03/05/2026
Questo nostro post nasce come gesto di cura.
In questi anni di preparazione abbiamo imparato che ascoltare non basta: bisogna anche fissare, custodire, restituire.
Per questo abbiamo scelto di mettere per iscritto ciò che il Convegno ci ha donato: non per noi soltanto, ma per tutta la diocesi che ci ha inviati con fiducia.
Questo diario, allora, è il nostro modo per dire:
abbiamo ricevuto molto, e vogliamo restituirlo.
Perché la diocesi possa camminare con passi più sicuri, perché le famiglie trovino parole nuove, perché i giovani sentano che la Chiesa li guarda con fiducia, perché le comunità possano diventare davvero luoghi che generano legami.
È un diario, sì.
Ma è soprattutto un atto di comunione.
Emilio De Stefano E Domenica Acampora
DIARIO DI BORDO
Convegno CEI – “Addomesticare il mondo”
Verona, 30 aprile – 3 maggio 2026
Giorno 1 – Il mosaico che prende vita
Arriviamo a Verona con quella sensazione di “inizio” che non è solo logistico, ma spirituale.
Le diocesi del Triveneto si presentano una ad una, come tessere di un mosaico che prende forma sotto i nostri occhi.
Non è un elenco: è un racconto di volti, di storie, di fatiche e di speranze.
La sociologia, in questo contesto, non è fredda: diventa lente che aiuta a vedere meglio, a capire dove pulsa la vita e dove invece si assottiglia.
Poi arriva lui, il Cardinale Zuppi, con la sua capacità di parlare semplice e profondo.
Ci porta subito nel cuore del tema: addomesticare, come insegna il Piccolo Principe.
Non addomesticare per possedere, ma per creare legami che cambiano il mondo.
Nell’era digitale, dice, non possiamo limitarci a “proteggere” la famiglia: dobbiamo educare ai legami, perché senza legami non c’è futuro.
La sera scivola via tra parole, sorrisi, un bicchiere condiviso.
È già comunità.
Giorno 2 – Il corpo che parla, il Vangelo che tocca
La mattina si apre con don Maurizio Girolami.
La sua voce calma ci porta dentro la Scrittura come dentro una casa abitata.
Ci mostra un Gesù che non cancella le crepe, ma le risignifica.
Un Gesù che non distrugge le anfore imperfette, ma le riempie di vino nuovo.
La relazione, dice, è un’arte resistente: come il vasaio che non butta via la creta, ma la plasma con pazienza.
Poi arriva suor Marzia, e il tono cambia: diventa più corporeo, più incarnato.
Lei ci ricorda che il corpo è l’ingresso dell’anima.
Gesù ascolta, tocca, parla.
In quest’ordine.
E ogni gesto è un atto educativo:
– tocca per restituire autonomia
– guarda per ridare dignità
– cammina per accompagnare
– piange per condividere
– si lascia toccare per farsi prossimo.
Zaccheo cambia per uno sguardo.
La Samaritana cambia perché qualcuno la vede davvero.
A Betania, Maria compie un gesto che è teologia del corpo.
Il pomeriggio è dei giovani.
Arrivano da Modena con dati, interviste, laboratori.
Ma soprattutto arrivano con una verità semplice:
“Abbiamo bisogno di maestri e testimoni.”
Non di eroi perfetti, ma di adulti veri.
Ci restituiscono un colore: il grigio.
Non tristezza, ma sostanza.
La speranza – dicono – è venuta dai “capelli grigi”.
E chiedono storytelling, non prediche.
Vogliono una fede che renda felici.
La sera, il concerto dei The Sun.
Non è solo musica: è un rito di luce.
È la prova che il Vangelo può ancora incendiare i cuori.
Giorno 3 – Onlife: dove il corpo incontra il digitale
La mattina si apre con il professor Padula.
Ci invita a uscire dalle dicotomie facili: reale/virtuale, bene/male, corpo/schermo.
Il digitale non è un altrove: è un ambiente.
Siamo onlife, non online.
E in questo ambiente rischiamo di perdere il tatto, di vivere solo di vista, di consumare l’altro invece di incontrarlo.
Poi don Andrea Ciucci ci porta dentro una verità che spiazza:
il digitale non è uno strumento, è l’acqua dei pesci.
Non si tratta di evitarlo, ma di renderlo potabile.
Il controllo ossessivo non educa: soffoca.
Papa Francesco lo dice chiaramente: non si cresce con la paura.
La sfida non è proibire, ma costruire strade.
Il pomeriggio è affidato a Giuseppe Dardes.
Parla di comunità come se parlasse di un organismo vivo.
Ci spiega la differenza tra munus (dono senza scopo) e donum (dono che attende ritorno).
Se non accettiamo il munus, diventiamo immuni agli altri.
E allora la comunità si spegne.
Le quattro direzioni della comunità educante diventano come i punti cardinali di una mappa:
– cura dell’altro
– cura dell’interiorità
– cura della comunità
– ruolo delle famiglie
Il fine è semplice e immenso:
la fioritura di tutti.
Il motore:
il desiderio acceso.
La visita alla basilica di San Zeno è come entrare in un grembo antico.
Le pietre parlano di una Chiesa che attraversa i secoli, che custodisce, che attende.
È un momento di silenzio che diventa radice.
Alla fine, tutto si raccoglie in un’immagine: un albero.
– Radici: il silenzio di Nazareth, la gratuità
– Tronco: il corpo vulnerabile, il tocco che educa
– Innesto: la saggezza del corpo nell’onlife
– Chioma: la comunità che si prende cura
La comunità educante non è controllo, ma promessa di presenza.ciò che resta non sono le slide, ma gli sguardi.
Non i programmi, ma la postura.
Non le strategie, ma la promessa.
Addomesticare il mondo significa questo:
trasformare i legami in riti che generano vita.
E capire che la comunità educante nasce quando qualcuno decide di esserci, davvero, senza perfezione, senza paura, con il coraggio di amare nella fragilità.