12/06/2024
Si è concluso il ciclo di incontri dello Studio biblico ecumenico. Al termine della lettura della Lettera ai Romani, ecco una riscrittura in lingua corrente, indirizzata a donne e uomini del nostro tempo...
A voi che siete persone amiche, provo a scrivervi cosa ho capito della vita: non è questa la domanda che ci facciamo tutti, credenti e non credenti, ebrei e greci, ricchi e poveri, schiavi e liberi: cosa vuol dire vivere? Io che vi parlo, Paolo, ho vissuto radicato nella fede ebraica, una fede gloriosa, il primo monoteismo che ha strappato Dio dai confini stretti dei singoli popoli. Una fede particolare anch'essa, ma con un respiro universale ed una proposta etica. Anche se fai parte del popolo eletto, non è che Dio ti difende qualunque cosa tu faccia. Guardare la vita con gli occhiali della fede ebraica significa accendere uno sguardo serio, profondo e anche autocritico. Io ho vissuto in questa tradizione e mi sono fatto un'immagine della vita sulla base dei suoi valori. Le parole dei miei padri hanno acceso in me passioni: mi sono messo in gioco, non sono stato uno spettatore, uno che dalla finestra guarda gli altri agire. E proprio perché mi sono speso senza riserve sono arrivato a capire che tutta la nostra umanità è soggetta all'esperienza del fallimento. All'inizio no: pensavo che se ti impegni, se persegui quanto è prescritto nella Torà, allora puoi raggiungere quell'ideale di giustizia che ai più rimane lontano. Dipende da te: così mi dicevo nel mio fervore giovanile. Poi, però, mi sono accorto che tutti in un modo o nell'altro sperimentano il fallimento, persino io che mi sentivo immune, uno di un'altra razza. Nella mia tradizione questo fallimento viene chiamato peccato; ma il significato è lo stesso: ovvero la triste esperienza di fallire il bersaglio, il trovarsi a vivere una vita inconcludente, nella quale, certo, si fanno delle cose perché gli esseri umani sono anche abili, non è che non concludano niente nella loro esistenza. Sono persino capaci di dare forma ad opere geniali. Non nego questo. Tuttavia, io penso che quello che combiniamo non è mai all'altezza dei nostri desideri più profondi e soprattutto della vita buona per tutti. Io ho amato la mia fede perché la sentivo come una via universale, impegnata a promuovere il bene per tutti, non solo per Israele. È questa intuizione, all'inizio solo una sensazione, che mi ha scosso: è impossibile essere giusti; non esiste nessun giusto su questa terra. Persino quella parola di giustizia che ho amato e continuo ad amare, la Torà d'Israele - quella che voi conoscete come Legge, ma che non è la legge dei codici e dei tribunali, piuttosto è un'illuminazione, un orientamento di vita – persino quella vita pensata e vissuta con rigore etico, un'esistenza calamitata da un forte ideale di giustizia, persino quella vita vissuta sulla base di quella parola fallisce. Non l'ho capito subito: l'esperienza imprevista e imprevedibile in cui sono inciampato, lo scandalo della vicenda di Gesù, mi ha aperto gli occhi. Io non l'ho conosciuto di persona; e a partire dalle informazioni ricevute su di lui, l'ho considerato un matto, un pericolo per il nostro popolo, diviso nella valutazione del suo operato. Ho ritenuto mio dovere interve**re con pugno di ferro per reprimere sul nascere la setta dei suoi seguaci. Si sa che nella storia compaiono all'improvviso gruppi di fanatici, incapaci di affrontare la vita con ragionevolezza. Mentre ero impegnato nella repressione di questa nuova via – così la chiamavano - ad un certo punto ho compreso che c'era qualcosa di più dell'idea che mi ero fatto e qualcosa in meno rispetto all'ideale che mi animava. Perché questo Gesù è stato messo in croce e ucciso proprio in nome della Torà. Quando me ne sono reso conto per me è stato uno shock: quella Parola che doveva portare alla vita buona, anch'essa produceva morte? Ma allora non c'è differenza tra la mia vita di buon ebreo e quella dei pagani, senza Torà. È stato duro ammetterlo, ma alla fine ho dovuto ripartire da qui. Forse voi mi potete capire, voi che vivete un tornante della storia in cui i grandi ideali sono tramontati, le grandi narrazioni non fanno più presa, l'utopia di cambiare il mondo suscita al massimo uno sguardo di sufficienza e compatimento. Anche voi vi misurate con il fallimento di progetti per i quali molti si sono spesi. Forse, nonostante tutto, non ne siete ancora convinti, ritenete un'esagerazione pessimistica parlare di fallimento. Anch'io ero titubante. Soprattutto avevo paura di buttare alle ortiche quella ricca sapienza alla quale avevo attinto. Molti, in seguito, mi hanno accusato di aver tradito la Torà, di averla annullata. No, per me non era questo. Piuttosto, senza abbandonare quella Parola, che è Parola di un Dio fedele, che non si rimangia quanto ha detto, a partire da quella Parola si è trattato di pensare al fallimento, di non rimuoverlo, di guardare a quell'abisso senza lasciarmi accecare dalla sua luce nera. Capitemi bene: non dico che bisogna guardare al fallimento per poi far entrare in scena un Dio troppo simile al Deus ex machina delle rappresentazioni teatrali, che dall'alto viene calato in scena a decretare il lieto fine, risolvendo in modo magico, meccanico i problemi insolubili. Per me si è trattato di partire dal fallimento come esperienza di verità che si sottrae alla tentazione di scappare troppo in fretta, abbracciando la prima via d'uscita a disposizione, sia essa la negazione del fallimento e la riproposizione della possibilità della vita buona sulla base delle nostre forze oppure l'intervento risolutivo di un Dio che ci esenta dal fare i conti con il nostro non riuscire ad essere giusti. Anche voi, che vivete in una società secolarizzata, lontana dalle fedi religiose, fate fatica a tollerare il fallimento, a guardarlo in faccia, e così cascate in ogni sorta di creduloneria pur di rimuovere il problema e continuare a sentirvi giusti, vincenti. Bisogna avere coraggio per guardare l'abisso in cui sprofonda un'umanità destinata alla gioia di una vita piena e che si ritrova buttata a terra, sempre più a fondo. Io l'ho fatto, ho sperimentato a lungo, per anni, questo abisso di fallimento. Io che ci vedevo bene, sono diventato cieco. Io che ero guida per molti, ho dovuto farmi prendere per mano. Un'esperienza umana devastante, dove fai sul serio i conti con quel “niente tiene”, che avevo trovato scritto nel rotolo di Qohelet. Potete almeno un po' immaginare la situazione, voi che vivete in un mondo che non trova più punti fermi, dove tutto si equivale e nessuno può ritenersi giusto. Ebbene proprio mentre ero costretto a riconoscere questa verità brutale sono stato raggiunto da una buona notizia – la chiamo così, non con il suo nome proprio, “evangelo”, perché quel termine a me così caro, venti secoli dopo non significa più quello che io ho vissuto allora: è diventata una parola religiosa, una cosa di chiesa... per me è stata una folgorazione che ha messo sottosopra la mia esistenza. Una lieta notizia che mi ha fatto scorgere una luce, dopo tanta tenebra, che ha aperto una nuova prospettiva dopo che il mio cammino era stato interrotto. La vita è tornata a sorridermi quando nel mio cuore è risuonato l'evangelo della grazia. Anche questa è diventata una parola di chiesa, piena di cicatrici, a motivo delle furiose dispute che avete avuto tra cattolici e protestanti. Per me non si trattava di una dottrina ma l'esperienza di essere raggiunto da un amore gratuito. Come voi, come tutti, sentivo il bisogno di essere riconosciuto, di essere chiamato per nome e apprezzato nella mia singolarità. Ebbene, l'incontro con questo strano personaggio, Gesù di Nazaret, per me ha sortito questo effetto. Io sono un fallito in un mondo di falliti: tutti siamo peccatori, non c'è nessuno che possa dirsi giusto. Io questo non solo l'ho saputo: l'ho sentito. E a questa umanità sbagliata, fallita, Gesù mostra il volto di un Dio sorprendente che ci ama quando siamo ancora peccatori. Non pone come condizione preliminare un cambiamento necessario per il successivo riconoscimento della buona volontà dimostrata. Nel mio mondo valeva già la logica dello scambio, quella che proprio ai vostri giorni si impone come pensiero unico. In un simile contesto, la grazia dice un altro modo di abitare la terra, di pensare la vita: è l'esperienza di essere graziati, di essere riconosciuti preziosi, importanti, nonostante la nostra vita faccia acqua da tutte le parti. Lo stupore per un linguaggio mai inteso prima, per un dono non legato al merito mi ha liberato dall'ansia di prestazione e mi ha spinto alla fiducia, a fidarmi che quel mistero del mondo che chiamo Dio desideri proprio me. Ho imparato a credere che il fallimento non è un destino, che su questa vita che precipita, che fa acqua da tutte le parti Dio sceglie di camminare. La grazia è diventata l'orizzonte della mia esistenza, la forza per rimettermi in gioco, unicamente per comunicare ad altri questa esperienza. Mi domando cosa possa significare per voi, che siete venuti al mondo molti secoli dopo di me, in Occidente, dopo duemila anni di cristianesimo, che ha segnato la cultura ma che ora per molti risulta giunto al termine, privo di carica propulsiva. Potete anche voi fare questa esperienza di verità di fronte al fallimento e di stupore, colti dalla sorpresa di un amore gratuito, di un riconoscimento inaspettato, di un dono incondizionato? Io l'ho fatta e mi sono sentito chiamato a mettermi al servizio di questa causa, l'annuncio dell'evangelo della grazia. Servizio vi suona male, vi sembra troppo servile? Cambiate pure le parole, ma provate a capire cosa mi è successo. Anche dire che mi sono sentito chiamato immagino possa suonare per qualcuno di voi come una superstizione. Pure questo potete nominarlo in altro modo: voglio solo dire che la mia fortuna è stata quella di sperimentare un intervento esterno, che ha messo sottosopra le mie sicurezze, ha smascherato l'inganno di sentirmi giusto, diverso dagli altri, e mi ha aperto gli occhi facendomi vedere una nuova possibilità di vita, all'insegna della gratuità, persino dello spreco, oltre la logica dello scambio. All'insegna di un amore che non è quel sentimento melenso che infioretta certi nostri discorsi: è un intero vocabolario, che abbraccia tutte le dimensioni della vita e le riscrive sulla base del criterio della gratuità.
Io, Paolo, questo ho vissuto. E ho la presunzione di ritenere che la buona novella della grazia potrebbe risuonare anche per voi, che provate a ripensare daccapo cosa significhi essere umani. Nel farlo, ripartite da voi più che da grandi idee; ripartite dai vostri fallimenti insieme allo stupore per qualcosa di eccedente, che riapre i giochi, insegnando a guardare la vita e il mondo con occhi nuovi.