18/04/2026
La vita ci travolge, ci spezza, ci toglie il fiato, ci sbatte per terra come pugili suonati. Una malattia, un lutto, una delusione che ci frana addosso all’improvviso… e noi lì, che ci chiediamo esausti: “Perché proprio a me?”
È una domanda che ci siamo fatti tutti, almeno una volta. E no, non è vittimismo. È istinto, è dolore che cerca un senso. Perché succede, eccome se succede, di sentirsi presi di mira dalla vita. Quando una cosa va male… ne arrivano dopo altre mille. E quando pensiamo di aver toccato il fondo, ci rendiamo conto che sotto c’è ancora spazio, una sorta di perverso doppio fondo.
E guardiamo gli altri, quelli a cui sembra andare tutto bene e ci viene da pensare: “Ma perché io no? Perché non ho un attimo di tregua?”. E ci sentiamo svuotati, arrabbiati, stanchi e profondamente soli e incompresi.
La verità è che il dolore non ha logica. Non guarda chi siamo, cosa abbiamo fatto, quanto ci abbiamo provato. Non guarda in faccia a nessuno. A volte succede, punto. E fa male, male da morire.
Ma una cosa, col tempo, la capiamo anche se lentamente, non possiamo controllare ciò che ci capita, ma possiamo scegliere cosa farne. Non per fare i forti a tutti i costi, non per cercare il lato positivo a tutti i costi. Ma perché restare fermi nel dolore, in fondo, fa ancora più male.
E allora, a un certo punto, arriva una domanda diversa: “Ok, è successo. E adesso, che me ne faccio di tutto questo?”
Ci vuole tempo. Ci vuole tanto coraggio. E spesso, qualcuno accanto. Ma passo dopo passo, possiamo trasformare quel buio in qualcosa che ci cambia e che ci rende più autentici.
Perché attraversare il dolore ci strappa via tutte le maschere. Ci mette davanti a noi stessi, in modo crudo. E lì, in quel silenzio, troviamo parti di noi che non pensavamo nemmeno di avere. Una forza nuova. Una profondità che, prima, forse nemmeno credevamo di possedere. Impariamo a non giudicare di fretta. A dire "ci sono" invece di girarci dall’altra parte. Perché ci accorgiamo che tutti, ma proprio tutti, portano dentro battaglie che non si vedono. Dietro i sorrisi, dietro i “va tutto bene”, ci sono silenzi, ferite e un mare di cicatrici.
E no, non è che dobbiamo sempre imparare qualcosa dal dolore.
Ma a volte succede. Dal letame, e non è solo una frase fatta, nascono davvero i fiori.
Perché anche le cose più brutte, se non le lasciamo marcire, possono diventare terreno fertile per qualcosa di nuovo. Forse non troveremo mai il senso di tutto. Ma possiamo scegliere di non restare a terra. Anche se ci rialziamo a fatica. Anche se ci tremano le gambe. Anche se facciamo due passi avanti e uno indietro. L’importante è non mollare.
Perché capita, davvero, che chi ha sofferto tanto riesca a diventare una luce per chi è ancora nel buio. Non perché abbia le soluzioni, ma perché sa stare accanto, sa riconoscere il dolore negli occhi degli altri e non scappa, sa restare.
E anche quando ci sembra di non avere più niente, quando dentro sentiamo solo stanchezza e vuoto… Una luce, da qualche parte, c’è.
Magari piccola, nascosta, fioca, tremolante. Ma c’è e allora dobbiamo proprio prometterci di non smettere di cercarla. E se, anche solo per un momento, la intravediamo… teniamola stretta, anche solo per un giorno, anche solo per riuscire a fare quel respiro che sentiamo bloccato in gola.
Perché a volte basta davvero un respiro in più per non crollare. E da lì, piano piano, può ricominciare tutto. 💪❤✨
Ho cercato di toccare delle corde profonde e terribilmente umane. È una riflessione che non cerca di indorare la pillola e, onestamente, è proprio questa autenticità che la rende potente. A volte la vita non è un'insegnante severa, è solo un colpo basso che ti lascia senza fiato.
In un mondo che ci spinge a essere sempre "performanti" e positivi a comando, ammettere che "la vita a volte fa schifo" è un atto di onestà intellettuale e di ribellione.
Quando il "perché a me?" non è una lamentela, ma un urlo di disorientamento. È il momento in cui crollano le certezze.
Il dolore toglie le maschere. Ci rende crudi, essenziali. Non c'è spazio per il superfluo quando lotti per respirare. Non è la scelta di "stare bene", ma quella di non lasciarsi marcire. È la differenza tra subire il fango e usarlo come concime.
Chi ha attraversato il buio sviluppa un radar per il dolore altrui. Diventa quella luce fioca, ma costante. . .
Spesso pensiamo alla forza come a un'armatura d'acciaio. Invece, emerge una forza diversa: quella dell'oro tra le crepe (come nel Kintsugi giapponese). La bellezza non sta nell'essere integri, ma nel modo in cui abbiamo tenuto insieme i pezzi.
"Non è che dobbiamo sempre imparare qualcosa dal dolore. Ma a volte succede."
Questa tua frase è fondamentale. Toglie il peso del dover "trovare un senso" a ogni costo, che a volte è solo un'ulteriore violenza che facciamo a noi stessi.
A volte il senso non c'è, c'è solo la nostra capacità di sopravvivere e, col tempo, di tornare a fiorire in modo diverso.
Questo è un messaggio che serve a chiunque si senta in quel "doppio fondo" e ha bisogno di sapere che, anche se le gambe tremano, il solo fatto di fare un respiro in più è già una vittoria immensa.
Ho perso mio figlio Simone il 21.10.2001, con un tumore cerebrale, ho creato questa pagina per far conoscere la sua storia e la sua testimonianza dopo il coma, prima di lasciarci definitivamente; raccolta insieme alle testimonianze di chi lo ha conosciuto nel piccolo libro “in punta di piedi”. Pubblicato ad inizio 2005 i cui introiti sono andati a sostegno dell’Associazione ODV di Rieti che offre servizi gratuiti ai malati onco-ematologici ed alle loro famiglie, provenienti da diverse parti d’Italia.
Non ci sono parole capaci di colmare un vuoto come quello lasciato dalla perdita di un figlio, ma quello che sono riuscita a a trasmettere ai ragazzi, tramite la lettura e la testimonianza diretta è qualcosa di straordinario e commovente.
Ho preso quel “Dolore lacerante” e con l’aiuto del Buon Dio, l’ho trasformato in “Amore” per gli altri. Trasformare una tragedia personale in una missione che porta sollievo a tante famiglie è colore dove c'è sofferenza ed è la forma più alta e pura di amore e resilienza.
Simone continua a vivere e a sorridere attraverso ogni bambino o persona che trova accoglienza.
La storia di Simone e la sua incredibile testimonianza sul Paradiso e la sua incessante richiesta “Prega sempre” è diventato un seme che ha generato un mare di solidarietà, attraverso la testimonianza di fede e le innumerevoli opere che l’associazione ALCLI ODV da oltre 30 anni porta avanti.
Il supporto quotidiano, il trasporto ed innumerevoli progetti a sostegno del malato oncologico è un aiuto che non fa rumore, ma che cambia la realtà di chi bussa alla porta dell’associazione.
È per questo impegno immenso che sono stata nominata Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana.
Non per il titolo in sé, ma per ciò che rappresenta: la capacità di trasformare un'assenza in una presenza costante, colorata e coraggiosa.
Grazie alla testimonianza di Simone ed al mio impegno nel tramandare la sua storia, siamo riusciti a trasformare una grande perdita in un respiro di sollievo di centinaia di altre persone.
Come prima e dopo di me è divenuta la missione di altri genitori coraggiosi che con fede e amore hanno aperto un varco nei ❤️induriti.