Arcipretura di Capalbio

Arcipretura di Capalbio Arcipretura di Capalbio. Informazioni sulle attività religiose delle Parrocchie di Capalbio. Informazioni sugli eventi religiosi dell'Arcipretura

11/04/2026

II domenica di Pasqua

Fratelli e sorelle, l’antica tradizione ha chiamato questa domenica in albis, perché i neofiti, terminata l’ottava pasquale, deponevano la veste bianca ricevuta nel Battesimo. Ma la liturgia di oggi ci ricorda che la vera veste pasquale non è un tessuto esterno: è la vita nuova del Risorto impressa nell’anima, è la speranza che rinasce, è la pace che Cristo mette dentro stanze ancora chiuse. Per questo la seconda domenica di Pasqua non è un semplice “prolungamento” della festa; è quasi la sua verifica spirituale. La Chiesa ci domanda: che cosa ha prodotto in noi la Pasqua? Solo una memoria devota, oppure una vera rigenerazione?
Il Vangelo ci conduce precisamente lì dove la Pasqua deve arrivare: non nel tempio trionfante, ma nel cenacolo impaurito; non in una comunità forte, ma in uomini feriti, delusi, serrati “a porte chiuse”. È straordinario che il Risorto non attenda che i discepoli diventino coraggiosi per manifestarsi. Entra mentre sono ancora prigionieri della paura. E la prima parola che pronuncia non è un rimprovero, ma un dono: «εἰρήνη ὑμῖν», “pace a voi”. Non è un semplice saluto. È la pace messianica, la pace del Crocifisso che ha vinto non eliminando le ferite, ma attraversandole. Infatti Gesù mostra le mani e il fianco: il Risorto è proprio il Crocifisso. Non c’è un altro Cristo oltre quello segnato dai chiodi. La gloria pasquale non cancella la passione; la trasfigura. Questo è decisivo anche per noi: la fede cristiana non promette una vita senza ferite, ma la possibilità che le ferite, unite a quelle di Cristo, non siano più luoghi di disperazione bensì aperture della grazia.
Subito dopo, Giovanni annota un gesto densissimo: «ἐνεφύσησεν», “alitò su di loro”. È un verbo raro, volutamente solenne. Rimanda alla Genesi, quando Dio insuffla il soffio vitale nell’uomo, e richiama anche la visione di Ezechiele sulle ossa aride. Il senso è limpido: con la sua risurrezione Cristo inaugura la nuova creazione. La Pasqua non è soltanto il lieto fine della vicenda di Gesù; è l’inizio di un mondo nuovo. La Chiesa nasce così: non da un accordo umano, non da una simpatia tra persone, ma dal soffio del Risorto. Dove manca questo soffio, restano organizzazione, abitudine, perfino religiosità; ma non ancora la Chiesa nel suo mistero più vero.
A questo punto il Vangelo introduce Tommaso, figura che troppo facilmente viene ridotta all’emblema dello scettico. In realtà Tommaso è più vicino a noi di quanto immaginiamo. Egli non rifiuta il Signore per orgoglio teorico; fatica a credere perché il dolore lo ha ferito. Pretende di vedere e toccare, perché il cuore umano, quando è stato deluso, teme di consegnarsi di nuovo. C’è però un particolare che merita attenzione: Tommaso non incontra il Risorto finché resta fuori dalla comunità. Cristo si manifesta “otto giorni dopo”, quando i discepoli sono di nuovo insieme. È una lezione molto concreta: la fede non è mai un’esperienza puramente individuale. Il Signore risorto si lascia incontrare nella comunione apostolica, nel giorno del Signore, nell’assemblea convocata. Chi pretende Cristo senza la Chiesa, spesso finisce per inseguire un’immagine di Cristo fabbricata da sé.
Per questo la prima lettura, tratta dagli Atti, non è un semplice quadretto edificante della Chiesa primitiva, ma la descrizione di ciò che accade quando il Risorto è davvero presente. I credenti, dice Luca, erano perseveranti, nella comunione e nella frazione del pane. La parola κοινωνία non indica una generica cordialità; designa una partecipazione reale a un medesimo dono, una comunione che viene da Dio e perciò diventa anche condivisione concreta dei beni, della preghiera, della vita. E non è un semplice pasto fraterno: è già il nome eucaristico della comunità pasquale. Dunque la Chiesa nasce dal Risorto e subito assume una forma precisa: dottrina degli apostoli, comunione, Eucaristia, preghiera. Quando una di queste dimensioni si indebolisce, la vita ecclesiale si impoverisce. Quando invece restano unite, la Pasqua continua a fiorire nella storia.
Il culmine del Vangelo giunge quando Tommaso, davanti al Signore, esclama: «ὁ Κύριός μου καὶ ὁ Θεός μου». Qui Giovanni porta il suo racconto al vertice. All’inizio del Vangelo ci era stato detto che il Verbo era Dio; ora questa verità diventa confessione personale della Chiesa. Non basta dire: Dio esiste. Non basta neppure dire: Cristo è risorto. La fede matura quando diventa relazione, appartenenza, adorazione: “mio Signore e mio Dio”. Quel possessivo non è appropriazione egoistica; è il linguaggio di chi finalmente si consegna. Tommaso non si limita a constatare un fatto; riconosce una signoria. E qui anche noi veniamo interrogati: il cristianesimo è per noi una tradizione rispettabile, una cultura nobile, una morale utile, oppure è realmente il luogo in cui Cristo è il Signore della nostra vita?
Alla fine, Gesù pronuncia una beatitudine che attraversa i secoli e raggiunge direttamente noi: «μακάριοι οἱ μὴ ἰδόντες καὶ πιστεύσαντες», “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Non è l’elogio dell’ingenuità. È la dignità propria della fede ecclesiale, che non si fonda sul capriccio soggettivo ma sulla testimonianza apostolica, sulla Parola ascoltata, sui segni sacramentali, sulla vita della Chiesa. Noi non abbiamo visto con gli occhi di Tommaso, ma tocchiamo Cristo realmente nella fede, nella Scrittura, nell’Eucaristia, nella remissione dei peccati, nella comunione dei fratelli. La beatitudine non è inferiore a quella dei primi discepoli; è la nostra forma propria di accesso al Risorto.
E allora questa domenica ci consegna una consegna molto semplice e molto esigente. Anzitutto, non restare chiusi nelle nostre stanze interiori: il Risorto entra proprio lì dove noi teniamo sprangate le porte. Poi, non separarsi dalla comunità: Tommaso ritrova il Signore quando ritorna in mezzo ai fratelli. Ancora, custodire la forma concreta della vita cristiana: dottrina apostolica, comunione, frazione del pane, preghiere. Infine, imparare ogni giorno la confessione più alta e più semplice: non un cristianesimo vago, non una religione di abitudine, ma Cristo riconosciuto e adorato come mio Signore e mio Dio.
Chiediamo dunque la grazia di una Pasqua vera. Che il Signore entri nelle nostre paure con la sua εἰρήνη; che aliti ancora su questa Chiesa il suo Spirito; che renda le nostre comunità luoghi di autentica κοινωνία; che faccia maturare sulle nostre labbra, e soprattutto nella nostra vita, la confessione di Tommaso. Allora anche noi, pur senza aver visto, saremo veramente beati.

19/03/2026

IL DONO DI STEFANO: QUANDO L'AMORE È PIÙ FORTE DEL DOLORE

Una storia di generosità silenziosa che scalda il cuore della nostra comunità

Ci sono notizie che non fanno rumore. Che non finiscono nei telegiornali, non campeggiano sui titoli dei giornali, non diventano trending topic. Eppure sono le notizie più vere, quelle che raccontano davvero chi siamo come esseri umani.
Questa è una di quelle storie.
Stefano Contini — un uomo della nostra parrocchia, un volto conosciuto, una presenza discreta — ha fatto qualcosa che pochi avrebbero il coraggio di fare. Ha donato un rene a sua nipote, colpita da una grave patologia renale che ne metteva a rischio la vita. Un gesto medico, certo. Ma soprattutto un gesto d'amore puro, senza calcoli e senza clamore.
Ciò che rende questa storia ancora più straordinaria è la vita che Stefano porta sulle spalle. Negli anni Novanta, ha vissuto il dolore più devastante che un genitore possa immaginare: la perdita di un figlio in un incidente. Un dolore che spezza, che segna, che non passa mai davvero. Eppure quell'uomo — segnato nel profondo — ha scelto di non chiudersi nel lutto, di non lasciarsi consumare dalla vita. Ha scelto, ancora una volta, di donare.
Donare. Non nel senso retorico della parola. Donare nel senso più letterale e fisico: una parte di sé, della propria carne, della propria salute. Per un'altra persona. Per un futuro che non è il suo, ma che grazie a lui adesso esiste.
Una semplice telefonata ha portato questa notizia fino a noi. Nessun comunicato, nessuna conferenza stampa. Solo la voce di chi conosce Stefano Contini e non riusciva a tenere per sé la meraviglia di questo gesto. Ed è stato sufficiente per ricordarci una cosa importante: l'umanità non è scomparsa. È solo silenziosa. Vive nelle corsie degli ospedali, nelle decisioni prese in silenzio, nelle famiglie che si stringono quando tutto sembra perduto.
Siamo abituati a sentir parlare di violenza, di guerra, di sopraffazione. Il dolore degli altri fa audience, fa notizia. La bontà, invece, cammina in punta di piedi.
Ma oggi vogliamo fermarci. Vogliamo dire grazie a Stefano — con il rispetto dovuto alla sua riservatezza — non per celebrarlo, ma per ricordarci che uomini così esistono. Vivono accanto a noi, siedono sugli stessi banchi di chiesa, ci salutano al mercato. Portano dentro di sé ferite antiche e, nonostante tutto, trovano ancora la forza di aprirsi agli altri.
La nostra comunità parrocchiale si stringe attorno a lui e alla sua famiglia, augurando una piena e rapida guarigione alla nipote, e rendendo grazie per l'esempio silenzioso che Stefano Contini ci ha donato.
Perché certe storie non hanno bisogno dei riflettori. Hanno bisogno solo di essere raccontate, sussurrate, custodite — come si custodiscono le cose preziose.

"Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita per i propri amici."
(Gv 15,13)

14/03/2026

Fratelli carissimi, la Chiesa oggi sospende per un momento l’austerità quaresimale e, nel cuore del deserto, fa risuonare un invito inatteso alla gioia: “Laetare, Ierusalem”. È la domenica della letizia nel mezzo della penitenza, non perché la conversione sia terminata, ma perché, mentre ancora combattiamo, già intravediamo la luce della Pasqua. La liturgia di questa IV Domenica di Quaresima dell’Anno A ci pone davanti il Vangelo del cieco nato, insieme alla scelta di Davide e alla grande ammonizione paolina sul passaggio dalle tenebre alla luce; e la stessa tradizione liturgica di questa domenica la interpreta in chiave battesimale, come tappa di “illuminazione” per i catecumeni e di riscoperta del battesimo per i fedeli.

Tutto, oggi, ruota attorno a una parola decisiva: luce. Ma la Scrittura, come sempre, ci insegna che la luce di Dio non coincide con la nostra idea di evidenza. Nella prima lettura Samuele crede di poter riconoscere l’eletto del Signore secondo criteri umani: la figura, la presenza, la forza, la statura. E invece Dio lo corregge: l’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore. Ecco il primo gradino della conversione: smettere di credere che ciò che appare sia ciò che conta. La cecità più grave non è quella degli occhi; è quella del giudizio. È cieco chi misura tutto secondo il successo, l’impressione, la posizione, la voce dominante, e non secondo la verità di Dio.

Il Vangelo di Giovanni ci conduce ancora più in profondità. “Praeteriens vidit hominem caecum a nativitate”: passando, Gesù vide un uomo cieco dalla nascita. Il primo verbo della salvezza non è quello dell’uomo che cerca Dio, ma quello di Dio che vede l’uomo. Prima del nostro sforzo viene il suo sguardo; prima della nostra domanda viene la sua misericordia. E i discepoli, secondo una mentalità antica ma sempre ricorrente, chiedono subito di chi sia la colpa: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?”. È l’eterna tentazione di trasformare il dolore in processo, la ferita in imputazione, la miseria in condanna. Ma Cristo recide questa logica crudele e risponde: “Neque hic peccavit neque parentes eius, sed ut manifestentur opera Dei in illo”. Non è questa la sede per distribuire colpe; questa è l’ora in cui devono manifestarsi le opere di Dio. Sant’Agostino insiste proprio su questo punto: il Signore non nega l’esistenza del peccato nell’uomo, ma rifiuta che la cecità di quel nato sia letta come semplice pena individuale; la guarda invece come luogo nel quale la gloria di Dio può irrompere.

Subito dopo Gesù pronuncia una delle grandi autodefinizioni giovannee: “Ego sum lux mundi”; nel greco del quarto Vangelo: “φῶς εἰμι τοῦ κόσμου”. Non dice soltanto di portare una luce, né di insegnare una dottrina luminosa: Egli è la luce. Qui sta il centro del cristianesimo. Cristo non è un maestro aggiunto ad altri maestri; è la forma stessa della verità che illumina l’uomo. Senza di Lui si possono possedere molte nozioni e rimanere tuttavia nell’ombra; si può anche moltiplicare il discorso religioso e restare interiormente opachi. La luce cristiana non è anzitutto una teoria: è una presenza.

Per questo il gesto del Signore è tanto umile quanto maestoso. Egli sputa per terra, fa del fango, lo spalma sugli occhi del cieco e poi lo manda a lavarsi alla piscina di Siloe. È un gesto che sa di creazione. La terra richiama Adamo, il fango richiama la nostra carne, l’acqua richiama il lavacro, e l’“Inviato” richiama il Figlio mandato dal Padre. La tradizione patristica ha visto qui una pagina di densissima teologia sacramentale. Agostino legge in questo segno una medicina che viene dal “Verbum caro factum est”: l’uomo, accecato dalla terra, viene risanato proprio per mezzo di quella terra assunta e trasfigurata dal Verbo incarnato; e il lavarsi a Siloe annuncia il battesimo, cioè il passaggio dall’oscurità all’illuminazione. Anche il sussidio liturgico della CEI insiste sul medesimo nesso: il cieco nato è figura di una nuova creazione e il suo lavarsi è richiamo esplicito alla grazia battesimale.

Ma il miracolo non si esaurisce nell’acquisto della vista corporea. Il vero prodigio è il progressivo aprirsi della fede. All’inizio l’uomo guarito parla di “quell’uomo che si chiama Gesù”; poi lo riconosce come profeta; poi lo confessa venuto da Dio; infine, nell’incontro finale, raggiunge il vertice: “Πιστεύω, κύριε”, “Credo, Domine”; e l’evangelista aggiunge: “καὶ προσεκύνησεν αὐτῷ”, “e si prostrò davanti a lui”. Questa è la vera illuminazione: non semplicemente vedere il mondo, ma riconoscere il Signore; non semplicemente recuperare una facoltà naturale, ma giungere all’adorazione. Dove non si arriva ad adorare, non si è ancora giunti alla pienezza della fede. Un cristianesimo senza adorazione è un cristianesimo che parla molto di Gesù e vede ancora poco chi è Gesù. Il sussidio liturgico di questa domenica nota molto bene che il cieco guarito compie due atti che diverranno propriamente ecclesiali: la professione di fede e la prostrazione adorante.

Di contro, il Vangelo mette in scena un altro dramma, più severo e più attuale: quello dei vedenti ciechi. I farisei possiedono il linguaggio della religione, il gusto della discussione, la sicurezza dell’istituzione, ma non riconoscono l’opera di Dio. Non manca loro l’occhio del corpo; manca l’umiltà del cuore. È questa la cecità più pericolosa, perché si ammanta di competenza, di rigore, persino di ortodossia esteriore. Agostino, commentando questa pagina, mostra con forza che il Signore è venuto affinché vedano quelli che sanno di non vedere, mentre restano nelle tenebre coloro che presumono di vedere già. Il superbo è inguaribile non perché Dio non possa curarlo, ma perché non si lascia toccare. Il peccatore che si riconosce tale è vicino alla luce; il religioso che si compiace di sé è già sull’orlo della notte.

A questo punto la seconda lettura si fa lama e medicina insieme. San Paolo non dice soltanto: un tempo eravate nelle tenebre. Dice molto di più: “eratis aliquando tenebrae, nunc autem lux in Domino”. Eravate tenebra; ora siete luce nel Signore. L’Apostolo non parla di una correzione marginale, ma di una trasformazione ontologica inaugurata dal battesimo. Ed ecco il grande appello: “Surge qui dormis, et exsurge a mortuis, et illuminabit tibi Christus”; nel greco: “Ἔγειρε, ὁ καθεύδων… καὶ ἐπιφαύσει σοι ὁ Χριστός”. La tradizione liturgica di questa domenica legge precisamente così il cammino quaresimale: non come ginnastica morale, ma come ritorno alla propria identità battesimale, come passaggio reale dalle opere delle tenebre alle opere della luce.

E allora la Parola di oggi si fa severamente concreta. Forse noi non siamo ciechi negli occhi, ma lo siamo nel cuore quando non distinguiamo più il bene dal male; quando chiamiamo prudenza ciò che è paura; quando chiamiamo libertà ciò che è schiavitù; quando chiamiamo misericordia ciò che in realtà è cedimento; quando ci abituiamo a una vita cristiana corretta nell’esterno e spenta nell’interno. Ci sono uomini che vedono benissimo il mondo e non vedono più Dio; vedono i difetti degli altri e non vedono il proprio peccato; vedono ogni occasione di critica e non vedono più alcun motivo di adorazione. Questa è la cecità da cui implorare guarigione.

La Quaresima, dunque, non ci chiede di apparire migliori, ma di lasciarci illuminare. Non ci chiede una maschera devota, ma una conversione vera. E la conversione vera comincia quando uno smette di difendersi e comincia a dire: Signore, io non vedo abbastanza; Signore, lava i miei occhi; Signore, strappa il velo della mia superbia; Signore, fammi uscire dalle mezze verità, dalle abitudini mediocri, dalle complicità col mondo. L’uomo guarito può dire una frase brevissima e invincibile: “Unum scio, quia caecus cm essem, modo video”. Ecco la testimonianza che il mondo non sa smentire: non una teoria gridata, ma una vita trasfigurata.

Fratelli, oggi la Chiesa ci insegna a gioire non perché siamo già arrivati, ma perché la luce ci ha raggiunti. “Laetare” non significa: rilassati. Significa: alza il capo, perché Cristo ti illumina. In questa Eucaristia domandiamo la grazia di passare dall’apparenza al cuore, dalla discussione all’adorazione, dalla presunzione alla fede. E custodiamo nel cuore due parole, una latina e una greca, come compendio dell’intera vita cristiana: “Unum scio… modo video”; “Πιστεύω, κύριε”. La prima è la memoria della grazia ricevuta; la seconda è l’atto con cui l’uomo finalmente si consegna alla Luce. Amen.

07/03/2026

Fratelli carissimi,
la liturgia di questa domenica ci conduce nel deserto e poi presso un pozzo. Prima la sete di Israele, poi la sete della Samaritana. In mezzo, come chiave di tutto, la parola dell’Apostolo: «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». La Quaresima, dunque, non è anzitutto il tempo in cui l’uomo cerca Dio, ma il tempo in cui Dio raggiunge l’uomo là dove egli ha sete, là dove egli è stanco, là dove egli ha consumato invano molte acque che non dissetano. Le letture della III Domenica di Quaresima dell’anno A intrecciano precisamente questo grande tema: la sete dell’uomo e la sorgente di Dio.
Nel libro dell’Esodo il popolo mormora contro Mosè: «Perché ci hai fatti salire dall’Egitto?». È la tentazione antica, e sempre attuale, di trasformare la prova in accusa contro Dio. Israele ha ricevuto la liberazione, ma appena sperimenta la fatica del cammino dimentica il beneficio e assolutizza il disagio presente. Così nasce la mormorazione, che è uno dei peccati più corrosivi della vita spirituale: non il grido sincero del povero, ma il lamento di chi ha smarrito la memoria della grazia. Per questo quel luogo si chiamò Massa e Meriba, tentazione e contesa. La Quaresima è anche questo: il tempo in cui il Signore smaschera la nostra mormorazione e ci obbliga a riconoscere che tante volte non abbiamo veramente sete di Dio, ma soltanto pretesa che Dio serva i nostri tempi, i nostri gusti, le nostre impazienze.
E tuttavia Dio non abbandona il suo popolo. Fa scaturire acqua dalla roccia. Il simbolo è di una ricchezza straordinaria. La roccia, apparentemente dura e chiusa, diventa sorgente. La tradizione cristiana ha letto in questa pietra il mistero stesso di Cristo, dal cui fianco trafitto sgorgano acqua e sangue, principio dei sacramenti della Chiesa. Qui il latino della tradizione risuona con una sobrietà perfetta: petra autem erat Christus. Ciò che sembrava impermeabile diviene fonte; ciò che pareva muto diviene parola; ciò che appariva semplice pietra si rivela grembo di misericordia. Così opera Dio: non elimina il deserto, ma vi apre una sorgente.
A questo punto il Vangelo di Giovanni porta tutto a compimento. Gesù siede presso il pozzo di Giacobbe, affaticato dal viaggio. È un dettaglio meraviglioso e teologicamente densissimo: il Verbo eterno non si presenta con i tratti di una potenza schiacciante, ma con la stanchezza di chi è veramente entrato nella nostra condizione. Iesus ergo fatigatus ex itinere sedebat sic supra fontem. Il Cristo stanco presso il pozzo è il Dio che ha voluto raggiungere la nostra sete passando attraverso la nostra carne. Non è un’apparenza; non è una scena soltanto pedagogica; è la serietà dell’Incarnazione.
Poi giunge la donna di Samaria. E subito comincia uno dei dialoghi più alti di tutto il Nuovo Testamento. Gesù parte da una domanda umilissima: «Dammi da bere». Ma in realtà, chiedendo, egli si dispone a dare. È la pedagogia divina: Dio sembra mendicare dall’uomo un po’ d’acqua, per aprire nell’uomo il desiderio dell’acqua viva. Il testo greco è luminoso: ὃς δ’ ἂν πίῃ ἐκ τοῦ ὕδατος οὗ ἐγὼ δώσω αὐτῷ, οὐ μὴ διψήσει εἰς τὸν αἰῶνα. Non berrà soltanto per oggi; non placherà una necessità momentanea; non riceverà un sollievo psicologico. «Non avrà più sete in eterno». Qui l’ὕδωρ ζῶν, l’acqua viva, non è una semplice metafora poetica: è il dono dello Spirito, è la grazia che rigenera interiormente, è la vita divina che entra nel cuore umano e lo trasforma da cisterna screpolata in sorgente.
La Samaritana, all’inizio, non capisce. E questo è profondamente umano. Interpreta tutto a livello materiale. Crede che il Signore le stia parlando di un’acqua capace di risparmiarle la fatica quotidiana. Ma Cristo non umilia questa incomprensione; la prende sul serio e la conduce più in profondità. Così fa sempre con noi. Anche noi spesso ci avviciniamo a Dio per domande troppo piccole: un sollievo immediato, una consolazione rapida, una soluzione pratica. E il Signore, senza disprezzare la nostra povertà, allarga il desiderio. Non ci lascia dove siamo. Ci educa. Ci porta dal bisogno al mistero, dalla necessità al culto, dalla sete del corpo alla verità del cuore.
Per questo il colloquio si sposta improvvisamente sulla vita personale della donna. «Hai avuto cinque mariti». È un passaggio decisivo. Cristo non dona l’acqua viva senza toccare la verità della vita. Non c’è vera conversione senza verità morale. Non c’è autentica esperienza di Dio se il cuore continua a costruirsi rifugi nella menzogna. Il Signore non umilia la donna, ma la svela a sé stessa. E in questo consiste una parte essenziale della misericordia: Dio non ci accarezza lasciandoci falsi; ci ama troppo per confermarci nell’equivoco. Ci costringe, con dolcezza e precisione, a vedere chi siamo davvero.
Da qui nasce anche la grande svolta del tema del culto: «Viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità». In greco: ἐν πνεύματι καὶ ἀληθείᾳ. Non significa un culto vago, interioristico, senza forma, quasi opposto al rito. Significa invece il compimento del culto antico nella realtà nuova inaugurata da Cristo. Non più la disputa sterile tra questo monte e Gerusalemme, ma l’accesso al Padre nel Figlio e nello Spirito. Non meno culto, ma culto vero. Non meno liturgia, ma liturgia purificata e portata al suo centro. Non l’abolizione dell’adorazione, ma la sua trasfigurazione.
Qui la tradizione patristica è di una bellezza rara. Agostino, commentando questo passo, vede nella Samaritana la figura della Chiesa ancora non giustificata ma ormai prossima a esserlo: viene ignorante, incontra Cristo, viene istruita, smascherata, purificata, e alla fine diventa annunciatrice. In altre parole, la donna non è soltanto un personaggio individuale; è immagine dell’umanità visitata dalla grazia e della Chiesa che nasce dall’incontro col Signore. Origene, da parte sua, insiste sul superamento della religione legata ai luoghi: il vero adoratore non assolutizza un monte o un santuario materiale, perché in Cristo il culto entra nella sua pienezza spirituale e veritativa. È un punto decisivo anche per noi: la liturgia non vale perché ci piace, né perché soddisfa le nostre preferenze estetiche o psicologiche, ma perché in essa, se celebrata rettamente, il Padre ci attira al culto del Figlio nello Spirito Santo.
Chi è la Samaritana, oggi? È la Chiesa quando si dimentica che deve lasciarsi evangelizzare prima di evangelizzare. È ogni anima che continua a tornare al proprio pozzo antico, al proprio secchio consueto, alle proprie abitudini, e tuttavia resta interiormente assetata. È l’uomo contemporaneo che moltiplica esperienze, legami, consumi, opinioni, e non trova pace. Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla diagnosi del mondo. La Samaritana siamo anche noi, ogni volta che pretendiamo di saziare la sete del cuore con acque inferiori: il prestigio, la vanità, il risentimento, il possesso, il chiacchiericcio, l’attivismo persino ecclesiastico. Ci affanniamo intorno al pozzo, ma senza la sorgente.
Ecco allora la grande lezione quaresimale di questa domenica: non basta avere sete; bisogna riconoscere da quale fonte bere. Non ogni acqua salva. Non ogni discorso consola. Non ogni spiritualità santifica. Non ogni novità rinnova. La tradizione della Chiesa ha sempre saputo che l’uomo si salva non inventando l’acqua, ma ricevendola. E l’acqua è Cristo stesso, il suo Spirito, la sua parola, la sua grazia, la sua Pasqua, i suoi sacramenti. Tutto il resto, quando pretende di sostituirsi a questa fonte, finisce col lasciare più aridi di prima.
C’è infine un ultimo tratto del Vangelo che commuove e istruisce. La donna lascia la brocca. È un gesto semplice, ma teologicamente potentissimo. Lascia ciò per cui era venuta, perché ha trovato molto di più di ciò che cercava. La brocca abbandonata è il segno della conversione autentica: quando si incontra davvero Cristo, qualcosa si lascia. Sempre. Un peccato, un orgoglio, una cattiva abitudine, un compromesso, una tiepidezza, una vanità. Senza questo lasciare, l’incontro resta retorico. Con questo lasciare, invece, la grazia diventa missione. Infatti la donna, che era venuta da sola e quasi nascosta, ritorna in città come annunziatrice: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto». Chi ha incontrato la verità senza essere schiacciato dalla verità, ma guarito da essa, non può tacere.
Allora la preghiera della Chiesa, oggi, potrebbe raccogliersi così: Domine Iesu, qui ad puteum sedisti lassus ex itinere, da’ anche a noi di riconoscere la nostra sete; strappa dal cuore le acque stagnanti delle illusioni; fa’ sgorgare in noi la sorgente della tua grazia; insegnaci ad adorare il Padre in spiritu et veritate; e concedi che, lasciata finalmente la nostra brocca, diventiamo testimoni della tua misericordia.
Fratelli, questa è la Quaresima: non un esercizio esteriore, ma il passaggio dalla cisterna alla sorgente, dalla mormorazione all’adorazione, dalla sete che consuma alla sete che salva. E se oggi ascoltiamo davvero la voce del Signore, non induriremo il cuore, ma ci lasceremo raggiungere dall’unica acqua che non tradisce: quella che Cristo dona e che diventa nell’uomo «una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». Le letture di questa domenica e il Vangelo della Samaritana sono precisamente orientati a questo itinerario quaresimale di fede, conversione e culto vero.

04/03/2026

SETTIMANA SANTA 2026

Domenica delle Palme 29 marzo
Ore 9 Ansedonia
ore 10 Capalbio Scalo
ore 11 Borgo Carige
ore 17,30 Pieve di San Nicola

Giovedì Santo 2 aprile
ore 17,30 Pieve di Capalbio
ore 19,00 Borgo Carige

Venerdì Santo 3 aprile
ore 18,00 Borgo Carige
ore 20,30 Pieve di Capalbio (Seguirà Via Crucis)

Veglia Pasquale 4 aprile
ore 21,30 Borgo Carige

Domenica di Pasqua 5 aprile
Ore 9 ansedonia
Ore 10 Capalbio Scalo
ore 11 Borgo Carige (solenne in latino)
ore 17,30 Pieve di capalbio
ore 19 Borgo Carige

28/02/2026

Fratelli e sorelle,

la seconda Domenica di Quaresima, nell’Anno A, ci conduce su un crinale luminoso, dopo la sobrietà dell’inizio: dalla polvere alla luce, dal deserto al monte, dalla prova alla promessa. È una pedagogia antica e sapiente: la Chiesa non ci lascia fissare lo sguardo soltanto sulla lotta; ci mostra anche la meta, perché il combattimento non diventi tristezza, ma desiderio ordinato.

Nel Vangelo della Trasfigurazione (Mt 17,1-9) l’evangelista dice che Gesù “fu trasfigurato” davanti a loro: in greco ἐμεταμορφώθη (emetamorphṓthē). È un verbo forte: da μορφή, “forma”, “figura”; è come se per un istante si aprisse la “forma” vera, la realtà profonda del Figlio. Non è una maschera messa e tolta, non è un effetto scenico; è una rivelazione. La tradizione latina, con sobria precisione, rende: transfiguratus est. Non cambia identità: si manifesta l’identità.

E subito il testo insiste sulla luce: “il suo volto brillò come il sole”. Lì, sul monte, si comprende che la Quaresima non è soprattutto un elenco di rinunce, ma una disciplina dello sguardo: imparare a vedere Cristo come è, per diventare ciò che siamo chiamati a essere. San Paolo, nella seconda lettura (2Tm 1,8b-10), parla di una “vocazione santa” e di una “grazia” data “prima dei secoli”: qui la fede smette di essere improvvisazione e diventa appartenenza. E la lingua latina, in quel registro solenne che le è proprio, direbbe: vocatio sancta, gratia ante tempora saecularia. La salvezza non è un’emergenza dell’ultimo minuto; è un disegno.

Ma attenzione: sul monte non ci sono soltanto luce e quiete. Ci sono anche Mosè ed Elia, cioè la Legge e i Profeti, la storia lunga della fedeltà di Dio e della resistenza dell’uomo. E c’è una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato… ascoltatelo”. Il greco è essenziale e perentorio: ἀκούετε αὐτοῦ (akoúete autoû). Non: “ammiratelo”, non: “commentatelo”, ma: “ascoltatelo”. Il cristianesimo non nasce da un’estetica del sacro, bensì da un’obbedienza dell’orecchio. La tradizione latina, qui, è quasi militare: ipsum audite. C’è un ordine. È la radice della conversione: smettere di ascoltare noi stessi come misura di tutto, e ricevere la misura da Cristo.

E tuttavia i discepoli fanno l’esperienza tipica dell’uomo religioso quando incontra davvero Dio: cadono con la faccia a terra e sono presi da grande timore. Il timore non è psicologia; è teologia. Quando Dio è ridotto a decorazione, non spaventa nessuno. Quando invece Dio è Dio, mette in crisi le nostre sicurezze. Ed ecco il gesto più consolante del Vangelo: “Gesù si avvicinò, li toccò e disse: alzatevi e non temete”. In greco: ἐγερθῆτε καὶ μὴ φοβεῖσθε (egerthēte kai mē phobeîsthe). Ἐγείρω è il verbo del risveglio e, più ancora, della risurrezione: è come se già qui si accendesse una scintilla pasquale. La paura viene vinta non con una spiegazione, ma con una presenza e un contatto: “si avvicinò” e “li toccò”. La fede cristiana resta corporea: non disprezza la carne, la salva.

La prima lettura (Gen 12,1-4a) sembra lontanissima, e invece è la stessa trama: “Vattene dalla tua terra… verso la terra che io ti indicherò”. In ebraico è un imperativo tagliente; nella nostra lingua suona come un distacco doloroso. Ma la tradizione latina, con un realismo che non indulge alle emozioni, direbbe: egredere… in terram quam monstrabo tibi. Abramo diventa credente non perché capisce tutto, ma perché si muove. La fede, quando è autentica, mette i piedi in cammino.

E qui sta il nodo quaresimale più pratico, quello che non si può aggirare: la Quaresima non è un sentimento, è un itinerario. “Egredere”: esci. Esci da ciò che ti tiene fermo. Esci da abitudini che ti hanno colonizzato. Esci da parole inutili. Esci da quella forma di religione che cerca solo consolazioni immediate. Dio non chiama Abramo a “provare” qualcosa, ma a obbedire a una promessa. Così anche noi: non ci è chiesto di inventare il bene, ma di entrare nel bene che ci precede.

E la Trasfigurazione, allora, non è una parentesi, ma un anticipo: Cristo mostra la gloria non per trattenere i discepoli sul monte, ma per renderli capaci di scendere. Pietro vorrebbe fissare tre tende: è il riflesso umano di ogni devozione che si accontenta dell’alto e dimentica il basso. Ma il Vangelo è severo e dolce insieme: “non dite a nessuno la visione finché il Figlio dell’uomo non sia risorto”. Prima la Croce, poi la piena comprensione. Prima la fedeltà, poi la chiarificazione. È sempre stato così nella vita cristiana, e chi finge il contrario inganna se stesso.

San Paolo, infine, ci dà la parola che oggi non piace, ma che è necessaria: “soffri con me per il Vangelo”. Il cristianesimo non è un comfort spirituale; è una forma di vita. In latino suonerebbe: collabora in laboribus Evangelii. Non un eroismo esibito, ma una disciplina quotidiana: il taglio netto con ciò che è indegno, la custodia dell’anima, la preghiera fedele, la ca**tà concreta. È la tradizione: poche cose, fatte bene, con perseveranza.

Allora, fratelli e sorelle, la seconda Domenica di Quaresima ci consegna tre consegne semplici e robuste.

Primo: salire sul monte dell’ascolto. ἀκούετε αὐτοῦ, ipsum audite. Spegnere rumori inutili, ridurre il superfluo, ridare spazio alla Parola, non come “citazione”, ma come criterio.

Secondo: accettare il cammino di Abramo. Egredere. Smettere di negoziare sempre con Dio, come se la fede fosse un contratto a condizioni. La promessa si riceve camminando.

Terzo: portare la luce nella valle. La Trasfigurazione non autorizza la fuga; prepara la fedeltà. La luce vera non abbaglia per farci sentire speciali, ma illumina per farci servire.

E se oggi ci sentiamo come i discepoli, impauriti e confusi, ricordiamo la frase più concreta e più tenera: “si avvicinò, li toccò”. Cristo non salva da lontano. Si avvicina. Tocca. Rialza. E la Quaresima, vissuta seriamente, è proprio questo: lasciarsi rialzare, per tornare uomini veri, cristiani saldi, credenti affidabili.

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