27/05/2026
Dal sermone predicato a Perugia domenica 24 maggio 2026, Pentecoste, sul testo biblico di Ezechiele 36, 26-27.
C'è una parola che la Scrittura pronuncia questa mattina, e vale la pena fermarsi prima ancora di capirla:
"Vi darò un cuore nuovo"
Ezechiele parla a un popolo deportato. A Babilonia. Lontano da Gerusalemme, lontano dal tempio, lontano da tutto ciò che ritenevano fondamentale per esistere e per credere. Non si tratta soltanto di esilio geografico: si tratta di un esilio più radicale, più difficile da nominare. Quello che Ezechiele descrive — e lo descrive con una chiarezza visionaria che pochi profeti si sono permessi — è il cuore di una comunità che ha smesso di sentire. Non per malvagità, non per colpa consapevole. Ma perché la vita, a volte, fa questo: ti indurisce. Ti chiude dentro una forma che non lascia più entrare nulla.
Il cuore di pietra.
Non bisogna moralizzare questa immagine. Non è un giudizio. È una diagnosi. Come quella che, a volte, riceviamo su noi stessi nelle ore piccole della notte, quando il rumore del giorno tace e ci troviamo soli con quello che siamo diventati. Quando ti accorgi che qualcosa che una volta ti commoveva — una musica, un volto, una parola letta in un libro — ora scivola via senza lasciare traccia. Quando il bene ti sembra distante e sfocato, come visto attraverso un vetro.
Chi di noi non conosce questa distanza?
È qui che il profeta parla, non a chi ha già le risposte: parla a chi sente il peso di quello che non riesce più a essere.
E allora accade qualcosa di inatteso nel testo. Qualcosa che bisogna ascoltare attentamente, perché la velocità lo farebbe scivolare via come tante altre promesse bibliche che abbiamo imparato a non aspettarci davvero.
Il soggetto di questi versetti è uno solo, e non è l'essere umano.
"Vi darò un cuore nuovo… metterò dentro di voi uno spirito nuovo… toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra… vi darò un cuore di carne… metterò il mio spirito dentro di voi."
Dio. Dio fa tutto. Dio è il soggetto di ogni verbo. Non c'è una sola azione affidata all'iniziativa umana, non un solo imperativo rivolto al popolo. Nessun "fate", nessun "convertitevi", nessun "sforzatevi". Solo: io darò, io metterò, io toglierò, io darò ancora.
Questa non è una religione dell'autosufficienza. Non è nemmeno, propriamente, una religione della ricompensa. È qualcosa di più antico e più difficile da accettare: è la promessa di una sostituzione. Di qualcosa che viene tolto — il cuore che non sente più — e di qualcosa che viene dato al suo posto. Qualcosa che il popolo non ha costruito, non ha meritato, non ha nemmeno immaginato di poter desiderare.
Un cuore di carne.
La carne, in Ezechiele, non è debolezza. Non è fragilità da superare. La carne è ciò che percepisce, ciò che è vulnerabile alla realtà, ciò che può essere ferito e dunque può anche — ancora — essere toccato. Un cuore di carne è un cuore che può ba***re. Che può appassionarsi. Che può aprirsi. Che può, forse, ricominciare ad amare senza sapere bene perché.
Come questo avvenga, la Scrittura non lo spiega. Indica soltanto un giorno, e su quel giorno scrive: vento.
Oggi è Pentecoste.
E Pentecoste non è la festa di un'idea. Non è la commemorazione di un evento del passato che contempliamo con rispetto, come si contempla un monumento. È il giorno in cui quella promessa di Ezechiele incontra il suo compimento — non nel senso di una chiusura, ma nel senso di un'apertura definitiva. Lo Spirito soffiato "su ogni carne" — lo dice il profeta Gioele, lo riprende Pietro nel secondo capitolo degli Atti — non è una forza cosmica astratta. È il soffio che riporta alla vita ciò che sembrava morto. Quella stessa visione delle ossa aride, nel capitolo trentasette dello stesso Ezechiele: il vento che soffia, le ossa che si riuniscono, la carne che ritorna, e il respiro che entra.
Il respiro entra.
Una esperienza, nella nostra vita, è particolarmente ricorrente: il freddo che viene da dentro. Non quello dell'aria, non quello della stagione. Quello di qualcosa che si è congelato nel punto più interno di sé, e che nessuna volontà riesce a sciogliere. Non perché tu non voglia scaldarti. Ma perché il calore deve ve**re da altrove.
La tradizione nella quale ci troviamo — la tradizione valdese, questa chiesa che ha camminato nei secoli con la Bibbia in mano e con la paura della persecuzione addosso — ha insistito molto, e giustamente, sulla Parola. Sulla Scrittura. Sulla chiarezza del messaggio di Gesù contro ogni oscurantismo intellettuale e spirituale. Ma ha saputo anche, nei suoi momenti migliori, che la Parola non è innanzitutto un codice da decifrare: è un appello. È Qualcuno che chiama. E lo Spirito è il respiro di questa Parola, il calore dentro le parole, quello che fa sì che una frase letta mille volte arrivi, un giorno, come se la sentissi per la prima volta.
Come se la sentissi per te.
Non so che cosa porti dentro. Non so dove sia congelato, in te, il cuore. Non so cosa sia diventato pietra: per difesa, per stanchezza, per delusione, per un dolore troppo a lungo portato da soli. Non devo saperlo. Forse nemmeno tu lo sai con precisione.
Ma questa promessa non chiede che tu lo sappia. Non chiede che tu arrivi già guarito, già disponibile, già aperto. Dice soltanto: io lo farò. Io sono – dice Dio - il soggetto di questo verbo. Tu sei il destinatario, non l'agente.
E questo — proprio questo — è il fondamento di ogni speranza che non sia semplice ottimismo.
L'ottimismo dice: le cose migliorano. La speranza dice: c'è qualcuno che non molla, con te. L'ottimismo si nutre di dati. La speranza si nutre di promessa.
E la promessa, questa mattina, suona così:
“Toglierò il cuore di pietra. Darò un cuore di carne. Metterò il mio spirito dentro di te”
Non "se ti impegnerai abbastanza". Non "quando sarai pronto". Adesso. In mezzo al tuo deserto. In mezzo alla tua distanza. In mezzo a tutto quello che non è ancora come dovrebbe essere.
Lo Spirito non aspetta che tu sia degno di riceverlo. Viene.
Come il vento — diceva Gesù a Nicodemo, in quella conversazione notturna che è una delle più belle e misteriose di tutto il Vangelo di Giovanni — come il vento: non sai da dove viene, non sai dove va. Senti solo la sua voce.
Forse è per questo che Pentecoste non si celebra superficialmente: si riceve. Non si controlla: si abita.
E forse quella parte di te sembrava pietra, quella parte di te che aveva smesso di sentire, quella zona di silenzio e di freddo che porti da così tanto tempo:
forse c'è già, lì dentro, qualcosa che comincia a muoversi.
Forse non te ne accorgi ancora, ma lo Spirito soffia dove vuole.
E soffierà anche sul tuo cuore, scaldandolo da dentro. Amen.