Chiesa Valdese di Perugia

Chiesa Valdese di Perugia Annunciamo che Gesù Cristo è il Signore.
2 Cor 4:5

Vangelo secondo Giovanni 15:2 NR06[2] Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto l...
29/05/2026

Vangelo secondo Giovanni 15:2 NR06

[2] Ogni tralcio che in me non dà frutto lo toglie via, e ogni tralcio che dà frutto lo pota affinché ne dia di più.

https://bible.com/bible/122/jhn.15.2.NR06

Dal sermone predicato a Perugia domenica 24 maggio 2026, Pentecoste, sul testo biblico di Ezechiele 36, 26-27.C'è una pa...
27/05/2026

Dal sermone predicato a Perugia domenica 24 maggio 2026, Pentecoste, sul testo biblico di Ezechiele 36, 26-27.

C'è una parola che la Scrittura pronuncia questa mattina, e vale la pena fermarsi prima ancora di capirla:

"Vi darò un cuore nuovo"

Ezechiele parla a un popolo deportato. A Babilonia. Lontano da Gerusalemme, lontano dal tempio, lontano da tutto ciò che ritenevano fondamentale per esistere e per credere. Non si tratta soltanto di esilio geografico: si tratta di un esilio più radicale, più difficile da nominare. Quello che Ezechiele descrive — e lo descrive con una chiarezza visionaria che pochi profeti si sono permessi — è il cuore di una comunità che ha smesso di sentire. Non per malvagità, non per colpa consapevole. Ma perché la vita, a volte, fa questo: ti indurisce. Ti chiude dentro una forma che non lascia più entrare nulla.

Il cuore di pietra.

Non bisogna moralizzare questa immagine. Non è un giudizio. È una diagnosi. Come quella che, a volte, riceviamo su noi stessi nelle ore piccole della notte, quando il rumore del giorno tace e ci troviamo soli con quello che siamo diventati. Quando ti accorgi che qualcosa che una volta ti commoveva — una musica, un volto, una parola letta in un libro — ora scivola via senza lasciare traccia. Quando il bene ti sembra distante e sfocato, come visto attraverso un vetro.

Chi di noi non conosce questa distanza?

È qui che il profeta parla, non a chi ha già le risposte: parla a chi sente il peso di quello che non riesce più a essere.

E allora accade qualcosa di inatteso nel testo. Qualcosa che bisogna ascoltare attentamente, perché la velocità lo farebbe scivolare via come tante altre promesse bibliche che abbiamo imparato a non aspettarci davvero.

Il soggetto di questi versetti è uno solo, e non è l'essere umano.

"Vi darò un cuore nuovo… metterò dentro di voi uno spirito nuovo… toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra… vi darò un cuore di carne… metterò il mio spirito dentro di voi."

Dio. Dio fa tutto. Dio è il soggetto di ogni verbo. Non c'è una sola azione affidata all'iniziativa umana, non un solo imperativo rivolto al popolo. Nessun "fate", nessun "convertitevi", nessun "sforzatevi". Solo: io darò, io metterò, io toglierò, io darò ancora.

Questa non è una religione dell'autosufficienza. Non è nemmeno, propriamente, una religione della ricompensa. È qualcosa di più antico e più difficile da accettare: è la promessa di una sostituzione. Di qualcosa che viene tolto — il cuore che non sente più — e di qualcosa che viene dato al suo posto. Qualcosa che il popolo non ha costruito, non ha meritato, non ha nemmeno immaginato di poter desiderare.

Un cuore di carne.

La carne, in Ezechiele, non è debolezza. Non è fragilità da superare. La carne è ciò che percepisce, ciò che è vulnerabile alla realtà, ciò che può essere ferito e dunque può anche — ancora — essere toccato. Un cuore di carne è un cuore che può ba***re. Che può appassionarsi. Che può aprirsi. Che può, forse, ricominciare ad amare senza sapere bene perché.
Come questo avvenga, la Scrittura non lo spiega. Indica soltanto un giorno, e su quel giorno scrive: vento.

Oggi è Pentecoste.

E Pentecoste non è la festa di un'idea. Non è la commemorazione di un evento del passato che contempliamo con rispetto, come si contempla un monumento. È il giorno in cui quella promessa di Ezechiele incontra il suo compimento — non nel senso di una chiusura, ma nel senso di un'apertura definitiva. Lo Spirito soffiato "su ogni carne" — lo dice il profeta Gioele, lo riprende Pietro nel secondo capitolo degli Atti — non è una forza cosmica astratta. È il soffio che riporta alla vita ciò che sembrava morto. Quella stessa visione delle ossa aride, nel capitolo trentasette dello stesso Ezechiele: il vento che soffia, le ossa che si riuniscono, la carne che ritorna, e il respiro che entra.

Il respiro entra.

Una esperienza, nella nostra vita, è particolarmente ricorrente: il freddo che viene da dentro. Non quello dell'aria, non quello della stagione. Quello di qualcosa che si è congelato nel punto più interno di sé, e che nessuna volontà riesce a sciogliere. Non perché tu non voglia scaldarti. Ma perché il calore deve ve**re da altrove.

La tradizione nella quale ci troviamo — la tradizione valdese, questa chiesa che ha camminato nei secoli con la Bibbia in mano e con la paura della persecuzione addosso — ha insistito molto, e giustamente, sulla Parola. Sulla Scrittura. Sulla chiarezza del messaggio di Gesù contro ogni oscurantismo intellettuale e spirituale. Ma ha saputo anche, nei suoi momenti migliori, che la Parola non è innanzitutto un codice da decifrare: è un appello. È Qualcuno che chiama. E lo Spirito è il respiro di questa Parola, il calore dentro le parole, quello che fa sì che una frase letta mille volte arrivi, un giorno, come se la sentissi per la prima volta.

Come se la sentissi per te.

Non so che cosa porti dentro. Non so dove sia congelato, in te, il cuore. Non so cosa sia diventato pietra: per difesa, per stanchezza, per delusione, per un dolore troppo a lungo portato da soli. Non devo saperlo. Forse nemmeno tu lo sai con precisione.
Ma questa promessa non chiede che tu lo sappia. Non chiede che tu arrivi già guarito, già disponibile, già aperto. Dice soltanto: io lo farò. Io sono – dice Dio - il soggetto di questo verbo. Tu sei il destinatario, non l'agente.
E questo — proprio questo — è il fondamento di ogni speranza che non sia semplice ottimismo.
L'ottimismo dice: le cose migliorano. La speranza dice: c'è qualcuno che non molla, con te. L'ottimismo si nutre di dati. La speranza si nutre di promessa.

E la promessa, questa mattina, suona così:
“Toglierò il cuore di pietra. Darò un cuore di carne. Metterò il mio spirito dentro di te”
Non "se ti impegnerai abbastanza". Non "quando sarai pronto". Adesso. In mezzo al tuo deserto. In mezzo alla tua distanza. In mezzo a tutto quello che non è ancora come dovrebbe essere.

Lo Spirito non aspetta che tu sia degno di riceverlo. Viene.
Come il vento — diceva Gesù a Nicodemo, in quella conversazione notturna che è una delle più belle e misteriose di tutto il Vangelo di Giovanni — come il vento: non sai da dove viene, non sai dove va. Senti solo la sua voce.

Forse è per questo che Pentecoste non si celebra superficialmente: si riceve. Non si controlla: si abita.
E forse quella parte di te sembrava pietra, quella parte di te che aveva smesso di sentire, quella zona di silenzio e di freddo che porti da così tanto tempo:
forse c'è già, lì dentro, qualcosa che comincia a muoversi.
Forse non te ne accorgi ancora, ma lo Spirito soffia dove vuole.
E soffierà anche sul tuo cuore, scaldandolo da dentro. Amen.

Seconda lettera ai Corinzi 9:7 NR06[7] Dia ciascuno come ha deliberato in cuor suo; non di mala voglia né per forza, per...
26/05/2026

Seconda lettera ai Corinzi 9:7 NR06

[7] Dia ciascuno come ha deliberato in cuor suo; non di mala voglia né per forza, perché Dio ama un donatore gioioso.

https://bible.com/bible/122/2co.9.7.NR06

Lettera ai Filippesi 2:5-11 NR06[5] Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, [6] il quale, ...
25/05/2026

Lettera ai Filippesi 2:5-11 NR06

[5] Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, [6] il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, [7] ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; [8] trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. [9] Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, [10] affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, [11] e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.

https://bible.com/bible/122/php.2.5-11.NR06

Evento promosso dal Consiglio delle Chiese Cristiane di Perugia, si terrà domenica 24/05/26, ore 20:30, alla Cattedrale ...
23/05/2026

Evento promosso dal Consiglio delle Chiese Cristiane di Perugia, si terrà domenica 24/05/26, ore 20:30, alla Cattedrale di San Lorenzo, piazza IV Novembre (Perugia).

Vangelo secondo Matteo 5:43-48 NR06[43] Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. [44] M...
23/05/2026

Vangelo secondo Matteo 5:43-48 NR06

[43] Voi avete udito che fu detto: “Ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico”. [44] Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, [45] affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. [46] Se infatti amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani? [47] E se salutate soltanto i vostri fratelli, che fate di straordinario? Non fanno anche i pagani altrettanto? [48] Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste.

https://bible.com/bible/122/mat.5.43-48.NR06

Lettera ai Romani 10:14 NR06Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del qua...
21/05/2026

Lettera ai Romani 10:14 NR06

Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci?

https://bible.com/bible/122/rom.10.14.NR06

Dal sermone predicato domenica 17 maggio a Perugia, sulla pericope evangelica di Atti degli Apostoli 1, 1-11 C’è un mome...
21/05/2026

Dal sermone predicato domenica 17 maggio a Perugia, sulla pericope evangelica di Atti degli Apostoli 1, 1-11

C’è un momento, nel racconto degli Atti, in cui tutto sembra fermarsi. Gli occhi sono ancora alzati verso il cielo, ma il passo deve riprendere. È un’esperienza che conosciamo: stare davanti a qualcosa che non possiamo trattenere. Una persona amata che non c’è più. Una stagione finita. Una parola perduta nell’aria. E noi restiamo lì, come se il mondo avesse trattenuto il respiro.

All’inizio degli Atti, Luca riprende una storia già iniziata: Gesù ha parlato, ha sofferto, è risorto. Eppure i discepoli continuano a domandare del regno, del quando e del come, del momento in cui tutto sarà finalmente rimesso a posto. È la nostra stessa domanda: quanto ancora? Dove sei adesso?

Gesù non risponde come ci aspetteremmo. Dice soltanto: «Non sta a voi conoscere i tempi e i momenti». E promette invece una forza nuova. Non una corazza contro il dolore, ma la capacità di restare nel mondo senza esserne divorati.

Poi avviene l’Ascensione. Gesù viene sottratto agli occhi. Una nube lo accoglie.

Nella Scrittura la nube non è il contrario della presenza. È spesso il suo modo più delicato. Copre e custodisce insieme. Dice che Dio non può essere posseduto come un oggetto da trattenere.

I due uomini in bianche vesti domandano: «Perché state a guardare il cielo?». Non è un rimprovero duro. È quasi una carezza severa. Perché restare fermi sulla soglia della perdita?

C’è qualcosa di tragico negli sguardi che non sanno più scendere. Si può vivere così: trattenuti in un punto dove ciò che amiamo non torna più. Ma il racconto degli Atti non lascia i discepoli immobili.

Li rimette in cammino verso Gerusalemme. Non verso un mondo ideale, ma verso la città concreta delle attese, delle paure, della preghiera e della vita quotidiana. È lì che la promessa prenderà corpo.

L’Ascensione non dice che Cristo è lontano come una stella fredda. Dice piuttosto che non può più essere trattenuto da una presenza da possedere. E proprio così diventa presente in un altro modo: come promessa, come spazio aperto alla memoria, alla fiducia, alla speranza.

Questo spazio è difficile da abitare. Noi vorremmo un Dio che si lasci localizzare, una certezza piena e immediata. Invece il Cristo dell’Ascensione si sottrae alla nostra pretesa di controllare tutto. E così restituisce valore alle cose fragili e quotidiane: un volto, una tavola, una comunità, un pezzo di strada.

Fissare il cielo può diventare una tentazione. Ma può anche essere una disciplina del cuore: imparare a vivere nel “non ancora” senza disperare. Il vuoto dice: non c’è più nulla. Il “non ancora” dice: non tutto è stato compiuto.

I discepoli tornano a Gerusalemme. Ed è questo il gesto decisivo. Non restano sul monte. Tornano nelle ore normali degli esseri umani, nelle stanze chiuse, nella paura, nella preghiera.

Non tornano però vuoti. Portano con sé una promessa che ancora non vedono, ma che già pesa nei loro cuori. La preghiera diventa allora il modo umano di stare davanti a ciò che ancora non appare.

Forse l’Ascensione è proprio questo: la fine di un modo infantile di cercare Dio. Cristo non resta sulla terra come qualcosa da trattenere. Si sottrae allo sguardo perché il legame con lui diventi più profondo del vedere e del toccare.

E così rimane questa immagine: uomini e donne che scendono dal monte con il cielo ancora negli occhi e la polvere già sui sandali. Non hanno risposte per tutto. Non sono al riparo dal dubbio. Ma portano dentro una promessa che continua a camminare insieme a loro.

Forse basta questo per attraversare un altro giorno: sapere che il Signore non ci salva togliendoci dal tempo, ma attraversandolo con noi, senza lasciarci soli.

Indirizzo

Perugia

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