Il Vangelo del Giorno

Il Vangelo del Giorno Dice il Signore Dio Nostro "Io sono la Via la Verità e la Vita" "io sono l'alfa e l'omega" Il Vangelo = la Buona Novella.

desidero comunicare ai più, che il Vangelo NON è un qualcosa di pesante , astruso, noioso, ma è Vita. Tutti dovrebbero leggere , meditare, fare proprio il Vangelo. esso racchiude un grande messaggio di Speranza....ci dona la forza per superare le avversità di questa vita di passaggio.......dobbiamo metterci in testa che siamo di passaggio....per tanto dobbiamo accogliere il messaggio Messianico di pienezza di vita..che comincia qua sulla terra e prosegue di la........nel Paradiso.

08/06/2026

Il discorso delle Beatitudini, pronunciato da Gesù nella pagina del Vangelo di oggi, è una grande lezione sul modo in cui dovremmo guardare la nostra vita. Molto spesso siamo convinti che ciò che ci manca sia la causa della nostra infelicità. Pensiamo che, se avessimo di più, se fossimo più forti, più sicuri, più appagati, allora saremmo finalmente felici. Gesù invece capovolge questa logica e ci dice che proprio ciò che ci manca può diventare lo spazio in cui Dio opera le cose più grandi. Chi è sazio non desidera più nulla e rischia di perdere il gusto delle cose essenziali. Chi si sente sempre forte fatica a comprendere la fragilità degli altri. Chi è pieno di sé non lascia spazio a nessuno, nemmeno a Dio. Chi vive solo per difendere il proprio equilibrio spesso rinuncia a spendersi per la giustizia e per l'amore. Chi indossa continuamente maschere finisce per non riconoscere più il volto autentico della realtà e neppure quello di Dio. Le Beatitudini non sono l'elogio della sofferenza, della povertà o delle lacrime. Gesù non sta dicendo che il dolore è un bene in sé. Sta dicendo invece che ogni nostra mancanza, ogni ferita, ogni fame di senso può diventare il luogo di un incontro. La povertà di cui parla il Vangelo è la disponibilità a lasciarsi riempire da Dio. Per questo i poveri, gli affamati, i miti, i misericordiosi e i puri di cuore sono chiamati beati: non perché abbiano meno degli altri, ma perché hanno ancora spazio per accogliere ciò che conta davvero. La vera tragedia non è essere mancanti, ma credere di bastare a noi stessi. Quando riempiamo ogni vuoto con qualcosa, quando anestetizziamo ogni desiderio, quando evitiamo ogni fragilità, priviamo la nostra vita della possibilità di una svolta. Le Beatitudini ci insegnano che Dio entra quasi sempre dalle nostre crepe. E ciò che consideriamo una debolezza può diventare il luogo più fecondo della sua grazia.

06/06/2026

«Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti». Gesù ci mette in guardia da una tentazione molto sottile: vivere per essere visti. Gli scribi non sono condannati per ciò che fanno, ma per il motivo per cui lo fanno. Hanno trasformato la loro fede in una vetrina, la loro religiosità in una ricerca di consenso. Quando il cuore ha bisogno continuamente dell'approvazione degli altri, allora significa che ha smesso di cercare Dio e ha cominciato a cercare se stesso. Per questo il Vangelo ci presenta immediatamente una figura completamente diversa: una vedova povera. Nessuno la nota, nessuno la applaude, nessuno la considera importante. Eppure è proprio lei a catturare lo sguardo di Gesù. «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri». Agli occhi degli uomini conta la quantità. Agli occhi di Dio conta l'amore. Gli altri offrono qualcosa del loro superfluo, la vedova offre ciò che è necessario alla sua vita. Gli altri danno senza compromettersi, lei si consegna totalmente. Per questo Gesù vede in quel gesto una grandezza che nessun altro riesce a vedere. Molto spesso siamo preoccupati di fare cose grandi, mentre il Signore ci chiede semplicemente di amare in modo grande. La santità non consiste nell'essere straordinari, ma nel vivere in maniera straordinaria ciò che è ordinario. La vedova non compie un miracolo, non pronuncia discorsi memorabili, non occupa posti importanti, non scrive libri. Fa semplicemente un gesto d'amore totale. «Essi infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Questa donna ci ricorda che la fede è sempre una questione di fiducia. Si può donare tutto soltanto quando si è certi che la propria vita non dipende da ciò che si possiede, ma da Colui al quale ci si affida. E forse il vero problema della nostra vita spirituale è che spesso diamo a Dio molte cose, ma raramente gli consegniamo davvero noi stessi. La vedova povera possiede soltanto due monetine, ma in realtà possiede il tesoro più grande: un cuore che sa affidarsi completamente a Dio. E questo vale più di qualsiasi ricchezza.

04/06/2026

«Qual è il comandamento più grande?» È a questa domanda che risponde Gesù nella pagina del Vangelo di oggi. E la sua risposta è tanto semplice quanto rivoluzionaria. Egli unisce in un unico movimento l'amore di Dio e l'amore del prossimo, mostrando che non possono essere separati. «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» e «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Gesù non sta semplicemente elencando due comandamenti. Sta dicendo che esiste un'unica grande legge capace di dare unità alla nostra vita: l'amore. Per questo non si può dire di amare Dio ignorando il prossimo. E non si può amare veramente il prossimo senza attingere continuamente all'amore di Dio. Le due cose stanno insieme. Infatti il rischio più grande della vita spirituale è dividere ciò che Gesù ha unito. Possiamo rifugiarci in una religiosità fatta di pratiche e devozioni, ma senza attenzione concreta agli altri. Oppure possiamo dedicarci agli altri senza mai nutrire il nostro cuore della relazione con Dio. In entrambi i casi manca qualcosa di essenziale. Gesù ci ricorda che la misura autentica della fede è sempre l'amore. Non le parole che diciamo, non le idee che professiamo, ma la capacità concreta di amare. In pratica soltanto dall'equilibrio di questi tre amori nasce una vita buona: l'amore di Dio, l'amore del prossimo e il sano amore di sé. Chi non ama Dio fatica a trovare il fondamento del proprio amore. Chi non ama il prossimo chiude il cuore. Chi non ama sé stesso finisce per vivere relazioni fragili e distorte. Forse dovremmo fare spesso un semplice esame di coscienza: come sto amando Dio? Come sto amando gli altri? Come sto amando me stesso? Tutta la nostra vita sarà giudicata sulla verità di questi tre amori.

21/05/2026

«Perché tutti siano una sola cosa». Questa preghiera accorata che leggiamo nel Vangelo di oggi è la preghiera che Gesù rivolge al Padre. Ed è forse una delle parole più commoventi di tutto il Vangelo, perché ci mostra il desiderio più profondo del cuore di Cristo: l’unità. Chi ama desidera sempre l’unità. Lo comprendiamo bene anche nelle esperienze più umane. Quante volte un padre o una madre soffrono nel vedere i propri figli divisi, incapaci di parlarsi, feriti dalle incomprensioni o dall’orgoglio! Chi ama non sopporta la separazione. Per questo la preghiera di Gesù non è qualcosa di secondario. È il desiderio stesso del suo amore. Eppure noi cristiani, tante volte, abbiamo disatteso questa richiesta. Le divisioni, le contrapposizioni, le chiusure reciproche feriscono il volto della Chiesa e contraddicono il Vangelo che annunciamo. È anche per questo che il cammino ecumenico della Chiesa non nasce da una sensibilità semplicemente diplomatica o da una moda culturale, ma dalla fedeltà a questa preghiera di Cristo. È Gesù che ha desiderato che i suoi discepoli fossero uniti. Ma unità non significa uniformità. Non significa cancellare le differenze. Significa comunione. Significa imparare a riconoscersi parte dello stesso corpo pur nella diversità dei doni, delle sensibilità e delle storie. La Trinità stessa è il modello di questa unità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono distinti, eppure perfettamente uno nell’amore. Il Vangelo di oggi ci invita allora a domandarci se siamo persone che costruiscono comunione oppure divisione. Perché ogni volta che scegliamo l’orgoglio, la rivalità o il giudizio, ci allontaniamo dal desiderio di Cristo. E ogni volta che costruiamo ponti, che custodiamo legami, che scegliamo la riconciliazione, rendiamo visibile nel mondo qualcosa dell’amore stesso di Dio.

15/05/2026

«La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è giunta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza per la gioia che è venuto al mondo un uomo». È una delle immagini più potenti che Gesù utilizza nel Vangelo di oggi. La vita è come un parto: attraversa il dolore, ma non si esaurisce in esso. C’è una porzione di sofferenza, reale e inevitabile, ma è orientata verso una gioia più grande che la supera e la trasforma. La fede è proprio questo sguardo capace di vedere l’intero. Se ci fermiamo solo a una parte, soprattutto alla parte dolorosa, rischiamo di cadere nella disperazione. Ma se impariamo a leggere la vita nella sua interezza, allora anche ciò che fa male acquista un senso. Il cristianesimo non è il culto della sofferenza. Il dolore, preso da solo, non salva, può anzi distruggere e disumanizzare. Ma quando è legato a un significato, quando è inserito dentro un cammino, allora diventa come le doglie di un parto: non il destino finale, ma un passaggio. Gesù lo dice chiaramente: «Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia». La promessa non è l’assenza del dolore, ma una gioia che nessuno potrà togliere. Una gioia che nasce dall’incontro con Lui e che resiste anche dentro le prove. E conclude: «In quel giorno non mi domanderete più nulla». È come dire che, davanti a questa pienezza, tutte le domande trovano una risposta. Il Vangelo di oggi ci invita allora a guardare oltre il nostro naso. A credere cioè che dentro ogni esperienza, anche la più difficile, può nascondersi una promessa di vita.

13/05/2026

«Quando verrà lo Spirito della verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera». Questa parola del Vangelo di oggi ci ricorda che la fede non è mai una questione chiusa. Non è qualcosa di già compreso una volta per tutte. È un cammino. E lungo questo cammino è lo Spirito Santo che, passo dopo passo, ci introduce sempre più in profondità nella verità. Lo Spirito non impone, ma guida. Non schiaccia, ma allarga. Ci conduce secondo la nostra capacità, rispettando i tempi, facendo crescere dentro di noi uno sguardo più ampio e man mano più realistico. È significativo che questa pagina venga accostata oggi alla memoria della Madonna di Fatima. Anche lì vediamo una pedagogia divina fatta di semplicità, gradualità e profondità. Maria introduce i piccoli nella logica di Dio senza forzarli. I tre pastorelli ne sono un segno evidente. Pur nella loro giovane età, hanno vissuto una profondità spirituale reale, ciascuno secondo un carisma proprio. Lucia con il dono dell’annuncio, Giacinta con quello della riparazione, Francesco con l’amore silenzioso e intenso per Gesù Eucaristia. È come se ciascuno di loro avesse accolto e restituito il Vangelo secondo la propria misura. Non in modo uniforme, ma nella diversità. Questo ci aiuta a comprendere che anche per noi il cammino della fede è personale. Lo Spirito non ci rende copie, ma persone uniche. E dentro questa unicità ci conduce alla verità. Il Vangelo di oggi, allora, ci invita a fidarci di questo processo. A non pretendere di capire tutto subito, ma a lasciarci guidare. Perché è proprio lo Spirito che, nel tempo, apre la nostra vita a una comprensione sempre più piena di Cristo e di noi stessi perché in fondo nemmeno noi sappiamo bene chi siamo davvero.

12/05/2026

«È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore». Queste parole di Gesù nel Vangelo di oggi contengono una lezione profonda. A volte amare significa lasciare spazio all’altro. Significa non trattenere, non occupare tutto, ma permettere che l’altro emerga. Questo lasciare spazio può essere vissuto come distanza, come vuoto, persino come assenza. Eppure non è abbandono. È una forma più alta di amore, perché rende possibile la libertà. Anche nella nostra esperienza spirituale accade qualcosa di simile. Quando ci sembra che Dio sia lontano, che non si faccia sentire, non significa che ci abbia lasciati. Può essere, invece, il modo attraverso cui ci invita a mettere in gioco ciò che siamo. È come se volesse far emergere forze che sono già dentro di noi, ma che restano nascoste finché non siamo chiamati a usarle. È lo Spirito Santo, dono dall’alto, che opera in profondità e trasforma il cuore. Gesù aggiunge che lo Spirito «convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio». Il peccato, nella sua radice più profonda, non è semplicemente sbagliare, ma non credere. È chiudersi alla relazione con Cristo, non fidarsi di Lui. La giustizia, invece, è legata al fatto che Gesù «va al Padre». Non si impone più con evidenza, non si offre come una presenza che elimina la libertà. Proprio per questo la fede diventa una scelta reale. Infine, il giudizio: «il principe di questo mondo è già condannato». Significa che il male, pur continuando a manifestarsi, è già stato vinto. Se lo Spirito ci convince di queste tre cose abbiamo tutto il necessario per vivere diversamente tutto: fidato di Cristo, accetta di assumerti la tua responsabilità e ricordati che Gesù ha già vinto tutto, anche ciò che oggi ti fa perdere.

11/05/2026

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». Basterebbe questo versetto del Vangelo di oggi per comprendere che la pace che dona Cristo è radicalmente diversa da quella che offre il mondo. La pace del mondo dipende sempre dalle circostanze. Se le cose vanno bene, se non ci sono problemi, se tutto è sotto controllo, allora ci sentiamo in pace. Ma basta poco perché questa pace venga meno. La pace di Cristo, invece, non nasce dalle condizioni esterne. È una pace che può abitare anche dentro la tempesta, nel buio, nel fallimento, nella prova, persino davanti alla morte perché non si fonda su ciò che accade, ma su una relazione. È una pace stabile, che non finisce, perché poggia sulla fedeltà di Gesù nei nostri confronti. Non è qualcosa che costruiamo noi, ma qualcosa che riceviamo. Possiamo immaginarci come bambini piccoli che si aggrappano al braccio del padre. Non è la loro forza a renderli sicuri, ma il fatto di essere tenuti. È quella presenza che diventa il loro equilibrio. Anche per noi è così: nessuno è abbastanza forte da costruirsi da solo una stabilità definitiva. Ma quando la nostra vita è fondata su Cristo, allora troviamo un appoggio che non viene meno. La vera pace nasce da qui: dall’essere custoditi, dall’essere tenuti, dall’essere dentro una relazione che non crolla. E questa è la pace che il Vangelo oggi ci consegna. Non una tregua momentanea, ma un fondamento stabile su cui poggiare tutta la vita.

08/05/2026

Un unico lascito Gesù consegna ai suoi discepoli, e il Vangelo di oggi ce lo ricorda con chiarezza: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Non è semplicemente l’invito a un amore reciproco. È qualcosa di più esigente: un amore che assomiglia al suo. E qual è la misura dell’amore di Cristo? Gesù stesso lo dice: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici». L’amore cristiano ha questa caratteristica: è un amore che sa donarsi, che non si trattiene, che arriva fino al dono di sé. Non è un sentimento vago, ma una scelta concreta. Ma c’è un passaggio ancora più sorprendente: «Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamato amici». Gesù non ci considera semplicemente come seguaci, devoti o ammiratori. Ci chiama amici. E l’amicizia cambia tutto. L’amico è qualcuno con cui si parla apertamente, qualcuno davanti al quale non si recita un ruolo. È una relazione diretta, personale, senza maschere. È bello pensare che Gesù si rivolge a noi così, faccia a faccia. E allora nasce una domanda: noi siamo capaci di stare davanti a Lui allo stesso modo? Sappiamo parlargli da amici? Questa forma di dialogo si chiama preghiera. Non una ripetizione formale di parole, ma un incontro. Un parlare e un ascoltare dentro una relazione faccia a faccia tra amici che si vogliono bene e per cui si darebbe la propria vita. Il Vangelo di oggi ci invita proprio a questo: a passare da una fede vissuta come dovere e forma a una fede vissuta come amicizia. Perché è solo dentro questa amicizia che l’amore diventa possibile, concreto, vero. Quando ero piccolo mi insegnarono una canzone che da grande ho deriso molte volte perché mi sembrava troppo banale. Ma crescendo mi sono reso conto che era una canzone che mi aveva insegnato a dire l'unica cosa che conta: “Io ho un amico che mi ama…il suo nome è Gesù”. La catechista che ce la insegnò ora è in cielo, e sono sicuro che starà sorridendo sapendo di questa mia confessione pubblica.

06/05/2026

Due immagini potenti ci vengono consegnate dalla pagina del Vangelo di oggi. La prima è quella della vita: «Io sono la vite, voi i tralci». Il Padre è il vignaiolo e ciascuno di noi è un tralcio chiamato a rimanere unito a Cristo. Ma un tralcio può anche non portare frutto, e per questo ha bisogno di essere potato. La potatura è un taglio, e ogni taglio, nella vita, fa male. Eppure non tutti i tagli sono distruttivi. Alcuni sono necessari, perché liberano la pianta da ciò che è superfluo e la rendono capace di fruttificare. Quante volte anche noi facciamo esperienza di “tagli”: situazioni che non abbiamo scelto, rinunce, perdite, cambiamenti. Se siamo uniti a Cristo, quei tagli non ci distruggono, ma ci purificano. Ci aiutano a smettere di vivere di apparenza, di foglie, e ci orientano verso ciò che conta davvero: il frutto. Ma c’è anche un altro tipo di taglio, quello che separa dalla vite. E allora il tralcio si secca. Senza il legame con Cristo, la vita perde la sua linfa. Per questo Gesù dice una parola chiara: «Senza di me non potete far nulla». Non è una condanna, ma una verità. Non significa che siamo incapaci di agire, ma che senza di Lui rischiamo di perdere il senso, la profondità, la vita vera. È come una pianta senza acqua: può resistere per un po’, ma non può vivere davvero. Cristo è ciò che dà vita alla nostra vita. E tuttavia dobbiamo riconoscere con lealtà che Dio può raggiungere una persona anche per vie misteriose. Ci sono persone che incontriamo e che sono profondamente vive, autentiche, luminose. Il loro segreto, in fondo, è sempre Cristo, anche quando non ne hanno piena consapevolezza.

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