16/08/2026
Dal sermone predicato oggi, domenica 16 agosto, a Perugia, sulla pericope biblica di Luca 18,9-14
Quanto spesso ti capita di non toglierti di dosso una domanda? Non non mi riferisco a quelle che sappiamo formulare. Intendo quelle più silenziose, più profonde: che cosa rimane di me, quando smetto di preoccuparmi di narrare la storia della mia vita?
Perché viene un tempo in cui la vita non assomiglia più soltanto a ciò che avevamo immaginato o sperato. Una decisione presa molto tempo fa che non può essere ritirata. Una persona amata che non torna. Un corpo che sembrava affidabile e ora chiede attenzione.
Le estati ritornano, ma noi non ritorniamo uguali.
Allora nasce il bisogno di fare i conti. Di mettere in ordine. Di capire se la propria vita è stata all’altezza delle aspettative. È questo il contesto delicato che Gesù racconta nella preghiera di due persone: entrambe entrano nel tempio, entrambe pregano, entrambe stanno davanti a Dio. Ma soltanto una sembra sapere già che cosa raccontare a se stesso, agli altri e a Dio.
Il primo, un uomo considerato buono, sta in piedi e dice cose vere. Ha fatto del bene. Ha cercato di vivere rettamente. Ha osservato ciò che doveva osservare. Non è una caricatura, e, forse, proprio questo rende la sua preghiera inquietante: non sta mentendo. Ha una narrazione della propria vita. Sta pronunciando una sentenza su se stesso: sa già chi è, quanto vale, da quale parte del confronto si trova.
«Non sono come quell’altro». Basta questa frase a cambiare tutto. Dio, così, diventa quasi il testimone del giudizio che l’uomo, il “buon” uomo, ha già emesso: “io sono questo”, “io sono quello”, “io non sono quell’altro”.
È una tentazione che conosciamo. Non soltanto nella religione, anche nella memoria. Quando il rumore della giornata si spegne, possiamo passare in rassegna la nostra vita: “qui ho fatto bene”, “qui ho sbagliato”, “qui ho amato”, “qui avrei dovuto restare”, “qui avrei dovuto andarmene”. E continuiamo a contare, come se alla fine dovesse comparire una cifra capace di dirci: ecco, questo sei tu.
Il secondo uomo, l’uomo che si scusa senza cercar scuse, non conta. In ogni senso. Sta lontano, non alza gli occhi, dice soltanto: «Abbi pietà di me». Non porta una biografia, non presenta argomenti, non prova a migliorare la propria posizione, non si difende. Lascia cadere, per un momento, il compito più faticoso che abbiamo: essere noi stessi il giudice della nostra vita.
Ed è qui che Gesù pronuncia qualcosa di sorprendente: il secondo uomo, il peccatore che chiede solo perdono, torna a casa giustificato. Il Vangelo non dice che torna migliore, o che finalmente ha capito tutto. Dice che torna giustificato, come se davanti a Dio la sua vita non dovesse più essere una causa da vincere.
Come se non fosse più costretto a convincere qualcuno — nemmeno se stesso — di avere diritto a esistere, a essere accolto, a ricominciare.
Forse il centro della parabola è qui: noi vorremmo avere l’ultima parola sulla nostra vita. Vorremmo sapere che senso ha la nostra vita, perché una porta si è chiusa, se siamo stati buoni abbastanza, fedeli abbastanza, generosi abbastanza. Se siamo stati, semplicemente, abbastanza.
Ma la vita non ci consegna il suo significato tutto intero. Alcune scelte restano irreversibili. Alcuni dolori non spiegano se stessi. Per questo diventa decisiva la domanda della parabola: chi ha il diritto di dire l’ultima parola su una persona, o su noi stessi?
Il fariseo, l’uomo che giustifica se stesso, sembra averlo deciso da sé. Il pubblicano, l’uomo che si scusa senza cercar scuse, invece, no. Non sa dire chi sarà, non sa spiegare chi è stato o perché ha fatto ciò che ha fatto. Sa soltanto dove andare: davanti a Dio. E questo basta per cominciare. Per ricominciare.
Non perché Dio premi la sua umiltà. Se fosse così, basterebbe trovare un modo raffinato per raccontarci come umili, e saremmo di nuovo al punto di partenza. La cosa sorprendente è un’altra: l’uomo che chiede perdono sincero sta davanti a Dio senza nulla da mettere sul tavolo, e scopre che non era necessario portare qualcosa.
Questa è la Grazia quando smette di essere una parola ascoltata tante volte e diventa realtà vissuta: non dover più essere il proprio salvatore. Non dover costruire da soli il diritto di essere accolti. Non dover rendere la propria storia abbastanza bella perché possa essere amata.
Forse la fede consiste anche nel poter consegnare a Dio ciò che non sappiamo più tenere in ordine: il nostro passato, le nostre contraddizioni, le persone che ci mancano, le paure che non diciamo, perfino quella parte di noi che non sappiamo perdonare.
«Abbi pietà di me». «Perdonami». «Scusa». È una preghiera piccola, ma dentro ci sta una libertà immensa.
Il Vangelo ci lascia qui: con un uomo che entra nel tempio portando con sé una vita che non sa più giudicare e con Dio che non gli chiede di aggiustarla prima di accoglierlo. Amen.