Testimonianza Ortodossa - Lo Spirito della Chiesa

Testimonianza Ortodossa - Lo Spirito della Chiesa TESTIMONIANZA ORTODOSSA
Associazione senza fini di lucro.

FRATELLANZA ORTODOSSA
Edizioni Collana "Ο Αμνός"
Libri di preghiera, di spiritualità, di teologia e di patristica della Chiesa Ortodossa, gli scritti dei Padri della Chiesa e degli asceti.

🕯️☦️ Alla fine, è il raso che fa il prete? ✝️«Quando i chierici diventeranno laici, i laici diventeranno demoni».~ San C...
27/08/2026

🕯️☦️ Alla fine, è il raso che fa il prete? ✝️

«Quando i chierici diventeranno laici, i laici diventeranno demoni».
~ San Cosmas d’Etolia ~

Il prete non è semplicemente un uomo che esercita una professione. È l’immagine vivente di una catena di secoli. Sta tra ieri e domani, tra i padri che si sono addormentati e i figli che vengono. Nel suo volto si incontrano gli asceti dei deserti, i martiri delle persecuzioni, i ministri delle catacombe, i preti dei villaggi che hanno mantenuto salde la fede e l’anima del popolo.
Eppure, ai nostri giorni, vediamo uno spettacolo singolare.
Là dove un tempo passava un sacerdote e la gente comprendeva che passava un uomo consacrato a Dio, oggi molte volte passa uno sconosciuto tra gli sconosciuti. Il raso viene nascosto, la barba viene rasata, l’aspetto viene alterato, come se ci fosse vergogna per ciò che per secoli è stato un segno d’onore e di consacrazione.
Alcuni dicono: «Che importanza ha l’aspetto? Dio guarda il cuore».
E certamente Dio guarda il cuore. Ma l’uomo non è un’ombra incorporea. È anima e corpo insieme.
La Chiesa ha sempre parlato attraverso i segni: l’incenso, l’icona, la lampada, il paramento, il tempio, la predicazione. Tutte queste cose non salvano l’uomo da sole, ma testimoniano qualcosa di superiore.
Il raso, dunque, non fa il prete. Come l’uniforme militare non fa l’eroe, né la corona fa il re. Ma l’uniforme manifesta la missione. Il raso ricorda il dovere. La forma esteriore diventa una predicazione prima ancora che la bocca si apra.
Il sacerdote senza amore, senza umiltà e senza timore di Dio è un involucro vuoto.
Ma anche il disprezzo verso l’abito sacerdotale non è una questione del tutto innocente. Perché dietro la svalutazione dei simboli può nascondersi la dimenticanza del loro stesso significato.
I preti di una volta non si vestivano così per vanità. Non portavano la barba per imporsi agli uomini. Erano la continuazione della sacra Tradizione della Chiesa.
Il prete del villaggio era colui che battezzava i bambini, incoronava gli sposi, leggeva le preghiere sugli ammalati, stava accanto al defunto, custodiva nella propria anima le pene di un’intera comunità.
Chi può dimenticare il prete che percorreva sentieri innevati per portare la Santa Comunione a un moribondo?
Chi può dimenticare i sacerdoti che conservarono la fede negli anni della persecuzione?
E tuttavia, oggi, il problema è diventato più profondo.
Non vediamo soltanto sacerdoti che hanno smesso di avere l’aspetto di sacerdoti. Vediamo, purtroppo, anche sacerdoti che sembrano aver dimenticato che cosa significhi essere sacerdoti.
In alcuni luoghi, e anche qui in Italia, si è progressivamente smarrita la coscienza che il sacerdote non è padrone della Chiesa, ma suo ministro; che la Chiesa non è proprietà personale di un sacerdote, né di un vescovo, né di una comunità, né di un’istituzione umana: la Chiesa appartiene a Cristo, ed Egli ne è il Capo.
Si è dimenticato che il sacerdote non ha la libertà di modificare a proprio piacimento ciò che ha ricevuto dalla Santa Tradizione.
Si sono dimenticati i sacri canoni, che custodiscono l’integrità della fede e stabiliscono con severità la disciplina della comunione con gli eretici. La Chiesa non ha trattato la preghiera e la comunione ecclesiale con coloro che professano una fede diversa come una semplice questione di cortesia o di buoni rapporti umani. I canoni hanno posto precisi confini proprio per custodire il gregge dalla confusione della fede.
E allora che cosa rimane della missione del sacerdote quando, in nome di un malinteso ecumenismo, egli comincia a comportarsi come se le differenze dogmatiche non avessero più importanza?
Che cosa rimane della testimonianza ortodossa quando si prega insieme a coloro con i quali la Chiesa non è in comunione, quando si presentano le altre confessioni come se fossero semplicemente diverse espressioni della medesima Chiesa e quando, per mantenere buoni rapporti con tutti, si evita di confessare con chiarezza la verità ricevuta dai Padri?
L’amore verso ogni uomo è un comandamento.
La confusione della fede non è amore.
La pace non significa tacere davanti all’errore.
Si è dimenticato anche che persino ciò che riguarda il Santo Battesimo non può essere trattato secondo convenienza personale, come se la Santa Tradizione fosse una materia modificabile. La Chiesa ha ricevuto una forma precisa del mistero e il sacerdote non è chiamato a sostituire ciò che ha ricevuto con ciò che ritiene più pratico o più accettabile o obbedendo a vescovi ecumenisti.
Il problema più grave non è nemmeno che alcuni sacerdoti abbiano abbandonato il raso.
È che alcuni hanno abbandonato la consapevolezza della responsabilità che il raso rappresenta.
E quando, per conservare un edificio, un incarico, una posizione o una comodità, si comincia a scendere a compromessi con la verità della fede, allora l’edificio diventa più importante della Chiesa e la posizione diventa più importante del Vangelo.
Che cosa abbiamo guadagnato, allora?
Una chiesa può avere mura splendide e perdere la sua testimonianza.
Un sacerdote può avere un titolo e perdere la sua missione.
Una comunità può avere un tempio e perdere la consapevolezza di appartenere a Cristo.
E quando persino il pellegrinaggio, che dovrebbe essere un cammino di preghiera, di pentimento e di venerazione, viene trasformato in un prodotto da vendere, il sacro rischia di diventare commercio.
Non è forse triste vedere il Santo Monte Athos, luogo di preghiera, ascesi e silenzio, presentato talvolta attraverso pseudo-pellegrinaggi organizzati come prodotti turistici, con prezzi esorbitanti e con una logica più vicina al mercato che alla vita spirituale?
Il pellegrinaggio non è un affare.
La fede non è un prodotto.
Il sacerdote non è un agente commerciale del sacro.
E proprio qui ritorna la domanda iniziale:
Alla fine, è il raso che fa il prete?
No. Il raso non fa il sacerdote.
Ma allora perché il sacerdote lo porta?
Per ricordare prima di tutto a se stesso chi è.
Per ricordare che appartiene a Cristo.
Per ricordare che ha ricevuto una responsabilità e non un privilegio.
Per ricordare che davanti a lui ci sono anime affidate alle sue cure.
Per ricordare che non può modificare la fede per piacere al mondo.
Per ricordare che non può sacrificare la verità per conservare un edificio.
Per ricordare che non può trasformare la Chiesa in una proprietà personale.
Per ricordare che non è stato ordinato per essere simile al mondo, ma per testimoniare Cristo nel mondo.
Cristo non disse ai suoi discepoli di diventare invisibili. Disse loro:
«Voi siete la luce del mondo».
La luce non si nasconde sotto il moggio. Non ha paura di mostrarsi.
E se qualcuno dicesse che queste sono soltanto cose esteriori, ricordi che l’uomo prima vede e poi ascolta.
Un’immagine, una forma, una presenza possono diventare una predicazione silenziosa.
Un sacerdote che cammina con il raso non fa pubblicità a se stesso: ricorda che esiste qualcosa al di là della quotidiana fatica della vita.
Ma la testimonianza esteriore, da sola, non basta.
Perché è possibile portare il raso sul corpo e avere il cuore lontano da Cristo.
È possibile portare una lunga barba e vivere senza amore.
È possibile celebrare la Divina Liturgia e, nello stesso tempo, aver dimenticato il significato del proprio ministero.
È possibile parlare di unità e, nel nome di un’unità falsa, dimenticare la verità.
È possibile difendere le mura di una chiesa e non difendere più la fede per la quale quella chiesa esiste.
La vera domanda è:
«Perché il prete non porta più nel cuore ciò che il raso dovrebbe ricordargli?»
Certamente non è il raso che fa il prete.
Ma il prete senza il raso, senza lo schema, senza la testimonianza visibile della sua presenza, rischia di dimenticare egli stesso — e di far dimenticare agli altri — chi è.
E il pericolo diventa ancora più grande quando alla scomparsa della forma esteriore si accompagna la scomparsa della coscienza interiore della missione: quando vengono dimenticati i canoni, relativizzata la Tradizione, banalizzata la separazione tra la Chiesa e le confessioni eterodosse, trasformata la fede in compromesso e il sacro in commercio.
Il raso non è una decorazione.
È memoria.
È responsabilità.
È testimonianza.
È una croce.
E colui che lo porta non deve portarlo soltanto sul corpo.
Deve portarlo soprattutto nel cuore.
Perché abbiamo bisogno di sacerdoti che vivano da sacerdoti.
Sacerdoti che ricordino a se stessi e agli uomini che la Chiesa appartiene a Cristo, e che il clero non è il padrone.
Ne è il custode e il testimone.

IL SALTERIOIl libro dei Salmi di Davide guarisce le antiche ferite delle anime e dona prontamente la guarigione a chi è ...
24/07/2026

IL SALTERIO

Il libro dei Salmi di Davide guarisce le antiche ferite delle anime e dona prontamente la guarigione a chi è stato ferito di recente. Si prende cura del malato e preserva nella salute chi è sano. In generale, per quanto è possibile, sradica le passioni che, in molteplici modi, tiranneggiano le anime degli uomini durante la loro vita, e lo fa mediante una dolce armonia e una santa letizia che generano pensieri puri.
Il Salterio rende serene le anime, le colma di pace e placa il tumulto e i flutti dei pensieri.
Addolcisce l'inclinazione dell'anima all'ira e corregge l'intemperanza. Il Salmo rafforza l'amicizia, riunisce coloro che erano divisi e riconcilia i nemici.
Il Salterio mette in fuga i demoni e attira l'aiuto degli angeli.
È arma contro i timori della notte e ristoro dalle fatiche del giorno.
È sicurezza per i bambini.
È ornamento per gli uomini nel vigore dell'età.
È consolazione per gli anziani.
È un adornamento quanto mai conveniente per le donne.
Popola i deserti e rende ordinate le assemblee.
È fondamento per i principianti, crescita per coloro che progrediscono, sostegno per i perfetti e voce della Chiesa.
Esso rende splendide le feste ed è causa della tristezza secondo Dio, poiché il Salmo fa sgorgare lacrime anche da un cuore di pietra.
☦ San Basilio il Grande, Omelia sui Salmi.

☦ Sant'Ambrogio di Milano nel prologo della Spiegazione del Salmo 1 (Explanatio Psalmi I) scrive:
«Sebbene tutta la Scrittura divina respiri la grazia di Dio, tuttavia il Libro dei Salmi la supera per una speciale dolcezza.»
E continua:
«Nel Libro dei Salmi si trova il frutto di tutta la Scrittura e una medicina per la salvezza dell'uomo».

Il nostro Salterio :

Il libro è stato realizzato con il prezioso contributo e la collaborazione di: Archimandrita padre Paolo Patricolo, Padre Ignazio Blasi, Padre Michele Cavallo, Lettore Andrea Della Lena Guidiccioni

Questo è il tempo dei confessori di fede. Tra calunnie, tradimenti, tentazioni e perseveranza nella verità di Cristo. La...
18/07/2026

Questo è il tempo dei confessori di fede.

Tra calunnie, tradimenti, tentazioni e perseveranza nella verità di Cristo.

La storia della Chiesa non è soltanto la storia dei martiri che hanno versato il proprio sangue per Cristo, ma anche dei confessori della fede, di coloro che, senza essere uccisi dalla spada, hanno affrontato una forma di martirio quotidiano: il disprezzo, l'abbandono, le calunnie, i tradimenti, le persecuzioni, l'isolamento e l'incomprensione. Essi hanno portato la loro croce fino alla fine e sono rimasti saldi nella confessione della retta fede.
La Sacra Scrittura e tutta la Tradizione della Chiesa ci insegnano che questa è sempre stata la sorte di coloro che hanno amato la verità. Nostro Signore Gesù Cristo lo ha detto chiaramente:
«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato Me» (Gv 15,18)».
E ancora:
«Se hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20)».
Per questo motivo nessun cristiano deve stupirsi quando, scegliendo la via della Verità, incontra opposizioni. Al contrario, dovrebbe meravigliarsi se il mondo lo applaude mentre confessa integralmente il Vangelo. La verità di Cristo non è mai stata amata dal mondo decaduto, perché essa smaschera la menzogna e richiama gli uomini al pentimento.
Il Signore stesso ci ha rivelato che la via che conduce alla vita eterna è stretta e angusta:
«Stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano» (Mt 7,14)».
Questa via non è larga, non è facile, non è costruita secondo i criteri del successo umano. È la via della Croce.
Chi desidera arrivare a Cristo deve essere disposto a percorrere questa strada fino in fondo. Non esiste una via alternativa. Non esiste una santità senza combattimento. Non esiste una confessione della fede senza tentazione.
L'Apostolo Paolo ne è il più grande esempio. Nella Seconda Lettera ai Corinzi egli ricorda tutto ciò che ha sopportato per il nome di Cristo: prigionie, flagellazioni, lapidazioni, naufragi, fame, sete, freddo, pericoli da parte dei pagani, dei briganti e persino dei falsi fratelli. A tutto questo si aggiungeva la preoccupazione continua per tutte le Chiese.
Eppure Paolo non si lamenta.
Egli comprende che ogni sofferenza sopportata per Cristo è una partecipazione alle sofferenze del Signore stesso. Per questo può dire:
«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho custodito la fede. Ormai mi è riservata la corona della giustizia» (2 Tm 4,7-8)».
Questa è la speranza di ogni confessore.
La corona non viene data a chi evita il combattimento, ma a chi rimane fedele fino alla fine.
Quanto più grandi sono le tentazioni, tanto più abbondante diventa la grazia di Dio per chi persevera con umiltà. Dio non abbandona mai coloro che soffrono per il Suo Nome.
La grazia dello Spirito Santo diventa il loro conforto, la loro forza e la loro pace.
Nei nostri tempi vediamo realizzarsi ancora una volta questa realtà.
Viviamo un'epoca nella quale lo spirito del mondo è penetrato anche all'interno della vita ecclesiastica. Lo spirito dell'ecumenismo, del compromesso e dell'adattamento al mondo ha indebolito molti. Vediamo monaci, sacerdoti, vescovi e perfino patriarchi rinunciare alla confessione della verità per timore degli uomini, per interesse, per quieto vivere o per desiderio di essere accettati dal mondo.
È una tragedia spirituale.
Come Giuda tradì il Signore con un bacio, così anche oggi Cristo viene tradito da coloro che esteriormente Lo onorano, ma interiormente rinunciano alla verità della Sua Chiesa.
Tuttavia Dio non lascia mai la Sua Chiesa senza testimoni.
Come ai tempi di sant'Atanasio il Grande, di san Massimo il Confessore, di san Teodoro Studita e di san Marco di Efeso, anche oggi il Signore suscita confessori della fede.
Forse sono pochi, forse sono dispersi in diverse parti del mondo, forse non hanno alcun potere umano, ma possiedono ciò che conta veramente: la grazia dello Spirito Santo e la fedeltà alla Tradizione apostolica.
San Massimo il Confessore rimase praticamente solo contro imperatori, patriarchi e gran parte dell'episcopato del suo tempo. Umanamente sembrava sconfitto. Gli furono tagliate la lingua e la mano perché non potesse più insegnare né scrivere.
Chi sta con Cristo, non sta con la cosiddetta maggioranza, non con il potere, non con la politica ecclesiastica, ma con la Verità:
La verità è Cristo stesso.
Per questo ogni generazione deve scegliere da quale parte stare.
Dalla parte della comodità o della Croce.
Dalla parte dell'approvazione del mondo o della confessione della verità.
Noi stessi attraverseremo ancora molte tentazioni. Forse ne arriveranno di più grandi di quelle già vissute.
La domanda non è se arriveranno.
La domanda è se rimarremo fedeli.
Se avremo fiducia nella Provvidenza di Dio.
Se continueremo a confessare Cristo anche quando tutto sembrerà crollare intorno a noi.
Ricordiamo le parole pronunciate dal Signore dopo il discorso sul Pane della Vita. Molti dei suoi discepoli dissero:
«Questo linguaggio è duro; chi può ascoltarlo?», è lo abbandonarono.
Cristo non cambiò il Suo insegnamento per trattenerli.
Lasciò che andassero.
Poi si rivolse ai Dodici chiedendo:
«Volete andarvene anche voi?».
Questa domanda risuona ancora oggi nel cuore di ogni cristiano.
Vogliamo rimanere con Cristo oppure preferiamo seguire il mondo?
Cristo non ci ha promesso una vita facile.
Ci ha promesso la Croce.
Ma insieme alla Croce ci ha promesso anche la Risurrezione.
Che cosa giova infatti all'uomo conquistare il mondo intero se poi perde la propria anima?
La salvezza dell'anima vale infinitamente di più dell'intero universo.
Per questo, se davvero cerchiamo Cristo, dobbiamo essere pronti anche a lasciare tutto pur di trovarLo.
Oggi, in molte parti del mondo ortodosso, i fedeli percorrono centinaia di chilometri, affrontano viaggi lunghi, prendono automobili, treni e aerei per poter partecipare alla Divina Liturgia celebrata nella purezza della fede e ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo,
senza compromessi con l'eresia.
Questo sacrificio non è fanatismo è amore per la Verità che è Cristo stesso.
Oggi bisogna scegliere, come nei tempi di Sant'Atanasio fra le cattedrali e la fede.
Purtroppo molti si affezionano più agli edifici che alla verità della Chiesa. Difendono le mura, dono del demonio, ma dimenticano la fede che rende santo quel luogo. Una chiesa senza la confessione della verità non salva semplicemente perché possiede delle pareti o una cupola. È la presenza della verità di Cristo e della grazia dello Spirito Santo che rende viva la Chiesa.
Il Signore non ci ha chiamati a custodire semplicemente degli edifici.
Ci ha chiamati a testimoniare davanti al mondo che Egli è «la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6).
Questa è la missione della Chiesa.
Questa è la missione dei confessori ed è questa la missione che anche noi siamo chiamati a vivere.
Non sappiamo quali prove ci attendantono, masappiamo che Cristo ci attende alla fine del cammino.
E se Cristo è la meta, allora ogni fatica acquista senso, ogni lacrima diventa preziosa, ogni persecuzione si trasforma in una corona preparata dal Signore.
È quando giungerà l'ora della prova, possiamo anche noi dire con l'Apostolo:
«Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho custodito la fede».

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Ventidue anni di Testimonianza Ortodossa«Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria» (Sal 113B,9).Con quest...
09/07/2026

Ventidue anni di Testimonianza Ortodossa

«Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo Nome dà gloria» (Sal 113B,9).

Con questi sentimenti di gratitudine eleviamo il nostro sguardo a Dio, ripercorrendo i ventidue anni di cammino di Testimonianza Ortodossa.
Tutto ebbe inizio nel 2004, quando, con timore di Dio e piena consapevolezza della mia pochezza, salii sul Santo Monte Athos per chiedere la benedizione del venerabile geronda Parthenios, abate del sacro Monastero di San Paolo. Non cercavo un'opera umana, né desideravo fondare qualcosa di mio; desideravo soltanto conoscere la volontà di Dio.
Il geronda mi disse parole che da allora non hanno mai cessato di risuonare nella mia coscienza: «Ogni cristiano ha il dovere di testimoniare la fede di Cristo, ovunque e in ogni circostanza.»
Da quella benedizione nacque Testimonianza Ortodossa.
All'inizio eravamo una piccola comunità di appena sei fedeli, uniti dal desiderio di custodire, vivere e testimoniare la fede ortodossa così come ci è stata trasmessa dagli Apostoli, custodita dai santi Padri e definita dai santi Concili ecumenici.
Con il passare degli anni, il Signore ha benedetto questo piccolo seme. La comunità è cresciuta, molte anime si sono unite al nostro cammino e, in ogni tappa del nostro servizio, abbiamo sperimentato la presenza della grazia di Dio, che non ha mai cessato di sostenerci, guidarci e fortificarci nelle prove. Se oggi possiamo guardare con gratitudine al cammino percorso, è soltanto perché il Signore è rimasto sempre accanto a noi, trasformando la nostra debolezza in occasione della manifestazione della sua potenza.
Guardando indietro, vediamo con stupore quanto il Signore abbia operato attraverso strumenti deboli e indegni. Se qualcosa di buono è stato compiuto, esso appartiene unicamente alla grazia di Dio.
In questi ventidue anni abbiamo percorso migliaia di chilometri per annunciare la Verità della fede di Cristo. Abbiamo tenuto conferenze, incontri di catechesi, seminari e pellegrinaggi; abbiamo aiutato molte anime ad avvicinarsi alla santa fede e molte ritrovare la pace in Cristo. Abbiamo pubblicato libri spirituali e liturgici, testi di preghiera e opere dei santi Padri, molti dei quali tradotti per la prima volta in lingua italiana, affinché anche il popolo italiano potesse attingere direttamente alle sorgenti della spiritualità ortodossa.
Non siamo mai stati soli. La Provvidenza ha voluto che numerosi monasteri ci sostenessero con la loro preghiera e il loro consiglio. Ricordiamo con profonda riconoscenza il Monastero di San Paolo sul Monte Athos, il Monastero di Gregoriou con il beato geronda Giorgio Kapsanis, il quale mi guidò anche nell'approfondimento della teologia dogmatica, il Monastero di Filotheou, il Monastero di Machairas a Cipro, il Monastero di Dečani in Serbia, il Monastero di Sant'Arsenio e molti altri che, nel silenzio della loro vita ascetica, hanno sostenuto la nostra umile missione davanti al trono di Dio.
Naturalmente non sono mancate le prove. Sarebbe stato illusorio pensare che un'opera dedicata alla testimonianza della Verità potesse procedere senza combattimento. In questi anni abbiamo conosciuto l'incomprensione, la calunnia, l'abbandono e perfino il tradimento da parte di persone che avevano condiviso con noi il pane, la preghiera e la fraternità.
Ma proprio nei momenti più difficili il Signore ci ha consolati anche attraverso le parole di un santo ieromonaco, che mi disse:
«Perché vi meravigliate? Se il Signore stesso fu tradito da uno dei Dodici, come potrebbero i suoi servi sperare di percorrere una strada diversa? Il discepolo non è più grande del Maestro. Se partecipiamo alle sue sofferenze, parteciperemo anche alla sua gloria».
Quelle parole ci hanno insegnato a non guardare agli uomini, ma a Cristo. Gli uomini possono deludere; Cristo rimane fedele. Gli uomini possono cambiare; il Signore non cambia. Gli uomini possono ferire; Cristo continua a guarire.

Un altro motivo di gratitudine è che questa opera non si è mai sostenuta sulle ricchezze materiali. Non abbiamo avuto finanziamenti, strutture importanti o mezzi straordinari. Tutto è stato possibile grazie alla misericordia di Dio, ai sacrifici dei nostri sostenitori e al lavoro gratuito dei fratelli della comunità, che hanno offerto il loro tempo e le loro fatiche senza cercare onori o ricompense.
Questa è forse la testimonianza più bella: vedere che il Signore continua a operare attraverso la debolezza umana. Egli non cerca i forti, ma coloro che si affidano a Lui.
Oggi, dopo più di ventidue anni, possiamo soltanto ringraziare Dio. Ringraziarlo per le gioie e per le croci, per gli amici e per le prove, per le consolazioni e per le umiliazioni. Tutto è stato permesso dalla sua sapienza per la nostra salvezza.
Se il Signore continuerà a concederci vita e forza, proseguiremo questo servizio con lo stesso spirito con cui è iniziato: senza ambizioni umane, senza cercare il consenso del mondo, ma desiderando soltanto rimanere fedeli a Cristo, alla sua santa Chiesa e alla Tradizione ricevuta dai santi Padri.
Senza la grazia di Dio ogni fatica è vana.

I nostri libri:

Libri di spiritualita', di teologia, di preghiera e di patristica della Chiesa Ortodossa

26/06/2026

✝️ L'apostasia del Patriarca di Gerusalemme.
Un tradimento alla Chiesa e a Cristo.

Gerusalemme, città santa dove il Sangue di Cristo ha redento il mondo e dove il Santo Sepolcro custodisce il Mistero della Resurrezione e il Golgota. Eppure, in questo luogo sacro, si è consumato un atto che tradisce lo stesso Cristo: il riconoscimento di un sacerdozio illegittimo, quello di una donna e in più eretica, viene accolta come "arcivescovo".
Questo è una ferita alla Chiesa, una violazione dei Canoni Apostolici che, fin dai primi secoli, hanno protetto la purezza della Fede. Se un Pastore – chiamato a essere colonna e fondamento della Verità (1 Tim 3,15) – riconosce come valido un sacerdozio che la Chiesa non ha mai conferito, non solo cade nell'eresia, ma tradisce lo stesso Cristo, che è la Verità incarnata (Gv 14,6).
Il Sacerdozio è un dono divino, e la Chiesa non riconosce sacerdozio agli eretici, ne riconosce il sacerdozio feminile.
La Chiesa è il Corpo mistico di Cristo (1 Cor 12,27), e il sacerdozio è un sigillo impresso dall'Ordine sacro, trasmesso per successione apostolica ininterrotta.
L'insegnamento patristico e i sacri canoni della Chiesa hanno sempre inteso il sacerdozio come riservato agli uomini, in conformità alla prassi degli Apostoli, che scelsero solo uomini fra i Dodici, e l'Incarnazione del Verbo è avvenuta in un corpo maschile. Questo è l'insegnamento costante della Chiesa. Se una donna fosse "ordinata", l'atto sarebbe nullo: non sacerdozio, ma finzione. E chi riconosce come valido un sacerdozio invalido si rende complice dell'errore.
I Canoni Apostolici sono la colonna portante della disciplina ecclesiale, e la loro violazione non è un semplice errore disciplinare, ma un peccato contro la Verità stessa che è Cristo. Il Canone 46 è chiaro:
"Ordiniamo che il vescovo o il presbitero che abbia accettato il battesimo o il sacrificio degli eretici sia deposto. Infatti quale accordo vi è tra Cristo e Beliar? O quale parte ha il fedele con l'infedele?" (cfr. 2 Cor 6,15).
Questo canone non condanna solo l'eresia in sé, ma chiunque la legittimi. Se un vescovo accetta il sacrificio (l'Eucaristia) o il battesimo da un eretico, perde il suo ufficio. Allo stesso modo, chi accetta e riconosce come valido un sacerdozio che la Chiesa ha sempre escluso, si esporrebbe alla deposizione.
San Basilio Magno insegna:
"Delle dottrine e degli annunci custoditi nella Chiesa, alcuni li possediamo dall'insegnamento scritto, altri li abbiamo ricevuti dalla tradizione degli Apostoli, trasmessi in segreto: e gli uni e gli altri hanno la stessa forza per la pietà" (Sullo Spirito Santo, 27).
Gerusalemme è il simbolo della Fede incrollabile. Qui san Pietro ha predicato la prima Pentecoste (At 2), qui san Giacomo ha presieduto il primo Concilio apostolico (At 15), qui Cristo ha versato il Suo Sangue per la Chiesa.
Se un Patriarca – successore degli Apostoli – si allontana dalla dottrina tramandata in questo luogo santo, tradisce la missione affidatagli, tradisce e rinega Cristo. San Paolo avverte:
"Se anche noi, o un angelo dal cielo, vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema!" (Gal 1,8).
Il patriarcato di Gerusaleme ha rinegato Cristo: perché questo è un peccato contro Dio.
Cristo è la Verità stessa (Gv 14,6). Chi nega i Canoni, nega Cristo. Sant'Ireneo di Lione scrive:
"La Chiesa, sebbene disseminata in tutto il mondo fino ai confini della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli questa fede [...] la custodisce con cura, come se abitasse in una sola casa" (Adversus Haereses, I, 10, 2).
Se un vescovo legittima un sacerdozio che la Tradizione ha sempre escluso, si pone al di fuori della comunione ecclesiale fondata su quella stessa fede unanime. Il Canone 46 lo ribadisce con forza: non può esserci comunione tra la luce e le tenebre (2 Cor 6,14).
Le conseguenze canoniche, secondo la disciplina della Chiesa a chi accetta il sacrificio o il battesimo degli eretici è essere deposto (Can. Apost. 46); la prassi liturgica e canonica della Chiesa riserva il sacerdozio agli uomini, in continuità con gli Apostoli.
San Cipriano di Cartagine, nella sua dottrina sull'unità episcopale, insegna che la comunione ecclesiale si fonda sulla fedeltà alla disciplina della Chiesa: chi se ne distacca, si separa dal corpo che quella disciplina custodisce (cfr. De unitate Ecclesiae).
Gerusalemme è il cuore della nostra Fede, e se il suo Pastore si allontana dalla Verità tramandata, siamo chiamati a vigilare. San Paolo ci esorta:
"Vi esorto a combattere per la fede trasmessa una volta per tutte ai santi" (Giuda 1,3).
Non è divisione, ma fedeltà alla Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica custodire un sacerdozio così come è stato ricevuto dagli Apostoli.
Che Dio ci dia la forza di restare fedeli, anche quando i Pastori si smarriscono.
"Chi ama Cristo, custodisce i Suoi comandamenti" (Gv 14,15).

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Lo Specchio dell’Anima.«Siate misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso.» (Lc 6,36)Non esiste uomo sul...
21/06/2026

Lo Specchio dell’Anima.

«Siate misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso.» (Lc 6,36)
Non esiste uomo sulla terra che non porti la propria croce. Dietro ogni volto si nasconde un dolore segreto, una ferita che non appare agli occhi degli uomini. Uno lotta con la tristezza, un altro con la malattia, un altro ancora con la solitudine, e un altro con le proprie cadute e i propri peccati. Per questo i santi Padri ci insegnano a non affrettarci mai nel giudicare nessuno.
Il Signore disse agli accusatori dell’adultera: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7). E nessuno osò alzare la mano, perché tutti conoscevano l’infermità del proprio cuore. Soltanto Cristo è senza peccato. Noi tutti siamo viandanti feriti dello stesso esilio.
Quante volte il nostro fratello ci sta davanti sorridendo, mentre dentro di sé sanguina. Quante volte nasconde il proprio dolore per non diventare un peso per gli altri. E noi, invece di essergli di consolazione, aggiungiamo una nuova ferita con il nostro giudizio e con la durezza del nostro cuore.
Sant'Isacco il Siro dice: “Non odiare il peccatore, poiché tutti siamo responsabili.” Colui che guarda il proprio fratello con compassione e con dolore del cuore, costui ha iniziato a conoscere l’amore di Dio. Infatti ogni uomo, per quanto possa apparire caduto, porta dentro di sé l’immagine del proprio Creatore. Essa può essere stata oscurata dalle passioni, ma non è stata cancellata.
La vera forza non si trova nella condanna, ma nella condiscendenza misericordiosa. Non è forza mostrare l’errore dell’altro, ma tendergli la mano affinché si rialzi. Così agì Cristo, il quale «non spezzerà la canna incrinata e non spegnerà il lucignolo fumigante» (Mt 12,20).
Ricorda sempre che quando sollevi il tuo fratello, sollevi anche la tua anima. Quando hai misericordia di lui, divieni imitatore di Cristo. E quando perdoni, apri la strada affinché siano perdonate anche le tue colpe.
Alla fine della nostra vita non ci sarà chiesto quanti errori abbiamo scoperto negli altri, ma quanto amore abbiamo mostrato ai fratelli feriti. Poiché «la misericordia trionfa sul giudizio» (Gc 2,13).

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