14/08/2026
Il 13 maggio 1981, in Piazza San Pietro, Mehmet Ali Agca sparò a Giovanni Paolo II. Il Papa cadde gravemente ferito. Fu sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza al Policlinico Gemelli e sopravvisse a stento.
Due mesi dopo, un tribunale di Roma condannò Agca all’ergastolo.
Nessuno immaginava ciò che sarebbe accaduto dopo.
Il 27 dicembre 1983, Giovanni Paolo II entrò nel carcere di Rebibbia a Roma. Percorse i corridoi. Raggiunse la cella. Le guardie rimasero fuori, nel corridoio.
All’interno, due uomini rimasero soli: colui che aveva sparato e colui che aveva ricevuto il colpo, seduti faccia a faccia.
Parlarono per circa 21 minuti. Nessuna telecamera. Nessun microfono. Nessun altro.
Giovanni Paolo II lo disse in seguito, in pubblico, con quella parola indimenticabile: «Prego per il fratello che mi ha sparato, che ho sinceramente perdonato.»
Fratello. Non nemico. Non criminale. Fratello.
Ecco ciò che quasi nessuno sa. Nel 2011, lo stesso portavoce del Vaticano, Joaquín Navarro Valls, disse che dentro quella cella Agca non pronunciò una sola parola di perdono. Nemmeno una scusa. Nemmeno un segno di rimorso. Solo una domanda su un segreto religioso che non aveva nulla a che fare con ciò che aveva fatto.
Giovanni Paolo II lo sapeva e lo perdonò comunque. Non ci fu alcun accordo. Non ci fu alcuna riconciliazione tra due parti. Ci fu un uomo che scelse di perdonare anche se l’altro non glielo aveva chiesto, anche se non c’era alcun rimorso visibile, anche se nessuno stava guardando.
È facile perdonare quando l’altra persona si inginocchia e chiede scusa. Quel tipo di perdono avviene quasi da sé. Il perdono difficile è questo: quello concesso senza condizioni, senza alcuna garanzia di ricevere qualcosa in cambio, semplicemente perché si decide che portare rancore pesa più che lasciarlo andare.
Agca fu infine graziato nel 2000 e rilasciato definitivamente nel 2010. Non si scusò mai pubblicamente. Giovanni Paolo II non aveva più bisogno che lo facesse.