14/03/2021
+ 14 Marzo 1843: NASCITA DI P. DEHON
In molti usavano chiamare p.Dehon “il Trés bon père”, sottolineandone virtù come semplicità, gentilezza d’animo, affabilità e capacità di farsi prossimo. Ma una delle sue più grandi qualità che vogliamo condividere con voi oggi, per aiutarvi a capire chi realmente fosse, è la sua profonda mansuetudine, che lo sostiene nell’accettare ingiustizie e sofferenze, portandolo ad essere esempio concreto, del come vivere il Vangelo nei momenti più difficili, senza perdere la fede.
Nel corso della sua storia l’istituto ha vissuto un tempo di soppressione, operata direttamente per mano di Roma, a causa di un’indagine condotta tenendo conto di alcune situazioni interne potenzialmente pericolose ed informazioni non trasmesse correttamente. Leone Dehon, pur aspettandosi che un episodio del genere potesse verificarsi per mano dello Stato francese, mai avrebbe immaginato di subirla ad opera di quella Chiesa che amava e desiderava servire.
Nonostante questo potesse essere letto come la fine di un sogno, o interpretato personalmente come un tradimento, p. Dehon non cerca scusanti. Anche se le sue erano colpe limitate rispetto a quelle di altri, che hanno inciso quasi totalmente su questa decisione, non riversa odio su terzi, non accusa o recrimina; accetta il verdetto. Da essere umano, ovviamente, non poteva restare indifferente, e le righe successive che proponiamo, raccontano la verità interiore di un uomo ferito, che nonostante possa sentire la terra mancargli da sotto ai piedi, sceglie volontariamente di non alzare la voce e non fare baccano, conservando tutto nel suo cuore. In un tempo in cui quando ci si vede calpestare i piedi, si reagisce al dolore, mettendone in circolo dell’altro, nella speranza che il proprio venga così attenuato, p. Dehon insegna il valore del perdonare 70 volte 7 e del non ripagare con la stessa moneta, che distingue, rendendo persone di valore, capaci di conservare una propria umanità ed integrità, senza svenderla per orgoglio o istinto. Quest’attitudine apre alla possibilità di ricomposizioni, perché la pazienza permette di superare contrasti ed equivoci, che quando vola qualche parola di troppo, sarebbero difficili da recuperare.
L’offerta della propria sofferenza, sopportata senza reagire, conservando la fiducia in Dio e nella Chiesa, sarà ripagata; nel giro di pochi mesi, precisamente nel marzo 1884, insperabilmente il verdetto di Roma cambia e l’istituto risorgerà, per come lo conosciamo oggi.
“Monsignore, vostra eccellenza sa che ho fondato l’istituto degli Oblati del Cuore di Gesù col solo intento di fare la volontà di Dio e di procurare la sua gloria… Nostri Signore mi chiede ora di distruggere ciò che mi ha chiesto di costruire. Non posso avere, neppure per un attimo, l’idea di resistere. Sarebbe mille volte insensato. Non posso dire altro che il mio fiat! Voi già sapete quanto mi sia doloroso. La morte lo sarebbe cento volte meno… tutto è fatto a pezzi e distrutto: l’onore, le risorse economiche impegnate, le speranze e molte altre cose che non posso dire. Ma che cos’è tutto questo? Quello che mi tortura di più di tutto è un pensiero, al quale non mi posso sottrarre: nostro Signore ha voluto quest’opera, io l’ho fatta fallire con le mie infedeltà. Non voglio vedere in questo solo la perdita delle più grandi grazie, ma soprattutto i disegni di Dio ostacolati e la gloria che egli attendeva non realizzata a causa delle mie colpe. Questa è la sofferenza che nulla può lenire. Ora, Monsignore, rimetto tutto nelle vostre mani, chiedendovi perdono per l’imperfezione della mia obbedienza nel passato… vi prego di non tener conto della mia persona. Sarei fin troppo felice, se potessi, con tutte le mie umiliazioni e distruzioni, riparare le mie colpe passate e offrire a nostro Signore qualche compensazione. Farò tutto ciò che vostra eccellenza mi ordinerà in nome della santa Chiesa, nell’ora in cui vorrà.”
Lettera a Mons. Thibaudier del Natale 1883.