28/02/2016
SIAMO LO STESSO COINVOLTI (non azzardiamoci a sentirci assolti)
Si dice in psicoterapia che l'emozione rabbia sia coprente, come il nero coi colori, e che nasconda dietro di sé l'irrisolvibile o ciò che il paziente ritiene tale.
Storia di Luca Coscioni, attivista radicale, malato di SLA, sclerosi laterale amiotrofica, negli anni '90, il quale, appena capì che sarebbe in poco tempo diventato una pietra, comincio a muoversi più di prima e più degli altri nella direzione della ricerca sulle cellule staminali, dell'antiproibizionismo e dell'etica scientifica.
Storia dell'impermeabilità del sistema.
Storia dell'inane tentativo di farsi capire, di esprimersi e di lasciare traccia.
Dove la burocrazia è kafkianamente assassina e si fregia di maiuscole come Difesa Della Vita e labirinti disorientanti di codici e codicilli, di fronte a domande semplici.
Con risposte da Santa Inquisizione, naturalmente.
Si, perché ne abbiamo una memoria ancestrale, noi, delle risposte da Santa Inquisizione. Le abbiamo così interiorizzate, da sentirle come familiari.
La diatriba, ripeto, omicida, sulle staminali, che finì come una caciara di cui pochi capirono la direzione, quel referendum che non arrivò nemmeno al 25% di quorum per l'abrogazione, quell'argomento invece estraneo ai più, che quasi tutti noi catalogammo come 'boh', guardò Luca Coscioni annegare senza allungare una mano.
Ecco. Questo spettacolo genera rabbia, e dietro la rabbia ringhia l'impotenza, e dietro l'impotenza si nasconde la paura, e dietro la paura un'empatia timida che si vergogna di non capire.
Ammettiamolo: quello che non sappiamo non ci tocca, se il dolore non è nostro, non lo sentiamo, se la questione non ci appartiene, non cerchiamo di saperne.
Quando una storia ha più di 50 anni, è facile un viraggio seppia che la renda Storia. Fare un lavoro di memoria su Luca Coscioni, morto da troppo poco, è un atto di coraggio che sfida l'inerzia emotiva e una colpa ancora nostra.
Ma in Italia questo è il metodo: creare caos e tuoni religiosi mentre si fa naufragare il progresso. Più attuale di così non si può.
Regia di Christian Angeli, fighissima, e monologo con se stesso a dir poco funambolico interpretato da Galliano Mariani, insomma, a parte il picco di bilirubina e di vergogna a fine spettacolo, ci sto ancora pensando, ergo: un grande goal.
Applausi...
(Anna Segre)