Apostles Of Jesus Crucified fathers & brothers

Apostles Of Jesus Crucified fathers & brothers Apostles of Jesus Crucified is a religious order founded by father Domenico Labellarte

IL SENSOScritto da Bernadetta Ada Madej | Categoria: A proposito di Noi |Questa volta, invece di un messaggio dalla Polo...
18/06/2026

IL SENSO

Scritto da Bernadetta Ada Madej | Categoria: A proposito di Noi |

Questa volta, invece di un messaggio dalla Polonia, condividiamo alcune riflessioni tratte da una catechesi sul senso della vita, tenuta da nostra sorella Dorota della comunità di Bochnia.

IL SENSO DELLA VITA E DELLA MORTE
..Cominciamo da una prospettiva un po’ diversa...

Lo psichiatra austriaco Viktor Frankl è il fondatore della logoterapia, un approccio psicoterapeutico centrato sul significato. Durante la Seconda guerra mondiale fu prigioniero nei campi di concentramento. Gli fu tolto tutto ciò che aveva di più prezioso: la famiglia, il lavoro, perfino il nome. Tutto, tranne una cosa. Qualcosa che gli salvò la vita.

Frankl osservò una dinamica ricorrente: i prigionieri non morivano solo per fame o malattia, ma quando perdevano una ragione per vivere. Quando una persona perdeva il proprio “perché”, il corpo cedeva in pochi giorni.

Decise allora di condurre un esperimento, non in laboratorio ma nelle baracche. Si avvicinava a chi era sull’orlo della disperazione e sussurrava: “Chi ti aspetta?” “Quale compito ti resta?” “Cosa diresti a tuo figlio per superare questa giornata?” Non poteva offrire cibo né libertà, ma offriva qualcosa che non poteva essere confiscato: una ragione per vedere il domani. Si può togliere all’uomo tutto — libertà, famiglia, speranza, futuro — ma non il modo in cui sceglie di reagire.

Non possiamo controllare ciò che ci accade, ma possiamo sempre scegliere che cosa farne.

«Quando non possiamo cambiare la situazione, dobbiamo cambiare noi stessi.»

«All’uomo si può togliere tutto, tranne una cosa: la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a ciò che gli accade.»

Viviamo in ambienti diversi, proveniamo da famiglie diverse e le nostre esperienze di vita non sono le stesse. Eppure ci unisce una domanda fondamentale: perché? Perché vivo? Qual è il senso della mia vita? Perché soffro? Temo la morte e, talvolta, la desidero. Che significato ha tutto questo?

Queste domande emergono spesso durante l’adolescenza, quando i giovani affrontano cambiamenti fisici, emotivi e l’ingresso in un mondo ancora sconosciuto, affascinante ma anche esigente. Per questo gli adulti — genitori, insegnanti, educatori — hanno la responsabilità di accompagnare i giovani nella ricerca di sé. Ma non si può dare ciò che non si possiede: chi non conosce se stesso non può guidare un altro. Occorre prima conoscersi e prendersi cura di sé.

Nel Vangelo, Gesù dice al sordomuto: «Effatà» — “Apriti”. Apriti a ciò che conta davvero, a ciò che conduce alla verità su te stesso e sul senso della vita.

Questo invito è rivolto a ciascuno di noi. Gesù è la vita, l’autore della vita, la Parola della vita. È il senso ultimo, il senso dei sensi.

Trovare un senso in un’altra persona, in un oggetto o in un’attività — come nel caso di Frankl — può bastare per un tempo, per sopravvivere. Ma tutto ciò è limitato e fragile. Per questo l’uomo, cercando il senso della vita e della morte, cerca l’Assoluto, un valore ultimo oltre il quale non vi sono più domande.

Nel Vangelo di Giovanni (11,25-26), Gesù dice: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà. Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi questo?»

Questa domanda non è rivolta solo a Marta, ma a ciascuno di noi. Non è possibile verificare ogni cosa: nel cammino della conoscenza, l’uomo deve anche affidarsi alla fede.

Da oltre duemila anni abbiamo accesso a Gesù Cristo: le sue parole attraversano il tempo, le culture e le condizioni sociali. Egli dice: «Io sono la via, la verità e la vita.»

Le sue parole sono vita («lo Spirito dà la vita… le parole che vi ho detto sono spirito e vita», Gv 6,63). Ma le ascoltiamo davvero? Vogliamo conoscerlo? Senza conoscenza non può esserci fiducia.

Se cerchi il senso della vita, nessun terapeuta, psicologo o filosofo può dartelo pienamente. Possono aiutare, ma non colmare il bisogno ultimo di significato, né quello della sofferenza. Solo Cristo offre una risposta definitiva — indipendentemente dal fatto che tu creda o meno.

Per trovare speranza nella disperazione, quando tutto sembra crollare, l’uomo deve possedere qualcosa che nessuno possa togliergli. Quando il senso della vita è riposto unicamente in una persona, nel lavoro o nei beni materiali, la perdita genera vuoto.

Il fine ultimo della vita è Dio: da Lui veniamo e a Lui ritorniamo.

L’uomo si realizza nell’amore, nel dono sincero di sé.

Oggi il mondo soffre per la mancanza di amore e di relazioni autentiche. Per questo l’uomo ha bisogno della verità — e quindi di Dio — e di una comunità che condivida gli stessi valori.

Ci sono realtà che non possono essere eliminate: la sofferenza e la morte.

Il mistero della morte è legato al mistero della vita. Nella morte, corpo e anima si separano: il corpo si corrompe, l’anima continua a vivere.

La morte non proviene da Dio, ma è conseguenza della libertà umana. Così come esiste una vita e una morte biologica, esiste anche una vita e una morte spirituale.

Chi vive secondo la “carne” sperimenta la morte spirituale.

Allora qualcuno potrebbe chiedere: che senso ha la vita, se termina con la morte?

L’uomo è parte della storia. Anche chi non è ricordato ha contribuito: chi ha costruito ponti, sviluppato la scienza, la cultura — la loro vita non è stata vana.

Queste domande emergono anche negli adulti, spesso in momenti di crisi, malattia o perdita.

La risurrezione di Cristo è la garanzia della nostra risurrezione (cfr. 1 Cor 15).

Per il cristiano, la morte non è la fine, ma un passaggio, l’inizio di una vita nuova.

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THE HEART AS BATTLEFIELD, THE SOUL AS PEACEBUILDERScritto da Bro. Rodelio I. Mapula | Categoria: Formazione |  “War begi...
07/05/2026

THE HEART AS BATTLEFIELD, THE SOUL AS PEACEBUILDER

Scritto da Bro. Rodelio I. Mapula | Categoria: Formazione |

“War begins in the heart of man,” St. John Paul II declares in his Message for the World Day of Peace (2002, sec. 1). This deep understanding reveals that the visible causes of war are rooted in a deeper invisible reality. Long before weapons are raised and nations clash, silent struggles take root within the human soul. The true origin of war, therefore, lies not merely in political systems or struggles for power, but in the interior disorder of the human person. If war begins within, then peace must also begin within. As Thomas Merton observes, the roots of violence are not simply external but deeply interior, hidden in fear, anger, Thomas Merton observes, the roots of violence are not simply external but deeply interior, hidden in fear, anger, and selfish desire (New Seeds of Contemplation, 52). Until these inner forces are transformed, conflict will continue to reappear in every generation. If this is true, then peace cannot be achieved by force alone. It must be cultivated from within through the spiritual disciplines of prayer, fasting, and charity.

PRAYER: Interior Conversion and Peace

The Catechism of the Catholic Church defines prayer as: “The raising of one’s mind and heart to God or the requesting of good things from God” (CCC, no. 2559). This classical definition, drawn from St. John Damascene, reveals prayer as an act of interior orientation toward God. But how does this practice contribute to peace in times of war and conflict? Early Church Fathers consistently taught that prayer is not passive but spiritually transformative. Tertullian describes it in militant yet spiritual terms: “Prayer… repels temptations, extinguishes persecutions… Prayer is the wall of faith, her arms and missiles against the foe” (On Prayer, ch. 29). Prayer, therefore, functions as a spiritual defense, strengthening the believer against hatred and violence. Similarly, John Chrysostom exhorts believers toward reconciliation: “If we are at peace with one another, God too will be with us” (Homily 14 on Philippians). Prayer is inseparable from peace with others. It transforms the believer from within, making reconciliation not only possible but necessary.

St. John Paul II deepens this vision: “Prayer opens the heart… it makes us builders of peace” (Message for the World Day of Peace, 2002). Prayer, therefore, is not merely verbal expression but an encounter with God that reshapes human interiority. It softens the heart, forming empathy, humility, and love. In this way, it resists anger, vengeance, and hatred. These are the forces that give birth to conflict. As the Second Vatican Council teaches, peace is not merely the absence of war but the presence of justice, reconciliation, and love (Gaudium et Spes, no. 78). Prayer transforms individuals into active agents of this peace. As Merton further explains, interior transformation necessarily overflows into social transformation (New Seeds of Contemplation, 52–53). A heart shaped by prayer becomes a heart oriented toward reconciliation.

FASTING: Discipline and Inner Peace

The Catechism of the Catholic Church teaches: “Interior repentance is a radical reorientation of our whole life… It is expressed in various ways, including fasting, prayer, and almsgiving” (CCC, no. 1430). Fasting, therefore, is not merely abstinence from food but a sign of interior conversion. Early Christian tradition strongly connects fasting with peace. St. Ephrem the Syrian writes: “Through fasting, humanity begins again to walk the path of Paradise” (Hymns on Paradise, Hymns 1-2). This exhibits fasting as a return to original harmony with God. St. Basil the Great warns against false fasting: “Do not let your fasting be a pretext for strife, but a cause of peace” (Homilies on the Hexaemeron, Homily on Fasting I). Fasting without peace is meaningless. True fasting must eliminate conflict rather than intensify it. St. Augustine of Hippo adds: “Let your fast be accompanied by mercy… let anger cease, quarrels be stilled.” Fasting is intimately associated to the cessation of conflict and violence, especially through the control of anger.

Pope Benedict XVI similarly teaches that fasting fosters solidarity with the poor and oppressed, strengthening the moral foundations of peace. He specifically develops the idea that Christian fasting opens the heart to others, fosters sharing with the poor and leads to reconciliation and peace (Message for Lent, 2009). Modern theology continues this interpretation. Quoting St. John Chrysostom, it states that fasting softens the heart, making it more open to God and to others (Homilies on the Statues and Homilies on Matthew). Jeanne-Nicole Saint-Laurent explains that fasting appears as a nonviolent weapon. It is a means of returning the human being to a state of peace (Fasting for Inner Peace: Voice of the Syriac Christians, 445–466). Fasting, then, is not destruction but restoration. It calms disordered desires that lead to conflict. That is why a softened heart is less prone to aggression and more open to reconciliation. Peter Brown explains that early Christian ascetic practices (including fasting) were understood as a discipline of the body, a way to redirect desire away from bodily impulses, a method of achieving inner control and part of a broader moral transformation of the self (The Body and Society, 235–270). This liberation creates clarity, emotional stability, and inner peace. These are conditions necessary for external peace.

CHARITY: The Form of Peace

The Catechism defines charity as: “The theological virtue by which we love God above all things… and our neighbor as ourselves” (CCC, no. 1822). It further states: “Charity is the greatest of the theological virtues. It is the bond of perfection” (CCC, no. 1827). Charity, therefore, is not merely emotional affection but the highest organizing principle of Christian life. But how do we achieve peace in charity? St. Augustine of Hippo expresses its social effect clearly: “Where there is charity, there is God” (City of God, Book XIX, cp. 13-14). Charity produces peace because it heals the disorder of selfish love that causes conflict. Thomas Aquinas adds a systematic explanation: “Charity is the form of all virtues” (Summa Theologiae, II–II, q. 23, a. 😎. This means all moral action including justice, forgiveness, and reconciliation is shaped by charity. Without it, even justice can become violent. With it, justice becomes restorative.

St. Francis of Assisi expresses charity as active nonviolence: “Where there is hatred, let me sow love; where there is injury, pardon” (Prayer of St. Francis, 1912). Charity here becomes a deliberate interruption of violence through forgiveness. Thus, St. Therese of Lisieux rightly teaches that charity alone gives value to every action, even the smallest, when done with love (Story of a Soul, Manuscript 😎. Without charity, even human actions lose their meaning and peace-producing capacity. Mother Teresa summarizes the social dimension: “If we have no peace, it is because we have forgotten that we belong to each other” (A Simple Path, 1995). Conflict arises from broken relationships. Charity restores the awareness of shared humanity.

If war truly begins in the heart, then the path to peace must also begin there. The witness of the Catholic tradition reveals a consistent truth: peace is not simply negotiated by governments, but formed within persons who are being transformed by grace (CCC, nos. 2302–2306; Gaudium et Spes, no. 78; John Paul II, Message for the World Day of Peace, 2002).Together, these three practices (prayer, fasting and charity) form a spiritual path that moves the human person from inner conflict toward lasting peace. Yet this is not only a theological idea to be studied. It is a lived invitation. Every person is called to become a place where war ends and peace begins. In a world marked by division, we are asked to ask ourselves: What kind of heart am I forming each day? Do I nurture peace within me, or do I allow resentment, pride, and indifference to grow?

👉https://www.agcrocifisso.net/index.php/12-formazione/177-the-heart-as-battlefield-the-soul-as-peacebuilder

SERVUS INUTILIS: UMILTÀ, ATTEGGIAMENTO MITE E FERMEZZA NELLA BIOGRAFIA SU ALCIDE DE GASPERI (II)Scritto da Vito Fascina ...
06/05/2026

SERVUS INUTILIS: UMILTÀ, ATTEGGIAMENTO MITE E FERMEZZA NELLA BIOGRAFIA SU ALCIDE DE GASPERI (II)

Scritto da Vito Fascina | Categoria: Cultura |

Sono alcuni testi a raccontarci l’itinerario impervio di un possibile martire bianco, dovendo mettere insieme le sofferte decisioni di un uomo spesso solo; le umiliazioni, e gli attacchi durissimi che subì da diversi suoi oppositori interni e dagli avversari, accettate con signorile spirito di servizio; la vita da leader che ritagliò, delineò in ogni opzione, guardando come potesse far crescere la consapevolezza di un popolo prima, da cui il Partito popolare con Luigi Sturzo e, in un secondo momento, operando nelle fibre più profonde degl’Italiani, per farne gens libera e res publica, con la Democrazia cristiana. In ultimo, per lasciare all’Europa e al mondo la magnificenza della politica che unisca Pulchrum, Bonum et Verum, ponendo le basi per l’Unione Europea e rinforzando l’Onu, affinché aiutasse e coordinasse la pace del mondo. Da Presidente del Consiglio dialogherà anche, coraggiosamente, con i partiti social-comunisti d’Italia e Unione Sovietica, in una fase di travaglio non sempre semplicissimo e senza trascurare, nel suo Paese, il dialogo con liberali e destre moderate.

Ma martire perché? La tradizione irlandese monastica del XIV secolo, riprendendo quella più antica dell’isola, del VII-VIII sec., sul martirio, esplicita che attraverso quello denominato bianco l’uomo arrivi ad abbandonare tutto ciò che si ama per Dio, anche se ciò gli costasse digiuno, carcere o immane fatica esistenziale e prova a definire anche gli altri due tipi presenti nel martirologio romano: il rosso o principale, fino al versamento del sangue; il verde, dove ci si libera dai desideri malvagi, con la grande sofferenza e la fatica nella vita. Fin dagli anni giovanili, come deputato nel parlamento austriaco, il Trentino allora era austro-ungarico, per difendere i diritti dei più poveri, dei marginali cittadini di lingua italiana, fu schiacciato col carcere e poi subì una nuova carcerazione, ben più lunga, dopo l’arresto drammatico patito dalle milizie di Mussolini, … fino a essere sottoposto, sul finale della sua corsa di asceta, anche agli attacchi di ferventi cattolici, soprattutto di destra, come quelli del Candido di Giovannino Guareschi.

Una lettera del detenuto 97777, cella 549 del carcere di Regina Coelide scrive la tremenda sofferenza del prof. Carlo Rossi, il nome con cui Alcide aveva cercato di nascondersi dai rastrellamenti fascisti, che lo volevano zittire per sempre, dopo Giacomo Matteotti. Si rivolge al prof. Giovanni Ciccolini, amico immutato come “nella buona così nell’avversa sorte”.

“Caro Giovanni,

[…] No, non sono un martire, ma forse posso concederti, senza iattanza, d’essere un confessore delle nostre idee. Le ho confessate e ancora confesso nel tempo del pericolo, onde mi diventano più care e più sacre come un tesoro che mi porta in salvo lungo il margine d’un abisso. Sono l’unica ricchezza che mi rimane e la rendo più fine e cristallina al fuoco purificatore del sacrificio. […] Non chiudo nel petto un animo d’eroe né mi illumina la luce interiore d’un santo; tuttavia lodato sia il Signore il quale mi fa comprendere come fosse giusto che nella disgrazia di tutti, io, ch’ero nei primi posti, per un equo compenso debba ora trascinarmi sulla via più lacero e più malconcio degli altri. Non c’è nessun merito ad essere i primi, quando si marcia sotto un sole trionfante e una bandiera, avvezza alle vittorie. C’è forse qualche merito nello strascinarsi avanti nel fango della via dopo la rotta. […]

O amico caro dei giorni febbrili, ritorneranno mai i tempi delle opere? […] Guardo, con speranza nel futuro, e appena guardato, ritraggo lo sguardo per paura e, nel silenzio, stride come un cigolio di porte di ferro. Ah, quel Regina Coeli, bellissima parola per così br**ta cosa! Dovrei esser più forte, lo so, ma la carne è debole. Voi che mi siete congiunti da tanta solidarietà spirituale, ricordatevi di me presso il Signore, affinché, se così debba essere, affronti con coraggio il mio destino, faccia né più ne meno del mio dovere. Perché questo cammino della Croce è pur anche un cammino e questa inerzia io mi lusingo che possa essere azione.

[….] Ben t’accorgi come nell’uomo d’azione ultimo a spegnersi è l’orgoglio, e quanto mi pesi l’umiliazione di confessarmi servus inutilis. È una colpa!

[…] La vita dell’uomo è troppo breve e pure vorremmo che capisse i disegni di Dio i quali per la nostra miopia sono troppo vasti. Nel libro della Provvidenza è forse scritta la pagina della nostra generazione? Si dura fatica ad accettare quest’ipotesi, ma se fosse così, vediamo che giovi ai nostri figlioli. I quali sappiano, comunque, che la libertà e la giustizia sono figlie di Dio e che il cristianesimo applicato alla vita pubblica vuol dire lealtà, franchezza, coraggio, sacrificio”. Alcide

Roma, 7 gennaio 1928

Questa lettera colma di lacrime e sangue ci spiegano in cosa consista la vera umiltà: accettazione delle umiliazioni altrui, e non ve n’è una più disumana di essere privati iniquamente della personale autonomia; allora, infatti, ci si scopre increduli, bisognosi e grati per aver ricevuto la lettera di un amico; un soffio di vita da quella terra dei liberi, che avverte, come bisogno estremo, il carcerato; poi il servus inutilis, dove Alcide rivela la sua indole di Marta, ossia la donna del fare, rispetto all’accogliere, contemplando, come fa Maria con il Maestro. È proprio in quella seconda prigionia dopo il primo arresto a Innsbruck, del 3 novembre 1904, all’inaugurazione della facoltà giuridica italiana, che nasce lo scudo del martirio politico e la piena consapevolezza di essere nella mani giuste e misericordiose del Padre provvidente. Infine la dichiarazione, quasi un primo presentimento ed un forte avvertimento ai suoi concittadini, che guiderà i suoi passi nel suo prestigioso governare: il richiamo a declinare giustizia e libertà, fondandole su alcune virtù umane alte, nel pensiero e profonde, nelle delicate scelte quotidiane.

Ecco riportate dal supplizio romano, ma anche sul fondamento delle rocce delle sue montagne trentine, il sigillo dell’uomo forte: l’humus del soggetto umile.

👉https://www.agcrocifisso.net/index.php/13-cultura/176-servus-inutilis-umilta-atteggiamento-mite-e-fermezza-nella-biografia-su-alcide-de-gasperi-ii

INTERVISTA AL COMANDANTE GIAN GIACOMO PISU: STRETTO DI HORMUZ TRA DIRITTO, MINACCE E SCENARI DI UNA CRISI GLOBALEScritto...
30/04/2026

INTERVISTA AL COMANDANTE GIAN GIACOMO PISU: STRETTO DI HORMUZ TRA DIRITTO, MINACCE E SCENARI DI UNA CRISI GLOBALE
Scritto da Mariagrazia Labellarte | Categoria: Cultura |

Lo Stretto di Hormuz resta uno dei choke point più sensibili del pianeta. Nel 2026, tra esercitazioni militari, deviazioni forzate, disturbi ai sistemi GNSS e tensioni crescenti tra Iran e Stati Uniti, il suo equilibrio è apparso ancora più fragile.
Per capire perché questo tratto di mare sia così decisivo per l’economia globale, la libertà di navigazione e la sicurezza internazionale, abbiamo parlato con il comandante Giangiacomo Pisu, capo pilota del porto di Arbatax, consulente tecnico d’ufficio per il Tribunale di Lanusei, analista di intelligence in aree ad alto rischio e membro del direttivo del Tribunale Arbitrale della Nautica.

Perché lo Stretto di Hormuz è così strategico per il mondo?
Perché è il punto dove passa la vita economica del pianeta.
Ogni giorno, in tempi normali, attraversano Hormuz oltre 20 milioni di barili di petrolio: un quinto del fabbisogno mondiale. È un numero impressionante, confermato da analisi logistiche internazionali. A questo si aggiunge un quarto del commercio globale di gas naturale liquefatto.
In pratica, se Hormuz si ferma, si ferma il mondo.
UNCTAD lo ha detto chiaramente: la chiusura del 2026 ha fatto schizzare i prezzi di petrolio e gas e ha rallentato il commercio globale. Non esistono rotte alternative in grado di compensare.
È un tratto di mare largo appena 21 miglia nautiche nel punto più stretto, ma è la giugulare energetica del pianeta.

L’Iran ha il diritto di chiudere lo Stretto?
No. E questo è un punto fondamentale.
Hormuz è classificato come “stretto utilizzato per la navigazione internazionale”. Significa che tutte le navi – civili e militari – hanno diritto al passaggio in transito, un regime che non può essere sospeso nemmeno per ragioni di sicurezza interna.
Anche se l’Iran non ha ratificato l’UNCLOS, le norme sugli stretti sono considerate diritto consuetudinario internazionale. In altre parole, valgono per tutti.
La Nottingham Trent University lo sintetizza così: “Iran is not a party… but the obligations are considered customary international law – therefore binding.”
Tradotto: Teheran non può chiudere Hormuz per bloccare il traffico civile o commerciale.

E in caso di conflitto armato? Cambia qualcosa?
Sì, ma non quanto molti pensano. Il diritto del mare si intreccia con il diritto dei conflitti armati. La regola è chiara: la libertà di navigazione non può essere sospesa arbitrariamente, ma può subire limitazioni solo se strettamente necessarie alla legittima difesa.
L’Articolo 51 della Carta ONU è la bussola: la risposta deve essere proporzionata, deve essere immediata e deve essere diretta contro obiettivi militari.
Gli esperti della NTU lo confermano: “Iran does have a limited right to respond in self-defence, but only against military targets and within strict limits.”
Quindi no: anche in guerra, non è lecito chiudere lo Stretto alle navi civili.

Ma allora nel 2026 lo Stretto è chiuso o no?
Di fatto sì. Formalmente no. È una chiusura “di fatto”, non “di diritto”.
Secondo Al Jazeera, ad aprile 2026 circa 3.000 navi risultano bloccate. UNCTAD parla di uno Stretto “praticamente chiuso”. Windward Intelligence documenta attacchi, spoofing GPS e un’area di interdizione che supera le 100 miglia nautiche.
Il risultato è semplice: nessuna compagnia assicurativa copre il transito. E senza copertura, nessuna nave entra.

Che ruolo ha il TSS, il Traffic Separation Scheme?
È l’autostrada dello Stretto: una corsia per entrare, una per uscire e una zona cuscinetto centrale.
Il problema è che il TSS si trova nelle acque territoriali di Iran e Oman, ma è protetto dal regime del passaggio in transito.
Nel 2026, però, il TSS è diventato un campo minato politico e operativo: esercitazioni militari che tagliano le corsie, deviazioni forzate verso la costa iraniana, disturbi ai sistemi GNSS.
Tutto questo viola l’Art. 44 UNCLOS, che vieta agli Stati costieri di ostacolare il transito internazionale.

Perché USA e Iran litigano sul tipo di passaggio?
Perché parlano due lingue giuridiche diverse.
Gli USA dicono: “Hormuz è uno stretto internazionale – vale il passaggio in transito”. Quindi niente autorizzazioni, sottomarini in immersione, elicotteri in volo, sistemi d’arma attivi, operazioni FONOP per contestare pretese eccessive.
L’Iran risponde: “Hormuz è nelle nostre acque – vale il passaggio inoffensivo”. Quindi autorizzazioni obbligatorie, sottomarini in superficie, niente attività militari e controllo sul TSS.
Il nodo è tutto qui: due interpretazioni opposte dello stesso tratto di mare.

Come funzionano le ROE* (regole d’ingaggio) nello Stretto?
Sono un equilibrio delicatissimo tra diritto e sopravvivenza. Le navi americane operano in “Normal Mode”: radar di tiro attivi, elicotteri in volo, sottomarini in immersione, risposta preventiva in caso di hostile intent.
Il principio è chiaro: se una motovedetta del corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) compie una manovra aggressiva, la nave USA può reagire prima che il colpo parta.
L’Iran, invece, provoca, sfida, testa i limiti. Le motovedette dei Pasdaran si avvicinano per costringere le navi occidentali a comportarsi come se fossero in “passaggio inoffensivo”.
È un gioco di nervi. E basta un errore per trasformarlo in un incidente internazionale.

Quanto è reale la minaccia dell’IRGC?
Molto reale. Il regime risponde a tutti i punti chiave che identificano la minaccia. HubMaritime segnala un aumento dell’attività navale iraniana e dei premi di rischio. Windward parla di “area denial”, spoofing GPS e presenza di unità miste.
L’IRGC ha un arsenale asimmetrico molto efficace: mine navali, droni, missili antinave, fast boats, proxy regionali come Houthi e milizie irachene, capacità cyber e GNSS spoofing.
È una minaccia credibile, strutturata e coerente.

L’uso delle mine è legale?
Solo in casi molto specifici. Il diritto internazionale è chiaro: le mine devono essere controllabili, devono essere segnalate e devono colpire solo obiettivi militari.
La CCW (Convenzione su certe armi convenzionali) vieta le mine vaganti. Il Manuale di San Remo impone che siano tracciabili e segnalate.
Windward conferma che nel 2026 sono stati rilevati casi di mine e spoofing, una combinazione estremamente pericolosa.

Si possono organizzare convogli di scorta?
Sì, ed è perfettamente legale.
L’Art. 92 UNCLOS riconosce la giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera. Questo significa che una nave da guerra può scortare un mercantile della propria nazionalità.
I limiti sono tre: rispettare il passaggio in transito, evitare escalation con l’IRGC e coordinarsi con strutture multilaterali come IMSCSC e CMF.

Quali sono le conseguenze economiche globali della chiusura?
Devastanti.
UNCTAD ha già avvertito che nel 2026 il commercio globale rallenterà, i prezzi dei carburanti sono esplosi e i costi di trasporto sono raddoppiati.
HubMaritime documenta casi drammatici: 6 navi da crociera immobilizzate, 24.300 persone bloccate, perdite tra 2,4 e 3,6 milioni di euro al giorno.
E questo è solo l’inizio.

Quali scenari futuri sono possibili?
Tre, e nessuno semplice.
Il primo è una riapertura negoziata. Il Pakistan sta mediando. Al Jazeera parla di colloqui per un “smooth transit”.
Il secondo è un’escalation militare. Gli Stati Uniti hanno già minacciato ritorsioni contro infrastrutture iraniane se lo Stretto non riapre.
Il terzo è una chiusura prolungata. UNCTAD avverte: “The suffering will extend far beyond the region.” Significa inflazione globale, crisi energetica e tensioni geopolitiche crescenti.
*Direttive governative e militari che definiscono circostanze, condizioni, limiti e grado in cui le forze armate possono utilizzare la forza durante operazioni, rispettando il diritto internazionale e nazionale

(Tratto da difesaonline.it)

RESILIENZA COMUNITARIA E VUOTI DI SICUREZZA NEL SUD DEL LIBANO: IL CASO DI RMEISH E AIN EBELScritto da Mariagrazia Label...
18/04/2026

RESILIENZA COMUNITARIA E VUOTI DI SICUREZZA NEL SUD DEL LIBANO: IL CASO DI RMEISH E AIN EBEL

Scritto da Mariagrazia Labellarte | Categoria: Cultura |

Nel Sud del Libano, dove da decenni si intrecciano tensioni militari, fragilità istituzionali e presenze armate di diversa natura, la crisi lungo la frontiera con Israele ha aperto un nuovo fronte di riflessione: quello dei vuoti di sicurezza lasciati dallo Stato e della capacità delle comunità locali di resistere, organizzarsi e restare.

É in questo quadro che si colloca il caso di Rmeish e Ain Ebel, due villaggi cristiani del Libano meridionale che, nelle ultime settimane, si sono trovati improvvisamente più esposti dopo la ridislocazione di unità delle Forze Armate Libanesi. In un’area già sottoposta a forte pressione militare, la riduzione della presenza visibile dello Stato ha alimentato tra i residenti una percezione crescente di vulnerabilità e abbandono.

Il punto non è solo militare. Il nodo è politico, sociale e umano. Quando un territorio di confine perde, anche solo in parte, il presidio regolare delle istituzioni, il primo effetto non è soltanto operativo: è psicologico. La popolazione avverte immediatamente il venir meno di una cornice di protezione, e questa percezione finisce per incidere tanto quanto i movimenti delle forze sul terreno.

Rmeish e Ain Ebel sono oggi emblematici proprio per questo. Non rappresentano soltanto due comunità locali sotto pressione, ma due casi concreti che mostrano cosa accade quando uno Stato fragile non riesce più a garantire in modo uniforme la sicurezza sul proprio territorio. In queste circostanze il vuoto non resta mai davvero vuoto: tende piuttosto a essere riempito da dinamiche alternative, informali, comunitarie, confessionali o umanitarie.

Nel Sud del Libano questa dinamica è ancora più evidente perché il contesto è storicamente segnato dalla presenza di attori molteplici – statali, non statali e internazionali – che si sovrappongono senza coincidere. Da un lato vi è l’esercito libanese, limitato da capacità materiali e operative insufficienti rispetto alla pressione del conflitto. Dall’altro Hezbollah, forza armata radicata sul territorio ma portatrice di una propria logica strategica, che non coincide automaticamente con la protezione quotidiana di tutte le comunità locali. Sullo sfondo resta UNIFIL, presenza internazionale importante ma inevitabilmente vincolata dal proprio mandato e dal deterioramento del quadro di sicurezza.

In questo scenario i residenti dei villaggi cristiani del Sud si sono trovati in una condizione particolarmente delicata. La loro vulnerabilità non deriva solo dalla prossimità geografica al fronte, ma anche dalla consapevolezza di non rappresentare il centro delle priorità operative dei principali attori armati presenti nell’area. È qui che la questione assume un rilievo più profondo: non si tratta semplicemente di capire chi controlli militarmente un’area, ma chi garantisca concretamente la sicurezza civile, la continuità dei rifornimenti, la tenuta sociale e la fiducia minima necessaria a restare.

Molti abitanti hanno scelto di non andarsene. È una decisione che non può essere letta soltanto come ostinazione o fatalismo. In realtà affonda le radici in una combinazione potente di fattori: attaccamento alla terra, memoria dei conflitti passati, diffidenza verso lo sfollamento, paura di perdere definitivamente la propria casa e forte senso di identità comunitaria. In territori come questi, andarsene non significa soltanto mettersi in salvo: può voler dire spezzare un legame storico, religioso e familiare che viene percepito come parte integrante della propria esistenza.

Non sorprende, quindi, che in simili condizioni il ruolo della comunità si rafforzi. Quando la protezione statale si indebolisce, diventano centrali le reti di prossimità, la cooperazione tra famiglie, il coordinamento con le autorità municipali, il sostegno delle strutture religiose e l’intervento di organizzazioni umanitarie. Non si tratta necessariamente di un vero autogoverno, ma certamente di una forma di adattamento collettivo, una resilienza concreta costruita giorno per giorno attorno ai bisogni essenziali: cibo, medicinali, carburante, informazioni, assistenza reciproca.

La Chiesa locale, in particolare, assume un ruolo che va ben oltre la dimensione spirituale. In momenti di crisi, parroci e figure religiose diventano punti di riferimento morali, simbolici e pratici. Tengono unita la comunità, ne interpretano le paure, ne rafforzano la volontà di resistere e spesso contribuiscono anche al coordinamento di aiuti e contatti. È uno schema ricorrente in molte aree di crisi del Levante, ma nel Sud del Libano assume oggi una rilevanza particolare.

Il caso di Rmeish e Ain Ebel mette così a n**o una verità scomoda: la resilienza comunitaria può arginare un’emergenza, ma non può sostituire stabilmente lo Stato. Può rallentare il collasso, non impedirlo. Può offrire coesione, ma non una cornice di sicurezza strutturata e duratura. Quando il presidio statale arretra, il rischio non è solo militare: è quello di una progressiva frammentazione del controllo territoriale, con aree sottoposte a logiche differenti, attori differenti e differenti livelli di protezione.

C’è poi un ulteriore aspetto da non sottovalutare. La presenza di comunità cristiane che restano nei villaggi di confine complica anche il quadro operativo generale. Ogni escalation militare in aree ancora abitate da civili aumenta infatti il rischio umanitario, moltiplica la possibilità di danni collaterali e accresce il peso politico internazionale di eventuali conseguenze tragiche. La permanenza dei residenti, dunque, non è solo una scelta esistenziale: diventa anche un fattore strategico.

Per questo Rmeish e Ain Ebel non sono casi marginali. Sono, piuttosto, un indicatore avanzato della crisi libanese nel suo insieme. Raccontano l’indebolimento dello Stato, l’ambiguità degli equilibri armati nel Sud, i limiti della presenza internazionale e la capacità delle comunità locali di trasformare la vulnerabilità in resistenza organizzata. Ma raccontano anche quanto sia pericoloso affidare la sopravvivenza di un territorio solo alla forza morale dei suoi abitanti.

In definitiva, ciò che accade oggi nei villaggi cristiani del Sud del Libano mostra come identità, memoria storica, fede e solidarietà possano diventare strumenti di sopravvivenza in un contesto di forte instabilità. Ma mostra anche che nessuna comunità, per quanto coesa, dovrebbe essere costretta a colmare da sola i vuoti lasciati dalle istituzioni. Ed è proprio in questi vuoti che, spesso, si decide il futuro di un Paese.

(Tratto da difesaonline.it)

FOTO: Il santuario in costruzione a Ain Ebel in Libano (foto Tempi)

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