Comunità Invisibile

Comunità Invisibile Commento al Vangelo domenicale

05/09/2026

XXIII DOMENICA ORDINARIA - 06 SETTEMBRE 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 18,15-20

Matteo dedica uno dei Cinque grandi discorsi del suo Vangelo al tema delle relazioni all’interno della comunità ecclesiale, che prende avvio dalla domanda su “chi è il più grande”. Ci sono tanti modi di stare insieme; tutto potrebbe ridursi semplicemente a un rapporto di forza: comanda chi è più potente, chi sa imporsi, chi è più preparato, chi è più astuto, chi è più influente, chi sa accaparrarsi l’appoggio di coloro che contano di più, a prescindere dal fatto che quello che dice e che fa sia giusto. A scanso di equivoci, Gesù chiarisce allora fin da subito che la Chiesa è una “comunità di piccoli”, cioè di uomini e donne umili, consapevoli di essere tutti figli dello stesso Padre e di essere fratelli. Gesù, dunque, ha un suo modo di concepire lo stare insieme della Chiesa: se sei mio discepolo e se hai Dio nel cuore, non si vede dalle competenze teologiche, dalla quantità delle preghiere, dalla partecipazione ai riti liturgici, dall’abilità pastorale, ecc., ma dalle tue relazioni con gli altri, da come li tratti, dal perché e dal come ci stai insieme. Nella Chiesa non esistono monsignori, eccellenze, eminenze, didàskaloi, patéres, priores, ma solo… fratres: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei... Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli…”. Più degli altri evangelisti, Matteo ricorda che nella Chiesa non c’è spazio per il protagonismo, il narcisismo, l’esibizionismo, il potere. Nessuno può pretendere di essere privilegiato, garantito, migliore degli altri. La Chiesa è una domus di fratelli e sorelle, aperta indistintamente a tutti, dove deve trovare posto soprattutto chi sbaglia e rischia di perdersi.
Fatta questa premessa, è più facile comprendere il brano evangelico di oggi sulla correzione fraterna, di cui rileviamo le sottolineature più interessanti. Prima di tutto Gesù puntualizza che la persona che sbaglia non è un estraneo, un concorrente, un nemico, ma un… fratello, una persona che ci è cara. Pertanto, tra fratelli ciò che primariamente importa non è chi ha ragione e chi ha torto, ma chi si ha davanti, l’affetto che si prova per lui. Colui che ho davanti è e rimane mio fratello, anche se sbaglia. Nessuna colpa può giustificare la rottura di un rapporto d’amore primario!
E’ interessante poi che Gesù usi, fino ad enfatizzarla, la seconda persona al singolare: “tu”. Egli intende così sottolineare il serio impegno di ogni membro della comunità di creare un clima di fraternità e di ristabilire l’unità, qualora sopraggiunga un’incomprensione o la colpa di qualcuno che la mettano a rischio. Ammonire, correggere, consigliare non è compito solo dei responsabili della comunità, ma di tutti indistintamente.
Anche le modalità sono importanti. Il Libro del Levitico dice: “Rimprovera apertamente il tuo prossimo…”. Gesù propone una cosa del tutto nuova, rivoluzionaria rispetto alla prassi del tempo: prima di tutto, “se c’è qualcosa di irrisolto tra un altro e te, non aspettare che sia lui a ve**re da te; non chiuderti in un silenzio ostile, non fare l'offeso, ma sii tu per primo a riallacciare la relazione”; secondo, “se hai un problema con Tizio, vai a parlare con Tizio non con Caio e Sempronio. Non dirlo a tutto il paese, eccetto che a lui. Non sparlare in giro, sii maturo, vinci le tue paure e parlane solo con lui! Interroga la tua coscienza e poi va’, parla al suo cuore”. Si inizia dal “tu per tu” perché si è più recettivi quando le cose si dicono di persona, con discrezione e con garbo. Purtroppo di solito viene quasi automatico fare tanto clamore, tacere con la persona interessata, parlare con gli altri e cercarne l’approvazione oppure rimuginare tutto dentro fino poi ad esplodere improvvisamente.
Non so quanto sia proponibile la prassi antica di passare attraverso i tre gradi indicati nel Vangelo. Ma cerchiamo di comprendere il senso di questa procedura. I passaggi progressivi che Gesù propone (prima a tu per tu, poi con pochi testimoni e infine davanti a tutta la comunità) indicano che nella correzione fraterna occorrono umiltà, saggezza, pazienza e gradualità, a volte tempi lunghi. La correzione fraterna è cosa molto delicata, perfino pericolosa: chi corregge non è perfetto, migliore di chi viene corretto; l’altro va anche ascoltato, gli va data la possibilità di spiegare, di esporre i motivi del proprio comportamento; nel corso del dialogo potrebbe emergere di aver avuto un abbaglio, di essere stati presuntuosi e frettolosi nel giudicare e quindi di aver bisogno noi stessi di rivederci. E poi bisogna mettersi nei panni dell’altro: non è mai semplice accettare di aver sbagliato; è un processo lento, a tappe, che a volte richiede il coinvolgimento di qualcuno della comunità più bravo di noi: ognuno ha i suoi tempi per ammortizzare i colpi e ammettere apertamente le proprie responsabilità.
Non bisogna poi dimenticare che, quando parliamo di correzione fraterna, ci viene spontaneo pensare che siamo sempre noi che abbiamo qualcosa da correggere agli altri che sbagliano e non viceversa. Il brano evangelico invece parla in modo tale da lasciar intendere che colui che ha commesso una colpa potrei essere benissimo io e il correttore un altro. Non esiste dunque solo il dovere di interessarsi degli altri, ma anche il dovere di lasciare che gli altri si interessino di noi e delle nostre fragilità, senza indignarci, irritarci e prendere le distanze da chi ci corregge. La correzione fraterna, anche se scomoda, fa crescere, giova alla comunità e a noi; l’atteggiamento giusto allora è non è la permalosità, ma la… gratitudine.
C’è poi il punto d’arrivo: dal momento che si è tra fratelli lo scopo della correzione fraterna non può essere punitivo. Gesù dice infatti: “Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello”. Investire in fraternità è un… guadagno; escludere un fratello è invece una grave perdita, un… dramma vero e proprio perché, anche quando crea problemi, un fratello non è mai un problema, ma risorsa preziosa. Non è detto che l’incontro si risolva nel migliore dei modi, anzi! Le reazioni potrebbero essere le più diverse, e imprevedibili. Il fratello potrebbe offendersi, indignarsi, sb****re la porta e andarsene; noi potremmo pensare di esserci tolto un fastidio tra i piedi o essere tentati di allontanarlo. Cosa significa: “Se non ti ascolta, sia per te come il pubblicano e il peccatore”? Significa comportarsi come si comporta Dio, che continua ad amare i suoi figli, a cercarli, ad offrire loro infinite occasioni di ravvedimento e a fare tutto il possibile perché nessuno di essi si perda! La posta in gioco è tanto alta che occorre provarle tutte con pazienza e tenacia. Pertanto, andata a vuoto ogni possibilità di ripristinare la comunione, finché non se ne presentino altre, possiamo affidare il fratello che ha sbagliato al Signore, certi che Lui sa meglio di noi come raggiungere e toccare il suo cuore.
La Chiesa dunque è una comunità che ama la concordia (dal lat. “cum-cor” = “unione dei cuori”). Questa armonia dei sentimenti è espressa dal bellissimo verbo greco “symphonein”, che significa “mettersi d’accordo”, “suonare insieme”. Gesù conclude affermando che solo una comunità riconciliata, fraterna, che dà sempre a tutti la possibilità di suonare il proprio strumento in accordo con quello degli altri è un’orchestra sinfonica che garantisce la sua presenza nel mondo.

30/08/2026

XXII DOMENICA ORDINARIA - 30 AGOSTO 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 16,21-27

Il brano del Vangelo di oggi è strettamente legato a quello di Domenica scorsa. Matteo ha appena raccontato l’episodio della bella professione di fede di Pietro in Gesù messia, “il figlio del Dio vivente”, che gli aveva cambiato la vita, e di Gesù che, dopo averlo lodato, gli consegna le chiavi della Chiesa. Pietro e compagni non comprendono che esse, nella logica di Gesù, non sono simbolo di potere, ma di apertura e di servizio incondizionato. Gesù intende infatti affidare loro il delicato compito di sciogliere le persone, di liberarle da tutto ciò che le tiene legate, oppresse, schiave; essi capiscono invece che, con quelle chiavi tra le mani, potranno decidere della vita delle persone, dominare su di esse, stabilire chi far entrare e chi far uscire dal Regno di Dio. Si sentono vincenti, privilegiati gli amici di Gesù, scelti per stare al suo fianco e governare insieme con Lui.
Allora Gesù comincia a spiegare ai discepoli come stanno realmente le cose, affermando che “doveva andare a Gerusalemme”, centro politico e religioso. Per molto tempo Gesù ha preferito predicare nella periferia per evitare di inasprire lo scontro con le autorità. Ma ora dice che è arrivato il momento di recarsi lì dove risiede il potere e dove avrà inizio lo scontro aperto con le autorità che gli costerà la vita. Il cammino verso Gerusalemme è scandito da tre annunci della sua Passione e Risurrezione; ogni volta la reazione dei discepoli mostra la loro difficoltà a capire e ad accogliere questa prospettiva inattesa. Qui è ancora Pietro che prende la parola, cercando di ti**re Gesù dalla sua parte e di fargli cambiare idea. Nella sua reazione possiamo notare un atteggiamento molto diffuso anche tra i cristiani di oggi: l’ascolto selettivo, il cristianesimo fai-da-te, discepolo di Gesù… fin qui!
Turbato dalla prospettiva dell’uccisione di Gesù, l’Apostolo va su tutte le furie, tanto da ignorare totalmente il riferimento anche alla sua risurrezione. Dopo il colloquio sereno e confidenziale di poco prima, anche se drammatico, è davvero simpatico lo scontro frontale tra i due: Pietro, dopo le parole di stima di Gesù e la consegna delle chiavi, è talmente sicuro di sé da sentirsi in dovere di rimproverare Gesù; il verbo usato è “epitimáō”, lo stesso usato dall’evangelista per descrivere Gesù che “sgrida” i venti e il mare in burrasca (cfr. 8,26) e che scaccia i demoni (cfr. 17,18). Quindi Pietro sgrida Gesù, trattandolo da indemoniato e pretendendo di decidere l’orientamento che il Maestro deve dare alla sua vita. Gesù non glie le manda a dire: “Prima di tutto, mettiti al tuo posto: dietro a me, perché il maestro sono io e non tu. Secondo, Satana sarai tu, non io, perché demonio, avversario di Dio non è colui che fa la sua volontà, ma colui che si oppone a Dio e ha la pretesa di insegnargli cosa deve o non deve fare”, in altri termini colui che “si mette avanti” a Dio e ritiene di essere più grande di Lui. Pietro ci sarà rimasto certamente male, ma tra persone che si amano, funziona così: bisogna avere il coraggio di dirsi la verità, anche se è scomoda e fa male sentirsela dire.
A questo punto, Gesù incomincia pazientemente a spiegare di nuovo che cosa significa essere suoi discepoli: la prospettiva si allarga rispetto al ristretto gruppo di Pietro e dei suoi compagni e coinvolge i cristiani di ogni tempo e di ogni luogo. Prima di entrare nel vivo della questione, fa una premessa molto importante: “Se uno vuol ve**re dietro a me…”. Se vuoi… Diventare suoi discepoli non è un’imposizione, né una questione di tradizione, ma una scelta libera e consapevole. Si può dire tranquillamente “no, grazie” e percorrere altre strade; ma, se si dice di “sì”, bisogna aver ben chiaro a quali condizioni.
La prima è “rinnegare se stessi”, che non significa annullarsi, disprezzarsi, mettere da parte interessi personali, desideri, sogni, ma più semplicemente mettersi dei limiti, sapersi dire dei “no” proprio per essere se stessi, saper dire di no alla pigrizia, alla mediocrità, all’apatia, alla rabbia, all’aggressività, soprattutto all’egoismo e alle ambizioni fuori controllo. Seconda condizione è “prendere ciascuno la propria croce”, che non significa andarsi a cercare la sofferenza, essere autolesionisti, punirsi, frustarsi come richiedevano alcuni ordini religiosi del passato, ma al contrario prendere la propria vita tra le mani e viverla così come è e come viene, senza stare lì a paragonarla a quella degli altri o a pensarne un’altra che non esiste; ognuno ha una vita propria e inevitabilmente delle croci, delle responsabilità da assumersi a partire dalla propria situazione personale. Terza condizione è “seguirlo”, essere autentici suoi discepoli, stargli dietro, percorrere la stessa strada che fa Lui, condividere il suo modo di pensare e il suo stile di vita.
Gesù spiega poi ulteriormente quanto appena affermato: "Chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà". Ci sono due modi contrapposti di concepire la vita: quello di chi pensa solo a se stesso e fa di tutto per emergere, imporsi, raggiungere un posto importante, arrivare al potere e al successo; e quello di chi non trattiene per sé quello che ha, quello che è e quello che sa fare, ma sceglie liberamente di donare totalmente la propria vita a Dio e agli altri. Vita vera non è salvaguardare la propria incolumità, conservare, preservare il proprio benessere, ma utilizzarlo. Ricordate la parabola dei talenti? La vita bisogna spenderla, investirla, giocarsela per qualcosa di importante, altrimenti la perdiamo, la sprechiamo, la buttiamo via.
Infine, Gesù commenta ironicamente l’atteggiamento di chi pensa di potersi fare un’assicurazione sulla vita: "Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?". Trattenere la vita a tutti i costi è una grande illusione. Ciò che conta è l’anima, il senso che si dà alla vita. A che serve poterti permettere cose che altri non possono permettersi, avere un’immagine di te all’altezza delle aspettative degli altri, realizzare progetti grandiosi, se poi dentro sei vuoto, se non hai delle valide ragioni per vivere e provi continuamente un disperato bisogno di approvazione?
Un Vangelo veramente stimolante e provocatorio quello di oggi, per un mondo pieno di personaggi dall’io idolatrico, egocentrati e narcisisti!

23/08/2026

XXI DOMENICA ORDINARIA - 23 AGOSTO 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 16,13-20

La pagina del Vangelo è una delle più note. Anch’essa parla del mistero di Dio, in particolare del mistero della persona di Gesù. Matteo racconta che i discepoli vengono coinvolti in una sorta di sondaggio di opinione: “Chi dice la gente che io sia? Cosa si dice in giro di me?”. Le molteplici opinioni sono una più suggestiva dell’altra: per alcuni è Giovanni il Battista, l’asceta per eccellenza, il grande moralizzatore, il battezzatore tornato in vita; per altri è Elia, l’accanito difensore di Dio, che aveva fatto uccidere e fatto sgozzare 450 profeti di Baal per contrastare l’avanzare dell’idolatria; per altri ancora Geremia, il profeta oltraggiato e osteggiato per la sua fedeltà alla Parola di Dio e la sua predicazione controcorrente; o comunque qualcuno dei profeti, cioè qualcuno degli uomini scelti da Dio per tracciare la via agli uomini. Tutti, dunque, riconoscono la grandezza di Gesù. Nessuno però, come tanti nostri contemporanei non credenti o appartenenti a tradizioni religiose diverse che simpatizzano per Gesù, riescono a cogliere la profondità del suo mistero. Gesù è ritenuto un grande personaggio della storia, un saggio, un maestro dell’umanità, un paradigma di moralità, ma viene paragonato ad altri, è detto che somiglia a questo o a quell’altro; e comunque a qualcuno, che pur essendo famosissimo, appartiene ormai al passato, non ha niente di nuovo da dire e da aggiungere a quello che hanno detto e fatto i personaggi rievocati.
A questo punto il cerchio si stringe, Gesù lancia un’altra provocazione: “E voi chi dite che io sia?”. Gli apostoli stanno con Lui da circa tre anni, hanno visto miracoli e guarigioni di ogni genere, sono rimasti affascinati dalla sua parola, hanno abbandonato tutto e lo hanno seguito, hanno condiviso cammini faticosi, delusioni e successi. E’, dunque, arrivato il momento di fare il punto sulla situazione, di verificare cosa hanno capito di Gesù e del suo Vangelo dal giorno della loro chiamata ad ora, di sapere perché ancora continuano ad andargli dietro, nonostante proposte valoriali molto dure e stile di vita tutt’altro che attraente. Il momento è delicato, perché ora Gesù non vuol sapere che cosa dicono in giro gli altri di Lui, addirittura nemmeno se sanno cosa dicono le Sacre Scritture di Lui, ma cosa pensano di Lui loro uno per uno, il tipo di rapporto che ciascuno di essi ha con Lui. In altri termini, Gesù sente l’esigenza di sapere chi ha accanto e quindi rivolge loro una domanda intima, personalissima, come quella che si rivolgono gli innamorati: “Ma io chi sono per te? Cosa c’entro io con te e tu con me? Perché ci siamo incontrati? Perché sei entrato nella mia vita? Perché continuiamo a stare insieme? Che importanza ho io per te? Quanto conto, che posto occupo? Cosa è cambiato dopo il nostro primo incontro? Come era la tua vita prima e come è ora? C’è una differenza? Mi ami? Quanto mi ami?”.
Solo Pietro ha, per un attimo, uno slancio, un’intuizione fuori dal coro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente!”. Non un moralista, non un condottiero, non un profeta qualunque, non uno dei tanti rabbi, ma “il Figlio del Dio Vivente”, Colui che ha fatto irruzione nella vita di Pietro e le ha dato un senso nuovo, l’ha fatta rinascere, resa viva. A questo punto, Gesù gli dice: “Sei beato, Simone, perché hai aperto confidenzialmente la tua anima a Dio e lo hai ascoltato. Ora, spetta a me dire chi sei tu per me, cosa penso io di te: tu sei Pietro! E’ vero, sei un sangue caldo, un irruento, un testardo, uno dagli umori altalenanti che poco fa stava per affondare nel mare in tempesta per la sua poca fede e di qui a poco rinnegherai quanto hai appena hai detto di me; eppure, tu sei Pietro, tu devi credere in te stesso perché sei una… roccia! Ed è su uomini e donne come te, fragili, pieni di difetti e di limiti, ma di cuore, passionali, impetuosi, che io edificherò la mia Chiesa”.
A questo punto, l’investitura: “A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Nell’immaginario collettivo le chiavi sono simbolo di potere: chi le ha decide chi può entrare e chi no. Ci saremmo dunque aspettati i verbi “aprire” e “chiudere”; invece troviamo i verbi “sciogliere” e “legare”, che non hanno niente a che fare con il conferimento di un’autorità che legittima ogni forma di sopruso nei confronti degli altri. Il compito di Pietro e dei suoi amici non sarà quello di cercare il consenso popolare, né quello di spadroneggiare sulle persone, di sottometterle, di opprimerle, legarle, decidere della loro vita, come facevano scribi e farisei del tempo, ma quello di scioglierle, assolverle, perdonarle, incoraggiarle, aiutarle a credere in se stesse, a ti**re fuori le loro energie più nascoste e a vivere una vita libera da tutto ciò che deturpa la dignità dell’uomo.
Non è un caso che questo episodio sia avvenuto nella città di Cesarea di Filippo. Lì Erode aveva costruito opere pubbliche imponenti allo scopo di esaltare la grandezza di Cesare e la sua megalomania. Già a partire dalla scelta del luogo, si comprende che Gesù intende insegnare che Dio l’unico Signore della storia e dell’umanità e che tutte le forme di autorità umana, anche quelle legittimamente conquistate o conferite, sono per il servizio e non per il dominio e il prestigio personale. Il mondo è una grande famiglia, un cerchio di fratelli e sorelle dove tutti hanno la responsabilità di custodire il bene comune; a tutti è data la possibilità di esserci, ma senza invadere e dilagare, senza occupare tutto la spazio. Pietro e i suoi amici ricevono l’autorità da Gesù. Questo significa che ricevono una delega, un incarico, un munus, un dono da condividere, un carisma da esercitare in maniera sinodale, cioè in modo tale che anche altri ne rimangano affascinati, si assumano le loro responsabilità e si pongano a servizio alla comunità.
Domenica prossima approfondiremo l’argomento. Gesù rivelerà ai suoi discepoli il vero senso dell’autorità, la sua più alta forma: più si è in alto e più bisogna spendere la propria vita per gli altri, pronti a ricevere in cambio non applausi e gratificazioni, ma insulti, oltraggi e violenze ingiustificate. Di qui la… crisi di Pietro, ma anche dei suoi amici e dei discepoli di Gesù di tutti i tempi.

09/08/2026

XIX DOMENICA ORDINARIA - 09 AGOSTO 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 14,22-33

Il brano evangelico di oggi è strettamente legato a quello di domenica scorsa. Matteo introduce infatti il racconto dicendo che questo episodio viene “subito dopo” quello della moltiplicazione dei pani. Un’annotazione molto interessante. I discepoli sono reduci da un momento di grande entusiasmo: Gesù ha dato prova della sua compassione e della sua potenza e ha ridestato la speranza nella folla, moltiplicando pane e pesci e guarendo molti malati. Ma poi non consente ai discepoli di starsene sotto i riflettori a riscuotere gli applausi della gente; “subito dopo li costringe a salire sulla barca” e a mettersi in mare. Nella simbolica ebraica, le vaste distese d’acqua (i mari e i laghi) erano la sede del cháos, il mondo sotterraneo, misterioso e spaventoso. Qui succede il finimondo!
Non è un caso che tra le due scene, dopo il clamoroso miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù, “congeda la folla e sale sul monte, in disparte, a pregare”, rimanendo lassù da solo fino a sera. Egli vuole dunque insegnarci a non adagiarci mai, a stare sempre con i piedi per terra, pronti a fronteggiare ogni passaggio difficile che può presentarsi da un momento all’altro, ogni strettoia della vita dove le paure e le contrarietà sembrano togliere il fiato e trasmettere un senso di smarrimento e di abbandono. Soprattutto dopo un successo, perché il successo dà alla testa, diminuisce il senso della fragilità e accresce quello del delirio di. Puntualmente, accade qualcos’altro che ci ricorda che la sicurezza in assoluto è una pura illusione. Sì, quando tutto sembra andare a gonfie vele prima o poi arriva la burrasca.
La scelta di Gesù andarsene da solo sul monte non è una forma di isolamento, una presa di distanza dalle problematiche quotidiane personali e collettive, ma un ritirarsi in un luogo tranquillo per ritrovare le energie in una relazione intima e indisturbata con il Padre; è un raccogliersi, un rimettere insieme i pezzi, un concentrarsi su se stesso, sulla propria vita e sui suoi veri valori, libero almeno da qualche ora da impegni e fatiche fisiche, da distrazioni e pensieri invadenti, da affanno e da ansia da prestazione per quell’asfissiante essere rincorso e richiesto dalla gente.
La scena rivela anche cosa può accadere quando Gesù si pone ad una certa distanza e per noi il suo amore, la sua premura, il suo cum-patire (=far sue) le nostre situazioni diventano uno sbiadito ricordo. Quando i discepoli si trovano ad alcune miglia da terra si scatena infatti la tempesta: il vento è contrario e la barca è sballottata dalle onde. E al vedere Gesù che cammina sul mare i discepoli rimangono sconvolti e si mettono a gridare dalla paura.
Questa scena rivela chiaramente quello che accade quando la paura si impadronisce di noi. La paura è uno dei sentimenti distruttivi peggiori, perché ha la capacità di distorcere gravemente la percezione della realtà. L’alba è ormai vicina, ma i discepoli percepiscono solo l’oscurità. Il riavvicinamento di Gesù dovrebbe costituire un elemento di serenità, e invece diventa motivo di ulteriore angoscia. La loro capacità di percezione è talmente compromessa da non riconoscere il Maestro: l’amico che poco prima li aveva sbalorditi sfamando con due cinque pani e due pesci cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini, è diventato un… fantasma! Quando ci si lascia prendere dalla paura, tutto viene interpretato in modo avverso e sfavorevole, perfino le cose positive.
Gesù non li rimprovera; anzi, conoscendo bene i danni irreparabili che la paura può fare, interviene “subito” e con la sua parola autorevole impone loro di farsi coraggio e di non aver paura. Pietro sta nelle stesse condizioni degli altri, ma decide di andare oltre il dubbio e di sottomettersi alla signoria di Gesù, ma appena sente il vento alzarsi forte, si impaurisce ancora di più e comincia ad affondare: finché il suo sguardo è fisso su Gesù, riesce a camminare sul mare in tempesta, ma appena l’attenzione si concentra di nuovo sulla paura, incomincia subito ad andare a fondo ed è costretto a gridare “Salvami, Signore!”.
Il salvataggio di Pietro da parte di Gesù è un gesto forte e deciso: Gesù “tese la mano e lo afferrò”, un’espressione usata nella Bibbia per parlare del braccio potente di Dio teso per salvare da situazioni senza vie di uscita. Il verbo “epilambánomai” (“afferrare”) fa riferimento a un presa forte, decisa, senza alcuna possibilità che quanto afferrato possa sfuggire, come quella degli acrobati che si afferrano in modo tale che una mano non scivoli via dall’altra. Tra le mani di Gesù, Pietro non ha più nulla da temere: è al sicuro. Gesù, tuttavia, amorevolmente, lo rimprovera definendolo “uomo di poca fede”, un’espressione che descrive bene il rapporto del discepolo con il Maestro: Pietro ha fede (si è affidato alla parola di Gesù e ha affrontato le proprie paure), ma è “poca”, ha delle titubanze, delle riserve. La sua fiducia in Gesù è un miscuglio di slanci e battute di arresto, di generosità e di miseria. Il verbo greco “distázo” indica proprio quest’alternanza di fede e di fragilità: la fede c’è, ma non abbastanza; deve dunque crescere Pietro, deve imparare a credere che Dio è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, anche quando non se ne vede traccia e la paura genera visioni distorte della realtà. Questa esperienza ha un valore pedagogico-spirituale di fondamentale importanza per l’Apostolo: d’ora in poi, ogni volta che dovrà ancora fare i conti con il mondo che gli crolla addosso, non potrà più fare a meno di ricordare quella mano tesa che lo ha afferrato e tirato fuori dalle acque del mare in tempesta.
La tempesta rappresenta tutte quelle situazioni difficili della vita in cui avvertiamo in maniera palpabile il senso della nostra precarietà e la sensazione di non potercela fare. E’ un’esperienza che, un giorno o l’altro, tutti facciamo. Manteniamo dunque anche noi viva la memoria di quell’inatteso camminare di Gesù sul mare in tempesta e della sua mano tesa, proprio quando Pietro e compagni stavano pensando che per loro era ormai finita.

02/08/2026

XVIII DOMENICA ORDINARIA - 02 AGOSTO 2026
COMMENTO AL VANGELO - Mt. 14,13-21

La moltiplicazione dei pani è il miracolo è l’unico miracolo che viene riportato da tutti e quattro gli evangelisti; Marco e Matteo lo narrano addirittura due volte! Ciò significa non solo che esso suscitò un’impressione profondissima, ma anche che ciò che quell’evento evocava era radicalmente importante per comprendere l’identità e la missione di Gesù. Terminato il discorso in parabole, Matteo racconta alcuni episodi che rivelano come l’ombra del rifiuto si addensi sempre di più intorno a Gesù. E questo è il motivo del suo “ritiro in un luogo deserto”. Più volte, fin dai racconti dell’infanzia (cf. 2,14.22), l’evangelista usa il verbo “anachoréo” per descrivere il retrocedere di Gesù di fronte a un pericolo; non per paura dei suoi avversari, ma per starsene in disparte, pregare e riflettere sul da farsi, cosicché alla fine emerge chiaramente che questa esperienza dello spirito lo rigenera e rende ancora più forte, più convinto e più disponibile a proseguire per la sua strada, senza che niente e nessuno possa fermarlo.
Come spesso gli accade, dinanzi alla folla che lo cerca ovunque per ascoltare la sua parola e portargli i malati, Gesù, profondamente commosso, cambia programma per prendersene cura. Conosciamo ormai bene il significato del verbo greco “splanchnìzomai”: l’amore di Gesù è analogo a quello della madre, le cui viscere si smuovono fino a rompersi per dare alla luce il figlio. E’ la compassione che spinge Gesù a rinunciare ad una pausa di riposo rilassante e rigenerante per continuare ad occuparsi della folla. Tutto ciò è evidente nel breve dialogo con i discepoli, dove è forte il contrasto tra il loro disinteresse e l’iniziativa di Gesù di farsi carico del patire della folla, generosamente e senza tentennamenti. E’ questo che emerge dal testo, prima di ogni altra cosa. Matteo, come anche gli altri evangelisti, raccontano infatti l’evento dei pani e dei pesci, senza la calcare la mano del gesto potente e sovrannaturale compiuto da Gesù, proprio perché l’attenzione non si concentri sugli aspetti miracolistici del racconto, ma sulla sua sensibilità e sulla sua capacità di cum-patire, cioè di far sua la sofferenza della gente. Si noti che l’espressione “moltiplicazione dei pani” non compare, proprio perché non ci si lasci distrarre dalla eccezionalità dell’evento.
L’altro tema su cui l’evangelista vuole è che si concentri l’attenzione è la condivisione: quel pane e quei pesci devono passare per le mani di tutti, devono essere distribuiti in abbondanza ad ogni singola persona, senza trascurarne nemmeno una. Il vero miracolo è il passare del pane e dei pesci di mano in mano: da quelle dei discepoli a quelle di Gesù, da quelle di Gesù a quelle dei discepoli e da quelle dei discepoli a quelle della folla. Che fatica ad aprire le mani e a condividere quello che c’è dentro! Più facile tenere il pugno chiuso e trattenere le cose per sé. Ogni volta che le mani si aprono per dare quel poco o quel tanto che si ha è allora un vero prodigio. Gesù tocca i cuori e cambia le persone con la parola, ma ancor di più con gesti concreti: i grandi problemi dell’umanità, tra cui quello della stragrande maggioranza di uomini e donne privati del necessario e quindi di una vita dignitosa, non si risolveranno con discorsi consolatori, con promesse e dichiarazioni universali sui diritti fondamentali delle persone, ma solo se ognuno si priverà di qualcosa e lo condividerà con gli altri. La scena non si presta ad interpretazioni equivoche: sedersi, prendere il cibo, benedirlo, spezzarlo, distribuirlo, mangiarlo tutti insieme! Questa non è teoria, ma… prassi!
A Gesù piace coinvolgere anche i discepoli nella costruzione di un mondo nuovo e chiede loro di aiutarlo. Abbiamo ascoltato la loro risposta… Ogni scusa è buona per aggirare il problema: ma come si fa a cambiare il volto della storia? C’è in giro tanta zizzania, egoismo, cattiveria… Mancano figure di riferimento, scarseggiano risorse finanziarie, lavorative e abitative, siamo pochi e inadeguati… La reazione sembra ragionevole: cosa sono pochi pani e pochi pesci per una folla sterminata? Ma la sproporzione del disagio è voluta, perché impariamo che tutto è importante, anche cinque pani e due pesci, anche un solo bicchiere d’acqua fresca, anche pochi spiccioli, anche solo frammenti di tempo… Non siamo chiamati a risolvere i problemi, ma ad avviare processi di cambiamento, dando ciascuno quel poco che siamo e che sappiamo fare. Niente andrà perduto, se donato con il cuore. Anzi, ciò che è evidentemente insufficiente il Signore lo trasformerà in pane abbondante: ce ne sarà a sazietà per tutti, fino ad avanzarne. Questa è la Chiesa: non una holding del sacro, non un baraccone che pensa di poter sopravvivere custodendo riti e tradizioni che non dicono più niente a nessuno, ma un popolo di fratelli e sorelle che hanno gli stessi sentimenti di Gesù e che si mostrano concretamente capaci di commuoversi e di identificarsi con le persone più fragili, senza inventarsi scuse di alcune genere e senza delegare ad altri la soluzione dei problemi.
Guardate che in questo tempo di fame non solo di cibo, ma anche di senso, di giustizia, di pace e di verità, la gente di oggi, come la folla che seguiva Gesù anche a costo di grossi sacrifici e fino a togliergli il fiato, ha naso e capisce subito se siamo o no veri discepoli di Gesù, chi è un vero prete, un vero catechista, un vero animatore della liturgia, un vero volontario dei centri di ascolto Caritas, un vero appartenente alle varie confraternite. Non possiamo nasconderci più, perché sta accadendo quanto diceva il profeta Amos: “Ecco, verranno giorni [...] in cui manderò la fame nel Paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore”. La gente, oggi, anche inconsapevolmente, cerca un cibo che nutra veramente e avverte subito se le nostre comunità rispondono i suoi bisogni più profondi o se hanno assunto una mentalità mondana e se si stanno perdendo in chiacchiere e attività pastorali prive di senso.
Ecco allora l’altro grande insegnamento del racconto di Matteo: al centro della comunità cristiana deve esserci l’Eucaristia. I pesci scompaiono subito dalla scena e l’attenzione si concentra tutta sui pani, con una successione di quattro verbi che sarà ripresa nell’Ultima Cena: “prendere”, “benedire”, “spezzare”, “dare”. Questi quattro verbi eucaristici scandiscono l’intera vita di Gesù. Prendere, ricevere, accogliere i doni di Dio, non depredare e impadronirsene; bene-dire, lodare, ringraziare Dio per la sua generosa bontà, non lamentarsi e male dire; spezzare, farsi in quattro, darsi da fare, spendersi; dare, distribuire a tutti, condividere, non trattenere per sé. Anche la nostra vita e quella delle nostre comunità deve dunque ruotare intorno a questi verbi.

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