettersi in attesa di altre chiamate, il Soccorritore promesso da Gesù non ci abbandona a noi stessi, ad un destino incerto o in mano ad altri di cui non conosciamo l’affidabilità, ma “rimane con noi sempre”, ci sta accanto fino alla fine, fino a missione compiuta.
Un’ulteriore caratterizzazione del paráklētos è che Egli è “Spirito di verità”, cioè colui che apre gli occhi, la mente e il cuore. Non si tratta di un teologo che spiega la dottrina cristiana, né di un informatore scientifico, come l’IA, alla quale poni una domanda e ti offre subito la risposta, ma di un educatore, cioè uno che “e-duce”, conduce fuori, aiuta a ti**re fuori il meglio di quello che c’è dentro di noi e ci incoraggia a compiere un esodo, a percorrere cioè un cammino di vita nuova. Gran parte della gente ama le guide che ti dicano cosa è giusto e cosa non lo è, cerca qualcuno che dica per filo e per segno cosa fare e cosa non fare. A tanta gente piace rimanere bambina, essere coccolata, andare dietro a idoli da imitare e da seguire. Lo Spirito è invece un Maestro interiore affidabile proprio perché non pretende che si faccia quello che dice Lui, ma vuole che ognuno incontri Dio, scopra se stesso, diventi adulto e faccia la propria strada, evitando di farsi manipolare da chiunque.
La posta in gioco è molto alta; per questo Gesù incalza e dice: “Non vi lascerò orfani: verrò da voi”. A questo punto occorre che ognuno, a livello personale, oltre che sullo Spirito Paraclito, rifletta sui tantissimi paracliti che Dio ha messo e mette ogni giorno sulla nostra strada e su quante volte noi accettiamo il suo invito a farci avvocati difensori, accompagnatori, saggi educatori, consolatori, soccorritori, soprattutto per i più deboli, affinché scoprano che Gesù è vivo e sta sempre al loro fianco.

25/04/2026

IV DOMENICA DI PASQUA - 26 APRILE 2026
COMMENTO AL VANGELO DI OGGI - Gv. 10,1-10

Per comprendere bene il testo del Vangelo, occorre fare un brevissimo passo indietro, dove Giovanni ha parlato della discussione di Gesù con le autorità religiose in seguito alla guarigione del cieco nato, avvenuta in giorno di sabato, e quindi da essi ritenuta illegale. Gesù arriva a definire i capi del popolo "guide cieche". Così, con l'immagine del Buon Pastore, Egli spiega cosa significhi essere guide, investite da Dio della grande responsabilità di prendersi cura del popolo loro affidato. I Giudei non si erano limitati ad accusare Gesù di aver violato la Legge, ma avevano anche “cacciato fuori” dal tempio e dalla sinagoga il cieco guarito. Gesù parte proprio da questo atteggiamento del "cacciare fuori" tipico dei capi del popolo per abbozzare l’identikit del vero pastore.
Prima di tutto, a differenza del mercenario, del ladro, del brigante e dell’estraneo, il vero pastore “chiama le sue pecore, ciascuna per nome”. Nella Bibbia, il nome è l’identità, l’essenza stessa della persona, ciò che distingue ogni persona da tutte le altre; quindi ciò che rende ogni persona unica, irrepetibile, sacra. Basterebbe solo questo per capire la qualità del rapporto tra il pastore e le pecore, le guide e il popolo. Per Gesù, nessuno di noi è uno dei tanti; per Lui non siamo numeri, codici fiscali, clienti, utenti, ma persone uniche, ciascuna con la propria storia, i propri talenti, le proprie fragilità, le proprie ferite, la propria intimità, i propri segreti e le proprie speranze. La nostra vita, per Gesù ha un valore enorme, incalcolabile!
Essere chiamati per nome significa scoprire che all’origine della nostra vita non c’è il nulla o il caso, ma Qualcuno che ha disegnato la nostra vita, l’ha voluta, la conosce nelle pieghe sue più nascoste, la segue, l’accoglie e la protegge nel recinto. La partita della vita però non si gioca al chiuso, ma in campo aperto; i pascoli, il nutrimento, le possibilità di crescita e di realizzazione stanno fuori dell’ovile. E allora Gesù, il vero pastore, la prende e di nuovo “la conduce fuori”, anzi “la spinge fuori”. Badate bene: non la invita, ma la “caccia fuori”; Giovanni usa lo stesso verbo usato per dire che le autorità avevano sbattuto fuori dalla comunità il cieco guarito di sabato. Ma non con lo stesso significato: qui si vuol dire che Gesù compie un gesto energico, un’azione decisa, risoluta perché l’ovile è dove ci si riposa, ma anche dove ci si può adagiare, diventare pigri, oziare, precludersi la possibilità di diventare persone adulte, capaci di prendere in mano la propria vita e di viverla in modo libero e responsabile. E’ come voler dire che la vita non si realizza negli spazi troppo protetti, ma nel mondo, mettendosi in gioco, accettando le sue sfide e sforzandosi di decifrarne il senso e la direzione.
Quello di Gesù, dunque, non è un gesto di esclusione, ma una spinta pasquale, un essere mandati, quasi gettati nella vita. L’ovile, vissuto come uno spazio chiuso, rassicurante, ovattato, è come un sepolcro, uno spazio dove la vita viene seppellita. L’intento di Gesù è dunque quello di gettarci fuori dalla tomba, di liberarci dal vuoto e dall’insignificanza della nostra vita e farci risorgere a vita nuova. Non a caso anche l'Esodo usa questo verbo per indicare la fine della schiavitù dell'Egitto e l'uscita verso la Terra Promessa. Ascoltare la voce di Gesù, diventare suoi discepoli, seguirlo significa allora fare Pasqua, dare una svolta alla vita, operare un passaggio da una vita ad un’altra.
Operazione non semplice, scelta che destabilizza. Ma Gesù non ci lascia soli: “Cammina davanti alle sue pecore”, dice l’evangelista. Gesù non è un pastore che convince le sue pecore a seguirlo urlando e minacciando, ma precedendole, mettendosi davanti ad esse, spianando la strada, tracciando percorsi nuovi, incoraggiando con il suo andare sicuro e trasmettendo “vita in abbondanza”, esuberante, in… eccesso; vita che straripa, rompe gli argini, deborda da tutte le parti!
Oggi è la Giornata di preghiere per le vocazioni sacerdotali e alla vita religiosa, ma il brano evangelico di oggi offre tanti spunti interessanti anche per i genitori, i nonni e tutti coloro che svolgono un compito educativo, di cui Gesù è il vero modello. E’ quanto mai necessario in questo tempo in cui sono venuti meno, a tutti i livelli, i punti di riferimento, pregare il Signore perché ci doni dei veri pastori, delle guide autentiche, che siano porte aperte, persone accoglienti, premurose, interessate non a se stesse, al proprio prestigio e ai propri interessi, ma a quanti sono affidati alle loro cure. Guide che sappiano di dire anche di “no”, ma di prima linea, disponibili a mettersi avanti, pronte a dire di “no” prima a se stesse, di imporre soprattutto a se stesse uno stile di vita rigoroso. Guide che trascinano non sbraitando e facendo leva sul proprio potere, ma contagiando e convincendo con l’autorevolezza del loro esempio; che non siano predicatori, ma testimoni coerenti dei valori che propongono agli altri. Guide che non si stancano e non mollano mai, che non si lasciano abbattere dalle difficoltà e dagli inevitabili insuccessi, che non cedano alla tentazione del vittimismo e della lamentazione, ma sappiano inventarsi soluzioni ai problemi, aprire strade nuove e trasmettere serenità, forza, entusiasmo, vita.
Il Vangelo di oggi, attraverso la similitudine del Buon Pastore, ci offre una visione chiara del rapporto che Gesù ha con ciascuno di noi, ma anche del rapporto che dobbiamo avere tra di noi. E’ vero che siamo unici, diversi, ma è altrettanto vero che non siamo delle isole e che siamo connessi gli uni agli altri. Chiamarsi per nome, camminare insieme, essere comunità riunita intorno al Buon Pastore risorto significa entrare in relazione con gli altri, avviare relazioni serie, coltivarle, superare le incomprensioni. Ci vogliono tempo, pazienza e tanto cuore per ascoltare, parlare, conoscere la biografia dell’altro, le sue ferite, le sue qualità, cogliere i suoi sentimenti, le sue attese, i suoi sogni, capire cosa sta vivendo e provando in quel preciso momento lì. E questo non è facile, né spontaneo, soprattutto nella nostra società dominata dalla fretta, dall’individualismo, dall’egoismo e dall’indifferenza. Ma è un aspetto della persona importante per avere “vita in abbondanza”, decisamente più importante di qualsiasi altra cosa.

12/04/2026

II DOMENICA DI PASQUA - 12 APRILE 2026
COMMENTO AL VANGELO - Gv. 20,19-31

Nel brano del Vangelo, Giovanni ci riporta alla sera di Pasqua e ci riferisce che i discepoli sono blindati in casa per il “timore dei Giudei”. Quelle “porte chiuse” del cenacolo non sono solo porte di legno sbarrate, ma rappresentano la delusione, lo smarrimento, la mancanza di fede, i sensi di colpa, l’incapacità di capire da dove ripartire, la paura di fare la stessa fine del Maestro, dal momento che il mandato di cattura era esteso anche a tutto il gruppo. A nulla è valso, la mattina di quello stesso giorno, il ritrovamento del sepolcro spalancato e vuoto.
Ma Gesù, ancora una volta, sorprende i discepoli e si presenta in mezzo a loro. Che bello vedere che le chiusure non fermano il Signore Risorto e che l'incredulità non arresta il suo desiderio di incontrarli e di aiutarli a riprendersi. Egli attraversa disinvoltamente le porte chiuse, si pone in mezzo a loro amichevolmente e dice: “Pace a voi!”. Non è un augurio, ma una rivelazione e un dono: “Tranquilli, sono qui! Sono in mezzo a voi”. E mostra loro le ferite della crocifissione, per spiegare loro che le ferite non scompaiono, ma che, con Lui al loro fianco, non fanno male, possono essere portate. La scena si ripete “otto giorni dopo”. Le porte del Cenacolo e del cuore sono ancora “chiuse”; incredibilmente, è passata appena una settimana dall’apparizione e dalle rassicurazioni di Gesù, ed è di nuovo tornata la paura. Tuttavia, nonostante la persistente inaffidabilità, Gesù viene e ancora una volta dice loro: “Pace a voi! Tranquilli, sto qui, in mezzo a voi!”.
Può succedere anche a noi che, dopo aver celebrato la Pasqua domenica scorsa, ritorniamo alla vita e ai sentimenti negativi di prima. Bellissimo il Vangelo di domenica scorsa e molto incoraggiante l’omelia sul possibile ancora, sul futuro sempre spalancato davanti a noi, sul Dio delle cose imprevedibili e inimmaginabili, sulla speranza... Ma poi si ritorna alla vita di sempre, a fare i conti con i problemi della vita quotidiana, con le notizie di cronaca nera e con lo scenario geopolitico completamente scompaginato dalle scelte insensate dei grandi della terra. Ed ecco di nuovo “i macigni della morte”: smarrimento, vuoto, delusioni, depressione, paura di non farcela, chiusure. Conforta scoprire che, se trova chiuso, Gesù non se ne va, ma viene lo stesso; e se tardiamo ad aprire, otto giorni dopo, e poi ancora otto giorni dopo, ad oltranza, fino alla fine, Egli torna sempre! Non per rimproverarci, ma per portarci la pace, che non è la semplice assenza di violenza o di problemi, ma il dono di essere sereni anche quando infuria la tempesta, il dono di non mollare, di ripartire, di sperare, di sognare, di progettare ancora, anche se feriti e soggetti a frequenti sbalzi di umore.
Poi Giovanni ci racconta la storia di Tommaso. Meriterebbe un’omelia a parte. Diciamo intanto che ognuno ha un suo percorso spirituale e che Gesù è attento ai bisogni di ogni singola persona; torna infatti non solo per la comunità, ma anche per lui. Tommaso è stato considerato per tanto tempo come l’emblema dell’incredulità, del dubbio radicale e dello scetticismo. Perdere però la fede, avere dei dubbi, riflettere, cercare prove è cosa del tutto naturale in un momento totalmente fallimentare della vita come il suo: lasci tutto, per tre anni ti affidi ad una persona che ti ha affascinato e rigirato la vita sottosopra, poi te lo vedi tradito da un amico, arrestato e appeso ad una croce! E’ comprensibile che, inaspettatamente, tutto quello che avevi costruito e modellato faticosamente sulla sua predicazione e sull’imitazione della sua persona ti appaiano come qualcosa di drammaticamente disastroso. A fronte di tutto ciò, ben poca cosa, quasi del tutto irrilevante, la testimonianza di amici che affermano di aver visto il Signore risorto, ma poi, di fatto, sono ancora impauriti e rinchiusi nel cenacolo. In realtà, la storia di Tommaso rappresenta il travaglio interiore di tante persone che desiderano incontrare Gesù risorto, ma che ne hanno passate tante nella vita ed hanno incontrato sulla propria strada parrocchie e cristiani tanto inaffidabili da aver bisogno di tempo prima di giungere ad una fede incondizionata nel Signore.
Gesù non si sottrae all’esigenza di Tommaso di avere un’esperienza personale della sua resurrezione; mostra le sue ferite e si fa toccare. Accontentato, Tommaso passa dall’incredulità ad una delle professioni di fede più alte che troviamo nei Vangeli. Gesù però lo invita ad… andare oltre, ad una conoscenza superiore e ad una relazione di amicizia più profonda con Lui: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Sappiamo che Tommaso, da quel momento, cambiò il suo modo di vedere e di vivere la fede, tanto da donare la vita e morire martire, trafitto da una lancia.
Siamo noi quelli di cui parla Gesù, noi che ogni otto giorni, dopo duemila anni, continuiamo a riunirci nel suo nome, anche senza averlo mai visto e toccato di persona. Tra di noi c’è chi ha una fede semplice e si affida totalmente a Dio; e c’è chi ha una fede più inquieta, più problematica, più bisognosa di ragioni valide per essere praticata. Gesù apprezza l’uno e l’altro modo di accostarci al mistero della sua persona. Il problema è la trascuratezza. E questo può accadere facilmente, perché più passa il tempo da quella prima Pasqua e più si corre il rischio di praticare una fede solo di tradizione o di andare alla ricerca di prove equivoche per poter credere. D’altra parte, il passare del tempo, la mancanza di testimonianze dirette, la memoria storica che si sbiadisce sempre di più ci offrono la possibilità di giungere ad una fede di alto livello, quella del cuore, che oltrepassa il bisogno di prove. Non accade così anche nelle storie d’amore vere? Si è felici quando crediamo nell’altro pur senza avere delle prove schiaccianti della sua affidabilità e non quando diventiamo ostaggio della pretesa di avere prove o di tenere l’altro sotto controllo fino a possederlo.

04/04/2026

SABATO SANTO – VEGLIA PASQUALE
COMMENTO AL VANGELO Mt. 28,1-10

Ci sono situazioni che appaiono senza via d’uscita, irreparabili. Poi, proprio quando ci si sente persi, accade qualcosa di imprevisto, qualcosa che nessuno avrebbe immaginato. È questo che hanno vissuto gli apostoli e le donne dopo quel venerdì in cui Gesù, una volta condannato da Pilato, è salito sulla collina del Golgota e ha fatto una fine atroce, apparentemente senza scampo. Questo vuol dire che non dobbiamo mai perderci d’animo, nemmeno in situazioni personali o storiche drammatiche, perché può sorprenderci sempre un nuovo inizio, qualcosa di inatteso, benché sembrarci impossibile, perché Cristo ha vinto le tenebre e la morte.
Ma attenzione: cosa significa il rito del cero pasquale che avanza lentamente nella notte verso l’altare illuminando passo passo la Chiesa fino all’annuncio della resurrezione di Gesù? Cosa significa che la Pasqua del Signore avviene quando ancora è notte, alle prime luci dell’alba? Cosa significa che il sepolcro viene trovato spalancato, ma vuoto? Significa che Dio irrompe nelle tenebre della storia e del nostro cuore senza fare clamore, senza trionfalismi; significa che la resurrezione non è un evento spettacolare con cui Egli intende obbligarci a credere, manifestando il suo potere senza limiti; significa che la risurrezione non è un fatto che s’impone con evidenza geometrica, ma si fa strada un po’ alla volta, con discrezione, ed esige un percorso fede che deve spesso fare i conti con le notti del dubbio, con le nubi che spesso si addensano sul mondo, con la paura che sia tutta un’illusione. Lo stile di Dio non è uno stile dimostrativo, ma rivelativo, propositivo, indicativo: quel sepolcro vuoto è un indizio, non una prova; vuol dire che, alla fin fine, la fede nella resurrezione dipende da una libera scelta personale.
Tutto ciò trova riscontro nei racconti pasquali. Le donne vanno al sepolcro alle prime luci dell’alba, ma dentro è notte fonda. Pur essendosi messe in cammino verso il sepolcro, il loro cuore è ancora ai piedi della croce. Annebbiate dalle lacrime del Venerdì Santo, sono paralizzate dal dolore, hanno la sensazione che ormai sia tutto finito, convinte che sopra la vicenda di Gesù sia stata messa per sempre una pietra. Quel masso rappresenta la fine della storia di Gesù, ma è anche simbolo di un ostacolo insormontabile che le donne portano nel cuore, il capolinea della loro speranza: contro di esso, contro il mistero oscuro della morte si è interrotta nel modo peggiore possibile la loro storia d’amore con il Maestro e si sono infranti tutti i sogni.
Questo può accadere anche a noi. A volte sentiamo che una pietra tombale si è pesantemente poggiata all’ingresso del nostro cuore, soffocando la vita, spegnando la fiducia, imprigionandoci nel sepolcro delle paure e delle amarezze, bloccando la via verso la gioia e la speranza. Sono i “macigni della morte”, diceva Papa Francesco, e li incontriamo, lungo il cammino, in tutte quelle esperienze e situazioni negative che ci tolgono l’entusiasmo e la forza di andare avanti: nelle sofferenze che ci toccano e nella morte delle persone care, che lasciano vuoti incolmabili; li incontriamo nei fallimenti e nelle paure che ci impediscono di compiere quanto di buono c’è dentro di noi; li troviamo in tutte le chiusure che frenano i nostri slanci di generosità e non ci permettono di aprirci all’amore; li troviamo nei muri dell’egoismo e dell’indifferenza, che smorzano l’impegno a costruire città e società più giuste e a misura d’uomo; li troviamo in tutti gli aneliti di pace spezzati dalla crudeltà dell’odio e dalla ferocia della guerra. Quando sperimentiamo queste delusioni, abbiamo la sensazione che a nulla serva il nostro impegno e che la speranza sia destinata ad essere seppellita nel sepolcro della sfiducia e della rassegnazione.
Quando le donne arrivano sul luogo trovano, però, una scena sorprendente: benché molto grande, la pietra non c’è più! E’ la Pasqua di Cristo del Signore, la vittoria della vita sulla morte, il trionfo della luce sulle tenebre, la rinascita della speranza dentro le macerie del fallimento. È il Signore, il Dio dell’impossibile che rotola via la pietra e che riapre i nostri cuori alla speranza. Da quel momento, nessuna esperienza di fallimento e di dolore, per quanto ci ferisca, può avere l’ultima parola sul senso e sul destino della nostra vita; nessuna sconfitta, nessuna sofferenza, nessuna morte potranno arrestare il nostro cammino verso la pienezza della vita. Da quel momento nessun macigno potrà soffocarci il cuore, nessuna tomba potrà rinchiudere la gioia di vivere, nessun fallimento potrà relegarci nella disperazione. Gesù è la nostra Pasqua, colui che rotola via i massi che ci opprimono l’anima. Capita purtroppo che, a volte, soprattutto quando perdiamo una persona cara, che ci concentriamo talmente sulla sofferenza, sul dolore, sui brutti pensieri da non accorgerci più dei segnali di speranza che pure non mancano mai, delle opportunità che ci vengono offerte, di quanta vita c’è ancora da vivere oltre la perdita e il fallimento.
Le donne abbandonano “velocemente” il sepolcro e “corrono” a raccontare il fatto agli altri discepoli. Non hanno capito fino in fondo cosa sia successo; sono solo spiragli di luce; tuttavia, vanno a divulgare l’accaduto. Il percorso di fede culmina nel racconto agli altri del proprio incontro con Gesù risorto. Il discepolo di Gesù gode di un’autorevolezza indiscussa se diventa messaggero e costruttore di speranza, anche mentre soffiano venti di morte dentro e attorno a lui. Non è necessario fare clamore e compiere grandi imprese. Bastano parole semplici, piccoli gesti quotidiani, scelte di vita ispirate al Vangelo per fare della nostra vita una presenza di speranza e far germogliare la speranza anche negli altri.
Vogliamo allora impegnarci ad esserlo per coloro ai quali manca la fede nel Signore, per quelli che si sono persi per strada, per quelli che si sono arresi o hanno la schiena curva sotto i pesi della vita; per chi è solo o si è chiuso nel proprio dolore; per tutti i poveri e gli emarginati; per i bambini abbandonati, le donne maltrattate e uccise, per i vecchi e i malati trascurati; per le vittime della guerra e dei gesti insensati di violenza che vanno sempre più diffondendo perfino tra i più giovani. Impegniamoci, dunque, a portare la speranza della Pasqua ovunque ci siano anche segni impercettibili di disperazione, perché c’è il rischio di non arrivare in tempo!

SABATO SANTO
VEGLIA PASQUALE

Dal Vangelo secondo Matteo
Dopo il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a visitare la tomba. Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. L'angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, io ve l'ho detto». Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Parola del Signore.

Liturgia della luce | Invito iniziale: Attorno al fuoco su cui invochiamo la benedizione del Signore rinasce il desiderio della luce che salva. Con la fiamma del cero pasquale camminiamo verso Cristo, luce che non tramonta. Ricordiamo che la Chiesa è un popolo in cammino, guidato dalla presenza del Signore risorto.

Liturgia della Parola: Ripercorriamo la storia della salvezza: dalle origini del mondo alla risurrezione, tutto parla dell’amore fedele di Dio. La Parola ci invita al dialogo: il Padre si rivolge al suo popolo e noi rispondiamo con la preghiera e il canto. Apriamo il cuore a ciò che il Signore oggi rinnova in noi.

Liturgia battesimale: Dalla sorgente limpida del battesimo nasce la vita nuova dei figli di Dio. In questa notte riconosciamo la grazia che ci ha rigenerati in Cristo e la forza dello Spirito che ci abita. Rinnoviamo la nostra identità di figli e camminiamo come uomini e donne della risurrezione.

Preghiera dei fedeli | Introduzione: Alla luce del Risorto, guardiamo il mondo con gli occhi della speranza. Domandiamo un cuore nuovo capace di affrontare il male senza paura, di costruire pace e di servire la vita. Per questo diciamo: Apri i nostri cuori alla speranza, Signore.
1. Ricolma di grazia la tua Chiesa, che accoglie con rinnovata esultanza l'annuncio della risurrezione del Signore: offra la luce pasquale ai cuori smarriti e tribolati. Noi ti preghiamo.
2. Benedici il papa N., il nostro vescovo N. e tutti i pastori della santa Chiesa: attingano dalla celebrazione della Pasqua nuovo impulso per il loro servizio. Noi ti preghiamo.
3. Estendi il dono della pace a tutti i popoli della terra: dove regnano guerra, violenza e terrorismo possano rifiorire vita e speranza. Noi ti preghiamo.
4. Accompagna i catecumeni che in questa notte ricevono i Sacramenti dell'iniziazione cristiana: portino nella Chiesa il dono di una rinnovata giovinezza e siano coraggiosi testimoni della fede. Noi ti preghiamo.
5. Accogli il desiderio di noi qui riuniti: la luce nuova, che in questa notte santa ha diradato le tenebre del peccato e della morte, ci guidi sempre nella via della ca**tà. Noi ti preghiamo.
Preghiera dei fedeli | Conclusione: O Padre, la risurrezione del tuo Figlio illumini la nostra storia segnata da fatiche e inquietudini. Ravviva in noi la gioia della tua Pasqua e fa’ risplendere nei secoli la luce di Cristo risorto. Egli vive e regna nei secoli dei secoli

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Arpino
03033

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