Chiesa di Sant'Omobono Roma
La Chiesa di Sant'Omobono a Roma si trova ai piedi del Campidoglio, in Rione Ripa, nella zona del Foro Boario dove si trovavano i templi della Fortuna, Mater Matuta, la Porta Triumphalis e si pensa un abitato a capanne arcaiche. queste strutture furono poi scavate fra anni '30 e '60 del '900 a fianco della Chiesa - distruggendo in parte il quartiere - tutt'ora i resti
sono visibili nell'Area Archeologica di Sant'Omobono. Le fondamenta della Chiesa sono appunto impostate sui resti del tempio di Mater Matuta. La prima chiesa paleocristiana risale al VI secolo e fu intitolata originariamente a San Salvatore in Portico - con riferimento al vicino Portico d'Ottavia. Tra il XII e il XIII secolo venne restaurata e ripavimentata con tarsie di tipo cosmatesco. La presente chiesa risale al 1482 ricostruita sopra la chiesa medievale grazie ad un lascito di Stefano Satri de Baroniis (comprendente la maggior parte del suo intero patrimonio), il cui pregevole monumento sepolcrale in stile rinascimentale è conservato al suo interno. Nel 1575 la chiesa venne data quindi all' "Università dei Sarti" e dedicata all'omonimo patrono; Sant'Omobono appunto. La confraternita arricchì presto la chiesa con decorazioni ed altari - più tardi si unirono anche le confraternite dei Calzettai e quelle di Sartori e Giubbonari. La facciata tardo-cinquecentesca (completata nel 1574) è rivestita in laterizi e si presenta divisa in lesene, con occhio centrale e timpano, sotto il quale l’iscrizione “IN HON B. HOMOBONI ET ANTONII PAD” consente di riconoscere la dedica alla Beata Vergine Maria, a Sant’Omobono ed a Sant’Antonio da Padova. Ai lati del portale si possono notare due nicchie vuote, in origine destinate ad accogliere le statue di Santo Stefano e Sant’Alessio (Santo Stefano in dedica al donatore e Sant'Alessio in ricordo del vicino ospedale). Sulla cupola absidale è collocata una banderuola ornata da un paio di forbici aperte, emblema dell’Università dei Sarti. La costruzione è ad unica navata irregolare con abside poligonale coperta a cupola, è presente un pavimento cosmatesco e, al centro del soffitto a cassettoni, vi è un dipinto a tempera di C. Mariani, che raffigura l’incoronazione della Vergine tra i Ss. Nella parete sinistra della chiesa la tomba in di Stefano Satri de Baroniis, sua moglie Maddalena degli Arlotti e il figlio Giovan Battista - questa pregevole tomba rinascimentale di forte ispirazione classica è di un ignoto scultore romano della seconda metà del XV secolo. L'iscrizione legge: STEHANO SATRI DE BARONONILIS CIVI ROM CONIUGI CARISSIMO BASILICE HUIUS INSTAURATORI EIUSDEMQ HONOR FRUCTUUMQ DONATORI AC JOHANNI BAPTISTE UTRIUSQ FILIO DULCISS OLIM VITA FUNCTIS MAGDALENA DEARLOCTIS UXOR PIENTISS VIVENS SIBIQ MORITURE DEINCEPS POSUIT. A volere il proprio sepolcro nella chiesa da lui riedificata era stato lo stesso Satri che nel suo secondo testamento del 4 marzo 1483 aveva lasciato la somma di trenta ducati per l’erezione di « unum sepulgrum marmoreum », indicando anche la collocazione che questo avrebbe dovuto avere all’interno della chiesa: « (…) ad manum dextram in yntroytu dicte ecclesie et ubi dictus testator alias desingniavit ». Oggi però il monumento si trova sulla parete sinistra, al centro, e non è possibile stabilire se è stato spostato, o se c’è stato un cambiamento della volontà del testatore in corso d’opera durante la sua costruzione. Si conosce la data di morte di Stefano Satri che avvenne nel maggio 1483 e probabilmente subito dopo la moglie Maddalena procedette ad esaudire la volontà del marito con l’erezione della tomba, dove lei stessa volle essere effigiata nel gruppo famigliare, pur essendo ancora in vita. Nell'abside compare un interessante affresco dei primi anni del XVI secolo dipinto da Pietro Turini, pittore della cerchia di Antoniazzo Romano, che rappresenta il Salvatore in gloria e la Madonna in trono col Bambino tra i Ss. Stefano e Alessio - realizzato dopo la ricostruzione della chiesa, anche questo a spese di Stefano Satri e della moglie, l'affresco venne probabilmente realizzato da Pietro Turini come attesta la perizia del 24 Marzo 1510 - la raffigurazione della Madonna con Bambino è legata all'antica unione della Chiesa con l'Ospizio di Santa Maria in Portico alla quale si può ricondurre anche la presenza di Sant'Alessio, il Cristo in trono entro la mandorla celebra la primitiva intitolazione della chiesa (San Salvatore in Portico) mentre nel Santo Stefano si può leggere un omaggio al benefattore. Fra il 1610 e 1630 fu eseguita una pala d'altare dal Galli Giovanni Antonio detto "lo Spadarino" rappresentante "la ca**tà di Sant'Omobono", che si trova sull'altare dedicato all'omonimo santo, sulla sinistra accanto alla tomba della famiglia Satri. A partire dal 1686 numerosi documenti attestano che Sant'Omobono fu oggetto di copiscui interventi decorativi. Una prima fase interessò la tribuna d'altare maggiore, che nel 1686 venne dotata di "stucchi e pitture" ad opera del pittore Domenico Paradisi al quale risultano corrisposti per l'impresa 50 scudi a spese di alcuni benefattori appartenenti alla confraternita. Nell'atto rogato presso il notaio il pittore si impegnava a "lumeggiare d'oro li festoni della cupola e compartire le pietre di diversi colori in conformità dell'ordine del Sig. Carlo Maratti et indorare la cornice del qualdro dell'altare con li due (...) e festoni, et in cambio del Panno Rosso che doveva andare sopra l'altare in conformità del disegno." A questa impresa risalgono forse alcune partiture superistiti in finti marmi nella fascia superiore della tribuna absidale. Tra l'ottobre 1695 e il dicembre 1698 altri documenti registrano invece numerosi pagamenti a Francesco Corallo, per lavori di "indoratura e pittura" per una somma di trecento ottanta scudi. Dall'atto notarile stillato nell'occasione si apprende che Corallo aveva "dipinto il suffitto con fogliami riquadri e con putti e tre quadri uno grande in mezzo, e due tondi con cornice di fiori tutto lumeggiato d'oro, e dipinto tutte le chiesa dipinti diversi quadri con li miracoli di S. Homo bono con cornice e altri ornamenti". Anche questa decorazione è ormai scomparsa sul soffitto per forse qualche memoria nelle paraste e nelle specchiature a finti marmi. Probabilmente gli affreschi delle lunette vengono eseguiti in questo momento, sono attribuiti a Michelangelo Ricciolini e rappresentano "la tentazione dei progenitori" e "Dio Padre veste i progenitori" (nelle lunette). Ricollegandosi per temi alla committenza. Alla metà dell'ottocento Gaetano Moroni ricordava nella chiesa cinque altari, ossia due per parte lungo la navata oltre all'altar maggiore. La quarta arcatura di destra e la terza di sinistra prive di altare conservano il monumento funebre Satri e le lunette affrescate. Nel 1872 il soffitto seicentesco venne cassettonato e molte decorazioni barocche andarono perdute, sulle paraste e pareti le decorazioni e i finti marmi ancora sopravvivono tuttavia. Questo è l'aspetto attuale della Chiesa al suo interno. La Chiesa ora si trova in posizione sopraelevata rispetto al piano stradale e all'area archeologica di più di due metri, questo è un interessante esempio della stratificazione di Roma. Verso il 1920 cominciò la demolizione dell'area circostante, la costruzione dei muraglioni del Tevere terminò e l'abitato intorno alla chiesa venne demolito per l'apertura della Via del Mare (le attuali Via del Teatro Marcello e Via Petroselli). Invece la zona fino all'inizio del '900 era se per modestamente popolata uno dei punti d'accesso al mercato romano dei produttori provenienti dalla Via Appia e la Via Ostiense che confluivano in Piazza Montanamara (anch'essa scomparsa) al Teatro Marcello. La sua rilevanza commerciale era testimoniata dal fatto che l'area dell'Omobono contava 6 osterie, una locanda ed un caffè. Con le demolizioni vennero abbatutte case e chiese sia medievali che rinascimentali, inclusa la Chiesa di Santa Galla (demolita nel 1935). I palazzi attorno demoliti fra anni '20 e '30 isolarono la chiesa appunto, che venne dotata di un rozzo portico e che p***e un grazioso campanile romanico sullo stesso lato (simile a quello di Santa Maria in Campitelli se pur più piccolo). Nel 1984 ci furono dei saggi per un probabile restauro dell'affresco rinascimentale. Fino al 1997 la chiesa ha avuto un "primicerio" ma ora l'Arciconfraternita ha sede in Laterano. La chiesa è attualmente chiusa in attesa di restauro, ha un rettore ufficiale ma è di proprietà della Sovrintendenza Capitolina (almeno per competenza), ma un cartello che segna la Messa delle 11 ogni prima domenica del mese ed un buco della serratura che lascia intravedere il bell'affresco continua a darci speranza.