VOCE Divina

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SOTTO LE TUE ALI21 giugno- XII domenica Mt 10,26-33Voi valete più di molti passeri. Voi avete il nido nelle mani di Dio....
19/06/2026

SOTTO LE TUE ALI

21 giugno- XII domenica

Mt 10,26-33

Voi valete più di molti passeri. Voi avete il nido nelle mani di Dio.
Come ogni volta, ecco arrivare l’emozione di immagini che raccontano di un Dio che fa per te ciò che nessuno mai ha fatto, che nessuno farà mai: ti conta i capelli in capo, ama ogni dettaglio, ogni briciola di te.
Non temete, non abbiate timore: perfino i vostri capelli sono contati. Il minimo di te, il niente di un capello, per dire che Qualcuno ti vuole bene fibra su fibra, dettaglio su dettaglio.

Eppure i passeri continuano a cadere, gli innocenti continuano a morire e i bambini si vendono per un soldo, o sono gettati via, abbandonati, appena spiccato il volo. Ma allora, è Dio che fa cadere, che spezza le loro ali? No, il Vangelo non dice questo, letteralmente impiega due parole sole: senza (àneu, nel greco evangelico) il Padre: neppure un passero cadrà a terra senza che il Padre ne sia coinvolto. Dio sarà lì, ci va di mezzo in ogni volo, in ogni croce, in ogni caduta; e chi cade non finirà nel nulla ma dentro il suo abbraccio.
Nessuno muore senza che Lui muoia un po’, nessuno è crocifisso, nessuno è cacciato via, senza che non sia anche lui crocifisso e colpito.

Dio non spezza ali, le guarisce, le rafforza, le ingrandisce...ma noi vorremmo di più: vorremmo non cadere mai, e voli lunghissimi. La fede, però, non è un’assicurazione contro gli infortuni della vita. Dio salva, e tutto sarà conservato. Ogni passero, ogni capello, ogni filo d’erba, ogni bicchiere di acqua fresca, tutto ritroveremo in Dio, nulla andrà perduto.
Non abbiate timore. Il contrario della paura non è il coraggio, è la fede. «La paura però non passa per Decreto Legge» (C. M. Martini), o per ardimento, passa per una Buona Notizia: nulla di te andrà perduto.

Abbiate paura di chi uccide l’anima, di quelle cose che fanno morire lentamente la vita. «Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso, chi non cammina, chi si ferma» (M. Medeiros). Non abbiate paura di non valere, di non contare, di dover sempre dimostrare qualcosa, perché voi valete: tu vali per Dio, vali molto di più di stormi infiniti di passeri, più di tutti i fiori del campo, più di quanto osavo sperare, molto di più.
L’immagine dei passeri e dei capelli mi riporta direttamente ai più fragili, agli anziani, ammalati, disabili, a quelli che non ce la fanno, che si sentono inutili. Proprio a loro Gesù ripete: Non temere. Anche se la tua vita fosse leggera come quella di un passero o fragile come un capello, tu vali di più. Perché vivi, pensi, sorridi, ami, crei. Non perché hai successo.
“Tu vali e sei importante” non perché produci, ma perché esisti. E nel tuo respiro respira il Signore della vita.
Signore, fammi sentire la tua carezza, come un nido, come un vento che sostiene il volo, che disperde la nebbia. Fammi sentire la tua tenerezza infinita, perché senza di essa l’anima appassisce.

S Giovanni Battista 🙏
19/06/2026

S Giovanni Battista 🙏

CIÒ CHE RESTA QUANDO TUTTO PASSA Oggi la liturgia dell'XI Settimana  ci propone il racconto del Secondo libro dei Re (2R...
17/06/2026

CIÒ CHE RESTA QUANDO TUTTO PASSA
Oggi la liturgia dell'XI Settimana ci propone il racconto del Secondo libro dei Re (2Re 2,1.6-14). Ci sono molte suggestioni per la nostra vita interiore...

Tutto si svolge lungo una strada di separazione e di compimento. Non vi è fretta, non vi è rumore: soltanto due uomini che camminano insieme verso un confine invisibile. Elia conosce già il mistero che lo attende; Eliseo intuisce che il tempo della vicinanza sta per finire. La Scrittura ci introduce così nel cuore di ogni esistenza umana: vivere significa imparare a custodire una presenza sapendo che ogni presenza terrena, prima o poi, ci verrà sottratta.
«Rimani qui», dice Elia. Ma Eliseo risponde: «Per la vita del Signore, non ti lascerò». È la fedeltà dell’amore che rifiuta la fuga davanti all’ora della perdita. Ogni discepolo autentico deve attraversare questo passaggio: restare accanto a ciò che ama senza pretendere di possederlo.
Giungono al Giordano. Le acque, colpite dal mantello del profeta, si aprono. Il passaggio ricorda l’esodo, la liberazione, il cammino verso una terra promessa che non appartiene più alla geografia ma al mistero di Dio. Ogni vocazione attraversa un Giordano: un luogo dove le nostre sicurezze si interrompono e soltanto la fiducia permette di avanzare.
Elia domanda: «Che cosa posso fare per te prima di essere portato via?». Eliseo non chiede protezione, successo o consolazione. Chiede una doppia porzione dello spirito del maestro. Non desidera trattenere Elia; desidera ricevere ciò che in lui era dono di Dio. È la differenza tra l’attaccamento e la comunione. L’attaccamento vuole trattenere la persona; la comunione accoglie lo spirito che quella persona ha generato in noi.
Quando il carro di fuoco separa i due profeti, Eliseo grida: «Padre mio, padre mio!». È il grido di ogni creatura che sperimenta l’assenza. La fede non annulla il dolore della separazione; lo attraversa. Persino il discepolo più fedele deve conoscere l’ora in cui il maestro scompare e rimane soltanto il silenzio.
In questo silenzio si apre la lettura cristologica del testo. Anche i discepoli di Gesù di Nazaret hanno vissuto l’esperienza di Eliseo. Hanno camminato con lui, hanno ascoltato la sua parola, lo hanno visto sottratto ai loro occhi. L’ascensione del Signore non è un abbandono, ma il passaggio necessario perché il suo Spirito venga donato in pienezza.
Come Eliseo raccoglie il mantello caduto da Elia, così la Chiesa raccoglie l’eredità del Cristo risorto. Il mantello è il segno di una missione ricevuta, non conquistata. Nessuno può generarsi da sé nella fede. Ognuno riceve un mantello: una parola, una testimonianza, una memoria viva che altri hanno custodito prima di noi.
Il gesto finale di Eliseo è decisivo. Egli ritorna al Giordano e colpisce le acque chiedendo: «Dov’è il Signore, Dio di Elia?». Non invoca il passato, non cerca il maestro perduto; cerca il Dio vivente. La maturità spirituale comincia quando smettiamo di vivere della fede degli altri e iniziamo a cercare personalmente il volto del Signore.
Le acque si aprono ancora. Non perché Elia sia tornato, ma perché Dio è rimasto.
Questa è la consolazione profonda del testo: 👉tutto passa, anche le mediazioni più preziose; soltanto Dio resta. 👈Le persone amate, i maestri spirituali, le stagioni luminose della vita sono doni da accogliere con gratitudine, non rifugi da trattenere con paura.
Nel cammino monastico del cuore, il Signore ci conduce continuamente a questo spogliamento: ci toglie ciò che credevamo indispensabile per rivelarci che la sua presenza è più profonda di ogni assenza.
Seduti sulla soglia di questa Parola, possiamo allora pregare in silenzio...

«Signore, insegnami a seguire senza possedere, a perdere senza disperare, a ricevere senza trattenere. Quando i miei appoggi vengono meno e il mantello del passato cade dalle mie mani, donami il coraggio di cercare non ciò che ho perduto, ma Te, che rimani per sempre.»
Buon inizio di giornata👉❤️

La festa del Sacro Cuore diventa comprensibile proprio a partire dalle parole che Gesù ci consegna nel Vangelo di oggi: ...
12/06/2026

La festa del Sacro Cuore diventa comprensibile proprio a partire dalle parole che Gesù ci consegna nel Vangelo di oggi: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro». È come se Cristo ci rivelasse il segreto più profondo del suo cuore: Dio non è qualcuno da cui difenderci, ma qualcuno presso cui trovare riposo. Il Cuore di Gesù è una vera scuola di vita. Chi frequenta il suo amore viene lentamente trasformato. Impara a guardare la realtà con occhi diversi, a giudicare le situazioni con maggiore libertà, ad amare con una misura nuova. Per questo la fede cristiana non consiste anzitutto in uno sforzo morale o in una serie di pratiche religiose, ma nel lasciarsi raggiungere da un amore che ci precede e ci accompagna. L'immagine più bella di questa esperienza è forse quella dell'apostolo Giovanni nell'Ultima Cena. Egli reclina il capo sul petto di Gesù. Prima ancora di comprendere tutto, prima ancora di essere forte nella fede, Giovanni si lascia semplicemente amare. È questa la sorgente della santità. Nessuno cambia veramente perché si sforza di essere migliore. Cambia perché fa esperienza di essere amato. Dal Cuore di Cristo riceviamo quell'ossigeno spirituale che spesso ci manca. Riceviamo speranza quando tutto sembra chiuso, forza quando siamo stanchi, consolazione quando ci sentiamo soli. E soprattutto scopriamo che i pesi della vita non devono essere portati da soli. Possiamo appoggiarli sulle spalle di Colui che ha portato per amore il peso della croce e ha dato tutto se stesso per noi. Per questo il giogo di cui parla Gesù non è un peso che schiaccia, ma una relazione che sostiene. Quando portiamo la vita insieme a Lui, ciò che sembrava impossibile diventa affrontabile e ciò che appariva insopportabile trova un significato. La festa del Sacro Cuore, allora, non è semplicemente una devozione tra le altre. È il cuore stesso del cristianesimo. È l'invito a lasciarsi amare da Cristo per imparare ad amare come Cristo.

E RESTA IL GRANO14 giugno - XI del Tempo OrdinarioMt 9,36 –10,8Gesù, vedendo le f***e ne sentì compassione.Tutto ciò che...
11/06/2026

E RESTA IL GRANO

14 giugno - XI del Tempo Ordinario

Mt 9,36 –10,8

Gesù, vedendo le f***e ne sentì compassione.
Tutto ciò che segue è generato dalla compassione per il molto dolore. Perché quando afferma: “la messe è molta” non si riferisce al numero delle persone, allo sterminato accampamento degli uomini dove ha piantato la sua tenda, ma vede germinare nel mondo un raccolto di dolore, una messe di stanchezze e di paure.

Gesù chiama i Dodici e affida loro un compito che descrive con sei verbi: predicate, è il primo, e poi guarite, risuscitate, sanate, liberate e donate. C’è il lavoro della predicazione, ma legato al ministero della pietà, in un rapporto sbilanciato di uno a cinque.

E ci saremmo aspettati un’altra risposta al dolore, un soccorso più immediato, più efficiente: “Perché il Signore non ci soccorre con la sua onnipotenza? Perché soccorre la fragilità dell’uomo attraverso l’impotenza di altri uomini?”. Ed è lo stile di Dio che tante volte abbiamo accusato di omissione di soccorso. Dio interviene per i suoi figli ma attraverso i suoi figli.

“Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe”. E noi che interpretiamo queste parole come un invito a pregare per le vocazioni sacerdotali, scopriamo invece, che l’operaio nella messe sono io: Manda me, Signore, con mani che sappiano sorreggere e accarezzare, fasciare il cuore e trasmettere forza. Sarà questo il mio modo di dire come Dio è vicino.

E vedo farsi strada la sua inguaribile speranza, la sua fiducia invincibile nell’uomo, lo sguardo positivo del Creatore sopra il mio pessimismo. Noi diciamo: “La Chiesa è una azienda in perdita, la messe è poca o scadente, le chiese si svuotano”. Lui, invece, vede altro.

Vede molto grano che matura, vede che il seme è buono, come il terreno, come la stagione, vede la storia che ascende positiva verso un’estate ricca di frutti.
Dio guarda e il suo sguardo vede che ogni cuore è una zolla di terra adatta a dare vita adesso ai suoi semi divini, li vede crescere come il grano che matura dolcemente e tenacemente nel sole.
La compassione spezza lo schema buoni/cattivi (“il Padre guida il sole sui campi dei cattivi e dei buoni”).

All’occhio che vede il peccato è chiesto di vedere il dolore.

E la compassione conduce oltre gli steccati dell’etica, così come l’intercessione, che è sempre per tutti.

La preghiera, la compassione e la ca**tà non distinguono tra chi è meritevole e chi non lo è. E se questa ci sembra una distinzione religiosa, ebbene non è così; essa è figlia di un cuore ancora fariseo, non del cuore di Dio.

Il Vangelo si chiude con una espressione importante: Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. E sarai beato perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere. La tua vita salpa quando sei generoso di te, a immagine di Dio. Perché l’amore è più vero dei suoi frutti, la pietà, più necessaria dei suoi stessi risultati.

Info
Blog S. Maria del Cengio
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Buona Festa del Corpus Domini🙏
06/06/2026

Buona Festa del Corpus Domini🙏

Scopri le origini del Corpus Domini, il significato della solennità, il miracolo di Bolsena e le tradizioni della processione eucaristica

01/06/2026
Solennità della Santissima TrinitàTrinità, immensa maestà …Dio, comunità d’amore. Modello di ogni relazione. Ed uno di q...
31/05/2026

Solennità della Santissima Trinità
Trinità, immensa maestà …
Dio, comunità d’amore. Modello di ogni relazione. Ed uno di quei Tre è un uomo come noi ... Padre, Figlio e Spirito Santo. Il segno della croce ce lo ricorda ogni momento, dalla nascita alla morte. Quando siamo entrati nel mondo, qualcuno ci ha segnato in fronte dicendo: ‘Io ti battezzo, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’. Ed uscendo da questo mondo, potrebbe accadere – cosa oggi molto improbabile! - che qualcuno ci dica: ‘Parti anima cristiana da questo mondo, nel nome di Dio Padre che ti ha creato, nel nome di Dio Figlio che ti ha redento, nel nome di Dio Spirito Santo che ti ha santificata’.

Dio. Tre persone distinte, un’unica natura divina. In Dio, dunque, non c’è solitudine ma relazione. Del resto, non può essere altrimenti. Se Dio è amore, egli non può essere un solitario. Non può non avere un altro da amare. L’amore, infatti, può esistere solo nella relazione con altri. Tuttavia, ogni persona divina possiede una sua specifica identità, pur rimanendo profondamente unita alle altre due. Il Padre non è il Figlio ed il Figlio non è il Padre. Un Dio Creatore (il Padre), un Dio Redentore (il Figlio), un Dio Santificatore (lo Spirito). Ciascuno partecipa alle operazioni dell’altro. Il Figlio crea col Padre; il Padre soffre l’esperienza terrena e la passione del Figlio; lo Spirito partecipa all’opera del Padre, tenendo in vita l’universo, fisico e spirituale, ed interviene nell’opera del Figlio attuando, nel tempo, la salvezza.
Ma, perché Dio è trinitario? E non semplicemente ‘unico’, come credevano gli Ebrei e come affermano ancora oggi gli Islamici? I Padri della Chiesa spiegano che il Padre, contemplando se stesso, ha individuato la sua essenza più intima, amandosi infinitamente. Ecco il Figlio, l’oggetto eterno dell’amore del Padre. Del resto, in quanto Dio non può amare altro che se stesso. Se, infatti, amasse qualcosa fuori di sé, egli rivelerebbe una mancanza, una imperfezione, impossibile in Dio. Per cui, anche quando ama il mondo e noi, Dio non ama altro che se stesso. L’eterno amore che collega il Padre ed il Figlio, da sempre e per sempre, cioè senza inizio e senza fine, determina sia la generazione reciproca dei Due, sia la generazione della Terza Persona, lo Spirito Santo, il quale rappresenta la personificazione della relazione fra Padre e Figlio.

Ed ecco la Trinità. Un eterno Amante (il Padre), un eterno Amato (il Figlio), l’eterno Amore che li genera e li lega (lo Spirito Santo). La relazione trinitaria può essere paragonata ad un incessante inno di ammirazione, lode, amore, fra tre persone divine, di cui ciascuna possiede la medesima divinità in modo diverso. È come se l’un l’altro si ripetessero all’infinito: ‘Ti amo, sei bello, sei grande, sei unico’. E cosa fa di diverso la Chiesa, sparsa per tutto il globo, nel sacrificio perfetto della Messa? C’è un uomo, in abiti sacerdotali, insieme ad un’assemblea di credenti attorno ad un altare, che ripetono, con gli angeli e i santi del cielo, le anime purganti e la moltitudine dei viventi nel pianeta: ‘Ti amo, sei bello, sei grande, sei unico’.
Dio Padre è il Pensiero ideatore. Dio Figlio è la Parola, il Verbo, che rivela il pensiero del Padre. Dio Spirito Santo è l’Azione sempre in opera, che crea l’universo, lo mantiene in esistenza e lo rinnova costantemente. E c’è da notare una cosa fondamentale. Una persona della Trinità, il Figlio, è uno di noi. È uomo, come noi. E lui che ascendendo al Cielo, ha portato sul trono stesso di Dio, il nostro corpo umano, glorificandoci nel modo più eccelso. In tal modo, anche noi, con l’Ascensione siamo entrati a far parte della Triade Divina. Siamo stati come risucchiati nel suo circuito d’amore.
Gli Ebrei pensavano che Dio fosse uno solo. Sbagliavano perché Dio è in tre persone. E, nello stesso tempo, vedevano giusto perché Dio, pur essendo in tre persone, è uno solo. Tuttavia, anche nell’Antico Testamento, vi sono accenni alla Trinità: si pensi a Dio che crea l’universo usando il noi: “Facciamo”. Oppure, all’apparizione dei tre misteriosi personaggi ad Abramo, presso le Querce di Mamre (Genesi 18). Sono tre uomini ma parlano come se fossero uno solo. Tuttavia, per la piena rivelazione del mistero trinitario, bisogna attendere Gesù. Egli vive sottomesso al Padre, considerandosi a lui inferiore, come Seconda Persona derivante dal Padre e come creatura umana: “Il Padre è più grande di me”. Gesù vive continuamente sotto l’occhio del Padre, adeguandosi totalmente alla sua volontà. Pur essendo Dio, egli si rivolge al Padre, quasi chiedendo il permesso, prima di compiere un miracolo. Eppure, Gesù è consapevole di essere una cosa sola col Padre: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14, 8 ss); “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30).

Forse non ci abbiamo mai pensato. La Trinità è il modello perfetto di ogni relazione fra gli uomini. In essa, è contenuta sia l’eguaglianza dei tre componenti, la loro pari dignità, sia la sottomissione, dovuta alla differenza delle persone. Se prendessimo come modello la Trinità, noi risolveremmo ogni problema sociale. Ci sentiremmo, ad un tempo, tutti uguali nella dignità di persone umane ma diversi per indole e funzione esercitata. Un po’ come avviene nella famiglia. In essa, tutti sono uguali in dignità, ma, nello stesso tempo, ognuno riveste un ruolo specifico.
Luciano Verdone

L'IMMAGINE CHE VEDETE ...
Nella foto. La famosa icona della Trinità del monaco russo Andrej Rublev (1400) che costituisce la più celebre rappresentazione della Trinità.
In essa, le tre Persone divine hanno le sembianze di tre angeli molto somiglianti fra loro. Tutti e tre indossano una veste di colore azzurro, segno della natura divina che le accomuna.
Si pensa che il Padre sia l’angelo di sinistra, l’unico che ha il capo eretto, mentre il Figlio è l’angelo al centro e lo Spirito Santo quello di destra. Infatti, sia il Figlio che lo Spirito, con il loro capo inclinato verso sinistra, proclamano che il Padre è la fonte e l’origine di tutta la Trinità. Eppure, il Padre è lì, a sinistra e non al centro, in un eterno dono di sé. Al centro è invece il Figlio, colui che ha detto sì, pagando con la carne e la croce.
Anche le immagini simboliche alle spalle dei tre Personaggi definiscono la loro identità. Alle spalle del Padre c'è la casa, in quanto è lui che crea l'universo. Alle spalle del Figlio c'è l'albero, perché il Verbo, incarnandosi, si assoggetta al divenire che accomuna tutte le creature. Alle spalle dello Spirito Santo c'è la montagna, simbolo dell'elevazione spirituale e dell'incontro con Dio.

31 maggio - TRINITA’: OLTRE LA PIETRAGv 3,16-18Nella festa della Trinità, il racconto di Dio diventa racconto dell’uomo....
28/05/2026

31 maggio - TRINITA’: OLTRE LA PIETRA

Gv 3,16-18

Nella festa della Trinità, il racconto di Dio diventa racconto dell’uomo. Il dogma della Trinità dice che vivere è convivere, come in cielo così in terra.
Il primo male ricordato dalla Bibbia non è il peccato dell’albero proibito, è Dio stesso a dichiararlo: Non è bene che l’uomo sia solo. È male che Adamo sia solo, il primo male assoluto è la solitudine. Neanche Dio può stare solo, è Trinità, legame d’amore, nodo di comunione.

Nella prima lettura Mosè sale sul monte con due tavole di pietra. Pensa di incidervi sopra la legge, qualcosa di definitivo e senza appello. E invece Dio fa tutt’altro, va più lontano e passa davanti a Mosè.

Passa: non lo chiuderai in parole di pietra; passa e proclama cinque nomi, uno più bello dell’altro: misericordioso e pietoso, lento all’ira, ricco di grazia, ricco di fedeltà.

Proclama la prima di tutte le rivelazioni, misericordia e tenerezza, le proclama passando come un vento che accarezza Mosè con le sue tavole rimaste vuote. Come si fa a scrivere compassione e bontà su tavole di pietra? E allora Mosè capisce e chiede non una legge di pietra ma semplicemente: che il Signore cammini in mezzo a noi. A noi: che se ne fa Mosè di un Dio tutto per sé?
Al termine di una giornata puoi anche non aver mai pensato a Dio, mai pronunciato il suo nome. Ma se hai donato bontà, se hai dato un aiuto disinteressato, se hai lavorato per la giustizia e la pace, anche senza saperlo tu hai fatto la più bella professione di fede nella Trinità.

Nel Vangelo Gesù dialoga con Nicodemo, l’uomo delle paure, che è andato da lui di nascosto, di notte.
E Gesù gli parla d’amore.

Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare. Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi ma a dare, un verbo di mani e di gesti.
Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato. Salvato da che cosa? Dall’unico grande peccato: che è il disamore. Quello che spiega tutta la storia di Gesù non è il peccato dell’uomo ma l’amore per l’uomo; non qualcosa da togliere via dalla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia più vita.
Dio ha tanto amato il mondo, leggiamo, quindi non ha amato soltanto gli uomini; ma il mondo intero, la terra, le messi, e piante e animali.
E se lui lo ha amato, lo farò anch’io: voglio custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio e sia frammento della sua Parola.

Davanti alla Trinità io mi sento piccolo ma abbracciato come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha fatto
P.Ermes Ronchi

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