13/06/2026
C’è un dettaglio, all'inizio del Vangelo di questa domenica, che rischia di sfuggirci e che invece cambia tutto: l'ordine dei verbi. Gesù prima vede le f***e, poi ne sente compassione, e solo alla fine agisce. Oggi siamo travolti da immagini, notizie e stimoli continui, ma facciamo un’enorme fatica a vedere davvero. Spesso ci limitiamo a registrare la presenza degli altri, oppure li incaselliamo in categorie. Gesù no. Il suo sguardo rompe la superficie. Vede una folla "stanca e sfinita", letteralmente sfigurata e svuotata da guide che hanno smarrito il senso della cura.
La sua compassione non è un vago sentimento di dispiacere, di quelli che durano il tempo di un clic sullo schermo. È un movimento viscerale che genera responsabilità. Il Vangelo ci dice una cosa scomoda ma bellissima: la nostra vita interiore e il nostro modo di stare al mondo non nascono dall'osservanza di regole astratte, ma da come impariamo a guardare chi ci sta accanto. La risposta di Gesù a questa sofferenza non è un gesto solitario da supereroe, ma la scelta di condividere la missione. Chiama dodici persone. E se leggiamo la lista dei loro nomi, ci accorgiamo di quanto quel primo gruppo fosse incredibilmente fragile e diviso. Accanto a semplici pescatori, Gesù mette insieme Matteo il pubblicano (un collaborazionista degli occupanti romani, visto come un traditore del popolo) e Simone lo Zelota (un nazionalista radicale e anti-romano). In termini moderni, ha messo nella stessa stanza due nemici politici giurati. Questo è il primo grande miracolo, ed è un messaggio potentissimo per la nostra parrocchia: la Chiesa non è un club di persone che la pensano allo stesso modo o che si sono scelte per simpatia. È lo spazio in cui persone diversissime tra loro accettano di camminare insieme, riconciliate da Qualcuno che è più grande delle loro idee. In un'epoca di forti polarizzazioni e tensioni, questa capacità di accogliersi è già di per sé il primo annuncio del Vangelo. Il mandato si chiude con una frase che scuote alla radice la nostra mentalità: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Viviamo immersi nella logica del contratto e del profitto, dove ogni cosa ha un prezzo, ogni favore richiede un ritorno e vali solo se produci o sei utile. Gesù spezza questo cerchio commerciale. La gratuità non è un optional per i più buoni, è la carta d'identità del cristiano. Abbiamo ricevuto la vita, l'amore, il perdono e la fede senza aver fatto nulla per meritarli; l'unico modo per custodire questi doni è farli circolare gratis. Portiamo questo testo nella vita della nostra parrocchia e delle nostre famiglie questa settimana:
Guarire i malati e sanare i lebbrosi oggi significa accorciare le distanze. Significa accorgerci di chi, sul nostro pianerottolo o nella panchina della piazza, è "morto dentro" per la solitudine, o si sente escluso e invisibile come i lebbrosi di un tempo.
Uscire dai recinti. La parrocchia non è un rifugio per difendersi dal mondo, ma una fontana del villaggio a cui tutti devono poter attingere. La nostra sfida è intercettare quella stanchezza silenziosa di chi non frequenta le nostre stanze ma incrocia le nostre vite ogni giorno. Non ci viene chiesto di essere perfetti o di avere tutte le risposte prima di metterci in cammino. Ci viene chiesto solo di prestare a Cristo i nostri occhi per vedere, e le nostre mani per offrire un pezzo di strada insieme. Senza chiedere nulla in cambio.
Salvo Principato