07/09/2026
𝑷𝒂𝒄𝒆, 𝒑𝒂𝒏𝒆 𝒆 𝑫𝒊𝒐: 𝒅𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒔𝒂 𝒄’𝒆̀ 𝒂𝒏𝒄𝒐𝒓𝒂 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒐?
𝑷𝒂𝒅𝒓𝒆 𝑪𝒚𝒓𝒊𝒂𝒒𝒖𝒆 𝒓𝒂𝒄𝒄𝒐𝒏𝒕𝒂
P. Cyriaque Soumbou vive e svolge il suo ministero a Bangui, dove accompagna la formazione dei giovani frati chiamati al sacerdozio. In questa intervista riflette sulla gioia della vocazione e offre uno sguardo sulla Chiesa centrafricana.
𝐏. 𝐂𝐲𝐫𝐢𝐚𝐪𝐮𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐥’𝐡𝐚 𝐬𝐩𝐢𝐧𝐭𝐚 𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐫𝐞𝐥𝐢𝐠𝐢𝐨𝐬𝐚?
La mia vocazione è nata quando ero ancora molto piccolo, nel profondo del mio cuore. Vedere il sacerdote della mia parrocchia esercitare il suo ministero ha fatto nascere in me il desiderio di servire Dio. All’epoca, non conoscevo i Carmelitani, ma dopo alcune vacanze dai miei nonni sono entrato nel loro seminario minore. Mi è piaciuto moltissimo e ci sono rimasto fino a oggi: vivere in comunità comporta delle sfide, ma soprattutto regala una grande felicità. Da lì in poi, la gioia di essere un Padre Carmelitano è sempre cresciuta.
𝐋𝐚 𝐠𝐢𝐨𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐮𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐪𝐮𝐢𝐬𝐭𝐚? 𝐄 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧 𝐬𝐚𝐜𝐞𝐫𝐝𝐨𝐭𝐞, 𝐝𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞?
La risposta non è facile, perché dipende dal tipo di gioia di cui si parla. Per un sacerdote, questa è un dono: non si crea, ma si riceve da Dio attraverso il servizio. Amare Dio rende gioiosi, di conseguenza, le sofferenze - che non mancano - non possono togliere la Gioia di Dio; penso che il sacerdote debba portarla sul proprio volto affinché tutti vedano e comprendano che viene da Gesù.
𝐃𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐬𝐢 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥 𝐂𝐚𝐫𝐦𝐞𝐥 𝐝𝐢 𝐁𝐚𝐧𝐠𝐮𝐢?
Mi dedico principalmente dei giovani frati in formazione per diventare sacerdoti. Sarei felice se i ragazzi continuassero il cammino che stanno percorrendo: che si aprissero a Gesù, affinché Egli possa operare in loro nel servizio ai fratelli.
𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐝𝐞𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐥𝐚 𝐂𝐡𝐢𝐞𝐬𝐚 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐟𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐚 𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐜𝐮𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐥'𝐡𝐚 𝐦𝐚𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐚?
La Chiesa nella Repubblica Centrafricana è bella, giovane e molto dinamica. Prega, canta, balla, ama; tuttavia, anche questa Chiesa deve affrontare delle sfide: deve interiorizzare maggiormente la propria fede attraverso una corretta inculturazione. Il Vangelo entra in una cultura nei suoi tempi e nel suo modo di vedere la vita - e questo processo non è mai finito. Ogni fedele deve imparare ad amare la propria vita concreta, così com'è, perché è lì che Dio è già presente e già agisce. Le celebrazioni sono molto sentite e attirano numerosi fedeli e la venerazione di Gesù Bambino è intensa; Affascina il mistero della vita, dell’infanzia di Gesù, Egli rimane il grande messaggero che vuole guarire i cuori ed essere il Bambino nella stalla. La gente lo ama immensamente.
𝐒𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐞𝐢, 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐜’𝐞̀ 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐟𝐫𝐢𝐜𝐚? 𝐐𝐮𝐚𝐥 𝐞̀ 𝐥𝐚 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞?
Si potrebbe stilare una lunga lista che tocca le diverse realtà della vita. Innanzitutto, le persone hanno bisogno di Dio perché Egli dà senso alla vita. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno, tutto ciò che cerchiamo, trova il suo compimento in Lui. Egli ha quindi il Suo posto anche oggi. Poi, concretamente, c’è un grande bisogno di pace! Si registra un leggero miglioramento, rispetto agli ultimi anni, ma questo bisogno di pace nel Paese e nei cuori rimane.
Infine, c’è bisogno di una vita migliore. Molte persone soffrono ancora a causa della povertà: questo riguarda anche l’istruzione. Bisognerebbe che, poco a poco, le persone iniziassero a lavorare e a migliorare la propria vita per un futuro stabile. Ma penso che, al di là di tutto, Dio debba avere il suo posto.
𝐂𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐚𝐮𝐠𝐮𝐫𝐞𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐚 𝐜𝐡𝐢 𝐯𝐨𝐫𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧’𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐢𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨?
Dal mio punto di vista, vedo che i volontari portano gioia; la popolazione locale è felice di accoglierli e di scoprire nuove realtà. Molti si recano in piccoli villaggi sperduti dove la gente è povera, gli abitanti sono contenti di vedere questi giovani arrivare da molto lontano, rinunciando a molte cose per ve**re a condividere la loro vita e la loro allegria. Tutti fanno esperienza di una Chiesa senza confini, di un Vangelo che non conosce frontiere, così come la gioia della vita comunitaria appartiene a chi la vive, i numerosi frutti del volontariato missionario appartengono a chi li ha vissuti. Scoprono, infatti, altre realtà tanto belle quanto fragili, con i loro limiti. Queste scoperte a volte sono un po’ intense, ma possono aiutare nella fede e offrono una visione diversa del mondo. Partendo in missione, donano molte cose, sia materiali che di sé stessi, ma si mettono anche molto in gioco. Vediamo alcuni di loro diventare più forti e tornare nelle Missioni per rafforzare la loro fede.
𝐼𝑛𝑡𝑒𝑟𝑣𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑀𝑎𝑟𝑡𝑖𝑛𝑎 𝐵𝑜𝑡𝑡𝑎𝑟𝑜