Il Vangelo del Giorno

Il Vangelo del Giorno Dice il Signore Dio Nostro "Io sono la Via la Verità e la Vita" "io sono l'alfa e l'omega" Il Vangelo = la Buona Novella.

desidero comunicare ai più, che il Vangelo NON è un qualcosa di pesante , astruso, noioso, ma è Vita. Tutti dovrebbero leggere , meditare, fare proprio il Vangelo. esso racchiude un grande messaggio di Speranza....ci dona la forza per superare le avversità di questa vita di passaggio.......dobbiamo metterci in testa che siamo di passaggio....per tanto dobbiamo accogliere il messaggio Messianico di pienezza di vita..che comincia qua sulla terra e prosegue di la........nel Paradiso.

12/09/2026

Ogni tanto mi viene domandato come si fa discernimento, cioè come possiamo capire da quale parte stia il bene e quale sia la scelta giusta da compiere. Il Vangelo di oggi ci consegna un criterio estremamente concreto: «Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto». Gesù sembra dirci che non basta domandarci se una cosa ci piace, ci entusiasma o corrisponde alle nostre aspettative. Dobbiamo soprattutto guardare che cosa produce dentro di noi e nella nostra vita. Una scelta buona produce frutti buoni. Ci rende più liberi, più capaci di amare, più disponibili alla realtà. Porta luce, allarga il cuore, ci rende maggiormente capaci di assumerci le nostre responsabilità. Una scelta sbagliata, invece, alla lunga ci restringe, ci imprigiona, ci ripiega su noi stessi, ci rende meno liberi. Questo non significa che tutto ciò che viene da Dio sia facile o immediatamente piacevole. A volte una scelta giusta può costare moltissimo. La libertà non coincide con la comodità. Anche una decisione faticosa può essere profondamente liberante, mentre qualcosa che inizialmente ci gratifica può, con il tempo, trasformarsi in una prigione. Per questo discernere significa avere il coraggio di guardare i frutti e non soltanto le intenzioni. Possiamo raccontarci molte cose, trovare infinite giustificazioni, costruire ragionamenti perfetti. Ma prima o poi la realtà mostra ciò che una scelta sta producendo. Gesù aggiunge poi un secondo criterio altrettanto decisivo. Non basta ascoltare la sua Parola. Bisogna metterla in pratica. Possiamo partecipare a incontri, ritiri, celebrazioni, leggere libri spirituali e ascoltare infinite predicazioni, ma tutto questo serve davvero soltanto se lentamente diventa vita concreta. La fede non si misura dalla quantità delle cose spirituali che sappiamo, ma da quanto ciò che abbiamo ascoltato entra nelle nostre decisioni quotidiane. Perché arriva sempre un momento in cui la vita mette alla prova ciò che abbiamo costruito. Ed è allora che scopriamo se abbiamo edificato soltanto bei ragionamenti oppure fondamenta capaci di reggere. Il vero discernimento, alla fine, ha due domande semplicissime: quali frutti sta producendo questa scelta? E ciò che credo sta diventando realmente il mio modo di vivere?

11/09/2026

«Può forse un cieco guidare un altro cieco?». È una domanda del Vangelo che dovrebbe accompagnare soprattutto chi ha il compito di educare, predicare, accompagnare o semplicemente consigliare qualcuno. Perché il rischio è sempre lo stesso: pensare di essere maestri della vita degli altri senza esserlo prima di tutto della propria. La verità è che possiamo trasmettere davvero soltanto ciò che, almeno in qualche modo, abbiamo incontrato e sperimentato. Possiamo certamente indicare anche una verità che noi stessi facciamo fatica a vivere, ma dovremmo farlo con l'umiltà di chi non parla dall'alto, bensì dalla stessa strada che stanno percorrendo gli altri. È forse questa la differenza tra un testimone e un moralista. Il moralista indica continuamente ciò che gli altri dovrebbero cambiare. Il testimone, invece, comincia da se stesso. Sa che la prima persona bisognosa di conversione è proprio lui.
Per questo Gesù usa l'immagine della pagliuzza e della trave. Siamo straordinariamente capaci di accorgerci dei piccoli difetti degli altri e sorprendentemente ciechi davanti alle nostre contraddizioni. Il giudizio diventa così un modo molto raffinato per evitare di fare i conti con noi stessi. Gesù non ci sta chiedendo di diventare indifferenti davanti al male o di smettere di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Ci sta chiedendo qualcosa di molto più difficile: cominciare sempre la conversione da noi stessi, è questo l’insegnamento migliore che possiamo impartire agli altri.

09/09/2026

«Alzati gli occhi verso i suoi discepoli». È con questo gesto che Luca introduce le Beatitudini. Forse dovremmo fermarci proprio qui: che cosa vede Gesù quando guarda ciascuno di noi? Vede poveri, persone che soffrono, uomini e donne fragili che ogni mattina tentano di ricominciare. Vede chi ha fame non soltanto di pane, ma di amore, di senso, di giustizia. Vede chi piange e magari deve nascondere le proprie lacrime perché la vita gli chiede comunque di andare avanti. Ma vede anche chi pensa di bastare a se stesso, chi si sente ormai sazio, chi ha organizzato la propria esistenza in modo da non avere più bisogno di nessuno, nemmeno di Dio. Gesù chiama beato chi normalmente noi considereremmo sfortunato e pronuncia parole severe su chi, invece, secondo la logica del mondo sembrerebbe avercela fatta. Ma Gesù non sta dicendo che la povertà, la fame o il pianto siano cose buone. Sta dicendo qualcosa di diverso: proprio quando sperimentiamo una mancanza possiamo ancora desiderare, attendere, cercare, lasciarci raggiungere. Il vero pericolo comincia quando non aspettiamo più nulla perché pensiamo di avere già tutto. La sazietà di cui parla il Vangelo può diventare una terribile forma di chiusura. È la condizione di chi non sente più il bisogno degli altri, non si lascia più mettere in discussione, non desidera più cambiare. È una vita apparentemente piena ma interiormente ripiegata su se stessa. Oggi Gesù guardando noi cosa vede realmente? Un beato o un guaio?

08/09/2026

Tutti noi veniamo da qualcuno. Nessuno comincia dal nulla. La nostra storia è fatta di persone che ci hanno preceduto, di volti, di scelte, di sì pronunciati prima ancora che noi potessimo pronunciare il nostro. Celebrare la Natività di Maria significa ricordarci innanzitutto questa verità: anche Gesù viene da una storia e questo perché egli è veramente uomo non solo veramente Dio. E se è veramente uomo, allora anche Lui ha voluto avere una storia umana. Non è apparso improvvisamente nel mondo. È entrato dentro una genealogia, dentro una famiglia, dentro una trama di volti e di vicende che lo precedono.
In questa storia Maria occupa un posto unico. In lei l'umanità che accoglie Cristo corrisponde in maniera singolare al progetto originario di Dio. È ciò che la fede della Chiesa esprime quando parla dell'Immacolata Concezione. Dio non sceglie Maria per usarla come uno strumento. Attende il suo sì. E quel sì diventa lo spazio umano attraverso cui il Figlio di Dio entra nella storia. Forse proprio qui possiamo comprendere qualcosa di importante: Amare qualcuno non significa possederlo, decidere al suo posto o costruirgli addosso il futuro che abbiamo immaginato per lui. Maria ama Gesù accogliendolo, custodendolo e, soprattutto, lasciandolo libero. Il suo «eccomi» non è soltanto disponibilità a diventare madre. È la disponibilità ad accogliere un progetto che non controllerà mai completamente. Maria dice sì senza mettere condizioni a Dio. Forse la Natività di Maria ci ricorda proprio questo: le storie più grandi cominciano quasi sempre dal sì di qualcuno. Anche noi siamo qui perché qualcuno, prima di noi, ha detto sì alla vita. E forse qualcun altro potrà incontrare qualcosa di decisivo proprio attraverso il sì che noi avremo il coraggio di pronunciare oggi.

07/09/2026

La scena raccontata dal Vangelo di Luca è molto semplice. Siamo in una sinagoga, quindi in un luogo sacro. Ci sono le Scritture, la preghiera, l'insegnamento, il culto. Ma in mezzo a tutto questo c'è anche un uomo che soffre, un uomo con una mano inaridita. Tutti lo vedono, ma sembra che nessuno si accorga veramente di lui. Gesù invece sì. «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Forse è questa la prima grande lezione del Vangelo di oggi. Gesù prende questo invisibile e lo mette al centro. Ci ricorda così che non esiste autentica esperienza religiosa se essa diventa incapace di accorgersi della sofferenza concreta delle persone. Possiamo avere luoghi sacri, conoscere perfettamente le Scritture, rispettare tutte le regole e celebrare correttamente il culto, ma se chi soffre rimane invisibile allora qualcosa di essenziale della fede è andato perduto. Il primo miracolo che Gesù compie, prima ancora di guarire quella mano, è restituire visibilità a quell'uomo. Gli restituisce il centro della scena, la dignità di una persona che merita di essere guardata e presa sul serio. Forse questo dovrebbe essere anche il primo miracolo del cristianesimo: rendere visibili gli invisibili. Accorgerci di chi rimane ai margini, di chi non ha voce, di chi porta una sofferenza che gli altri hanno ormai smesso di vedere. Ovunque ci troviamo, chi soffre ha diritto a non essere lasciato solo ai margini della nostra attenzione. Ma il racconto contiene anche un paradosso drammatico. L'uomo ha una mano inaridita, mentre coloro che lo osservano sembrano avere qualcosa di ancora più grave: un cuore inaridito. Sono talmente concentrati sulla regola da non riuscire più a gioire per il bene di una persona. Gesù guarisce la mano di quell'uomo, ma il Vangelo lascia davanti a noi una domanda molto più inquietante: chi guarirà il cuore di chi non prova più compassione?

13/07/2026

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!». Questa espressione che Gesù usa nel Vangelo di oggi ci ricorda che la presenza di Cristo nella nostra vita dovrebbe essere riconoscibile soprattutto da una cosa: dalla passione con cui viviamo. Un cristiano non è tale perché vive in maniera tiepida, rassegnata o semplicemente corretta. È cristiano perché l'incontro con Gesù ha acceso dentro di lui un fuoco, cioè un desiderio più grande di vivere, di amare, di spendersi, di trovare un senso per cui valga la pena consegnare la propria esistenza. La fede autentica non raffredda la vita, ma la rende più intensa. Proprio questa passione, però, ci obbliga anche a ristabilire delle priorità. Gesù usa parole molto forti quando parla del rapporto con il padre, la madre, i figli e le persone che amiamo. Non ci sta chiedendo di amarli di meno. Ci sta ricordando che nessuna creatura può prendere il posto di Dio. Possiamo infatti trasformare in idoli persino le realtà più belle della nostra vita. Una relazione, un figlio, un matrimonio, un lavoro, una vocazione possono diventare qualcosa di assoluto. E quando ciò accade, ciò che dovrebbe renderci felici comincia invece a renderci schiavi. Solo Dio può occupare il centro senza distruggere tutto il resto. Mettere Cristo al primo posto non significa togliere spazio alle persone che amiamo. Significa imparare ad amarle meglio. Quando chiediamo a qualcuno di essere il dio della nostra vita, gli imponiamo un peso che nessun essere umano può sopportare. Quando invece Dio torna al centro, ogni relazione ritrova la propria libertà e la propria verità. Per questo Gesù conclude con un paradosso: «Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà». Chi vive cercando soltanto di proteggersi, conservarsi e salvarsi finisce per perdere il gusto stesso dell'esistenza. Chi invece trova qualcosa per cui vale la pena donarsi scopre finalmente la vita.

30/06/2026

«Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde. Egli, invece, dormiva». È difficile non riconoscersi in questa pagina del Vangelo. Ci sono momenti in cui la vita sembra travolta dagli eventi. Le prove, le sofferenze, le delusioni e le ingiustizie si abbattono su di noi come onde impetuose. E la sensazione più dolorosa è proprio quella dei discepoli: Dio sembra dormire o non esistere. Quante volte anche noi ci domandiamo come sia possibile che il Signore rimanga in silenzio davanti a ciò che stiamo vivendo. Se davvero ci ama, perché non interviene subito? Perché permette che la tempesta continui? È la stessa domanda che attraversa il cuore di ogni credente almeno una volta nella vita. Per questo la preghiera dei discepoli diventa anche la nostra: «Signore, salvaci, siamo perduti!». Ma Gesù, prima ancora di calmare il mare, si rivolge al cuore dei suoi amici: «Perché avete paura, uomini di poca fede?». Non rimprovera la loro debolezza, ma cerca di guarire la radice della loro angoscia. La fede, infatti, non consiste nel vivere una vita senza tempeste. Non è la garanzia che non ci accadrà nulla di doloroso. La fede è la certezza che nessuna tempesta può separarci dalla presenza di Cristo. Anche quando sembra dormire, Egli è nella barca, e questo cambia tutto. Perché il problema non è l'intensità delle onde, ma la consapevolezza di non essere soli. Il miracolo più grande non è una vita senza difficoltà, ma un cuore che, nel mezzo delle difficoltà, continua a fidarsi. La prova dell'esistenza di Dio non è che il male scompaia dalla nostra vita. È che il male non abbia l'ultima parola. È che, anche nelle notti più buie, troviamo una forza che non viene da noi. È che, quando tutto sembra perduto, scopriamo di essere ancora sostenuti da una Presenza che non ci abbandona mai.

29/06/2026

È bello che, nella festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo, il Vangelo ci faccia ascoltare la professione di fede di Pietro. Ma prima della sua risposta c'è una domanda decisiva di Gesù: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Non è una curiosità. È il punto di partenza di ogni autentica testimonianza cristiana. Gesù ci invita anzitutto a guardare il mondo così com'è. A osservare ciò che la gente pensa, spera, teme e soffre. A domandarci quale volto di Dio abita il cuore delle persone che incontriamo ogni giorno. Molti immaginano un Dio lontano, altri un Dio severo, altri ancora pensano di poter vivere come se Dio non esistesse. La fede non nasce ignorando queste domande, ma lasciandosi provocare da esse. Solo dopo aver ascoltato ciò che abita il cuore degli uomini, Gesù pone la domanda decisiva: «Ma voi, chi dite che io sia?». È qui che il Vangelo diventa personale. Non basta sapere ciò che gli altri pensano di Cristo. Occorre prendere posizione. La fede non consiste nel ripetere una formula imparata, ma nel riconoscere con tutta la propria vita che Gesù è davvero «il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù non chiede a Pietro di convincere gli altri con argomenti irresistibili. Gli chiede di essere testimone. Quando una persona incontra davvero Cristo, cambia il suo modo di guardare, di amare, di gioire, di affrontare la sofferenza e perfino di vivere la morte. È questa trasformazione che rende credibile il Vangelo. Pietro e Paolo ne sono la prova. Diversissimi per carattere, storia e sensibilità, hanno percorso strade differenti, ma entrambi hanno lasciato che Cristo diventasse il centro della loro esistenza. Per questo hanno cambiato il mondo. Non con il potere, non con la forza, ma con la testimonianza di una speranza che nessun potere umano avrebbe potuto offrire. Ecco perché la festa di oggi ci domanda di che speranza stiamo vivendo noi.

22/06/2026

«Non giudicate, per non essere giudicati». Questa parola di Gesù, nel Vangelo di oggi, viene spesso fraintesa. A prima vista sembra quasi un invito a rinunciare a ogni forma di discernimento. Ma non è questo che Gesù intende. Noi abbiamo bisogno di giudicare nel senso di valutare, distinguere, comprendere ciò che è bene da ciò che è male. Senza questa capacità non potremmo orientarci nella vita. Il giudizio di cui parla Gesù è un'altra cosa. È quel giudizio che si trasforma in condanna. È l'atteggiamento di chi pretende di racchiudere una persona dentro una definizione, un errore, una caduta, una fragilità. È il giudizio che non lascia spazio alla crescita, al cambiamento, alla possibilità di redenzione. In questo senso il giudizio chiude, mentre l'amore apre. Forse per questo si può dire che il giudizio accusatorio è il linguaggio del demonio. Nella Scrittura il demonio è chiamato "l'accusatore". Il suo modo di agire consiste nel ridurre una persona al suo peccato, convincendola che non potrà mai essere diversa da ciò che ha fatto. L'accusa imprigiona, schiaccia e toglie speranza. Dio invece guarda le cose in maniera completamente diversa. La sua misericordia non è una forma di ingenuità che ignora il male. Dio vede tutto con estrema lucidità. Vede la verità delle nostre scelte, delle nostre contraddizioni e delle nostre ferite. Ma guarda ogni cosa con l'intenzione di salvare, non di umiliare. La misericordia è il modo con cui Dio giudica il mondo: uno sguardo che riconosce il male senza identificare la persona con il male che ha compiuto. Per questo Gesù ci invita a una conversione profonda del nostro sguardo. Quante volte siamo severi con gli altri e indulgenti con noi stessi. Quante volte vediamo immediatamente gli errori altrui e fatichiamo a riconoscere i nostri. Il Vangelo ci chiede invece di imparare lo stile di Dio: uno sguardo vero, ma mai senza amore; lucido, ma mai senza compassione. Quando smettiamo di condannare gli altri, non diventiamo meno attenti alla verità. Diventiamo semplicemente più simili al Padre. E la misura della nostra maturità cristiana non è la capacità di trovare gli errori delle persone, ma la capacità di vedere in ciascuno una storia che Dio non ha ancora smesso di salvare.

20/06/2026

«Non potete servire Dio e la ricchezza». Le parole di Gesù nel Vangelo di oggi ci costringono a riconoscere una verità fondamentale: il problema non è possedere delle cose, ma lasciare che siano le cose a possedere noi. Quando il denaro diventa il criterio ultimo delle nostre scelte, smette di essere uno strumento e si trasforma in un idolo. L'idolo più grande generato dalla ricchezza non è tanto l'avidità, quanto l'illusione di poter controllare tutto. Pensiamo che accumulando, prevedendo e organizzando ogni cosa riusciremo a metterci al riparo dall'incertezza della vita. Ma più cerchiamo sicurezza nelle cose, più cresce dentro di noi l'affanno. È una rincorsa che non finisce mai, perché nessuna quantità di beni riesce a colmare il bisogno di pace che portiamo nel cuore. Per questo Gesù ci invita a guardare altrove. Dio non promette una vita senza problemi né una sorta di benessere garantito. Promette una relazione. E questa relazione cambia il modo di stare dentro la realtà. Chi sa di essere amato e custodito da Dio non vive più dominato dalla paura del futuro. Quando Gesù dice di non affannarci per ciò che mangeremo, berremo o indosseremo, non sta proponendo una forma di irresponsabilità. Non invita alla passività né alla superficialità. Ci sta insegnando a ristabilire le priorità. Le cose necessarie hanno il loro posto, ma non possono occupare tutto il nostro cuore. Prima viene il Regno di Dio, prima viene la ricerca di ciò che conta davvero, e tutto il resto trova la sua giusta collocazione. La preoccupazione continua, infatti, ci strappa dal presente. Chi vive costantemente proiettato in avanti non abita mai veramente la propria vita. È sempre nel domani, nei problemi che potrebbero arrivare, nelle paure che immagina. Così perde la capacità di riconoscere il bene che Dio gli sta già donando oggi. Per questo il consiglio conclusivo di Gesù è di una sapienza pratica: «Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena». La fede non elimina le difficoltà, ma ci restituisce il presente. E il presente è l'unico luogo in cui possiamo incontrare Dio, amare davvero e vivere pienamente. Il presente è il luogo dove c’è il volto di chi ami, di quello che fai di chi sei veramente.

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