21/08/2026
✉️ Un medico scrisse su Il Regno che i preti, oggi, esprimono molto «disagio». Non aveva rivelato nessun arcano. Eppure cominciarono ad arrivare le lettere: preti che si erano riconosciuti, che chiedevano alla redazione di poterlo contattare per raccontare più estesamente la propria situazione.
«È brutto pensare d'avere una malattia rara, che non si conosce, mentre sentirsi in compagnia arriva come qualcosa di condiviso che spaventa meno».
Delle tre parole che hanno avuto più eco - disagio, dipendenze, solitudine - è la terza quella che torna sempre. Una solitudine fisica, che poi diventa solitudine di pensiero: rendere conto solo al proprio giudizio, fare affidamento solo sulle proprie forze. «La solitudine diventa facilmente malattia e, si sa, da soli è ancora più difficile curarsi». E la sofferenza avanza per passi impercettibili, tanto che «solo a sofferenza conclamata scatta l'allarme».
C'è un mito che dice come dovrebbe andare: Chirone, il centauro guaritore, insegnava che si può curare gli altri ogni giorno, purché ogni giorno si medichi anche la propria ferita. Oggi rischia di leggersi al contrario: «Sono tanti i curatori feriti che hanno rinunciato a prendersi cura di se stessi».
⛪ Non è una somma di storie individuali. In un seminario di studio dedicato al tema, di cui Il Regno – Attualità ha dato conto, il punto di partenza era proprio questo: un fenomeno ormai sistemico, che però continuiamo a trattare come una sequenza di casi singoli. E fra le cause non c'è solo la formazione dei seminari: c'è anche l'assenza dei laici, che lascia sulle spalle di uno solo compiti che sarebbero di tutti.
💬 Una domanda, allora, che non riguarda i preti ma noi: quand'è stata l'ultima volta che avete chiesto al vostro parroco come sta; non che cosa deve fare, come sta?
📖 I due articoli - di Raffaele Iavazzo e di Maria Elisabetta Gandolfi, usciti su Il Regno – Attualità - riletti insieme nel primo commento.