Centro Geltrude Comensoli

Centro Geltrude Comensoli Il Centro Geltrude Comensoli coniuga esperienza spirituale e formazione culturale La prima comunità si insediò a Villalta di San Raffaele nel maggio 1957.

SPIRITUALITÀ

Siamo le Suore Sacramentine di Bergamo, religiose nate dal cuore di una donna innamorata del Mistero Eucaristico, Santa Geltrude Comensoli. Profondamente toccata dall’amore senza limiti che spinse Cristo Gesù a donarsi come pane di vita e a rimanere per sempre con gli uomini, Santa Geltrude divenne adoratrice incessante della divina Presenza. La sua dedizione nei confronti delle urge

nze del tempo, in particolare verso la condizione dei piccoli e delle giovani donne al sorgere della civiltà industriale, porta la forte connotazione della gratuità, di quella particolare pienezza umana e spirituale che ha la sua sorgente nell’Eucaristia. Noi sue figlie di oggi, come quelle di ieri, accogliamo con cuore grato l’eredità che ci ha lasciato Santa Geltrude: adorare Cristo nell’Eucaristia, dive**re capaci di gustare la sua Presenza, seguire il Signore nel quotidiano abbandono alla sua volontà ed essere segni gioiosi dell’Amore di Dio. Svolgiamo il servizio apostolico, impegnandoci nella pastorale giovanile, nelle opere assistenziali, nell’attività scolastica, nell’iniziazione cristiana, nell’animazione liturgica. Favoriamo incontri di riflessione sul mistero eucaristico e momenti di preghiera e di adorazione. Siamo consapevoli che vivere e pregare seguendo l’esempio della nostra Santa è una grazia particolare ed arricchente, una grazia a cui ci viene data la possibilità di attingere per condividere con i nostri fratelli la gioia dell’incontro vivo con Dio. STORIA DEL CENTRO

La villa, un tempo denominata “Villa Gamba” dal nome dell’antico proprietario, passò all’Istituto delle Suore Sacramentine nel 1955. L’intento di apertura della casa era quello di offrire ospitalità alle suore che, dopo un soggiorno a Ponte Selva, venivano dichiarate guarite dai medici curanti, ma ancora necessitavano di un periodo di convalescenza. Fu chiamata “Villalta di San Raffaele”, con implicita richiesta all’Arcangelo di intercedere per la riabilitazione e la guarigione delle Suore. Nel trascorrere degli anni, la casa venne poi adibita ad ospitare gli esercizi spirituali delle suore e gli incontri di alcune categorie di laici. Dopo un periodo di ristrutturazione e ampliamento, la casa è stata riaperta. Dal settembre 2013 il suo nuovo nome è: Centro di Spiritualità e Cultura “Geltrude Comensoli”. Al Centro le possibilità di formazione e di crescita nella fede vengono aperte a tutti, sacerdoti, religiosi e laici, nelle loro diverse vocazioni. Inoltre, con gli incontri culturali, si vuole promuovere la visione cristiana sui vari aspetti della vita e sollecitare risposte appropriate alle domande cruciali del tempo presente.

Dio è un bambino che nasce.Avete mai pensato che Dio è sempre nuovo? Noi ce lo immaginiamo, con delle figure bibliche, c...
03/06/2026

Dio è un bambino che nasce.

Avete mai pensato che Dio è sempre nuovo? Noi ce lo immaginiamo, con delle figure bibliche, come l'eterno dei giorni, come l'anziano del tempo, ma Dio è sempre nuovo, è sempre un fanciullo che nasce. Per poter accogliere questa novità di Dio bisogna che il nostro spirito sia continuamente nuovo e fresco. Le costruzioni che noi, pazientemente, ogni giorno innalziamo, sono castelli di carta che devono essere presi e buttati via ad ogni sorgere di sole: ricominciamo il nostro gioco di fanciulli, continuando il gioco del fanciullo Dio nella vita. Questa capacità di rinfrescare la nostra anima quotidianamente ci rende capaci di ricevere la rivelazione di Dio.
Perché gli ebrei del tempo di Cristo – che erano uomini santi, dotti, desiderosi di incontrare la manifestazione di Dio che si sarebbe compiuta con l'avvento del Messia - perché questi uomini non si sono dischiusi alla novità di Dio, mentre alla novità divina che si è manifestata nel Cristo si sono dischiuse le coscienze rudi dei pescatori che sono stati i primi discepoli di Cristo? Perché questo mistero così incomprensibile ci riempie di sgomento? La motivazione la troviamo nelle parole di Cristo. I grandi farisei del suo tempo, i grandi dottori della legge e della teologia del suo tempo, i sommi sacerdoti, tutta quella parte di umanità che costituiva l'intelligenza dell'ebraismo, era chiusa in particolari sistemi di vita, in particolari consuetudini e in determinate interpretazioni divine; e non erano piccoli perché erano cresciuti e invecchiati con queste cose. Essendosi identificati con delle costruzioni umane, non potevano riuscire a comprendere Dio che è sempre al di là di tutto quello che noi uomini facciamo.
Questo senso di novità deve riempire continuamente la nostra vita, perché quando incontriamo Cristo egli non dice: fermati, ma dice: prendi la tua barca e vai al largo. “Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo” (Lc 9,58). Queste parole di Cristo significano che egli è sempre oltre tutto ciò che noi uomini possiamo costruire nel suo nome e attorno al suo nome.
Quando, sul monte Tabor, dopo la trasfigurazione, dice: “È così bello rimanere qui, Signore! Costruiamo tre tende, una per te, una per Elia e una per il profeta Mosé” (cfr. Mt 17,4). Cristo non gli dà neppure una risposta, avrà sorriso e avrà pensato: sei l'eterno bambino, Pietro, che vuoi sempre costruire, mentre il Figlio dell'uomo va sempre oltre, sempre al largo. Del resto la nostra anima è in cammino verso Dio, e cos'è Dio? È l'Assoluto. È l'essere che non può ve**re legato a nessuna struttura umana, che non può essere imprigionato da nessuna teologia, da nessuna filosofia, da nessuna formula del pensiero umano, l'essere che è sempre oltre.
Per quanto non cerchiamo di definire Dio, ci accorgiamo che Dio non può essere racchiuso nella breve formula di linguaggio con la quale abbiamo cercato di dare un confine alla realtà sconfinata di Dio. È l'Assoluto, l'Infinito, l'Indefinibile, l'Inesprimibile. Quando diamo un nome a Dio sappiamo subito che questo nome è insignificante: Dio ha mille nomi; e quando abbiamo raggiunto il millesimo nome, scopriamo che c'è un altro nome di Dio che dobbiamo cercare per poter integrare la lunga serie di nomi con la quale abbiamo tentato di formulare il mistero divino. La nostra anima, venendo da Dio, porta l'impronta di una sete infinita di Dio.
Giovanni Vannucci

Povertà.“Beati i poveri” (Mt 5,3) significa beati quanti, pur non disponendo di alcun potere e di alcun mezzo umano o mo...
02/06/2026

Povertà.

“Beati i poveri” (Mt 5,3) significa beati quanti, pur non disponendo di alcun potere e di alcun mezzo umano o mondano, si affidano alle mani del Signore: “Beati coloro che non si appoggiano su se stessi e confidano in Dio solo, beati coloro che non hanno potere e mettono tutta la loro forza in Dio. La povertà non è solo carenza di beni stimati in questo mondo (denaro, prestigio, successo…); è affidamento a Dio” (C.M. Martini).
In fondo, ogni povertà è il segno di quella nostra precarietà originaria per la quale l'uomo non può essere l'origine e il principio di se stesso: “Nudo uscii dal grembo di mia madre, e n**o vi ritornerò” (Gb 1,20). La povertà in spirito è il riconoscimento umile e realista della propria dipendenza, della propria non autosufficienza; è la rinuncia a una volontà che vuole affermare se stessa, sempre e comunque; è l'apertura di quella fiducia che porta l'uomo ad accogliere se stesso come donato, originato e finito, e insieme capace di dono e di infinito. Questa povertà è, dunque, sinonimo della radicale dimensione dell'umana creaturalità: i “poveri in spirito” sono quei poveri consapevoli, nell'intimo del proprio cuore, di quella fondamentale condizione di povertà personale che appartiene a ogni creatura, una povertà riconosciuta, accettata e accolta come verità prima su se stessi.
“Ma quale uomo può dirsi povero nel senso evangelico? L'uomo che sotto la spinta del dolore e sotto la luce di Dio prende coscienza di ciò che significa essere uomo. È l'uomo che scopre il suo limite, che entra nel mistero di ciò che significa essere creatura, non creatore. È l’uomo che sa di essere malato, piccolo, debole, vulnerabile, ignorante, peccatore, bisognoso di tutto, in balia della storia e della malvagità dei prepotenti, incatenato dalle condizioni avverse, reso umile, discreto dall'esperienza dolorosa e angosciosa, assetato di aiuto e di amore. Insomma il povero è l'uomo che ha scoperto il suo limite. Ed è beato e diventa beato se accetta tale limite come proveniente dalle mani di Dio e per realizzare il Regno”. (C. Carretto)
Emanuele Borsotti

Dio è un bambino che nasce.“In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: ‘Chi dunque è il più grande nel ...
01/06/2026

Dio è un bambino che nasce.

“In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: ‘Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?’ Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me’” (Mt 18,1-5.10. 12-14).
Leggendo queste parole di Cristo, la prima domanda che dobbiamo farci è la seguente: siamo noi quei piccoli ai quali viene rivelato il mistero del Padre del Figlio? Cosa significa essere piccoli? Certamente esseri piccoli non significa essere indotti, ignoranti, uomini e donne privi di conoscenze, ma la giovanissima età alla quale Cristo allude con la parola ‘piccoli’ è una freschezza di anima che dobbiamo, con grande attenzione e pazienza, cercare di raggiungere personalmente. Come facciamo? Il cristiano deve riuscire a essere nuovo ad ogni alba che giunga sulla terra e di cui lui è partecipe. Essere nuovi significa aver dimenticato e superato tutto il passato e ripartire ad ogni alba da terreno totalmente vergine, incontaminato, come era la terra il primo giorno della creazione. Se noi siamo queste creature dall'anima totalmente nuova, comprenderemo il mistero del Padre e del Figlio e le continue rivelazioni che il Padre, attraverso il Figlio, attraverso il suo Spirito, comunica a noi, figli dell'uomo e figli della terra.
Non è facile essere fanciulli nel senso evangelico, essere piccoli secondo il pensiero e la volontà di Cristo, perché raggiungere la novità ogni giorno significa riuscire a morire ogni giorno. Dietro a noi ci sono gli anni della nostra esistenza, ci sono tutte le nostre esperienze, il patrimonio di conoscenze che abbiamo raggiunto attraverso la nostra partecipazione attenta alla vita. Tutto questo deve essere deposto ogni giorno, perché nella nostra terra fiorista continuamente la nuova rivelazione di Dio.
Il tempo non conta nel cammino religioso, l’età non ha nessun significato se non per il nostro fisico, per il nostro corpo, ma la nostra anima deve essere continuamente giovane, sempre fresca, pronta ad andare avanti, a scuotersi di dosso tutti i bagagli del passato, per ricominciare con forze nuove il suo cammino di fedeltà e di dedizione al mistero di Dio. Non è facile questo perché richiede a noi un grande coraggio, una grande capacità di affrontare tutti i rischi che ci presenta la novità di vita che affrontiamo ad ogni sorgere di alba, ad ogni spuntare di sole. Ci vuole un grande coraggio per essere continuamente piccoli, per vivere l'eternità di Dio che è sempre una novità.
Giovanni Vannucci

SANTISSIMA TRINITÁ31 Maggio 2026/ Anno Ahttps://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260531Es 34,...
30/05/2026

SANTISSIMA TRINITÁ

31 Maggio 2026/ Anno A

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260531

Es 34,4b-6.8-9; 2 Cor 13,11-13; Gv 3,16-18

La domenica dopo la Pentecoste la liturgia ci fa celebrare la festa della Santissima Trinità. Un mistero, quello della Trinità, che soggiace e pervade tutti gli altri misteri cristiani; eppure, alla piena luce della Pasqua, con lo Spirito consegnato, quello Spirito che permette ai discepoli di “ricordare ogni cosa e di comprendere”, è bello e possibile soffermarsi sulla Trinità con maggiore efficacia.
Si noterà, dai testi biblici di questa domenica che cade nell’anno A, che della Trinità non si parla in maniera diretta; essa è stata compresa ed elaborata dalla teologia successivamente; questo non toglie a essa valore ma, anzi, ciò è possibile proprio perché c’è lo Spirito che fa avanzare la conoscenza e la comprensione di Dio. Quello che verrà elaborato dalla teologia come il mistero della Trinità, però, è il frutto di quello che è contenuto nella Scrittura. Nell’Antico Testamento si parla del Dio unico, alla cui azione sono associati angeli, messaggeri, oppure uomini che trovano grazia davanti a Dio e hanno ruolo di mediazione nei confronti degli altri uomini. In tanti passaggi si parla dello spirito nuovo che sarà donato, di rinascita, nuovo inizio, ma non ci sono ancora le condizioni per comprendere questo spirito così come farà la rivelazione cristiana. Con Gesù, invece, cambia qualcosa; Egli si rivela come “Figlio di Dio”. In tutta la sua vicenda, i Vangeli ci raccontano sempre che Gesù prega il Padre, che Egli si affida al Padre, che Egli richiama gli uomini verso quel Padre che è il suo Dio e che è il Dio di ciascuno. Così, quando sta per morire, promette lo Spirito Santo, comincia a parlarne in maniera continua e forte; tramite il vangelo di Giovanni, per esempio, comprendiamo che lo Spirito è la presenza di Dio nel cuore degli uomini, permette a Gesù di rimanere anche se di fatto Egli sale al Padre. Tutto quello che Gesù ha fatto e compiuto è stato possibile – questo per i vangeli è essenziale – non solo perché Egli credeva e si affidava a Dio Padre, ma perché era Dio Egli stesso. I miracoli che compie, la libertà di agire di sabato quando agisce solo Dio, la lettura dei cuori, l’autorità che arroga a sé nei confronti della legge: i vangeli vogliono dirci con chiarezza che questo Gesù è Dio! Perciò la chiesa, nell’allargarsi e raccontare questa rivelazione straordinaria, si è trovata dinanzi due problemi: il primo, se potessero stare insieme in un’unica persona il fatto che Gesù fosse Dio veramente e fosse uomo veramente. E sappiamo che a questa domanda si risponde di sì e proprio da questo scaturisce l’annuncio di salvezza della rivelazione cristiana: in un uomo, che è anche vero Dio, si è realizzata quell’alleanza definitiva con Dio Padre che attraverso di lui è aperta a tutti gli uomini. L’altro grande problema era capire come stessero insieme il fatto che c’è un Dio padre, che c’è Gesù, che anch’Egli è Dio, e che c’è lo Spirito, sempre raccontato come uno che agisce come agisce Dio. Così, a partire da questi dati fondamentali, si è compreso, poi elaborato e spiegato, che il vero Dio, quello che Gesù è venuto a rivelarci, quello che ha creato il mondo e al quale tutto l’universo tende, è un Dio trino. Non sono tre divinità distinte, ma sono un unico Dio – in questo Israele continua a dirla giusta – ma questo unico Dio, perché unica è la natura divina, è fatto da una comunione di tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito. Perciò Giovanni può dire che Dio è amore, non solo perché Dio ama il mondo, ma perché l’amore è ciò che sta dentro, è la sostanza del suo essere. È l’amore eterno tra Padre e Figlio, amore che è lo Spirito quale abbraccio che li tiene uniti, da cui si genera ogni cosa: il mondo e poi tutta la storia degli uomini con Dio. Questo Dio, che è amore dentro di sé, vuole salvare continuamente quegli uomini e quel mondo a cui ha dato la vita. Solo dall’amore nasce e rinasce la vita. E così, nasce tutta la storia della salvezza, quella raccontata nella Scrittura, ma che poi arriva fino a noi.

Si è sempre cercato, anche nell’Antico Testamento, qualcosa che rimandasse alla Trinità; tanti artisti hanno cercato di rappresentare la Trinità. Questi due aspetti si incrociano in quello che sembra essere il racconto migliore che ci permette di guardare alla Trinità: si tratta dell’icona del monaco russo Andrej Rublëv. Contemplare quest’icona ci fa comprendere non solo la Trinità nella sua forma eterna, ma tutto l’agire di Dio per l’uomo e per la sua salvezza. Essa riprende il racconto della Genesi in cui tre angeli incontrano Abramo alle querce di Mamre e gli promettono la nascita del figlio tanto atteso (Gen 18,1-15). In quei tre angeli molti hanno visto un’immagine della Trinità. Nell’icona, i Tre sono seduti a tavola, dentro a un cerchio; ognuno ha delle sue caratteristiche specifiche, eppure sono in piena comunione, sono una unità completa: il Padre è l’origine dell’amore, il Figlio è l’eterno amato, lo Spirito è l’amore che li tiene uniti. La prospettiva del quadro è particolare, è rivolta verso colui che guarda: a mensa c’è un posto vuoto, quel posto spetta all’uomo, all’umanità, a noi. La rivelazione in Gesù Cristo e tutti i misteri connessi si possono condensare in questo invito a sedere a quella mensa: vivere da uomini amati, che riconoscono che la propria eredità sta in Dio, che riconoscono il proprio posto nel mondo e dunque nella Chiesa. Un invito all’amore, un invito alla vita, un invito alla gioia, come dice Paolo nella lettera ai Corinzi che leggiamo come seconda lettura.

Eppure, non è così semplice per noi uomini, che siamo fragili nella comprensione e spesso fatichiamo a fare un vero spazio interiore di silenzio e a deporre il nostro pensare veloce e concretamente mondano per fare spazio all’ascolto dei misteri di Dio e il suo annuncio d’amore. Per noi non è così semplice perché siamo continuamente tentati dal peccato, quello di costruirci idoli e divinità da adorare che siano alla nostra portata e che non ci scomodano troppo, ma ci rassicurano. Subito prima del brano dell’esodo che leggiamo oggi, è avvenuto questo: nel deserto il popolo ha sciolto le cose preziose, come l’oro, per farne un vitello. Che immagine forte, se ce ne facessimo provocare, per noi uomini di questo tempo fatto di consumismo: a quanto oro (l’oro vero e proprio, le case belle fatte in un certo modo, le macchine, i piaceri vari) consegniamo la nostra vita? In questo racconto dell’esodo, le tavole di pietra con cui Mosè sale sul monte sono vuote: a causa dell’idolatria egli ha spezzato le prime tavole che Dio ha consegnato per stare in alleanza con gli uomini. Ora Mosè risale sul monte, perché ha trovato grazia presso Dio, e implora da Lui il perdono: dopo questo racconto, Dio riconsegna la legge che sarà Mosè a scrivere sulle tavole di pietra. Così anche il Vangelo, prendendo spunto dalle parole a Nicodemo, ci dice che Dio ha tanto amato il mondo; e lo ha amato ancora di più consegnando, a quegli stessi uomini peccatori, il Figlio perché nel Figlio l’uomo possa trovare, al di là del peccato, la sua salvezza definitiva. Ancora oggi, allora, questo mistero della Trinità esce incontro a noi, vuole invitarci a deporre il peccato, a consegnarci a quel Dio che è morto per il nostro peccato. Oggi, noi, siamo invitati a vivere di quell’amore, ad accogliere la salvezza che Dio vuole darci: la condizione è una sola, credere nel Figlio!

Facciamo attenzione, credere non è un credere intellettuale, seppure è necessario anche quello; credere significa la traduzione nella vita di un affidamento vero a quel Figlio che è la salvezza del mondo. Quando, invece, continuiamo a credere a noi stessi più di tutto, allora non ci sarà un vero spazio per credere in Dio!

Sorella Michela Arnone_Monaca di Ruviano

Come.C’è un come intrigante nella preghiera di Gesù. È la pietra su cui s’inciampa ogni volta che si vede nero riguardo ...
30/05/2026

Come.

C’è un come intrigante nella preghiera di Gesù. È la pietra su cui s’inciampa ogni volta che si vede nero riguardo l’umano.
‘Come in cielo così in terra…
Come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori…’
Mi colpisce che nell'unica preghiera insegnata da Gesù il cielo e la terra, il divino e l'umano siano affiancati, si somiglino, si realizzino attraverso gli stessi gesti.
Gesù ci conforta su noi stessi, sul credito da dare a questa nostra specie tanto pericolosa e distruttiva.
Dio ci conosce meglio di noi stessi perché la sua forza, morbida e potente, ci abita. E ci insegna a dire ‘Come anche noi’.
Il ‘Padre nostro’ afferma l'incredibile: siamo capaci di amore quanto Dio se lo lasciamo agire in noi, se accogliamo la sua volontà che è sempre volontà di bene.
Siamo, anche se non lo crediamo, capaci di perdono, capaci di accoglienza, capaci di tenerezza e perciò capaci di gioia
“Si fa un atto di fede, stando fermi.
Si dice: credo in ciò che non si vede,
so che non sono sola adesso
in questa camera senza nessuno,
so che nel vuoto apparente
c'è una corrente feconda, una mano
che guida la mia mano, una mente di creazione.
So di non sapere il mistero del mondo e di preservarlo
per la fecondazione d’ogni vivente”. (da Mariangela Gualtieri)
Marina Marcolini

Il nostro incontro personale con DioNoi ci abituiamo a leggere il Vangelo e ad ascoltarlo senza fermarci, cioè non lo as...
29/05/2026

Il nostro incontro personale con Dio

Noi ci abituiamo a leggere il Vangelo e ad ascoltarlo senza fermarci, cioè non lo ascoltiamo, sentiamo i suoni nelle orecchie, ma non ci fermiamo, perché quando ascoltiamo, allora la parola di Cristo scende nel nostro essere e lo feconda. Attraverso l'udito Dio feconda il nostro essere con la parola di Dio; e quale maestro ci dà? Lo Spirito Santo “Vi condurrà di verità in verità”. Queste parole non sono dette soltanto agli apostoli, ma a tutta la Chiesa. Mano a mano che la cristianità avanza nel tempo c'è anche un approfondimento delle parole di Cristo e questo approfondimento non ci viene dato né dai concili, né dai papi, né dai vescovi, né dai preti, ci viene dato dallo Spirito Santo. Il Papa, i vescovi e i preti ci possono dare un insegnamento vero e profondo, che trasforma la nostra coscienza, se ascoltano questa presenza misteriosa che è in tutti noi, non soltanto in loro, ma in tutti noi.
Vedete, se noi amiamo la chiesa dobbiamo cercare di vivere questa realtà, questa forza, questa energia, che Cristo ci ha promesso e che continuamente agisce nel nostro spirito e che definiamo con la parola Spirito Santo. È uno degli aspetti del mistero complesso della divinità, è la terza persona della Santissima Trinità, ma noi lo viviamo trasformando il nostro essere nell'incontro con Dio. E questa trasformazione ci dà la sapienza, ci dà la fortezza, ci dà l'amore, ci dà la forza, ci dà quelle conoscenze profonde che ci permettono di riuscire a vivere nei nostri tempi così travagliati e così scombinati con piena fiducia e osservando quella mano misteriosa che conduce avanti gli uomini, attraverso tutti gli errori umani, verso il compimento del loro destino.
Il nostro incontro con Dio è un incontro personale. Cara Margherita, io non posso incontrare Dio per lei. Ma bisogna che Margherita si muova e incontri Dio. E il suo incontro sarà differente da qualunque altro incontro. E quando avverrà questo incontro ci sarà una illuminazione e una trasformazione. Ed è attraverso questa nostra partecipazione al mistero divino, questa nostra donazione totale al mistero divino, che avviene nella chiesa quell'accrescimento di sapienza, di conoscenza, di impostazione di vita più intensa e più autenticamente cristiana. E qui noi cattolici dobbiamo liberarci dall'ascoltare parole di altri. Dobbiamo avere il più profondo rispetto per le parole che ci vengono dette, ma non è questo che cerchiamo noi. Cristo dice: ascolta lo Spirito Santo. E lo Spirito Santo io lo ascolto in me, né voi lo ascoltate per me, né io lo ascolto per voi. Ed è attraverso questa nostra trasformazione nella sapienza, nella luce, nella gioia di Dio, che riusciamo a scambiarci dei segni che rendono più saggia, più equilibrata, più giusta, più vera, più spirituale, la nostra Chiesa.
Di qui tutta la nostra responsabilità. Il nostro incontro con Dio è personale e con l'avanzare dell'età non ci avviciniamo sempre più verso questa sorgente di vita che, scendendo in noi, ci trasforma e ci rendi nuovi. E quando un cristiano è trasformato, la chiesa in questo cristiano è trasformata. Quando un cristiano raggiunge l'illuminazione, la Chiesa in questo cristiano raggiunge l'illuminazione. Quando un cristiano diventa forte, la Chiesa diventa forte in questo cristiano. Quando l'amore nasce nel cuore di un cristiano, Ecco la Chiesa nasce nell'amore del cuore di questo cristiano. Sentire questa nostra responsabilità personale di fronte anche al mistero della struttura della Chiesa che ha tutte le sue pesantezze, i suoi difetti e le sue grandezze, ma che noi dobbiamo costruire con le nostre pietre viventi, con la nostra persona.
Giovanni Vannucci

Il nostro incontro personale con DioIl punto sul quale dobbiamo riflettere, è che noi dobbiamo incontrare Dio, io devo i...
28/05/2026

Il nostro incontro personale con Dio

Il punto sul quale dobbiamo riflettere, è che noi dobbiamo incontrare Dio, io devo incontrare Dio, la mia persona deve illuminarsi della persona di Dio, il mio piccolo io deve dilatarsi nell'infinito Io divino e, quando questo si compie, la nostra personalità interiore viene totalmente trasformata e arricchita di conoscenze. Questa esperienza Cristo la chiama lo Spirito in noi, lo Spirito che ci dà gioia, lo Spirito che ci dà fiducia, lo Spirito che ci dà confidenza a continuare la nostra esistenza così difficile, così piena di ostacoli. È lo Spirito consolatore che scende in noi e si rivela a noi come una illuminazione, una vita nuova, una vita differente. Abbiamo allora delle conoscenze che crescono mano a mano che il nostro vaso, la nostra persona, si svuota di tutto ciò che è umano, di tutto ciò che nasce dalle nostre teorie, dalle nostre idee, dalle nostre ideologie. E nella misura in cui ripudiamo il nostro interno, lo Spirito di Dio scende in noi, Dio scende in noi, Cristo scende in noi, la Trinità scende in noi e ci arricchisce non di conoscenze concettuali, ma di una saggezza che ci permette di partecipare a tutta la vita con un equilibrio, un amore, un senso di rispetto profondo per tutte le creature e anche con una conoscenza più profonda delle creature, che non ci verrà mai data da nessuna scienza.
Prendete un fiore. Voi avete studiato botanica e lo classificate secondo le categorie di studio perfezionate da altri studiosi. Conoscete il fiore? No! Perché tra voi e il fiore ci sono queste definizioni. La rosa non è mica una definizione! È una forma bellissima che fiorisce per la pura gioia di essere bella e profumata. Il giorno in cui vi mettete davanti alla rosa e vi identificate con la rosa, sentite che la rosa parla a voi e voi parlate alla rosa, avviene una fusione, uno scambio: quel giorno conoscete la rosa. E allora la lascerete sul rosario, oppure, se c'è una persona che amate, la coglierete perché questa rosa esprima il vostro amore, se c'è una persona ammalata gliela porterete al capezzale perché questa rosa dica, con una carica di sentimento, di calore, di umanità, tutto quello che voi non riuscite a dire al malato con le parole. Ecco, vedete come cambia il nostro rapporto con le cose. E questa novità, questa pienezza di conoscenza, viene a noi quando noi viviamo in modo nuovo.
Certo, quando pensiamo a queste cose, comprendiamo che la vita religiosa è differente da quella che con tanta superficialità noi pratichiamo. Noi crediamo di essere religiosi perché abbiamo imparato a memoria il catechismo e ripetiamo le definizioni del catechismo. I bambini fanno la prima comunione e imparano a memoria il catechismo, imparano a memoria cos'è il pane, cos'è il vino, cos'è il pane transustanziato, il vino transustanziato, e lo ripetono. Ma ancora non conoscono: ripetono delle idee. Il giorno in cui comprenderemo che il pane è la suprema rivelazione di Dio e che noi dobbiamo vivere il mistero del pane con la nostra esistenza, cerca offrendoci continuamente in cibo agli altri, allora il mistero della comunione diventerà per noi conoscenza.
Voi mi chiederete: allora cosa dobbiamo fare di tutto quel bagaglio di nozioni che ci vengono date per guidarci a una più perfetta comprensione del mistero cristiano? Le considereremo come delle piccole cose che ci portano fino alla soglia del santuario. Ma dopo dobbiamo fare il salto ed entrare dentro, nel santo dei santi, per essere trasformati, perché tutte le nostre formulazioni religiose sono un pensiero umano. Anche la professione di fede è un pensiero di teologi greci o di teologi latini che hanno cercato di formulare, nel linguaggio del loro tempo, la fede. Qualche volta queste formulazioni - per il linguaggio ormai sorpassato, per l'approfondimento della mente e della psiche umana, che è avvenuto nel corso di secoli e secoli - possono essere di ostacolo al nostro cammino verso Dio. E allora dobbiamo metterle da parte, perché noi siamo in cammino verso Dio e non verso delle definizioni di Dio. Noi siamo in cammino verso l'incontro con la realtà divina e non siamo in cammino per compiere determinate pratiche religiose.
Giovanni Vannucci

Maria celebrata nel mistero di Cristo.L'antico cantore della Vergine, il più entusiasta e dalla vena inesauribile, fu il...
27/05/2026

Maria celebrata nel mistero di Cristo.

L'antico cantore della Vergine, il più entusiasta e dalla vena inesauribile, fu il grande dottore della Chiesa siriaca, sant’Efrem. I suoi inni alla Vergine, destinati essenzialmente all'uso liturgico, seguono tutto l'itinerario di grazia della Madre di Dio. Efrem sente una specifica vocazione personale a cantare la Madonna:
“La Vergine mi ha chiamato perché io canti le sue gesta che ammiro.
Dammi la tua ammirazione, o Figlio di Dio, e io arricchirò la mia cetra del tuo dono,
sì che alla tua genitrice io dipinga un'immagine piena di bellezza”.
Spesso egli pone sulle stesse labbra della Vergine il canto della sua beatitudine, che è tutto un'esaltazione e un’umile adorazione del mistero di Dio e un invito materno rivolto agli uomini a godere con lei dei beni della salvezza:
“Il tuo luogo, o Figlio mio, è più eccelso di ogni cosa,
eppur, perché volesti, hai fatto di me il tuo luogo.
I cieli sono troppo piccoli per la tua maestà,
eppure una poverella ti porta.
Venite a me, o eletti,
o eloquenti portavoce dello Spirito,
o profeti, che contemplate le cose occulte nelle vostre rivelazioni veraci:
agricoltori, che seminaste e poi vi addormentaste nella speranza,
sorgete, esultate a motivo della messe;
poiché, ecco, la spiga della vita è stretta fra le mie braccia,
e in essa trova pane gli affamati e sazietà gli indigenti.
Rallegratevi con me, perché io ho ricevuto il manipolo della allegrezza”
Anna Maria Cànopi

Il nostro incontro personale con Dio“In quel tempo Gesù disse ai discepoli: ‘Ho ancora da dirvi molte cose, ma per il mo...
26/05/2026

Il nostro incontro personale con Dio

“In quel tempo Gesù disse ai discepoli: ‘Ho ancora da dirvi molte cose, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.’ (Gv 16,12-15).

Alla prima lettura di questa pagina del Vangelo di Giovanni l'impressione che riceviamo è che sia costituita da una serie di periodi incomprensibili. Verrà una potenza misteriosa che Cristo chiama lo Spirito, che dona la consolazione al cuore degli uomini, che condurrà lentamente la coscienza dei discepoli e di quelli che crederanno in Cristo a un approfondimento della verità. Ora, dice Cristo ai discepoli, voi non potete accogliere, abbracciare, la pienezza della verità, ma lentamente crescerete e lo Spirito Santo vi condurrà di verità in verità. E lo Spirito Santo vi dirà delle cose non sue, ma delle cose che ha ricevuto da me. E le cose che io consegno allo Spirito sono le stesse cose del Padre, perché Io e il Padre siamo una sola cosa. E Io e il Padre e lo Spirito siamo una sola cosa.
Però lo Spirito, vedete, tradotto in termini umani, è una novità di vita, è una dilatazione e fecondazione della nostra coscienza, operata non dall'uomo, ma da quelle misteriose forze che, dopo Cristo, tormentano, agitano, fecondano e portano a maturazione la coscienza umana.
Queste parole di Cristo mi risvegliano un pensiero: l'adesione al mistero di Dio, al mistero di Cristo, alla realtà religiosa, non è un fatto cerebrale. Voi studiate la matematica e comprendete la matematica attraverso un procedimento del tutto razionale. Secondo, poi, le vostre forze mentali riuscirete a capire più o meno profondamente la matematica che studiate. La facoltà che lavora in questo approfondimento delle conoscenze matematiche è la vostra ragione, la vostra intelligenza concreta, che parte da dei principi, li sviluppa e capisce sempre di più quelle verità di ordine matematico che volete approfondire.
Ora, invece, la verità religiosa, la realtà religiosa, quello che noi chiamiamo il mistero di Dio, il mistero trinitario, il mistero che costituisce il contenuto della nostra fede, non è raggiungibile attraverso un'operazione di intelligenza, di mente concreta, come invece sono acquisibili le nozioni di matematica.
Da dove nascono le verità religiose? Non nascono in nessuno punto, perché sono in Dio. E Dio dov'è? È in noi. Non siamo immersi in Dio come siamo immersi nell’aria. Inspiriamo ed espiriamo, l’aria entra in noi ed esce da noi. E così siamo immersi in Dio e dobbiamo trovare il respiro giusto di respirazione in Dio, perché Dio scenda in noi e ci trasformi e lentamente ci dia tutta quella pienezza di conoscenze che sono Lui e che non raggiungeremo se cominciamo a giocare con i concetti, a giocare con le idee, con le idee razionali. Non ci interessa niente la definizione di Dio, quello che ci interessa è il nostro incontro personale con Dio. Come avviene così anche per noi uomini, quando cominciamo a volerci bene e ad amarci? Il processo misterioso che ci permette di approfondire la conoscenza dell'altro, la conoscenza reciproca, non avviene attraverso definizioni. Non è che io per capire voi mi metto davanti alla vostra figura, al vostro nome, a quello che posso conoscere e formulano delle idee. Quando io voglio conoscervi pienamente, vitalmente, vi guardo negli occhi e mi stringo le mani. E se riesco a dirvi: io ti sono amico e tu sei il mio amico, nasce una conoscenza differente che non è formulabile col ragionamento, non è formulabile col linguaggio.
E così anche il nostro incontro con il mistero divino non è un incontro con una definizione di Dio, con una definizione della Santissima Trinità, con una definizione dello Spirito Santo o dei sacramenti, ma è l'incontro con una Persona, con una realtà personale che, quando vieni incontrata con intensità e con calore e con verità, scende in noi e ci dà quell'immenso tesoro di vita e di conoscenze che essa contiene. E questo è il primo punto, il primo pensiero che voglio affidarvi. Il nostro incontro con Dio non è mediato da nessuno, da nessuna idea, da nessuna definizione, da nessuna filosofia, ma è un incontro immediato di una persona, della nostra persona singolare con l'infinita persona di Dio. E quando diciamo che Dio è una persona, già lo limitiamo, perché il nostro linguaggio è talmente legato alla nostra natura finita e determinata che, quando lo usiamo per esprimere il mistero della realtà divina, lo troviamo insufficiente, e acquista un altro valore. “Persona” attribuito all'uomo ha un significato ben preciso, che possiamo conoscere in tutti i libri. Quando lo riferiamo a Dio, questo vocabolo crolla proprio sotto il peso della realtà divina che è oltre tutte le nostre nozioni di ‘persona’.
Giovanni Vannucci

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