Centro Geltrude Comensoli

Centro Geltrude Comensoli Il Centro Geltrude Comensoli coniuga esperienza spirituale e formazione culturale La prima comunità si insediò a Villalta di San Raffaele nel maggio 1957.

SPIRITUALITÀ

Siamo le Suore Sacramentine di Bergamo, religiose nate dal cuore di una donna innamorata del Mistero Eucaristico, Santa Geltrude Comensoli. Profondamente toccata dall’amore senza limiti che spinse Cristo Gesù a donarsi come pane di vita e a rimanere per sempre con gli uomini, Santa Geltrude divenne adoratrice incessante della divina Presenza. La sua dedizione nei confronti delle urge

nze del tempo, in particolare verso la condizione dei piccoli e delle giovani donne al sorgere della civiltà industriale, porta la forte connotazione della gratuità, di quella particolare pienezza umana e spirituale che ha la sua sorgente nell’Eucaristia. Noi sue figlie di oggi, come quelle di ieri, accogliamo con cuore grato l’eredità che ci ha lasciato Santa Geltrude: adorare Cristo nell’Eucaristia, divenire capaci di gustare la sua Presenza, seguire il Signore nel quotidiano abbandono alla sua volontà ed essere segni gioiosi dell’Amore di Dio. Svolgiamo il servizio apostolico, impegnandoci nella pastorale giovanile, nelle opere assistenziali, nell’attività scolastica, nell’iniziazione cristiana, nell’animazione liturgica. Favoriamo incontri di riflessione sul mistero eucaristico e momenti di preghiera e di adorazione. Siamo consapevoli che vivere e pregare seguendo l’esempio della nostra Santa è una grazia particolare ed arricchente, una grazia a cui ci viene data la possibilità di attingere per condividere con i nostri fratelli la gioia dell’incontro vivo con Dio. STORIA DEL CENTRO

La villa, un tempo denominata “Villa Gamba” dal nome dell’antico proprietario, passò all’Istituto delle Suore Sacramentine nel 1955. L’intento di apertura della casa era quello di offrire ospitalità alle suore che, dopo un soggiorno a Ponte Selva, venivano dichiarate guarite dai medici curanti, ma ancora necessitavano di un periodo di convalescenza. Fu chiamata “Villalta di San Raffaele”, con implicita richiesta all’Arcangelo di intercedere per la riabilitazione e la guarigione delle Suore. Nel trascorrere degli anni, la casa venne poi adibita ad ospitare gli esercizi spirituali delle suore e gli incontri di alcune categorie di laici. Dopo un periodo di ristrutturazione e ampliamento, la casa è stata riaperta. Dal settembre 2013 il suo nuovo nome è: Centro di Spiritualità e Cultura “Geltrude Comensoli”. Al Centro le possibilità di formazione e di crescita nella fede vengono aperte a tutti, sacerdoti, religiosi e laici, nelle loro diverse vocazioni. Inoltre, con gli incontri culturali, si vuole promuovere la visione cristiana sui vari aspetti della vita e sollecitare risposte appropriate alle domande cruciali del tempo presente.

Mani oranti e benedicenti.Gesù è venuto sulla terra per alzare al cielo mani pure e rendere ancora l'umanità gradita a P...
26/06/2026

Mani oranti e benedicenti.

Gesù è venuto sulla terra per alzare al cielo mani pure e rendere ancora l'umanità gradita a Padre; è venuto per essere il Povero che fa giungere la sua voce agli orecchi di Dio - come ci ricorda il libro del Siracide - il povero che prega e che diventa lui stesso sostanza di preghiera:
“La preghiera dell'umile penetra le nubi, finché non sia arrivata, non si contenta; non desiste finché l'Altissimo non sia intervenuto” (Sir 35,17-18).
Gesù è veramente questo umile e povero che alza al cielo mani pure, senza ira, senza contese, perché il suo cuore è mite, pieno di bontà e di pace. Leggiamo nel Vangelo secondo Luca: “In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te” (Lc10,21-22).
Il volto di Gesù - e di riflesso il volto del Padre - si rivela ai puri di cuore, a coloro che ritengono di non sapere ancora niente e di dovere sempre imparare; si manifesta a coloro che non amano quello che è in contrasto con la volontà di Dio.
Viene spontaneo immaginare che Gesù proclami questa lode, questo inno di benedizione al Padre proprio con le mani alzate, in segno di gioia, di offerta, in segno di filiale abbandono e di supplica.
Quando prega, Gesù è tutto proteso al cielo, e la sua preghiera fende veramente le nubi e le tenebre del male, supera le insidie del maligno, arriva veloce al cuore del Padre ed è subito esaudita, perché la sua è la preghiera di un piccolo della terra. Egli non è venuto come un potente e come un sapiente, ma in umiltà e mitezza.
Per questo avrà sempre un amore particolare per i piccoli. Lo si nota in tutto il Vangelo: egli predilige i piccoli per età, i bambini, ma anche i piccoli nel senso del valore, ossia i poveri, gli umili, i disprezzati, i dimenticati, gli ultimi. Egli si è fatto piccolo, ultimo, e la sua predilezione è sempre rivolta a costoro, desidera averli vicino, sta bene con loro. Leggiamo nel Vangelo secondo Matteo:
“Gesù disse loro: lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli. E dopo aver imposto loro di mani, se ne partì”.
Con questo gesto Gesù fa scendere in abbondanza la benedizione del cielo sui bambini, che egli propone a tutti noi quali modello del nostro rapporto con Dio, affinché sia un rapporto di dipendenza filiale, di fiducia, di affettuoso amore, di familiarità.
“Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”.
I bambini della Palestina si stringevano attorno a Gesù con la loro impetuosità; certamente gli correvano dietro e lo ‘assediavano’, facendo chiasso e quindi, secondo gli apostoli, disturbavano, non lasciavano parlare il Maestro. Per questo cercavano di allontanarli, ma Gesù rimprovera gli apostoli. I bambini sono spontanei e hanno anche un sesto senso per capire, per percepire quali sono le persone che li amano. È difficile vedere i bambini correre dietro a qualcuno che non è buono, se corrono dietro a qualcuno è perché sentono il profumo della bontà.
Il regno dei cieli - dice Gesù - è proprio di quelli che sono come i bambini; la cittadinanza del cielo è concessa soltanto ha chi ha questo distintivo. Sul nostro passaporto per il regno dei cieli non deve esserci scritto nessun particolare titolo di professione, ma piuttosto: ‘piccolo figlio di Dio’.
Il primo cittadino con pieni diritti e sommo onore è proprio Gesù, che essendo Dio si è fatto bambino tra gli uomini, ed è stato riaccolto nel regno dei cieli presso il Padre come il primo cittadino della nuova umanità.
Anna Maria Cànopi

Ritornare al cuore, sede dei tesori divini.Con un po' di penetrazione e di profondità spirituale, noi percepiamo nel cuo...
25/06/2026

Ritornare al cuore, sede dei tesori divini.

Con un po' di penetrazione e di profondità spirituale, noi percepiamo nel cuore rinnovato il segreto della vera porta, il segreto della via. Paolo non ha forse detto: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27)? Se dunque Cristo si trova veramente nell'uomo nuovo spirituale, questi possiede in sé, di conseguenza, il segreto della porta (cf. Gv 10,7), il segreto della via (cf. Gv 14,6). All'interno dell'uomo nuovo si realizza dunque l'incontro, l'accoglienza, l'unione e la comunione “perché la vostra gioia sia perfetta” (1Gv 1,4). Non abbiamo forse già in noi colui che è la vita eterna? Se possediamo già la presenza di Cristo in noi, possediamo di conseguenza la vita eterna e la comunione con il Padre e con suo Figlio Gesù Cristo, e la nostra gioia è già perfetta, secondo il messaggio di Giovanni, che attesta di aver realmente ottenuto questo!
“La vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo venduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi. (…) (1Gv 1,2-4).
Questo è riprova e conferma della parola del Signore Gesù, per la quale egli è degno di essere benedetto ed esaltato: “Il regno di Dio è dentro di voi” (Lc 17,21).
Non è dunque con la riflessione, lo studio e lo sforzo intellettuale che troveremo Cristo, e che giungeremo al regno e alla vita eterna. Questa è un'illusione nella quale abbiamo vissuto per secoli, ed è tempo di riconoscere che Cristo è in noi, e che la vita eterna si trova nei nostri cuori. Che dire dunque? Che bisogna ritornare al cuore e concentrarvi la nostra fede, la nostra preghiera e la nostra speranza. Infatti è nel cuore che si manifesta l'uomo nuovo, nuova creatura celeste dall’alto, dotata della presenza di Cristo, dello Spirito e della vita eterna.
Chiunque abbia trovato il suo uomo nuovo, ha trovato la redenzione, la salvezza, la vita eterna e il fine ultimo di ogni cosa.
Niente di più gli manca delle opere di Dio. Ecco che Dio ha deposto nel nostro cuore il segreto del nuovo atto creatore, con tutto ciò che comporta in grazie e doni. Quale immensa ricchezza e quale immensa gloria!
Cessa dunque di lamentarti, di gemere e di compiangere te stesso. Dio non ci ha abbandonati a noi stessi e non ha lasciato che facessimo fronte alla vita con la nostra vecchia natura e la nostra creatura di polvere. Egli non è stato ingiusto nell'esigere dal noi una virtù celeste, mentre tutti i nostri strumenti e le nostre armi erano di questo mondo di polvere. Non ci ha chiesto di conoscerlo, di credere in lui, di obbedirgli e di amarlo, lasciandoci alle nostre sole capacità terrene, corruttibili e insufficienti. Non a esigito da noi la preghiera continua e la vigilanza spirituale, lasciandoci all'incapacità delle nostre armi di polvere.
Non ci ha chiesto di amare i nostri fratelli “di vero cuore” (1Pt 1,22), né di amare i nostri nemici, mentre tutto ciò che conoscevamo dell'amore si limitava all'amore carnale, fondato sull'istinto animale proprio di questa natura di polvere. Ma in previsione di quello che stava per chiederci Dio ha deposto nel nostro cuore una creatura umana interamente rinnovata, che non ha più niente a che vedere con la polvere del suolo, ma che è di natura celeste, della natura stessa del corpo di Cristo risorto, con il quale ha vinto il peccato, calpestato la morte, annientato il demonio, e si è innalzato da terra, lontano da questo mondo mortale ed effimero. Questa natura nuova è ricca dei doni dello Spirito, delle armi della grazia, dello spirito di preghiera, dell'amore divino perfetto e dell'umiltà propria dell'infanzia spirituale.
Cristo ci ha dunque muniti del suo stesso corpo, del suo Spirito, del suo amore e della sua vittoria. Ha deposto nei nostri cuori questa creatura nuova e vi ha posto il suo sigillo fino al giorno in cui riusciremo a riconoscerla per vivere di essa. Risulta dunque che ci ha donato molto più di quanto ci domanda.
In tal modo, poiché abbiamo Cristo in noi, non siamo più stranieri nei confronti del Padre; il cielo non è più lontano da noi, ma è diventato nostra patria che ci attende più di quanto noi non l’attendiamo, e la nostra parte vi è tenuta in serbo insieme alla nostra eredità.
Matta el Meskin

I presupposti di un'obbedienza pronta.Di per sé un atto di obbedienza immediata non prova che una persona si perfettamen...
24/06/2026

I presupposti di un'obbedienza pronta.

Di per sé un atto di obbedienza immediata non prova che una persona si perfettamente obbediente: può essere un episodio insolito, un fatto eccezionale della sua vita. Può darsi che non avesse nulla da fare in quel momento, o che fosse occupata in un'incombenza fastidiosa. Per obbedire bisogna non essere attaccati a nulla di terreno, distaccati da ogni volontà propria, interamente liberi e disponibili, sempre pronti a compiere l'opera di Dio, la volontà divina. La libertà non viene soppressa, la volontà non è annichilita; al contrario, è allora che la volontà umana è pienamente libera, capace di aderire immediatamente alla volontà di Dio, non appena la si discerne. Non c'è più l'ostacolo dell’amor proprio e della volontà propria. Ma una tale prontezza nell'obbedienza implica ordinariamente prolungati e pazienti sforzi, un lungo apprendistato. Doroteo spiega in una delle sue ‘Conferenze ai monaci’ come, a forza di recidere la volontà propria in cose piccole, si arrivi a non avere più una volontà propria, al punto che, qualunque cosa accada, si è contenti, e alla fine si fa comunque quello che si desidera perché si è stati conquistati in anticipo dalla volontà di Dio, che si manifesta attraverso gli eventi, gli ordini dei superiori o anche i desideri del prossimo.
L'obbedienza pronta e sollecita suppone anche un pieno affidamento, un'assoluta fiducia nell’abba. Fin dagli inizi del monachesimo nel deserto, il titolo di abba dato da un discepolo a un anziano ha sempre espresso la convinzione che questi fosse veramente il rappresentante e il portavoce di Dio, l'immagine visibile del Cristo che parla attraverso lo Spirito Santo. Di conseguenza il discepolo obbedisce come a Dio, senza indugio, senza discutere, senza esitare. Non si tratta di una fiducia umana che si fonda su sentimenti di simpatia, ma di una fede soprannaturale che non si ferma alle qualità o ai difetti naturali.
Abba Cronio diceva: “Quando l'anima abbandona le sue volontà, vieni in lei lo Spirito di Dio”. Lo Spirito è presente e operante nell’abba totalmente distaccato da se stesso e dalla volontà propria, ma lo è anche nel discepolo che obbedisce immediatamente come il Figlio di Dio. Benedetto dirà nella ‘Regola’, al capitolo quinto e al capitolo settimo, secondo gradino dell'umiltà, che l’obbediente imita la parola di Cristo: “Non sono venuto per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (cf. Gv 6,38). Cristo agiva in permanenza in questo modo, e colui che obbedisce così non imita Cristo dall'esterno, ma, attraverso la fede, si identifica in un certo senso il Figlio di Dio e si trova a essere come attirato nell'obbedienza del Figlio al Padre. È un'obbedienza libera, non meccanica né automatica ma infallibile, nel senso che il Figlio non può sottrarsi e compie sempre la volontà del Padre. Ci può essere un momento di confronto tra le due volontà, quella del Figlio e quella del Padre, come nel Getsemani, la sera del giovedì santo: “Padre, se è possibile, passi da me questo calice. Tuttavia non la mia volontà, ma la tua sia fatta!” (Mt 26,39; Lc 22,42). Cristo sapeva sempre discernere con esattezza qual era la volontà del Padre. Noi invece possiamo avere momenti di dubbio che generano esitazione, specie se si tratta di obbedire a qualcuno di cui non si è assolutamente sicuri che ci chieda di compiere la volontà di Dio.
L'amore è la conseguenza, ma è anche e soprattutto la radice, la fonte di quell'obbedienza perfetta. L'obbedienza immediata è tipica di coloro che non hanno nulla di più caro di Cristo e che si sottomettono “per amore di Dio”. È l'obbedienza gradita a Dio e cara anche agli uomini.
Lucien Regnault

Contraddizioni.“Alzati, Signore, affrontali, abbattili;con la tua spada liberami dal malvagio,con la tua mano, Signore, ...
23/06/2026

Contraddizioni.

“Alzati, Signore, affrontali, abbattili;
con la tua spada liberami dal malvagio,
con la tua mano, Signore, dai mortali,
dai mortali del mondo, la cui sorte è in questa vita.
Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre,
se ne sazino anche i figli e ne avanzi per i loro bambini.
Ma io nella giustizia contemplerò il tuo volto,
al risveglio mi sazierò della tua immagine (Sal 17,13-15).
In questi versetti si leva la supplica di un innocente: mentre su di lui piovono accuse false, egli supplica il Signore di intervenire per liberarlo; così la ricerca della giustizia e il motivo della sazietà si intrecciano nella preghiera salmica come nel macarismo matteano. In queste invocazione - il cui testo originale ebraico è però molto tormentato - si chiede che i nemici “si sazino” nella loro avidità di belve inferocite, abituate a sfamarsi divorando i beni altrui; oppure si potrebbe scorgere l'augurio che gli avversari del giusto, che sono anche i nemici del Signore, vengano saziati con le riserve d’ira di Dio, cioè con delle provviste di male, tenute in serbo per riempire il ventre dei nemici, in un debordare di terrore che giunga a lambire anche i loro discendenti.
Altra è, però, la sazietà che l'orante insegue, indifferente al soddisfacimento che viene dai beni materiali, ma affamato di contemplare il volto di Dio e - al suo risveglio, non solo all'alba dopo una notte trascorsa nel tempio o al sorgere di ogni nuovo giorno, ma nel ridestarsi finale della risurrezione dei giusti - desideroso di saziarsi dell'immagine del suo Signore. La versione greca dei LXX, invece, intende la sazietà del giusto in riferimento alla gloria di Dio:
“Ma io nella giustizia comparirò davanti al tuo volto,
sarò saziato al comparire della tua gloria”.
E Lutero:
“Ci sazieremo del volto di Dio rivelato, che è la gloria e lo splendore di Dio; è bello che qui sia stato posto un verbo che indica la resurrezione – ‘quando mi risveglierò’ da intendersi: quando mi risveglierò dal sonno della morte - , per indicare che la nostra sazietà sarà non in questa vita, ma nella vita futura”.
Eppure la sazietà non appartiene solo al futuro escatologico del Regno, perché si correrebbe il rischio di cedere alla rassegnazione di fronte al presente dell'ingiustizia, rinunciando a qualsiasi sforzo di cambiamento. È significativo notare che il verbo “saziare” che ricorre in questo macarismo viene utilizzato da Matteo anche nel racconto nella moltiplicazione dei pani e dei pesci: Gesù prova una viscerale compassione per la folla, che lo accompagna da giorni senza avere di che mangiare; per questo non vuole rimandarli digiuni, temendo che vengano meno lungo il cammino (cf. Mt 15,32).
Allora prende nelle sue mani il poco che i suoi discepoli possono offrire, sette pani e qualche pesce; li spezza e fa in modo che il dono condiviso passi di mano in mano, e si moltiplichi: “Li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiano e furono saziati” (Mt 15,36-37).
Emanuele Borsotti

Ritrovare la pura semplicità.“Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e tro...
22/06/2026

Ritrovare la pura semplicità.

“Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime”. (Mt 11,29)

Il giogo del Signore, che è leggero, non ci impone neppure la recitazione dei salmi, né la recitazione del breviario, ma ci dice: la vostra preghiera sia semplice, sia breve. Il giogo cristiano consiste nello spogliarsi di tutti gli altri gioghi per liberarci, in una maniera più assoluta e totale, del nostro io, perché spesso il nostro io si abbarbica su cose che sembrano sante e allora è molto più difficile sradicarle.
Il giogo cristiano consiste nel fatto che noi dobbiamo essere, di momento in momento, dei disseminatori dell'amore di Cristo non così a vanvera, ma nell'impegno di vita dentro al quale dobbiamo vivere e nel quale dobbiamo compiere la nostra missione cristiana. Il compito del cristiano è sempre nel posto dove è chiamato a vivere la sua vita; e in questo posto non solo deve recitare delle preghiere e fare lunghe pratiche di meditazione, ma deve vivere l'amore. Quando vive l'amore tutte le altre forme di preghiera, di meditazione, di posizioni, non hanno più nessun senso.
Il giogo del Signore è la semplificazione di tutto il nostro essere per portarci all'essenziale della vita umana: la spoliazione di noi, del nostro io, l'abbattimento di tutte le chiusure che ci separano dagli altri perché anche noi, come Cristo, dobbiamo diventare creature in comunione con tutti. Questo è il gesto religioso che noi cristiani dobbiamo saper compiere nella nostra vita personale. Liberarci da tutte le separazioni, ritrovare l'unità con tutti gli altri esseri, attraverso la comunione che è il gesto sacrificale, il sacramento grandioso che anima il cristianesimo, la Chiesa e la nostra vita personale. Essere in comunione.
Il giorno in cui saremo in comunione con tutti gli altri esseri avremo una gioia sovrabbondante e non sentiremo più il bisogno di recitare i salmi se non per essere in comunione con gli altri. I salmi diventano un momento che caratterizza la nostra vita comunitaria, non la cosa essenziale. L'essenziale è al di là dei salmi, al di là delle vesti, al di là dei digiuni: l'essenziale è la trasformazione del nostro cuore che è piccolo, chiuso, egoistico, in un cuore che diventa, come il cuore di Cristo, in comunione di amore, di dedizione, di offerta assoluta di se stesso per gli altri.
Allora si ha la realizzazione della preghiera, non del regno dei cieli, ma qui sulla terra. Il regno di Dio comincia con la liberazione del nostro essere dal nostro io chiuso e con la realizzazione in noi del mistero della comunione. Questo è il giogo soave del Signore, aderente alla vita.
Giovanni Vannucci

DODICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO21 Giugno 2026/ Anno Ahttps://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-li...
20/06/2026

DODICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

21 Giugno 2026/ Anno A

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260621

Ger 20,10-13; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33

Nonostante la ripetizione dell’invito a non avere paura che il testo del Vangelo di questa domenica propone per ben tre volte, un poco di timore si muove dentro di noi di fronte a testi così forti in cui si parla di essere uccisi, della possibilità che perisca l’anima e il corpo. E non risulta subito rassicurante neanche quando comprendiamo che questo passo del Vangelo di Matteo è conseguente a quello di domenica scorsa, in cui si parlava della missione dei dodici apostoli mandati da Gesù a guarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni. Ci sono alcuni versetti di collegamento che non leggiamo, in cui il tema di oggi è aperto in maniera ampia: si tratta dei rischi e dei pericoli della missione. In quei versetti addirittura si dice che gli apostoli saranno portati davanti ai tribunali, che ci si dividerà tra persone di famiglia a causa del Vangelo, addirittura fratello farà morire il fratello e padre il figlio. «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome» aveva detto Gesù in questi versetti (Mt 10,22). Ci sorgono, così, almeno due domande spontanee: come possiamo “non avere paura” di fronte a situazioni così pericolose e dolorose? Perché la conseguenza di un invio tanto straordinario – curare, guarire, scacciare, purificare – può essere così apparentemente disastrosa o comunque generare tanto dolore, sofferenza, rifiuto, divisione? Si tratta di domande complesse da sciogliere, rispetto alle quali ci viene in aiuto anche l’esperienza ecclesiale e la nostra concreta vita con dei fratelli. La Parola, infatti, ci fa leggere la vita; ma anche la vita e l’esperienza concreta, tante volte, ci aiutano a comprendere la Parola.

Per rispondere alla prima domanda cominciamo restando nel testo stesso; «voi valete più di molti passeri» e «neppure un capello del vostro capo perirà» sono due immagini potenti che, se da una parte evocano la fragilità dell’uomo e della sua vita, dall’altra parte assicurano la cura e la custodia da parte di Dio. Coloro che a Lui si affidano e che obbediscono alla sua missione, quelli che lo riconoscono davanti agli uomini, nonostante i pericoli che questo determina, permettono a Dio di essere Signore sulla loro vita, allora Egli può custodirli e proteggerli! Tutto di loro sarà custodito, persino la cosa più banale, i capelli. È un’iperbole, ma rende bene l’idea. «Non avere paura», allora, è connesso con quelle cose che sembrano nascoste e che sono state ascoltate nelle tenebre, ma che saranno svelate e annunciate dalle terrazze; si tratta dell’annuncio della salvezza, del racconto dell’amore e della vita che il Signore ha sussurrato al cuore e alle orecchie degli apostoli, cose che sembreranno piccole e perdenti di fronte alla ribellione degli uomini, alla loro violenza, al loro potere, alla loro ricerca di sé stessi. Eppure queste cose si manifesteranno in tutta la loro forza, perché sono la Parola che viene da Dio. Allora comprendiamo che umanamente è impossibile non temere e tanti uomini e donne cedono alle esigenze del Vangelo e alla sequela proprio di fronte alla paura che si muove a causa di situazioni così dolorose; però, se crediamo veramente alla Parola, allora possiamo deporre quel timore e quella paura: possiamo perdere tutto, anche la vita, ma se riconosciamo il Cristo non perderemo la cosa più importante, l’unica verità più forte di ogni cosa, quella del Vangelo.

Per la seconda domanda, bisogna dirsi che tante volte la persecuzione si scatena proprio di fronte al tentativo di guarigione; tutti, in teoria, vorrebbero guarire. Poi, di fatto, pochi guariscono perché la guarigione richiede il passaggio per il riconoscimento di essere malato ma anche della possibilità di poter essere altro. Il lebbroso forse non sa chi è senza la sua lebbra, l’infermo non saprebbe come costruirsi da vivere quando sano, l’indemoniato forse ha paura di essere libero da quella presenza scomoda e rassicurante allo stesso tempo, il morto potrebbe stare bene in quella staticità che non gli chiede nulla rispetto al vivere con continue stimolazioni. Gesù manda gli apostoli ad annunciare questa possibilità di essere “altro”, questa possibilità di vivere e rinunciare alla morte, di essere purificati e poter vivere con gli altri, di perdere la propria infermità per vivere liberi, di essere uomini quali “cosa molto buona” (cf. Gen 1,31), liberi dal male. Eppure l’uomo resiste a questa liberazione, si aggrappa alla sua malattia e spesso neanche se ne rende conto; e allora si scatena tutta quella violenza e quel pericolo per i discepoli. Come può un proposito di bene generare tanto dolore e tanta negatività? Eppure avviene, lo vediamo nelle nostre vite ecclesiali: gli irrigidimenti sulle proprie posizioni, il rifiuto di accogliere la salvezza secondo la forma che il Signore ha pensato per noi, il volersi dare forma e salvezza da soli soprattutto per dire “fino a dove” Dio può spingersi con noi, non può fare altro che scatenare tutto quello che il Vangelo ci racconta.

E noi, vogliamo guarire? Riconosciamo il nostro esitare di fronte alla proposta del Vangelo?

Con una prospettiva simile a quella del Vangelo, il brano di Geremia che leggiamo oggi presenta la doppia sfaccettatura del pericolo e della confidenza in Dio. Nella prima parte di questo brano, che fa parte delle cosiddette Confessioni di Geremia, il profeta, con uno stile caldo e diretto, esprime tutta la sua angoscia: a causa della parola proclamata, è stato abbandonato dai suoi amici, essi sparlano di lui, aspettano la sua caduta. La situazione che egli vive è tragica e dolorosa e all’inizio sembra quasi che Dio taccia. Anche Gesù, vicino alla fine della sua vita, soffrirà così, non solo perché lo avrebbero portato davanti ai tribunali, lo avrebbero messo a morte, ma perché i suoi intimi lo rinnegano, lo lasciano solo, faticano a credere in Lui. È molto provocatoria questa parola oggi, che mentre annuncia la realtà di un dolore per l’essere rinnegati e abbandonati quando si ha il coraggio di proclamare la Parola secondo la sua verità, annuncia il rispondere di Dio che sostiene e cura coloro che gli appartengono. Dio diventa un difensore per Geremia e questo aspetto corrisponde nel Vangelo con la promessa che neanche un capello del capo perirà. Di fronte ai rischi della verità e della proclamazione del Vangelo, di quella liberazione che il Signore porta e che troppe volte noi uomini non vogliamo, di fronte allo svelamento sulle terrazze di ciò che il Signore ha rivelato nel profondo a coloro che si sono messi in ascolto, si aprono due vie e due possibilità: essere come Adamo o essere in Cristo. Possiamo dire che le due dimensioni che attraversano tanto il Vangelo quanto il brano di Geremia – lo scatenarsi della violenza e il confidare in Dio – si condensano in queste due figure che Paolo nella sua lettera ai Romani mette in correlazione; Adamo rappresenta l’uomo che, peccando, lascia la via del bene: nel suo peccato è simboleggiato il peccato di ogni uomo, peccato con il quale nel mondo entra la morte. È per rimanere nella morte che gli uomini scatenano la violenza di fronte all’annuncio della Parola: attenzione, quegli uomini potremmo essere anche noi! Dall’altra parte c’è il Figlio fedele, che confidando e affidandosi a Dio, sceglie la via dell’amore anche di fronte al male: per mezzo di un solo uomo, così, entra nel mondo la vita e la salvezza. Dobbiamo chiederci allora, davvero, se continuiamo a vivere come Adamo, nonostante Cristo; o se, invece, stiamo lottando per vivere la nostra umanità secondo Cristo e secondo quella via, pericolosa e salvifica allo stesso tempo, che Egli ci ha aperto con la sua Croce e con la sua Resurrezione.

Sorella Michela Arnone_Monaca di Ruviano

Sollevate, porte, i vostri frontali!Nella preghiera cristiana, ha avuto sempre grande risonanza il salmo che dice: “Soll...
20/06/2026

Sollevate, porte, i vostri frontali!

Nella preghiera cristiana, ha avuto sempre grande risonanza il salmo che dice:
“Sollevate, porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche,
ed entri il re della gloria.
Chi è questo re della gloria?
Il Signore degli eserciti è il re della gloria! (Sal 24,9-10).
Un'ipotesi avanzata, circa l'origine di questo salmo a domanda e risposta, è che esso si riferisca al momento in cui l'Arca del Signore venne portata a Gerusalemme e collocata in una sede provvisoria, forse un luogo di culto di una divinità locale preesistente. L'edificio aveva le porte troppo anguste per farvi passare l’Arca, per cui bisognava alzare il frontale e allargarne l'apertura. Il dialogo del salmo riprodurrebbe, in questo caso, in chiave liturgica e responsoriale, lo scambio di battute tra quelli che accompagnavano l’Arca e quelli che erano dentro ad attenderla. Più semplicemente potrebbe, però, trattarsi delle porte del Tempio che si aprono per accogliere il Dio d’Israele che, in occasioni solenni, entra in esso con tutta la sua gloria.
Nell’uso della liturgia cristiana, le ‘porte’ sono ora quelle che si aprono per accogliere Gesù nella sua Presentazione al Tempio; ora quelle dell’Ade nella discesa agli inferi del Salvatore; ora quelle del cielo che si aprono per accogliere il Risorto nella sua Ascensione. Nell’interpretazione spirituale dei Padri le porte di cui si parla nel salmo sono le porte del cuore umano:
“Beato colui alla cui porta bussa Cristo.
La nostra porta è la fede...
Se vorrai alzare le porte della tua fede, entrerà da te il re della gloria” (Ambrogio).
La porta non è solo una apertura nel muro; è una realtà carica di significati simbolici. Come passaggio da fuori a dentro, evoca accoglienza, intimità, raccoglimento; come passaggio da dentro a fuori, evoca liberazione e andare verso gli altri. Le virtù teologali realizzano entrambi questi significati. Esse sono porte attraverso le quali Dio entra in noi e attraverso le quali noi usciamo da noi stessi per andare incontro a Dio e al prossimo. Tale significato mistico trova la sua più toccante espressione nelle parole che il Risorto rivolge ai fedeli di Laodicea: “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).
La grande porta che possiamo aprire – o chiudere – a Cristo è una sola e si chiama libertà. È stato scritto:
“Bisogna che la libertà vada incontro alla grazia. L'uomo è una città assediata e il peccato è il blocco eseguito perfettamente. La grazia è l'esercito del re che viene in aiuto. Ma bisogna che la libertà dell'uomo faccia una sortita e vada incontro all'esercito liberatore. Se la fortezza non riceve aiuto è perduta; ma se non si aiuta da sola mediante quella sortita, è perduta ugualmente” (Charles Péguy).
Che la libertà vada incontro alla grazia non significa che la libertà possa precedere in assoluto la grazia; significa che essa deve precedere l'arrivo della grazia, che non deve aspettarla passivamente, senza far nulla. “Tutto procede da Dio; non però restando noi come sonnacchiosi, come restii ad ogni sforzo, quasi contro voglia. […] Chi ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te” (Agostino).
L'Avvento è il segno liturgico di questo mistero; in esso andiamo incontro a uno che è già in cammino verso di noi.
Unica è, dunque, la porta ed è la libertà, ma essa si apre secondo tre modalità diverse, o secondo tre tipi diversi di decisione che possiamo considerare come altrettante porte: la fede, la speranza e la ca**tà. Sono, queste, porte tutte speciali: si aprono da dentro e da fuori nello stesso tempo; con due chiavi, di cui una è in mano all’uomo, l'altra a Dio. L'uomo non può aprirle senza il concorso di Dio e Dio non vuole aprirle senza il concorso dell'uomo. Quando un neonato viene al mondo, al contatto con l'ossigeno dell'aria i suoi piccoli polmoni si mettono in movimento. Senza l'ossigeno, i polmoni non si attiverrebbero e sarebbe la morte; ma se i polmoni non si attivano sarebbe ugualmente la morte! Così avviene nel rapporto tra grazia e libertà.
Fede, speranza e ca**tà sono le tre virtù più propre di Dio e, nello stesso tempo, le più nostre. Le più nostre perché sono quelle in cui è maggiormente impegnata la nostra libertà; le più proprie di Dio perché infuse da lui mediante lo Spirito Santo, come germi che devono sbocciare.
Un Prefazio di Avvento esprime alla perfezione il pensiero che le tre virtù teologali sono le vie e le porte da aprire a Cristo che viene nel Santo Natale:
“Ora egli viene incontro a noi, in ogni uomo, in ogni tempo,
perché lo accogliamo nella fede e testimoniano nell'amore la beata speranza del suo regno”.
Fede, speranza e ca**tà sono l’oro, l'incenso e la mirra che noi, Magi moderni venuti dall'Occidente, vogliamo recare in dono a Dio che viene a salvarci.
Raniero Cantalamessa

Indirizzo

Bergamo
24020

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