Chiesa Battista Di Lugano

Un nuovo anno di studi biblici ecumenici! Ci metteremo in ascolto di alcune pagine delle Scritture in cui si narrano esp...
09/09/2024

Un nuovo anno di studi biblici ecumenici! Ci metteremo in ascolto di alcune pagine delle Scritture in cui si narrano esperienze di fede. Lo faremo con lo stile ecumenico maturato in questi anni, fatto di ascolto reciproco, di curiosità, di desiderio di camminare insieme...
Iniziamo mercoledì 11 settembre, alle 20.15, presso i locali della parrochia del Sacro Cuore.
Buon cammino!

Si è concluso il ciclo di incontri dello Studio biblico ecumenico. Al termine della lettura della Lettera ai Romani, ecc...
12/06/2024

Si è concluso il ciclo di incontri dello Studio biblico ecumenico. Al termine della lettura della Lettera ai Romani, ecco una riscrittura in lingua corrente, indirizzata a donne e uomini del nostro tempo...

A voi che siete persone amiche, provo a scrivervi cosa ho capito della vita: non è questa la domanda che ci facciamo tutti, credenti e non credenti, ebrei e greci, ricchi e poveri, schiavi e liberi: cosa vuol dire vivere? Io che vi parlo, Paolo, ho vissuto radicato nella fede ebraica, una fede gloriosa, il primo monoteismo che ha strappato Dio dai confini stretti dei singoli popoli. Una fede particolare anch'essa, ma con un respiro universale ed una proposta etica. Anche se fai parte del popolo eletto, non è che Dio ti difende qualunque cosa tu faccia. Guardare la vita con gli occhiali della fede ebraica significa accendere uno sguardo serio, profondo e anche autocritico. Io ho vissuto in questa tradizione e mi sono fatto un'immagine della vita sulla base dei suoi valori. Le parole dei miei padri hanno acceso in me passioni: mi sono messo in gioco, non sono stato uno spettatore, uno che dalla finestra guarda gli altri agire. E proprio perché mi sono speso senza riserve sono arrivato a capire che tutta la nostra umanità è soggetta all'esperienza del fallimento. All'inizio no: pensavo che se ti impegni, se persegui quanto è prescritto nella Torà, allora puoi raggiungere quell'ideale di giustizia che ai più rimane lontano. Dipende da te: così mi dicevo nel mio fervore giovanile. Poi, però, mi sono accorto che tutti in un modo o nell'altro sperimentano il fallimento, persino io che mi sentivo immune, uno di un'altra razza. Nella mia tradizione questo fallimento viene chiamato peccato; ma il significato è lo stesso: ovvero la triste esperienza di fallire il bersaglio, il trovarsi a vivere una vita inconcludente, nella quale, certo, si fanno delle cose perché gli esseri umani sono anche abili, non è che non concludano niente nella loro esistenza. Sono persino capaci di dare forma ad opere geniali. Non nego questo. Tuttavia, io penso che quello che combiniamo non è mai all'altezza dei nostri desideri più profondi e soprattutto della vita buona per tutti. Io ho amato la mia fede perché la sentivo come una via universale, impegnata a promuovere il bene per tutti, non solo per Israele. È questa intuizione, all'inizio solo una sensazione, che mi ha scosso: è impossibile essere giusti; non esiste nessun giusto su questa terra. Persino quella parola di giustizia che ho amato e continuo ad amare, la Torà d'Israele - quella che voi conoscete come Legge, ma che non è la legge dei codici e dei tribunali, piuttosto è un'illuminazione, un orientamento di vita – persino quella vita pensata e vissuta con rigore etico, un'esistenza calamitata da un forte ideale di giustizia, persino quella vita vissuta sulla base di quella parola fallisce. Non l'ho capito subito: l'esperienza imprevista e imprevedibile in cui sono inciampato, lo scandalo della vicenda di Gesù, mi ha aperto gli occhi. Io non l'ho conosciuto di persona; e a partire dalle informazioni ricevute su di lui, l'ho considerato un matto, un pericolo per il nostro popolo, diviso nella valutazione del suo operato. Ho ritenuto mio dovere interve**re con pugno di ferro per reprimere sul nascere la setta dei suoi seguaci. Si sa che nella storia compaiono all'improvviso gruppi di fanatici, incapaci di affrontare la vita con ragionevolezza. Mentre ero impegnato nella repressione di questa nuova via – così la chiamavano - ad un certo punto ho compreso che c'era qualcosa di più dell'idea che mi ero fatto e qualcosa in meno rispetto all'ideale che mi animava. Perché questo Gesù è stato messo in croce e ucciso proprio in nome della Torà. Quando me ne sono reso conto per me è stato uno shock: quella Parola che doveva portare alla vita buona, anch'essa produceva morte? Ma allora non c'è differenza tra la mia vita di buon ebreo e quella dei pagani, senza Torà. È stato duro ammetterlo, ma alla fine ho dovuto ripartire da qui. Forse voi mi potete capire, voi che vivete un tornante della storia in cui i grandi ideali sono tramontati, le grandi narrazioni non fanno più presa, l'utopia di cambiare il mondo suscita al massimo uno sguardo di sufficienza e compatimento. Anche voi vi misurate con il fallimento di progetti per i quali molti si sono spesi. Forse, nonostante tutto, non ne siete ancora convinti, ritenete un'esagerazione pessimistica parlare di fallimento. Anch'io ero titubante. Soprattutto avevo paura di buttare alle ortiche quella ricca sapienza alla quale avevo attinto. Molti, in seguito, mi hanno accusato di aver tradito la Torà, di averla annullata. No, per me non era questo. Piuttosto, senza abbandonare quella Parola, che è Parola di un Dio fedele, che non si rimangia quanto ha detto, a partire da quella Parola si è trattato di pensare al fallimento, di non rimuoverlo, di guardare a quell'abisso senza lasciarmi accecare dalla sua luce nera. Capitemi bene: non dico che bisogna guardare al fallimento per poi far entrare in scena un Dio troppo simile al Deus ex machina delle rappresentazioni teatrali, che dall'alto viene calato in scena a decretare il lieto fine, risolvendo in modo magico, meccanico i problemi insolubili. Per me si è trattato di partire dal fallimento come esperienza di verità che si sottrae alla tentazione di scappare troppo in fretta, abbracciando la prima via d'uscita a disposizione, sia essa la negazione del fallimento e la riproposizione della possibilità della vita buona sulla base delle nostre forze oppure l'intervento risolutivo di un Dio che ci esenta dal fare i conti con il nostro non riuscire ad essere giusti. Anche voi, che vivete in una società secolarizzata, lontana dalle fedi religiose, fate fatica a tollerare il fallimento, a guardarlo in faccia, e così cascate in ogni sorta di creduloneria pur di rimuovere il problema e continuare a sentirvi giusti, vincenti. Bisogna avere coraggio per guardare l'abisso in cui sprofonda un'umanità destinata alla gioia di una vita piena e che si ritrova buttata a terra, sempre più a fondo. Io l'ho fatto, ho sperimentato a lungo, per anni, questo abisso di fallimento. Io che ci vedevo bene, sono diventato cieco. Io che ero guida per molti, ho dovuto farmi prendere per mano. Un'esperienza umana devastante, dove fai sul serio i conti con quel “niente tiene”, che avevo trovato scritto nel rotolo di Qohelet. Potete almeno un po' immaginare la situazione, voi che vivete in un mondo che non trova più punti fermi, dove tutto si equivale e nessuno può ritenersi giusto. Ebbene proprio mentre ero costretto a riconoscere questa verità brutale sono stato raggiunto da una buona notizia – la chiamo così, non con il suo nome proprio, “evangelo”, perché quel termine a me così caro, venti secoli dopo non significa più quello che io ho vissuto allora: è diventata una parola religiosa, una cosa di chiesa... per me è stata una folgorazione che ha messo sottosopra la mia esistenza. Una lieta notizia che mi ha fatto scorgere una luce, dopo tanta tenebra, che ha aperto una nuova prospettiva dopo che il mio cammino era stato interrotto. La vita è tornata a sorridermi quando nel mio cuore è risuonato l'evangelo della grazia. Anche questa è diventata una parola di chiesa, piena di cicatrici, a motivo delle furiose dispute che avete avuto tra cattolici e protestanti. Per me non si trattava di una dottrina ma l'esperienza di essere raggiunto da un amore gratuito. Come voi, come tutti, sentivo il bisogno di essere riconosciuto, di essere chiamato per nome e apprezzato nella mia singolarità. Ebbene, l'incontro con questo strano personaggio, Gesù di Nazaret, per me ha sortito questo effetto. Io sono un fallito in un mondo di falliti: tutti siamo peccatori, non c'è nessuno che possa dirsi giusto. Io questo non solo l'ho saputo: l'ho sentito. E a questa umanità sbagliata, fallita, Gesù mostra il volto di un Dio sorprendente che ci ama quando siamo ancora peccatori. Non pone come condizione preliminare un cambiamento necessario per il successivo riconoscimento della buona volontà dimostrata. Nel mio mondo valeva già la logica dello scambio, quella che proprio ai vostri giorni si impone come pensiero unico. In un simile contesto, la grazia dice un altro modo di abitare la terra, di pensare la vita: è l'esperienza di essere graziati, di essere riconosciuti preziosi, importanti, nonostante la nostra vita faccia acqua da tutte le parti. Lo stupore per un linguaggio mai inteso prima, per un dono non legato al merito mi ha liberato dall'ansia di prestazione e mi ha spinto alla fiducia, a fidarmi che quel mistero del mondo che chiamo Dio desideri proprio me. Ho imparato a credere che il fallimento non è un destino, che su questa vita che precipita, che fa acqua da tutte le parti Dio sceglie di camminare. La grazia è diventata l'orizzonte della mia esistenza, la forza per rimettermi in gioco, unicamente per comunicare ad altri questa esperienza. Mi domando cosa possa significare per voi, che siete venuti al mondo molti secoli dopo di me, in Occidente, dopo duemila anni di cristianesimo, che ha segnato la cultura ma che ora per molti risulta giunto al termine, privo di carica propulsiva. Potete anche voi fare questa esperienza di verità di fronte al fallimento e di stupore, colti dalla sorpresa di un amore gratuito, di un riconoscimento inaspettato, di un dono incondizionato? Io l'ho fatta e mi sono sentito chiamato a mettermi al servizio di questa causa, l'annuncio dell'evangelo della grazia. Servizio vi suona male, vi sembra troppo servile? Cambiate pure le parole, ma provate a capire cosa mi è successo. Anche dire che mi sono sentito chiamato immagino possa suonare per qualcuno di voi come una superstizione. Pure questo potete nominarlo in altro modo: voglio solo dire che la mia fortuna è stata quella di sperimentare un intervento esterno, che ha messo sottosopra le mie sicurezze, ha smascherato l'inganno di sentirmi giusto, diverso dagli altri, e mi ha aperto gli occhi facendomi vedere una nuova possibilità di vita, all'insegna della gratuità, persino dello spreco, oltre la logica dello scambio. All'insegna di un amore che non è quel sentimento melenso che infioretta certi nostri discorsi: è un intero vocabolario, che abbraccia tutte le dimensioni della vita e le riscrive sulla base del criterio della gratuità.
Io, Paolo, questo ho vissuto. E ho la presunzione di ritenere che la buona novella della grazia potrebbe risuonare anche per voi, che provate a ripensare daccapo cosa significhi essere umani. Nel farlo, ripartite da voi più che da grandi idee; ripartite dai vostri fallimenti insieme allo stupore per qualcosa di eccedente, che riapre i giochi, insegnando a guardare la vita e il mondo con occhi nuovi.

A proposito di Spirito e spiritualità... Un articolo del nostro pastor, pubblicato su Mc:IL VENTO DELLO SPIRITO“Il vento...
20/05/2024

A proposito di Spirito e spiritualità... Un articolo del nostro pastor, pubblicato su Mc:
IL VENTO DELLO SPIRITO

“Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito (Gv 3,8).

Spiritualità non è parola del lessico biblico. Le Scritture ebraico-cristiane, infatti, parlano una lingua concreta, che rifugge le astrazioni. È bene ricordarlo, per non ridurre la Bibbia ad un repertorio di concetti da usare per giustificare le proprie idee. Chi si mette in ascolto di quelle parole è chiamato, come Abramo, a lasciare il proprio mondo per entrare nel territorio straniero del racconto, fino a scorgervi quel singolare modo di abitare la terra che esso dispiega davanti ai nostri occhi. Lì la parola si fa carne e sangue, storia, storie. Sono i corpi i protagonisti dei libri che formano il corpo delle Scritture. Chi va alla ricerca di pensieri spirituali, di una sapienza celeste, rimane sorpreso dalla forza di gravità che vige in quel mondo e che schiaccia al suolo chi pensa di volare alto. Nel mondo delle Scritture non funziona la nostra classica distinzione tra il materiale e lo spirituale, tra il fattuale e lo straordinario. Lo Spirito di Dio abita i corpi; le tracce della sua presenza si offrono a occhi che non guardano il cielo ma scrutano la terra cercando quel tesoro che vi è nascosto. La presenza dello Spirito si mostra non ai visionari ma alle donne e agli uomini dagli occhi aperti, penetranti, che non si fidano delle apparenze e guardano il mondo col sospetto che ci sia di più, che ci sia dell'altro, che un mistero lo abiti. Qui non è questione di calcolo, di saper distinguere cosa appartenga a Cesare e cosa a Dio – come se Dio non abbracciasse tutto. Qui, come dice Gesù a Nicodemo (Gv 3,1ss), è questione di nascere di nuovo, dall'alto, di nascere dallo Spirito. Di quante nascite abbiamo bisogno per vivere? Quello che noi abbiamo reso con l'aggettivo spirituale e col sostantivo spiritualità, per Gesù ha a che vedere con concepimenti, gravidanze, parti, vita. È un iniziare dall'inizio; è questione di ve**re alla luce ed essere messi al mondo. Ha a che fare con la domanda su cosa significhi vivere. Ma come si sperimenta questa maternità dello Spirito? Cosa vuol dire nascere dallo Spirito? La scena madre, in cui irrompe lo Spirito è narrata da Luca nel secondo volume della sua opera, gli Atti degli apostoli. Quel racconto (At 2,1ss) mostra che lo Spirito è intimamente legato alla Parola. I segnali del testo sono evidenti: siamo a Pentecoste, ovvero la festa ebraica di Shavuot, in cui si fa memoria del dono della Torà. Lo Spirito si presenta come “lingua di fuoco” e abilita chi lo riceve ad annunciare le grandi opere di Dio, in modo tale che ogni persona le senta dette nella propria lingua. Lo Spirito, dunque, non è altra cosa rispetto alla Parola, in quanto Spirito di Gesù, Parola del Padre. È Parola di fuoco, lingua appassionata, che resuscita la lettera morta strappandola dall'esilio del discorso normativo e giudicante. È fuoco che non consuma, è energia che esorta a fare di quella parola il proprio stile di vita; che difende dall'accusa di una verbosità che lascia a bocca asciutta la storia; che consola nel lungo inverno che minaccia il fuoco. Con le parole di Maurice Bellet, lo Spirito apre “lo spazio del Vangelo”, il quale sorge “quando questa Parola si fa viva, quando arriva ad interpretare il momento in cui parla, e non attraverso riferimenti ad un passato, per quanto venerato, ma attraverso un'anticipazione eroica, dove la memoria dell'ascolto si trasmuta interamente in potenza di generare il nuovo”.
Luca dice narrativamente quanto Giovanni testimonia con le parole stesse di Gesù a proposito dello Spirito di verità. “Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; ma il Paraclito, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto” (Gv 13,25-26). “Ho ancora molte cose da dirvi; ma non sono per ora alla vostra portata; quando però sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà di suo, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annuncerà le cose a ve**re. Egli mi glorificherà perché prenderà del mio e ve lo annuncerà” (Gv 16,12-14). Come Gesù, che ha posto i segni del Regno, facendo segno per mostrare in che direzione proceda il desiderio di Dio, il suo sogno della vita buona per tutte e tutti; così anche lo Spirito insegna, è memoria viva di quanto ha detto e fatto Gesù, il Figlio venuto a portare il fuoco sulla terra. Dunque, nascere dallo Spirito significa essere generati dalla Parola efficace di Dio, che si è rivelata in Gesù, vivere nel presente la sua inedita umanità. In fondo, quelle che con il nostro linguaggio diciamo “spiritualità” non sono altro che esegesi creative di quella Parola, esperimenti e rivitalizzazione della lettera, discernimento in un preciso momento storico dell'evangelo di Gesù. Espressione plurale, in linea con quella pluralità costitutiva che caratterizza il corpo delle Scritture. Come non esiste un solo racconto evangelico ma quattro, così anche le forme dell'esperienza di nascere dallo Spirito saranno molteplici. Lo Spirito di Dio non parla la lingua di Babele, non si esprime nell'uniformità ma nel dialogo delle differenze.
Nel mondo cattolico si parla di spiritualità monastica, francescana, domenicana, gesuita, come anche di quelle promosse dai diversi movimenti ecclesiali; nel mondo protestante questa pluralità carismatica prende forma nelle differenti chiese: valdese, luterana, riformata, battista, metodista. Noi possiamo ascoltare il suono della Scrittura attraverso la cassa di risonanza delle diverse tradizioni spirituali. E l'ascolto polifonico delle tante manifestazioni dello Spirito, che hanno riacceso il fuoco dell'evangelo in questi duemila anni di storia del cristianesimo, risulterà prezioso per non dire Dio entro la camicia di forza del pensiero unico e per non cadere nella trappola della presunzione spirituale, allergica ad ogni differenza e impossibilitata a quella conversione cui mira la Parola.
Ma la parola che Gesù dice a Nicodemo evoca una forza vitale che le diverse istituzioni non possono totalizzare. Lo Spirito è come il vento, che soffia dove vuole. In quanto Spirito di Dio, come il Padre si rivela ma anche si nasconde entro le pieghe di una storia che sfugge alle chiavi di lettura degli interpreti. Non si tratta di pensare che i soggetti carismatici siano tutto genio e sregolatezza. Una spiritualità, per dirsi cristiana, deve avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, la Parola definitiva di Dio. E deve operare per l'edificazione della chiesa, superando la tentazione di un protagonismo solo di alcuni. Sono questi i due criteri suggeriti dall'apostolo Paolo. Dunque, nessuna arbitrarietà in nome della libertà dello Spirito. Ma, detto questo, è altrettanto importante non soffocare lo Spirito. Ovvero mettersi in un atteggiamento di ascolto non giudicante per scorgere le sue tracce anche nei luoghi più impensati, persino laddove il discorso religioso sembra scartato in partenza.
Siamo reduci da una stagione di irrigidimenti ideologici e istituzionali, dove anche i cammini spirituali si misuravano con la logica degli opposti schieramenti. Oggi possiamo comprendere che il problema non è il consenso o il dissenso ma il senso. In questo nostro presente incerto, lo Spirito soffia il suo vento sul cammino dei diversi mendicanti di senso. La sua voce si fa udire nelle tante lingue ufficiali come nei dialetti che si parlano ai margini della storia. Le chiese non hanno più l'esclusiva della spiritualità; ma non per questo devono dilapidare il soffio vitale lasciato in eredità da una schiera di testimoni, né smettere di essere creative e sensibili al vento che spira nell'apparente calma di questo nostro tempo.
Il fuoco dello Spirito alimenta la passione di quanti non si rassegnano allo stato presente delle cose.
Lo Spirito agisce in tanti modi, tutti però come forza di vita, non di morte. Quello Spirito che ha resuscitato Gesù dai morti e continua a risuscitare la lettera morta delle Scritture, è presente ovunque ci siano persone pasquali, portatrici di vita, nonostante tutto. Che sanno stare negli inferi della storia senza disperare. Un modo come questo di abitare la terra solo lo Spirito può generarlo!

Il gruppo dello Studio Biblico Ecumenico - promosso dalla nostra chiesa, dalla chiesa Riformata e dalla parrocchia catto...
12/03/2024

Il gruppo dello Studio Biblico Ecumenico - promosso dalla nostra chiesa, dalla chiesa Riformata e dalla parrocchia cattolica del Sacro Cuore - organizza un incontro di approfondimento sulla relazione tra cristiani ed ebrei, a partire dalle parole dell'apostolo Paolo in Romani 9-11, e alla luce delle domande poste dall'attualità (provando ad andare oltre le tifoserie e i cortocircuiti teologici!).
Vi aspettiamo!

Quarta meditazione per il Tempo di Passione:
10/03/2024

Quarta meditazione per il Tempo di Passione:

Con Angelo Reginato e Daniele Campoli

Terza meditazione per questo Tempo di Passione:
05/03/2024

Terza meditazione per questo Tempo di Passione:

Con Angelo Reginato e Elisabetta Tisi

Seconda meditazione sui Quaranta giorni che precedono la Pasqua.
25/02/2024

Seconda meditazione sui Quaranta giorni che precedono la Pasqua.

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6900

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