04/03/2026
Stasera pubblichiamo una lunga riflessione dell'amico Antonio Bini dal titolo "Un nuovo sogno di fraternità e amicizia -
Verso un’unica comunità di Lido di Camaiore (riflessioni su parrocchia e percorso unitario)"
Mi domando: “Vale di più la persona o la comunità?”
“È la comunità che deve impegnarsi ad ascoltare la
persona, o è la persona che deve ascoltare la comunità?”
“Vale di più il numero o la qualità?”
“Quando si organizza qualcosa è meglio farlo per pochi
realmente interessati, o proporre solo quello che può
interessare a tanti?”
“Coloro che si propongono di fare e organizzare cose
devono sempre e comunque prima comunicarlo a tutti?”
“Cos’è che vale di più per un cristiano, l’azione, la parola,
la disponibilità, l’ascolto, la comunicazione?”
Aneddoti
Una persona mi disse: “Quando mio padre morì vennero in molti a farci le condoglianze e diversi di loro si resero disponibili per ogni eventuale bisogno, ma solo una persona, senza nulla dire, ci portò la cena pronta”.
Una vecchietta appoggiata al suo bastone se ne stava un po’ tremolante sul marciapiede proprio davanti alle strisce pedonali, due giovanotti la notarono e prendendola sottobraccio l’aiutarono ad attraversare.
Lei era un po’ agitata ma loro la rassicurarono: “tranquilla signora ci siamo qui noi”! Arrivati dall’altra parte la vecchietta prese a colpirli col bastone dicendo: “io non volevo attraversare”!
Regole comunitarie
In famiglia solitamente ci si comunica quello che stiamo per fare quando ci allontaniamo: vado a fare spesa, domani ho una visita medica, ecc.
Nelle azioni quotidiane spesso ci diciamo solo ciao, come andare al lavoro o per la passeggiata consueta; una precisa comunicazione si dà giustamente quando ci si allontana di parecchio o per parecchio tempo.
Lo stesso avviene quando si va in montagna, se si è in gruppo si può anche non dirlo ad alcuno a meno di spedizioni pericolose, se invece si è in due o peggio da soli è buona norma avvisare e passando da un rifugio comunicare itinerario e meta precisi in caso di bisogno di soccorsi.
Così avviene anche in mare, si sa e si vede chi di solito esce a pescare o anche a fare un giro, in caso di traversata particolare anche lì è meglio avvertire.
In qualsiasi caso di viaggio chi incappa in difficoltà, avaria, caduta, briganti…(Lc 10,30) la regola vuole che venga soccorso e talvolta il mancato soccorso si prefigura come reato. (Cod. stradale)
La chiesa è un po’ come un “rifugio”, o come la Capitaneria di porto, o la Polizia Stradale: deve essere sempre pronta a soccorrere chi è in difficoltà, che sia per causa di altri o per colpa sua.
Mi domando: “È sufficiente offrire soccorso per quello che si può, o è il
caso di richiamare e denunciare i mancati soccorsi dei
“sacerdoti e leviti” di turno?”
“È accettabile che uomini donne e bambini anneghino in
mare o muoiano nei deserti di sabbia o in quelli di asfalto,
mentre noi presentiamo i nostri doni all’altare?”
“Come si costruiscono le relazioni?”
“È sufficiente l’azione caritatevole da “buon samaritano”,
l’approccio gentile, accogliente, o serve anche qualcos’altro?”
“La condivisione di sentimenti di compassione basta ad
impedire lo scontro sociale, le divisioni, le fazioni?”
Responsabilità
Il buon samaritano, in autonomia, si prende la piena responsabilità della vita fisiologica e morale dell’aggredito fino alla sua completa riabilitazione.
Lo stesso dovremmo fare oggi come comunità, non solo verso “tutti” i feriti, ma anche nei confronti dei “briganti”, ovvero: andrebbero catturati, puniti, rieducati e reinseriti nella società come “soggetti nuovi”, persone di nuovo utili al bene comune; in realtà, nel migliore dei casi ci fermiamo solo alle prime due azioni.
Il buon samaritano invece va oltre, anche se il finale è sospeso: non sappiamo se i due si ritrovano e diventano amici, se si lega lui.
Compie gesti di vera ca**tà: soccorre, cura, provvede e se ne va restando anonimo.
Eppure, questo accade anche fra nemici; quante storie di nemici venuti faccia a faccia che si sono soccorsi e poi lasciati andare in pace, per tornare a spararsi al primo incontro! Questo è ciò che chiamiamo tregua.
(nell’omonimo film Lawrence d’Arabia uccide colui che ha appena salvato)
Sguardo
Credo che al di sopra di tutto, ciò che davvero conta in ogni buona relazione siano lo sguardo e l’ascolto; occhi negli occhi, cuore a cuore.
Nei reati più gravi come l’omicidio si cerca sempre di stabilire se c’è stata o no premeditazione, cioè precisa e perseguita volontà.
Lo stesso vale per il bene che si compie, è giusto farlo e poi dimenticarsene, ma forse è ancora più giusto compierlo con piena coscienza e ferrea volontà, ossia con premeditazione; qualcosa che va ben oltre la buona intenzione.
Mani
Nel nuovo rito del sacramento del matrimonio si dice “io accolgo te”, anziché “io prendo te”. Bellissima espressione di forma e di sostanza, poiché l’altro/a è un dono di Dio da accogliere e curare.
Tuttavia, per quanto foriero di un modo di vedere l’altro/a come oggetto di possesso, io preferisco la precedente versione, perché quel “prendo” indica l’assunzione di responsabilità in un comune impegno d’amore; infatti, la responsabilità non si “accoglie”, bensì si “prende” in mano e tra le mani “scotta”.
Quella stessa responsabilità va presa anche nei confronti degli amici, perché nel precedente come in questo caso, se ci limitiamo ad “accogliere”, con facilità possiamo rifugiarci nell’alibi: “Signore, è colpa tua! Sei Tu che mi ha dato questa persona, questo amico, questi parrocchiani…”
Meditazione sulle opere
Nel preparare una veglia di preghiera su San Giuseppe patrono dei lavoratori, insieme ai miei amici dell’Azione Cattolica, ho pensato al suo lavoro di falegname e quindi a quello stesso lavoro praticato da Gesù in gioventù.
Il lavoro del falegname consiste nella rifilatura e modellatura del legno, allo scopo di dare ad ogni singolo pezzo una forma adeguata, da potervi realizzare un incastro, che possa nel modo più preciso possibile essere inserito in un altro pezzo anch’esso modellato e sezionato…
Così di seguito con altri pezzi, fino a formare un corpo unico, composto da tanti pezzi perfettamente intrecciati uno nell’altro, in modo robusto e indissolubile. Un insieme, un corpo che prenderà il nome di: cassetto, armadio, tavolo, sedia, porta, o addirittura casa, barca… tanti pezzi che staranno insieme, non in virtù e in forza di colla, chiodi, viti, o chiavarde, ma solo per la solidità e la tenacia dell’incastro.
Anche Gesù, per imparare a costruire quegli incastri avrà dovuto faticare, di gomito e di concentrazione e immagino che anche lui, ancorché Figlio di Dio, qualche volta avrà sbagliato.
Sono persuaso cha anche grazie a quel tipo di lavoro e di esercizio, avrà imparato a conoscere meglio la natura umana, avrà capito come meglio “modellare” i discepoli di cui in seguito si è circondato.
Oggi, vivaddio, disponiamo di tecnologie che con intelligenza abbiamo realizzato a beneficio della fatica umana, purtroppo però abbiamo dimenticato queste semplici lezioni di vita e ogni volta che parliamo di salvaguardia delle tradizioni dovremmo fare attenzione a non ridurle a nostalgia del passato.
Cambiano i tempi, cambia il modo di operare, lavorare, organizzarsi, ma quel tipo di incastri, di intrecci, di collegamenti “senza colla”, non possono essere abbandonati… per spiegare meglio tutta l’allegoria: “il parroco può fare da collante per la comunità ed essere in questo senso più o meno efficace, ma se fra noi non ci sono solidi e precisi incastri non possiamo durare a stare insieme”.
La costruzione di questi “incastri” richiede tanta applicazione, cura, tempo, pazienza e fatica… e magari anche qualche “accidenti!”
In sostanza è “un’opera” che non finisce mai, che provoca calli, ferite e rughe… che ci rendono pienamente umani. (Anna Magnani disse: “Lasciatemi stare tutte le mie rughe, per averle ho impiegato una vita!”)
È proprio attraverso questo lungo e faticoso esercizio che, come i tralci delle vecchie viti, possiamo diventare capaci di portare frutti dolcissimi.
Aneddoto
Picasso fece un disegno su un piccolo foglio e una signora lo volle acquistare, ma alla richiesta di compenso esclamò: “così tanto?! Ha impiegato meno di un minuto per farlo!” Picasso replicò: “no signora, ho impiegato tutta la vita!”
Non ultimo, per quanto ogni grande artista abbia sviluppato un proprio stile ed espresso le proprie qualità uniche, sempre si sarà confrontato con lo stile altrui e in parte, volente o no ne sarà influenzato.
Così noi siamo chiamati ad essere influenzati ed inclusivi, cioè a diventare un po’ “gli altri”.
In tutta questa “costruzione di relazioni”, in senso figurato noi siamo al tempo stesso: legno, attrezzi e artigiani.
Siamo legno nelle mani dell’Artigiano che è Dio Padre, che continuamente ci “pialla”, ci “riduce”, ci “modella”, allo scopo di portarci alla “misura giusta” per la nostra pienezza umana, per la nostra felicità, perciò, prima di ogni altra cosa siamo chiamati a “lasciarci fare”.
Siamo altresì attrezzi, (pialla, scalpello, raspa…) ovvero strumenti nelle sue mani per l’utilizzo che vuol fare di noi, ovvero “modellare” i nostri fratelli, (non solo ragazzi del catechismo) quindi vicendevolmente lasciarci modellare nella correzione fraterna.
Siamo quindi anche artigiani, collaboratori di Dio nel proseguire la sua creazione. In quanto artigiani abbiamo la facoltà e quindi la libertà di creare, secondo le qualità che Dio ci ha dato e l’ammaestramento che abbiamo ricevuto, così come Gesù lo ricevette da Giuseppe.
In particolare l’essere artigiani comporta particolari responsabilità, prime fra tutte: l’applicazione delle regole di “lavorazione”, la cura nel trattamento del “materiale umano”, il corretto utilizzo degli “attrezzi”, il rispetto dei “tempi” di “lavorazione”.
Barca di Pietro
Non si può escludere che sia stato proprio lui, il falegname Giuseppe, a costruire, ad assemblare le barche di Pietro e Andrea, Zebedeo e figli Giacomo e Giovanni… certo è che noi siamo chiamati oggi ad “essere” la “barca di Pietro” e al contempo a “costruirla” di continuo; perciò siamo chiamati ad essere contemporaneamente: assi e fasciame, asce e maestri d’ascia.
Per essere assi e fasciame dobbiamo crescere e svilupparci “senza difetti” secondo la nostra “essenza”, per essere in seguito, proprio grazie a queste qualità, abbattuti, squartati e stagionati.
Per essere asce, sgorbie, bedani… efficienti e taglienti, dobbiamo poter reggere a lungo “il filo”, quindi ve**re ben “temprati” nella forgia e ben “affilati” a lungo sulla pietra.
Per diventare “maestri d’ascia”, abilitati a costruire la “barca di Pietro”, è necessario prima di tutto stare alla “scuola del Maestro”, quindi anche alla scuola dei vari “insegnanti” che il Maestro ci mette accanto; non ultimo, stare in quella scuola come “alunni” che si aiutano a vicenda nell’apprendimento e nella crescita umana attraverso l’amicizia.
Solo così, con i nostri contributi, la “barca di Pietro” potrà restare a galla, accogliere tanti, navigare, prendere il largo e aiutare l’umanità ad attraversare le tempeste della storia.
Antonio Bini