Monache Camaldolesi di Poppi

Monache Camaldolesi di Poppi Nel Monastero della SS. Trinità di Poppi (Arezzo-Toscana) vive, dal 1911, una comunità internazionale di Monache Camaldolesi

"RACCONTARE  LA  PROPRIA  STORIAPer comprendersi e prendersi cura del proprio cammino personale verso l’autostima"Mercol...
08/08/2025

"RACCONTARE LA PROPRIA STORIA
Per comprendersi e prendersi cura del proprio cammino personale verso l’autostima"

Mercoledì 1 – Domenica 5 Ottobre 2025
con Zeno Ferrari, monaco camaldolese

Arriva un momento nell’età adulta in cui si avverte il desiderio di raccontare la propria storia di vita.
Per fare un po’ di ordine dentro di sé e capire il presente, per ritrovare emozioni perdute e sapere come si è diventati, chi dobbiamo ringraziare o dimenticare.
Quando questo bisogno ci sorprende, il racconto di quel che abbiamo fatto, amato, sofferto, inizia a prendere forma.
Diventa scrittura di sé e alimenta l’esaltante passione di voler lasciare traccia di noi a chi verrà dopo o ci sarà accanto.
Il pensiero autobiografico richiede metodo, coraggio, ma procura, al contempo, non poco benessere.
Raccontarsi in prima persona può essere un gioco felice, un’esperienza inusuale che cura, un’avventura dai molti significati.

La narrazione autobiografica può assumere una forma fattuale, una forma metaforica, una forma poetica, o qualunque altra forma di espressione creativa ( fotografia, pittura…).
La cosa importante è che assuma la forma, l’aspetto e lo stile che più si confà al narratore, per dare una prospettiva e un significato alla tua vicenda esistenziale, rendendo esplicito l’implicito, portando alla luce ciò che è nascosto, dando forma a ciò che non ha forma, portando chiarezza dove c’è confusione… .
Indipendentemente dalla forma che assume, il resoconto di una vita porta ordine e significato alla vicenda esistenziale che viene descritta, sia per il narratore che per l’ascoltatore.
Raccontarsi in un gruppo, ci permette di essere ascoltati e di ascoltare altre storie, di essere riconosciuti e di riconoscere il buono e il bello negli altri, di accettarci per quello che siamo (pregi e difetti) e di accettare gli altri per come sono, nella loro unicità e irripetibilità.

Per iscriversi : 370 372 5451

9-13 LUGLIO 2025“PREGHIERA NELLA GROTTA DEL CUORE: LA CHIAMATA UNIVERSALE ALLA CONTEMPLAZIONE” Cyprian Consiglio, Monaco...
11/09/2024

9-13 LUGLIO 2025
“PREGHIERA NELLA GROTTA DEL CUORE:
LA CHIAMATA UNIVERSALE ALLA CONTEMPLAZIONE”
Cyprian Consiglio, Monaco camaldolese

In questo corso(spostato dall'anno scorso) Padre Cyprian, musicista, autore ed ex priore del Nuovo Eremo di Camaldoli, insegnerà la meditazione cristiana dal punto di vista di quella che Beda Griffiths chiamava "Saggezza Universale". Cosa possiamo imparare in termini di tecnica e di cammino interiore da altre tradizioni spirituali che hanno fatto questo percorso, sempre con un occhio a Gesù e al concetto cristiano di preghiera. Le giornate prevedono conferenze, momenti di meditazione, canto e preghiera insieme alla partecipazione alla vita liturgica delle monache. È la terza volta che P. Cyprian porta le sue ricchezze dalla California a Poppi.

SANTISSIMA TRINITA' (ANNO B)Domenica 26 Maggio    Sr. Myriam Manca PDDMMt 28,16-20Domenica scorsa ai secondi Vespri dell...
25/05/2024

SANTISSIMA TRINITA' (ANNO B)
Domenica 26 Maggio
Sr. Myriam Manca PDDM

Mt 28,16-20

Domenica scorsa ai secondi Vespri della Pentecoste abbiamo spento il cero Pasquale che era stato acceso nella grande Veglia la notte di Pasqua, perché ormai ricolmi dei doni dello Spirito siamo noi la luce, il fuoco di Cristo Risorto che vuole divampare il mondo. Così siamo inviati per fare discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Tuttavia, Matteo nella conclusione del suo Vangelo, sembra ricordarci la nostra fragilità e vulnerabilità infatti sente il bisogno di precisare il numero undici dei discepoli, non più i dodici perché uno non ha creduto nella sua misericordia e perdono e ancora indica che essi dubitarono. Quindi non solo uno ma tutti dubitarono e tutti siamo in questa ambivalenza tra fede e dubbio.
Se da una parte ci stupisce questo contraddittorio atteggiamento di prostrazione e di dubbio, dall'altra ci conforta perché come dice san Paolo (Rm 7,19) siamo sempre in tensione tra energie positive e negative infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio.
La fede, è prima di tutto ascolto della Parola che viene dal passato ( cfr Dt 4,32-40 nella prima lettura) Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te... osserva dunque le sue leggi che oggi ti dò perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te... Questa Parola si rivolge a noi continuamente e ci spinge a guardare al futuro per attendere i doni di Dio promessi, ma ancora non possiamo accoglierli pienamente perché non abbiamo gli spazi sufficienti. Come sappiamo, noi siamo tempo e non possiamo accogliere in un istante tutta la perfezione divina, ma solo piccoli frammenti, giorno dopo giorno. Per cui dobbiamo attendere e accettare la nostra vulnerabilità nella certezza che la Parola di Dio che vive in eterno pian piano si compia: Io sono colui che sono (Es 3,14). Io sono, il nome di Dio divenuto carne in Cristo Gesù vuole compiersi anche in noi: Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Questa promessa certa chiamata a divenire carne in ciascuno ci permette di vivere la vita di Dio in noi. Per questo Matteo nella teologia del suo Vangelo ha sempre cercato di dimostrare come la Parola di tutto il Primo Testamento si sia incarnata in Cristo Gesù e ora in noi.

A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Gesù viene sempre incontro alla nostra debolezza e fragilità, gli è stato dato ogni potere attraverso il dono di se stesso (soprattutto nel mistero pasquale) egli ha vinto ogni potere umano e ha raggiunto il potere dell'Amore che ha trasmesso a noi nello Spirito, per questo possiamo andare e fare discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Immergendoci e immergendo ogni uomo e donna nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito diveniamo figli a sua immagine e somiglianza unificati/e in tutte le nostri parti divise e frammentate.

Il nome di Dio Io sono infatti è: relazione, solidarietà, giustizia, pace, riconciliazione, misericordia... Gesù divenuto nuovo Mosè viene a liberarci dai nostri inferni, dalle schiavitù dell'ego e dalla chiusura all'Amore. Il suo Spirito rimane sempre con noi e ci fa ricordare la sua Parola se la custodiamo (terein), proteggiamo, conserviamo, manteniamo viva finché diventi carne della nostra carne!
Allora Io sono ci manda a immergerci nella vita stessa di Dio, rivelataci dal Figlio e mossa dallo Spirito. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
Essere immersi nella vita di Dio ci fa lasciare la cose vecchie che rimangono chiuse in se stesse, nei confini dell'io, mentre la vita nuova diventa relazione con l'Altro negli altri, nel corpo di Dio, divenendo uno in Lui. Non uno accanto all'altro ma uno nell'altro come i tralci nella Vite.

O Dio santo e misericordioso,
che nelle acque del Battesimo ci hai resi tuoi figli,
ascolta il grido dello Spirito che in noi ti chiama Padre,
perché, nell’obbedienza alla parola del Salvatore,
annunciamo la tua salvezza offerta a tutti i popoli. (Colletta)

PENTECOSTE - anno BGv 15,26-27; 16,12-15Antonia TrontiIn quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:«Quando verrà il Paràc...
18/05/2024

PENTECOSTE - anno B
Gv 15,26-27; 16,12-15
Antonia Tronti

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

“Prendi di là un frutto di nyagrodha!”. “Eccolo, o venerabile”. “Spaccalo”. “Eccolo spaccato, o venerabile”. “Che ci vedi?”. “Questi piccolissimi grani, o venerabile”. “Bene, spaccane uno”. “Eccolo spaccato, o venerabile”. “Che ci vedi?”. “Nulla, o venerabile”, rispose quello. Allora il padre gli disse: “Da questa essenza sottile che tu non percepisci, o caro, da questa essenza sottile nasce invero questo grande albero. Stanne pur sicuro, o caro. Qualunque sia questa essenza sottile, tutto l’universo è costituito di essa, essa è la vera realtà, essa è l’Atman. Essa sei tu, o Svetaketu” (Chandogya Upanishad 12,1-3).

C’è un mistero racchiuso nel cuore dell’essere. Lì dove lo sguardo non può penetrare. Custodito nell’intimo. Sconosciuto anche alla nostra mente. Il mistero stesso della vita, che viene dall’Oltre e si proietta costantemente verso l’Oltre. Ma che è dentro. Dentro di noi e dentro la realtà tutta.
Un mistero che è al di là dei nomi e delle forme, ma che è presente in ogni angolo. “Lo Spirito del Signore riempie l’universo”, leggiamo nel libro biblico della Sapienza (Sap 1,7). “Il Signore abita tutto ciò che nel mondo si muove”, leggiamo nella Isha Upanishad. Un’intuizione simile affiora nella coscienza umana in tempi e luoghi diversi: c’è una Presenza che è contemporaneamente immanente e trascendente, Oltre e Dentro la realtà. Sua origine, sua meta, suo fondamento presente sempre e ovunque. Niente sarebbe senza di essa. Non ci sarebbe essere. Non ci sarebbe vita.
Presenza invisibile, ma concretissima. Spirito.
Gesù viene a rivelarcelo. Viene a consegnarlo alla nostra coscienza. Viene a ristabilire il contatto tra noi e quel mistero. Esso è infatti talmente interno e invisibile, che rischiamo di dimenticarlo, di staccarci da esso, di perdere la percezione della sua presenza. Staccati da esso, rischiamo di errare a lungo e di impiegare il tempo della nostra esistenza terrena a inseguire ciò che non è la Fonte, ma solo una sua parziale manifestazione. Eppure è solo il contatto con Essa che può davvero colmare la nostra sete. E farci divenire fontane zampillanti. Esseri realmente vitali e vitalizzanti. Incarnazioni dello Spirito.
Gesù, come il maestro di cui parla un altro capitolo della Chandogya Upanishad, scioglie la benda che ci impedisce di vedere e ci mostra la direzione, in modo che possiamo riorientarci secondo verità (Ch. Up. 14,1-2). Nel corso della sua vita rende visibile quel mistero, lo manifesta apertamente, rivelandocelo come il mistero del LontanoVicino, come scriverà poi Margherita Porete. Infatti ci parla di esso come del mistero del Padre, ovvero di quel Generante che è origine della vita, di ogni vita, ma ce lo mostra anche all’opera incarnato nella sua persona, nelle sue parole e nei suoi gesti. E infine ce lo indica come Presenza stabile. Spirito dimorante presso di noi e in noi (Gv 14,17). Ed è proprio in quest’ultima forma che ce lo consegna una volta per tutte. Invitandoci a sentirlo nel nucleo più interno del nostro essere. Laddove è il nostro essere più autentico. Laddove sono un tutt’uno in noi realtà e verità.

“Io porto nella mia anima un mistero, il mio mistero,
il mistero stesso dell’Essere
[…] il mistero stesso del mio corpo,
di ogni parte del mio corpo, di ogni membro,
della rotondità delle mie forme, della levigatezza della mia pelle.
E questo mistero è il mistero stesso del mio cuore
[…] E questo mistero è quello che porta ciascuno dei miei fratelli,
nel proprio corpo, nella propria andatura, nel proprio silenzio, nella propria parola,
nelle proprie angosce, nei propri entusiasmi.
E questo mistero è lo stesso che c’è nel firmamento,
all’interno del sole, nel cuore di ogni stella,
e nelle profondità dell’oceano,
e nel fuoco,
e nel vento che passa,
e nello spazio impenetrabile, inesplorabile, irriducibile,
e nella terra che porta, nate da essa, le piante, gli animali e gli uomini.
Ed è il mistero che è nella storia,
nel tempo che misurano gli uomini
e in quello che misura la vita degli uomini,
nel tempo del vento che soffia, del fuoco che consuma,
delle acque che fluiscono, prima ruscelli e poi fiumi, dalle montagne agli oceani,
dagli oceani al firmamento e di nuovo all’interno della terra,
[…] Fu nel cuore del Figlio di Maria che questo mistero fu rivelato in tutta la sua immensità,
e che fiorirono le parole che lo avrebbero detto agli uomini.
E’ per questo che Gesù è il Verbo in persona, la Vac, la Parola, il Logos,
ed è per questo che egli era la Parola in persona che parlava.
[…] L’uomo non ha che una missione in questo mondo:
scoprire in sé questo mistero interiore e, scoprendolo in sé,
renderlo disponibile al mondo,
e forse, se questo mistero in lui scaturisce in parole,
dire agli altri le parole che li aiuteranno a penetrare in loro stessi,
e sempre, in ogni caso, rivelarlo agli uomini attraverso il suo sguardo.
Non c’è altro che colui che è dentro di me,
poiché non c’è altro che colui che è.
E non c’è altro che colui che è al di dentro del mondo.
Non c’è altro che l’Altro che ho scoperto dentro di me.
Ma allora io? Dove sono io? Chi sono io? Che cosa sono io?
Io sono da un Altro rispetto al quale non c’è altro.
(Henri Le Saux, Diario spirituale di un monaco cristiano-sannyasin hindu, 26/11/1956)

ASCENSIONE DEL SIGNORE - anno B12 maggio 2024, don Mario Zanotti, monaco camaldoleseMc 16,15-20Cosa significa per noi ch...
11/05/2024

ASCENSIONE DEL SIGNORE - anno B
12 maggio 2024,
don Mario Zanotti, monaco camaldolese

Mc 16,15-20

Cosa significa per noi che Cristo sia asceso al Cielo direttamente con il suo stesso corpo? Se da una parte Dio ha preso corpo in Gesù, figlio di una donna, Maria, ora il corpo umano di Gesù viene accolto nella dimensione di Dio Padre stesso. Ora, se un corpo umano è in Dio, ogni corpo umano, ogni carne ogni persona può fare la stessa esperienza di unità in Dio. Dio stesso è presente in ogni persona e finalmente può essere tutto in tutti. Ecco il luogo dove abita Dio, nella carne dell’uomo che ora non è più separata da Dio perché Cristo è in Dio anche con la sua carne umana.
Il corpo di Gesù entra a far parte di Dio stesso, della Trinità in persona. Dio aveva preso il corpo di un uomo, ora l’uomo partecipa del corpo stesso di Dio. Anzi, Dio e l’uomo hanno lo stesso corpo in comune. Quindi possiamo dire che Dio si è incarnato e che il corpo dell’uomo si è deificato. Gesù, entrando con il suo corpo in una relazione nuova con il Padre apre la possibilità a tutti noi di vivere in relazione con Dio proprio attraverso il nostro corpo. Questa consapevolezza nuova cambia la percezione stessa del nostro corpo. Non possiamo più percepire il nostro corpo solo come uno strumento per fare cose, un utensile che ci permette di raggiungere i nostri obiettivi. Questa visione cartesiana ha fatto perdere il vero senso e il valore del corpo, che è stato ridotto a livello della sola materia (res extensa separata dalla res cogitans). Il nostro corpo come strumento e oggetto. La Parola di Dio invece ci permette di comprendere tutto il valore del corpo che siamo. Possiamo dire che noi siamo corpo anche se non solo corpo. Siamo anche Spirito e le due cose non possono essere separate o disgiunte così come l’uomo Gesù Cristo è una cosa sola con il Padre (cfr. Gv 10,30: “Io e il Padre siamo una cosa sola”). Ogni operazione o moto del corpo ha riflessi sullo Spirito e ogni operazione o moto dello Spirito ha riflessi sul corpo. Per secoli il cristianesimo si è nutrito del pensiero ellenistico, secondo cui il corpo è solo il contenitore materiale dell’anima. Il corpo dunque assume un valore negativo mentre lo Spirito eterno è l’elemento positivo. Per liberare lo Spirito immortale dal corpo mortale e accelerare il suo ingresso alla dimensione trascendente, eterna, divina, bisognava sottoporre il corpo a severe discipline, privazioni, umiliazioni e negazioni. Con l’ascensione al cielo di Cristo, integralmente umano, Gesù mostra come il corpo sia altrettanto importante dello Spirito per fare esperienza di Dio. Non possiamo conoscere Dio se non anche attraverso il nostro corpo. Se non facciamo un’esperienza fisica di Dio, della sua presenza, del suo amore, ancora non lo abbiamo incontrato. Dio ama come un padre, come una madre, come un fratello, una sorella, come un amico, una amica, come un compagno e una compagna di strada e di vita. Ogni esperienza di amore umano ci trasmette anche l’amore di Dio. Anche il contrario è vero. Se non amiamo Dio attraverso le relazioni umane con le persone che incontriamo, con cui viviamo, non possiamo dire di amare Dio. Infatti nella prima lettera di Giovanni leggiamo: “20Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1 Gv 4,20-21). L’unico modo vero di amare è quello di mettere tutto noi stessi in gioco: sentimenti, pensieri e azioni, e questi si esprimono sempre con il corpo. Il corpo ci è stato dato per poter percepire l’amore di Dio e per poter far sentire il nostro amore concreto agli altri. Dio, infatti, avendo condiviso il nostro stesso corpo in Gesù Cristo, è presente in tutti i corpi che vediamo. Per questo Gesù manda i suoi discepoli a proclamare a ogni creatura questa novità inaudita e inimmaginata prima d’ora: che Dio è presente in tutti e agisce per mezzo di tutti, come dice Paolo agli Efesini (cfr. Ef 4,4-6). Tutti coloro che crederanno che Dio è presente in loro saranno essi stessi in Dio e potranno compiere le opere attraverso le quali Dio decide di manifestarsi mediante i carismi e i doni che dona a ciascuno.
La cosa più incredibile del testo di oggi è che Gesù invia a testimoniare il Vangelo proprio coloro che non hanno creduto alla resurrezione di Cristo: “14Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto” (cfr. Mc 16,9-14). Possiamo renderci conto che il Signore opera nella nostra vita quando cominciamo a fare agli altri quello che vorremmo facessero a noi. Cominciamo a sentire l’amore quando iniziamo a donarlo. Non siamo noi a fare miracoli. Sono coloro a cui viene annunciato l’amore di Dio, con i gesti concreti della nostra vita, a diventare testimoni di qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare. Infatti chi accoglie la Parola di Cristo diventa capace di scacciare i propri démoni, cioè di riconoscere il proprio limite e le proprie ombre senza esserne sopraffatto. Di parlare lingue nuove, cioè di saper dialogare e comprendere chi è differente. Credere nella Parola di Vita di Cristo rende immuni dai veleni delle parole maligne. La fede guarisce il cuore di chi crede nel Vangelo e rende capaci di guarire le ferite degli altri con l’amore, la compassione ed il perdono.
Se Cristo non fosse vivente in Dio noi non potremmo fare niente. Ma ora siamo innestati direttamente in Dio attraverso Cristo, non per le nostre capacità ma per un puro dono di amore e di grazia. È Dio che è disceso dal cielo e ha vissuto una vita umana. È Cristo che è salito al cielo (cioè è giunto alla pienezza della vita umana-divina) e ora prende corpo in noi tramite il dono dello Spirito che è il suo amore. Chi non ama e quindi non crede si condanna ad una vita sterile e vuota che si spegne con la morte del corpo. Invece chi ama accoglie l’azione di Dio nella sua vita e può riconoscere anche negli altri la presenza amorosa dello Spirito. Allora ci sentiamo veramente parte di un'unica realtà (carne), pur rimanendo nel nostro corpo che è il corpo stesso di Cristo in Dio.

VI DOMENICA DI PASQUA - anno B5 maggio 2024Debora Rienzi, monaca camaldoleseGv 15, 9-17La pericope di questa sesta domen...
05/05/2024

VI DOMENICA DI PASQUA - anno B
5 maggio 2024
Debora Rienzi, monaca camaldolese

Gv 15, 9-17

La pericope di questa sesta domenica del tempo di Pasqua, è la continuazione del brano che abbiamo letto domenica scorsa. Siamo nella seconda parte del Vangelo di Giovanni, all’interno del Discorsi che Gesù fa, secondo il racconto del quarto evangelista, durante l’ultima cena, dopo la lavanda dei piedi. Il contesto è quindi di particolare intensità: il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro sono già stati annunciati e la via è ormai tracciata, e Gesù "sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine" (GV 13,1). In questi capitoli, emerge anche esplicitamente il riferimento al Paraclito, cui stiamo andando incontro nel cammino liturgico verso la Pentecoste.
Ed è profondamente spirituale la dinamica che si dipana nei discorsi di Gesù, tra amore (agape), amicizia (philia) e gioia (charà), una dinamica che non può non stupire, alla soglia della passione e della morte cui Gesù è ben consapevole di star andando incontro. Ma è proprio questa la visione liberante offerta da questo vangelo: l’energia della consapevolezza attiva le risorse vitali più profonde, quelle mosse dai moti del cuore più nobili, quali la gratuità e la reciprocità delle relazioni fondanti, le relazioni d’amore, relazioni divino-umane, radicalmente trinitarie, non-duali. Vediamole un po’ più da vicino.

- "Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore." L’amore agapico, gratuito, è dinamico e fecondo, in una reciprocità aperta, che mostra la profonda unità del reale e delle nostre relazioni con Dio e tra di noi: "gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (Mt 10,8). Rimanere in questa fecondità amorosa è un movimento continuo … la stabilità del reale è data da un equilibrio dinamico;
- "Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore." Questa osservanza non è etico-morale, ma primariamente esistenziale, poiché il riferimento è a quello stesso amore gratuito nel cui alveo siamo invitati a rimanere: "Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri." L’amore agapico è infatti un amore interpersonale, non astratto, che si può comprendere solamente a partire da un’esperienza relazionale, corporea anzitutto, e integrale, che coinvolge ogni dimensione dell’umano. La sua forza espansiva si fonda sull’intensità dell’energia luminosa che emana, come il traboccare di una vaso ricolmo, che non si può contenere. La gratuità si fonda su questo “eccesso” d’amore, messo in circolo dalla relazione con il divino che ci abita e permea le nostre relazioni;
- "Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena." La gioia è frutto dello Spirito (cf. Gal 5,22), quello Spirito che ci anticipa nel cammino, per risvegliarci al qui e ora della relazione amorosa universale, non-duale, traboccante. Al punto che Gesù ne può vivere proprio mentre sta andando a morire … al punto da farne il centro di gravità attrattiva della sua proposta d’amore. La presenza della gioia è infatti segno della pienezza della nostra esistenza in Dio, radice profondissima sulla quale riposare lungo le tempeste della nostra vita (cf. Mc 4,35-41). Ed è partire da questa gioiosa esperienza d’amore espansivo e traboccante, che diventa possibile e desiderabile donare la vita …
- "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici." Qui la vita è la psyché, termine normalmente tradotto con anima, quell’anima all’interno della quale è contenuto anche il corpo (e non il contrario). Ed è in questa vita psichica, concreta, che possiamo esperire la libertà del dono. Libertà fondata sulla consapevolezza che la vera vita non si spegne con il passaggio della morte, ma anzi si potenzia, lungo tutte le “morti” della nostra esistenza. Consapevolezza che abita profondamente Gesù che, come un’apripista, ci indica la Via: "tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi."

L’amore di amicizia è l’apice dell’amore agapico, gratuito, ed è offerto a ciascuno/a di noi in una quotidianità rinnovata ed illuminata dall’energia della consapevolezza della forza vitale in cui siamo immersi, che ci avvolge, ci sostiene e ci nutre, sempre, comunque ed ovunque: "Rimanete nel mio amore".

V DOMENICA DI PASQUA - anno B28 aprile 2024sr Myriam Manca, PddmGv 15,1-8Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite ...
28/04/2024

V DOMENICA DI PASQUA - anno B
28 aprile 2024
sr Myriam Manca, Pddm

Gv 15,1-8
Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

«Io sono la vite quella vera e il Padre mio è l’agricoltore».
Se Gesù è la vite quella vera, quale sarà quella falsa? L'immagine della vite insieme a quella del fico, molto cara alla tradizione biblica è sempre usata per rappresentare Israele, il popolo eletto da Dio, ritenuto sua proprietà, sua segullà, cioè il suo tesoro personale, la segulla' era lo scrigno contenente i gioielli personali del Re che hanno un valore non solo economico ma soprattutto simbolico, affettivo, di relazioni vive e vere. Infatti nel salmo 128 la vite simboleggia anche la sposa: "La tua sposa come vite feconda nell'intimità della tua casa". Per questo in Isaia 5 si racconta la storia della vigna amata, piantata dall'agricoltore, curata in tutti i particolari a partire dal terreno vangato e dissodato, con le pietre egli costruisce la torre che serve per vegliare e custodire giorno e notte la sua amabile vigna dai pericoli e dagli animali selvatici. E' chiaro che dopo tanta cura e amore ci si aspetti di raccogliere uva buona, dolce, e invece questa produce uva selvatica, forse per questo Giovanni evangelista fa dire a Gesù che Egli è la vite quella vera, quella che ha corrisposto alla cura amorevole dell'agricoltore cioè di suo Padre. L'immagine della vigna e del frutto della vigna che è il vino, il sangue dell'uva, come metafora ci illumina sul tema fondamentale di questa V domenica di Pasqua: l'Amore donato!
Io sono la vite quella vera e il Padre mio è l’agricoltore..., voi siete i tralci.
Molto bella questa pericope, che a differenza di domenica scorsa in cui Gesù si presentava come Pastore distinto dalle pecore, oggi invece si presenta con un'immagine unitaria, la vite e i tralci sono una cosa sola e questo è già molto singolare, innestati in Cristo nel Battesimo siamo una cosa sola. Ma l'elemento nascosto molto importante è la linfa vitale che è proprio lo Spirito Santo che non appare, ma è presente e vivo, è dentro e fuori della creazione, è rigenerante e creativo.
Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi rimane nello Spirito della Parola, nel respiro dello Spirito incarna il dono di Dio. Rimanere o sottrarsi dipende da noi e senza di Lui non possiamo fare nulla, o forse solo rumore come il bronzo che risuona e il cembalo che tintinna, direbbe san Paolo (1 Cor 13).
Trovo molto appropriata l'immagine del respiro per indicare lo Spirito: il Risorto entrando nel cenacolo alitò su loro e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo, oppure pensiamo all'immagine di Ez 37,1-14 "Il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa... Così dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano".
"Togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra". Sal 104,29-30
Il soffio del respiro tante volte non lo avvertiamo, respiriamo senza accorgerci ed essere consapevoli, eppure esso è quello che ci permette di fare unità tra il corpo, la psiche e l’anima.
Tante volte siamo decentrati, fuori di noi, dispersi, inconcludenti perché seguiamo i desideri illusori dell'ego, proprio per questa mancanza di connessione con lo Spirito. Oggigiorno per connetterci abbiamo bisogno di una password, nella vita dello Spirito questa password può essere una Parola, un mantra, un'immagine che ci permette di connetterci con lo Spirito e lasciare che ci parli, ci illumini, viva e incarni in noi quella Parola che è proprio quella pronunciata da Dio per noi!
Solo così si può vedere il frutto. "Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo... Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche guidati dallo Spirito". Gal 5,22-26
La Parola che ritorna in questa V domenica di Pasqua: "Rimanete in me e io in voi" ci invita a rimanere nell’azione di Dio che a noi perviene attraverso lo Spirito che Gesù Risorto continuamente ci dona.
Dimorare in Dio, perciò, vuol dire consentire alla sua azione di diventare nostro pensiero e nostra decisione. A noi spetta non porre resistenze o ostacoli, ma accogliere e interiorizzare il flusso creatore. Non siamo noi a deciderlo, è un dono offerto, ma siamo noi a operare e, perciò, siamo noi a dimorare in Dio consentendo la sua dimora in noi e consentendo di realizzare ciò per cui siamo creati.
Dimorare in Dio e diventare discepoli di Gesù è restare nella luce che scaturisce ogni volta che, accogliendo il suo vangelo, facciamo esplodere nella nostra vita la potenza del suo amore.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga.

IV DOMENICA DI PASQUA - anno B21 aprile 2024Antonia TrontiGv 10, 11-18Conoscere. Amare. Dare la vita. Tre espressioni ch...
20/04/2024

IV DOMENICA DI PASQUA - anno B
21 aprile 2024
Antonia Tronti

Gv 10, 11-18

Conoscere. Amare. Dare la vita.
Tre espressioni che nel discorso di Gesù presentato dalla liturgia di questa domenica appaiono strettamente collegate. Come anche in un altro discorso di Gesù riportato più avanti dal vangelo di Giovanni (Gv 15,9-17), che sembra completare quanto ascoltiamo qui oggi.
Gesù “buon [bel] pastore” conosce il Padre. Sa che c’è una Sorgente da cui scaturiscono la vita e l’amore. La conosce e la riconosce dentro di sé, alla base del suo essere in vita e della sua capacità di amare. Sa infatti di essere stato “inviato”, ovvero sa che la vita gli è stata comunicata e ha assunto la “forma” della sua persona per potersi manifestare nel mondo e al mondo; e sa anche che al fondo e al centro del suo essere c’è una vocazione all’amore che non gli permette di vivere solo per se stesso, ma lo fa essere “uno” con tutta la creazione. Proprio perché è “uno” con la Sorgente (Gv 10,30: “Io e il Padre siamo una cosa sola”).
E’ questo che gli permette di “dare la propria vita”.
Nell’Uno, infatti, non c’è paura. Non occorrono recinti, steccati, reti di protezione. Non occorre autodifesa. La paura scaturisce dal “due”, dal “tre”, dal “quattro”, dai “molti”, ecc. Più esattamente nasce dal senso di separazione. Quando l’altro – o gli altri – vengono percepiti come talmente altri da figurare come una minaccia. Allora da una parte c’è il pastore, da un’altra le pecore, da un’altra ancora il lupo: nessuno appartiene a nessuno, nessuno è in comunione, ciascuno è staccato dall’altro, ciascuno si sente autorizzato a vivere “per se stesso”, e quindi anche a difendere con ogni mezzo la propria vita, a trattenerla, a metterla al sicuro. Il mercenario, ci dice qui Gesù, non si sente “uno” con le pecore e perciò pone se stesso al centro. Non conosce. Non sa di essere parte di una Vita più grande, in cui sono compresi anche gli apparenti “altri”. Di conseguenza non ama. Non si dona. E’ tutto intento a cercare di conservare la propria vita per sé.
“Ma tra voi non sia così” (cfr Mc 10,43). Voi non siate dei mercenari. Delle persone che non sanno di essere “una cosa sola” con la Sorgente e con il resto della creazione, e che quindi si sentono autorizzate a muoversi orientandosi verso ciò che appare più conveniente nell’economia del loro io. Siate invece come il buon-bel pastore, che sa di ricevere la propria vita dal Padre. E sa che se continua ad essere “una cosa sola” con la pienezza di quella Sorgente, non potrà mai davvero perdere la propria vita, perché anche quando sembrerà perderla la vedrà fruttificare. Come nel bellissimo mosaico di S. Clemente a Roma, in cui la croce coincide con l’albero della vita. Infatti, se si è un tutt’uno con la Fonte, ci si può forse disseccare o inaridire? Può il tralcio che rimane collegato alla vite smettere di ricevere linfa e di portare frutto?
Gesù conosce il Padre. E conosce anche le sue pecore. Sa che, come lui, tutti gli esseri ricevono la vita dalla stessa Fonte e che tutti hanno al centro di sé la stessa vocazione all’amore.
Per questo nel discorso del cap. 15 ci ricorda il “comandamento” di “amarci gli uni gli altri”, la legge scritta nel cuore che ciascuna/o è invitata/o a riscoprire dentro di sé. E ci ricorda che “nessuno ha un amore più grande” del “dare la vita”. “Dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Ma chi sono i propri amici? Chi osserva il suo comandamento, dice. Ovvero chi pratica l’amore. Chi lo riconosce al centro di sé. Quindi potenzialmente tutti. Perché tutti scaturiamo dalla stessa Sorgente, che ci comunica vita e amore insieme, indissolubilmente uniti. Certo, possiamo dimenticare, possiamo diventare dei mercenari anche noi. Possiamo “non conoscere”, “non riconoscere” quanto inscritto in noi. Ma anche in questo caso non perdiamo del tutto la vera natura del nostro essere e possiamo sempre “tornare a casa”, “convertire” il nostro sguardo, tornare a sentire Chi vive al centro del nostro essere. E se, guidati da Gesù e dal suo esempio, “conosciamo” e “riconosciamo” di essere “Uno” con la Sorgente dell’amore e della vita, possiamo anche “conoscere” e “riconoscere” di essere “un solo gregge” e “un solo pastore” con tutta la creazione. E allora saremo in grado anche di “dare la vita”, di non trattenerla per noi. Di avere cura gli uni degli altri. Di essere dono.

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