Parrocchia San Bernardino da Siena

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Messaggio del nostro Arcivescovo per l’inizio delle attività didattiche.
14/09/2026

Messaggio del nostro Arcivescovo per l’inizio delle attività didattiche.

14/09/2026

Dal Vangelo alla Vita
Lunedì 14 Settembre 2026
Esaltazione della Croce
Gv 3,13-17:”In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».”

Il Vangelo della festa odierna racconta il dialogo tra Gesù e Nicodemo sul Figlio dell'uomo “innalzato” e sull'amore salvifico del Padre per il “mondo”.

«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15). Il riferimento è all’episodio in cui, durante l’esodo dall’Egitto, gli ebrei furono attaccati da serpenti velenosi, e molti morirono; allora Dio comandò a Mosè di fare un serpente di bronzo e metterlo sopra un’asta: se uno veniva morso dai serpenti, guardando il serpente di bronzo, veniva guarito (cfr Nm 21,4-9).

“Anche Gesù sarà innalzato sulla Croce, perché chiunque è in pericolo di morte a causa del peccato, rivolgendosi con fede a Lui, che è morto per noi, sia salvato. «Dio infatti – scrive san Giovanni – non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17). (…) Dunque, se infinito è l’amore misericordioso di Dio, che è arrivato al punto di dare il suo unico Figlio in riscatto della nostra vita, grande è anche la nostra responsabilità: ciascuno, infatti, deve riconoscere di essere malato, per poter essere guarito; ciascuno deve confessare il proprio peccato, perché il perdono di Dio, già donato sulla Croce, possa avere effetto nel suo cuore e nella sua vita. (…) A volte l’uomo ama più le tenebre che la luce, perché è attaccato ai suoi peccati. Ma è solo aprendosi alla luce, è solo confessando sinceramente le proprie colpe a Dio, che si trova la vera pace e la vera gioia.”(Benedetto XVI, 18 marzo 2012)

“Cristo è morto per te. —Tu… che devi fare per Cristo?”(Cammino, 299)
“Luci nuove! —Come sei contento perché il Signore ti ha fatto scoprire un'altra America!
—Approfitta di questi istanti: è l'ora di prorompere in un inno di ringraziamento; ed è anche l'ora di spolverare gli angolini della tua anima, di liberarti di qualche abitudine, di agire più soprannaturalmente, di evitare un possibile scandalo al prossimo…
—In una parola: che la tua gratitudine si manifesti in un proposito concreto.”Cammino, 298)

13/09/2026

Dal Vangelo alla Vita
Domenica 13 Settembre 2026
XIV del Tempo Ordinario, A
Mt 18,21-35:”In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose:
«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse
restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».”

Il Vangelo di questa domenica presenta la parabola del servo spietato e insegna che il perdono cristiano non ha misura perché si fonda sulla misericordia infinita ricevuta da Dio.

Pietro chiede a Gesù quante volte debba perdonare un fratello che sbaglia nei suoi confronti, proponendo il numero sette come limite massimo di generosità (considerato già molto alto per l'epoca). Gesù risponde «fino a settanta volte sette», un'espressione che significa "sempre", senza calcoli o confini.

Il debito che abbiamo nei confronti di Dio è immenso, ma viene cancellato per puro amore e gratuità. Perdonare il prossimo non è uno sforzo eroico solitario, ma la conseguenza naturale di chi si riconosce profondamente perdonato da Dio. Chi rifiuta di perdonare il fratello dimostra di non aver accolto davvero il perdono di Dio nella propria vita.

“Il servo, al quale era appena stata condonata una somma enorme, non ha pietà di un compagno che gli doveva solo cento denari. Qui viene a galla la sua meschinità di cuore. Strettamente parlando, nessuno gli può negare il diritto di esigere ciò che è suo; eppure sentiamo in noi che qualcosa si ribella e ci dice che l'intolleranza di quel servo si allontana dalla vera giustizia: non è giusto che chi, un momento prima, ha ricevuto un misericordioso trattamento di favore e di comprensione, non reagisca con un minimo di pazienza nei confronti del suo debitore.”(Amici di Dio, 168)

“La parabola di oggi ci aiuta a cogliere in pienezza il significato di quella frase che recitiamo nella preghiera del Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). Queste parole contengono una verità decisiva. Non possiamo pretendere per noi il perdono di Dio, se non concediamo a nostra volta il perdono al nostro prossimo. È una condizione: pensa alla fine, al perdono di Dio, e smettila di odiare; caccia via il rancore, quella mosca fastidiosa che torna e torna. Se non ci sforziamo di perdonare e di amare, nemmeno noi verremo perdonati e amati.”(Papa Francesco, 13.09.2020)

12/09/2026

Dal Vangelo alla Vita
Sabato 12 Settembre 2026
Santissimo Nome di Maria
Lc 6,43-49:”In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».”

Il Vangelo odierno (l'albero che si riconosce dai frutti e la casa costruita sulla roccia) si collega alla memoria del Santissimo Nome di Maria che celebriamo oggi, attraverso il tema della piena aderenza alla volontà di Dio e della fecondità spirituale.

Maria custodisce la Parola nel suo cuore (Lc 2,19) traendone continuamente il bene e incarnando la pienezza di un "cuore buono" di cui parla Gesù in Lc 6,45.
La parabola della casa sulla roccia (Lc 6,47-49) trova in Maria il modello per eccellenza di chi non si limita a invocare il Signore ("Signore, Signore!"), ma accoglie la Parola e realizza radicalmente la volontà di Dio fin dall'Annunciazione ("Sia fatto di me secondo la Tua Parola”).

La “roccia” su cui costruisce Maria è la Parola di Dio.
“Nell’Annunciazione Ella rimane turbata ascoltando le parole dell’angelo - è il timore che l’uomo prova quando viene toccato dalla vicinanza di Dio –, ma non è l’atteggiamento di chi ha paura davanti a ciò che Dio può chiedere. Maria riflette, si interroga sul significato di tale saluto (cfr Lc 1,29). Il termine greco usato nel Vangelo per definire questo “riflettere”, “dielogizeto”, richiama la radice della parola “dialogo”. Questo significa che Maria entra in intimo dialogo con la Parola di Dio che le è stata annunciata, non la considera superficialmente, ma si sofferma, la lascia penetrare nella sua mente e nel suo cuore per comprendere ciò che il Signore vuole da lei, il senso dell’annuncio.”(Benedetto XVI, 10.12.2012)

Il "frutto" benedetto del suo grembo, Gesù, è il sigillo supremo della veridicità e della bontà dell'albero (Maria) richiamando il principio per cui un albero buono non può generare frutti cattivi.

“Camminiamo in fretta verso le montagne, fino a un villaggio della tribù di Giuda (Lc 1, 39).
Siamo giunti. — E' la casa in cui deve nascere Giovanni, il Battista. — Elisabetta, riconoscente, rende lode alla Madre del suo Redentore: Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno! E donde a me tanto bene, che la Madre del mio Signore venga a visitarmi? (Lc 1, 42 — 43).”Santo Rosario. Commento al 1º Mistero gaudioso)

11/09/2026

Dal Vangelo alla Vita
Venerdì 11 Settembre 2026
della XXIII Settimana del T. O.
Lc 6,39-42:”In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».”

Il Vangelo odierno presenta due immagini forti e provocatorie usate da Gesù: il cieco che guida un altro cieco e il paradosso della pagliuzza e della trave nell'occhio.

La domanda sul cieco che guida un altro cieco ammonisce chi pretende di insegnare o correggere gli altri senza prima essersi lasciato illuminare e formare dal unico Maestro, correndo il rischio di rovinare sé stesso e chi lo segue.
“Il Vangelo di Luca ci ha riproposto l’interrogativo di Gesù: “Può forse un cieco guidare un altro cieco?” (Lc 6, 39). Il Signore intende dire che una guida non può essere cieca, deve vedere bene, se non vuol rischiare di arrecare danno alle persone che le sono state affidate. Gesù richiama così l’attenzione di tutti coloro che hanno compiti educativi o di comando (…) esortandoli ad avere coscienza, a sentire la responsabilità, a interrogarsi sulla strada giusta e a percorrerla essi stessi per primi.” (San Giovanni Paolo II, 1° marzo 1992)(…)

Il paradosso della trave e della pagliuzza evidenzia l'assurdità di un occhio impedito da un grosso tronco che si preoccupa di rimuovere un minuscolo pulviscolo nell'occhio altrui, simboleggitando la sproporzione tra i nostri eventuali enormi difetti inosservati e le piccolezze che rimproveriamo al prossimo.

“Nel brano d’oggi troviamo un’altra frase molto significativa, quella che esorta a non essere presuntuosi e ipocriti. “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (Lc 6, 41). Com’è facile scorgere i difetti e i peccati altrui e non vedere i propri! E come possiamo accorgerci se il nostro occhio è libero o se è impedito da una trave? La verifica ci viene dalle nostre azioni. È ancora Gesù che ce lo dice: “Ogni albero si riconosce dal suo frutto” (Lc 6, 44). Il frutto sono le azioni, ma anche le parole. (…) Infatti, chi è buono trae fuori dal suo cuore e dalla sua bocca il bene e chi è cattivo trae fuori il male. (…) Sentitevi responsabili e fieri di offrire una testimonianza cristiana capace di rinnovare interiormente ed esteriormente la società.” (San Giovanni Paolo II, 1° marzo 1992)

“Sei, fra i tuoi —anima d'apostolo—, la pietra caduta nel lago. —Produci, col tuo esempio e con la tua parola, un primo cerchio… e questo un altro… e un altro, e un altro… Sempre più largo.
Capisci adesso la grandezza della tua missione?”(Cammino, 831)

10/09/2026

Dal Vangelo alla Vita
Giovedì 10 Settembre 2026
della XXIII Settimana del T. O.
Lc 6,27-38:”In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».”

Il Vangelo odierno di San Luca è il cuore del discorso della pianura (corrispondente al discorso della montagna di San Matteo) in cui Gesù, dopo averci insegnato le “beatitudini”, ci invita caldamente a superare la logica della reciprocità e della vendetta per abbracciare l'amore incondizionato e la misericordia sull’esempio di Dio Padre.
Soffermiamoci su quella che viene chiamata la “regola d’oro della morale”:
“come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.”

“Gesù sintetizza la Legge e i Profeti in una sola norma, tanto semplice nella sua formulazione quanto difficile nell’attuazione: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (cfr Mt 7, 12). Questa è addirittura presentata come la via da percorrere per essere perfetti come il Padre celeste (cfr Mt 5, 48).”(San Giovanni Paolo II, 7.04.1999)

Questa norma di reciprocità non appartiene alla religione, ma è stata messa da Dio nel cuore di ogni uomo, anche del più depravato e di chi è stato educato senza norme morali: è la legge morale naturale! Per esempio anche un “ladro ateo” desidera che a lui nessuno lo derubi!

“La legge naturale « altro non è che la luce dell'intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa luce o questa legge Dio l'ha donata alla creazione ». (Catechismo, 1955)

Applichiamo ora a noi sinceramente questa “regola d’oro della morale”.

“Esaminando la nostra condotta personale, potremo misurare l'autenticità della nostra fede. Non siamo sinceramente credenti se non ci sforziamo di tradurre in realtà ciò che confessiamo con le labbra.” (Amici di Dio, 268)

09/09/2026

Dal Vangelo alla Vita
Mercoledì 9 Settembre 2026
San Pietro Claver, presbitero
Lc 6,20-26:”In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».”

Nel Vangelo odierno leggiamo le Beatitudini nella versione di San Luca. Gesù proclama il mondo dei valori di Dio, capovolge la scala dei valori dell'uomo e annuncia il modo “paradossale” con il quale Dio salva.

Le felicitazioni e le congratulazioni per i poveri si fanno lamentazioni e condoglianze per i ricchi. Il "guai a voi" (in greco Οὐαὶ ὑμῖν) si può tradurre -più in sintonia con il cuore misericordioso di Gesù- anche con “poveri voi, peggio per voi“. Quindi non è un grido di vendetta o di minaccia, ma un estremo grido di compianto, di compassione e di lamento che Gesù rivolge ai ricchi, e ad altre categorie, perché mettono le ricchezze, i beni materiali, la ricerca del consenso, ecc. al posto di Dio come fonte della loro felicità e invece non hanno ancora sperimentato la gioia di colui che vende tutto per acquistare il tesoro che è Cristo (cfr Mt 13,44).

“Sul monte, Cristo consegna ai discepoli la legge nuova, quella scritta nei cuori, non più sulla pietra: è una legge che rinnova la nostra vita e la rende buona, anche quando al mondo sembra fallita e miserabile. (…) Le Beatitudini diventano per noi una prova della felicità, e ci portano a chiederci se la consideriamo una conquista che si compra o un dono che si condivide; se la riponiamo in oggetti che si consumano o in relazioni che ci accompagnano. È infatti “a causa di Cristo” e grazie a Lui che l’amarezza delle prove si trasforma nella gioia dei redenti: Gesù non parla di una consolazione lontana, ma di una grazia costante che ci sostiene sempre, soprattutto nell’ora dell’afflizione.” (Papa Leone XIV, 1° febbraio 2026)

Per questo le Beatitudini sono chiamate
“La via della Felicità”, terrena ed eterna.

”Ne sono sempre più persuaso: la felicità del Cielo è per coloro che sanno essere felici sulla terra.” (Forgia, 1005)

08/09/2026
08/09/2026

Dal Vangelo alla Vita
Martedì 8 Settembre 2026
Natività della Beata Vergine Maria
Mt 1,1-16.18-23:”Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.(…)Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.”

Il lunghissimo Vangelo odierno è l’inizio del Vangelo secondo Matteo -che era rivolto principalmente a una comunità di cristiani di origine ebraica (chiamati anche giudeo-cristiani)- e descrive la genealogia di Giuseppe, sposo di Maria. Potrebbe sembrare noioso. Ma ha un profondo significato.
Nella tradizione ebraica conoscere le proprie origini e il proprio albero genealogico (toldot) rivestiva un significato profondo: fungeva da vera e propria "carta d'identità", provando l'inclusione nel popolo eletto e il legame con le promesse fatte da Dio ai patriarchi.
La genealogia parte da Abramo e arriva a Giuseppe, che discende da Davide tramite il re Salomone.

In primo luogo Matteo, raccontando come avvenne la nascita di Gesù, sin dall’inizio vuole fare intendere al lettore che la generazione di Gesù, nel seno di Maria, avvenne in maniera miracolosa, senza intervento di uomo, “per opera dello Spirito Santo”.

Matteo inoltre inserisce quattro figure femminili dell'Antico Testamento più Maria. Le prime quattro donne sono accomunate da due elementi principali: erano straniere (non israelite) ed erano protagoniste di storie matrimoniali irregolari o scandalose per l'epoca.
Questo per mostrare che Dio entra nella concretezza della storia con le sue contraddizioni.

“Il brano del Vangelo di Matteo ci presenta la "genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo" (Mt 1,1), sottolineando ed esplicitando ulteriormente la fedeltà di Dio alla promessa, che Egli attua non soltanto mediante gli uomini, ma con loro e, come per Giacobbe, talora attraverso vie tortuose e impreviste. Il Messia atteso, oggetto della promessa, è vero Dio, ma anche vero uomo; Figlio di Dio, ma anche Figlio partorito dalla Vergine, Maria di Nazaret, carne santa di Abramo, nel cui seme saranno benedetti tutti i popoli della terra. In questa genealogia, oltre a Maria, vengono ricordate quattro donne. Non sono Sara, Rebecca, Lia, Rachele, cioè le grandi figure della storia d’Israele. Paradossalmente, invece, sono quattro donne pagane: Racab, Rut, Betsabea, Tamar, che apparentemente "disturbano" la purezza di una genealogia. Ma in queste donne pagane, che appaiono in punti determinanti della storia della salvezza, traspare il mistero della chiesa dei pagani, l’universalità della salvezza. (…) Sono anche donne peccatrici e così appare in loro anche il mistero della grazia: non sono le nostre opere che redimono il mondo, ma è il Signore che ci dà la vera vita. (Benedetto XVI, 17 dicembre 2009)

Anche noi, con tutte le nostre miserie, siamo inseriti in questa storia della salvezza. Ci serva questa considerazione:

“Quanta bassezza nella mia condotta, e quanta infedeltà alla grazia!
— Madre mia, Rifugio dei peccatori, prega per me; che mai più io ostacoli l'opera di Dio nella mia anima.” (Forgia, 178)

Buongiorno a tutti. In occasione della riapertura del nuovo anno scolastico il Vescovo ha chiesto di poter lanciare ques...
07/09/2026

Buongiorno a tutti. In occasione della riapertura del nuovo anno scolastico il Vescovo ha chiesto di poter lanciare questa iniziativa in tutte le parrocchie a sostegno delle famiglie più fragili. Alle Caritas parrocchiali viene chiesta la disponibilità a coordinare questo prezioso servizio. Un grazie sentito.

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