07/03/2026
Sal Da Vinci conquista il 76° Festival di Sanremo con una canzone neomelodica, in stile partenopeo, che parla d’amore. Non ci sarebbe nulla di anomalo, considerato che da sempre l’amore è tema privilegiato per la musica e la poesia, eppure quest’anno si è riusciti a polemizzare pure su questo.
Il motivo del contendere, però, è il testo, che Repubblica descrive come “una vagonata di stereotipi duri a morire”: insomma, a una certa - individuabile - parte di opinionisti non va giù che si parli di amore eterno e di impegno. Temi, evidentemente, considerati retrivi, frutto di culture che si dovrebbero affossare a beneficio di una società moderna, aperta, fluida, inclusiva dove le combinazioni tra le parti devono essere quanto più varie e numerose perché, evidentemente, la formula della coppia che si promette stabilità e affetto non è sufficiente a garantire la felicità.
Sal Da Vinci canta “io te lo prometto” in tempi in cui si rivendica il diritto al disimpegno e aggiunge “davanti a Dio” mentre va di moda un ateismo snob che tollera tutto tranne Dio. Evidentemente troppo, per i commentatori da social, che addebitano a una canzone banale - forse non eccezionale, ma certo nemmeno scandalosa - un repertorio retorico degno di miglior causa. Nella loro logica, se dici “sì” è apologia di rapporti tossici; se dici “per sempre” è prevaricazione machista; se indichi una fede è subito medioevo.
Insomma parla di valori che oggi sono dipinti come disvalori e che, soprattutto, non si è più "liberi" di esporre, causa la gogna mediatica, in nome, paradossalmente, della libertà!