Centro Geltrude Comensoli

Centro Geltrude Comensoli Il Centro Geltrude Comensoli coniuga esperienza spirituale e formazione culturale La prima comunità si insediò a Villalta di San Raffaele nel maggio 1957.

SPIRITUALITÀ

Siamo le Suore Sacramentine di Bergamo, religiose nate dal cuore di una donna innamorata del Mistero Eucaristico, Santa Geltrude Comensoli. Profondamente toccata dall’amore senza limiti che spinse Cristo Gesù a donarsi come pane di vita e a rimanere per sempre con gli uomini, Santa Geltrude divenne adoratrice incessante della divina Presenza. La sua dedizione nei confronti delle urge

nze del tempo, in particolare verso la condizione dei piccoli e delle giovani donne al sorgere della civiltà industriale, porta la forte connotazione della gratuità, di quella particolare pienezza umana e spirituale che ha la sua sorgente nell’Eucaristia. Noi sue figlie di oggi, come quelle di ieri, accogliamo con cuore grato l’eredità che ci ha lasciato Santa Geltrude: adorare Cristo nell’Eucaristia, divenire capaci di gustare la sua Presenza, seguire il Signore nel quotidiano abbandono alla sua volontà ed essere segni gioiosi dell’Amore di Dio. Svolgiamo il servizio apostolico, impegnandoci nella pastorale giovanile, nelle opere assistenziali, nell’attività scolastica, nell’iniziazione cristiana, nell’animazione liturgica. Favoriamo incontri di riflessione sul mistero eucaristico e momenti di preghiera e di adorazione. Siamo consapevoli che vivere e pregare seguendo l’esempio della nostra Santa è una grazia particolare ed arricchente, una grazia a cui ci viene data la possibilità di attingere per condividere con i nostri fratelli la gioia dell’incontro vivo con Dio. STORIA DEL CENTRO

La villa, un tempo denominata “Villa Gamba” dal nome dell’antico proprietario, passò all’Istituto delle Suore Sacramentine nel 1955. L’intento di apertura della casa era quello di offrire ospitalità alle suore che, dopo un soggiorno a Ponte Selva, venivano dichiarate guarite dai medici curanti, ma ancora necessitavano di un periodo di convalescenza. Fu chiamata “Villalta di San Raffaele”, con implicita richiesta all’Arcangelo di intercedere per la riabilitazione e la guarigione delle Suore. Nel trascorrere degli anni, la casa venne poi adibita ad ospitare gli esercizi spirituali delle suore e gli incontri di alcune categorie di laici. Dopo un periodo di ristrutturazione e ampliamento, la casa è stata riaperta. Dal settembre 2013 il suo nuovo nome è: Centro di Spiritualità e Cultura “Geltrude Comensoli”. Al Centro le possibilità di formazione e di crescita nella fede vengono aperte a tutti, sacerdoti, religiosi e laici, nelle loro diverse vocazioni. Inoltre, con gli incontri culturali, si vuole promuovere la visione cristiana sui vari aspetti della vita e sollecitare risposte appropriate alle domande cruciali del tempo presente.

Fede come fiducia.I teologi sono concordi nell'affermare che la fede non è in primo luogo credere che alcuni fatti siano...
08/09/2026

Fede come fiducia.

I teologi sono concordi nell'affermare che la fede non è in primo luogo credere che alcuni fatti siano veri, bensì riporre la propria fiducia in Dio. Parlano di ‘credere nel Tu’ in contrapposizione a un mero ‘credere-che’. Credere significa avere fede in Dio. Il verbo tedesco per ‘aver fiducia, fidarsi’, deriva dall'aggettivo ‘fedele, leale’, e significa: saldezza, stabilità. Chi ha fiducia in Dio, ha un terreno sicuro sotto i piedi. La fiducia in Dio è contemporaneamente un sostegno a cui appoggiarsi per imparare ad acquisire la fiducia in se stessi e negli altri uomini. La questione è: come posso imparare questa fiducia? Dipende solo dalle mie esperienze infantili? Se ho acquisito la fiducia originaria posso fidarmi di Dio, del mio prossimo e di me stesso? Altrimenti non è possibile?
Il discorso non è così semplice. Naturalmente la fiducia in Dio dipende dal fatto che io abbia acquisito o meno la fiducia originaria da bambino. Mi risulta più facile avere fiducia in Dio se, fondamentalmente, la mia disposizione di spirito mi porta a pensare che tutte le cose sono buone così come sono e che Dio è il garante di questa bontà.
Per la Bibbia, tuttavia, fede e fiducia sono sempre anche espressione della grazia divina. Ma io sono alla mercé di questa grazia divina? Funziona che ce l’ho o non ce l’ho? La fiducia è un giorno di Dio all'uomo. Ma devo anche imparare ad averla.
I primi monaci hanno sviluppato il metodo della cosiddetta ‘masticazione’. Nei momenti di diffidenza e di paura, fissavano nella mente un versetto della Bibbia sulla fiducia e lo ripetevano lungo la giornata. Per esempio: “Il Signore è per me, non avrò timore: Che cosa potrà farmi un uomo?” (Sal 118,6). Quando ripeto questa frase in un momento di angoscia entro piano piano in contatto con la fiducia che è in me. Nessuno di noi prova solo paura o solo fiducia. In noi esistono entrambi questi poli. Meditando sui versetti della Bibbia posso scoprire la fiducia già presente in fondo alla mia anima. Non posso però ottenerla con la forza. Recitare: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla” (Sal 23,1) può aumentare in me la fiducia che Dio si prenderà cura di me, che non mi mancherà nulla dei giochi davvero è necessario. Ma ripetere le strofe dei Salmi non basta.
Nonostante tutti i tentativi di imparare ad avere fiducia, resta sempre l'aspetto della grazia. A volte ci è concesso fare un'esperienza in cui sentiamo che Dio è vicino. Quando, durante la messa o nel corso di una meditazione silenziosa, percepisco la vicinanza risanatrice di Dio, in quel momento c'è in me la fiducia. Non c'è bisogno che faccia nulla. La fiducia è lì. Il mio unico compito consiste nel lasciarmi andare. Queste esperienze sono sempre esperienze della grazia. Non posso indurle tramite una o l’altra tecnica. Devo solo approfittarne quando le provo ed esserne grato.
Avere fiducia in Dio non significa, però, credere ingenuamente che non mi possa capitare nessuna disgrazia, che non abbia un incidente o che le cose nel mio lavoro non possano mai andare storte. La fiducia in Dio non è leggerezza o ingenuità. Può succedere benissimo che mi ammali o che mio marito o mia moglie si rivelino diversi rispetto all'inizio o che decisione abbia conseguenze pesanti. Per me, fiducia significa che alla parte essenziale di me non può capitare nulla di male. Non importa se mi ammalo, se mi capita un incidente, se ho sfortuna del lavoro: alla parte essenziale di me, al mio vero Io, non può accadere nulla. Nel più intimo del mio essere sono nelle mani di Dio, sono protetto dalle sue mani benevole. Questa fiducia mi infonde tranquillità. Fa bene all'anima. E devo sempre cercare di conservarla.
Avere fiducia non significa non avere più paura. I cristiani credenti sono perseguitati dalle paure come gli atei, perché le paure nascono esperienze traumatiche infantili o implicano paure archetipe proprie dell'uomo: la paura di essere divorato, la paura di morire di fame, la paura dell'abbandono e la paura della morte. Incolpare se stessi di fronte a una paura non aiuta. Conosco cristiani che dicono: come cristiano non dovrei temere nulla, dovrei solo avere fiducia in Dio e tutte le paure svanirebbero. Affermazioni di questo genere sono inutili. Un modo migliore per affrontare le proprie paure sarebbe ammetterle e accoglierle fino alla fine. La mia paura mi condurrà allora nel profondo alla mia anima, in cui già è presente la fiducia che Dio mi ha infuso nel cuore. Sulla base della mia paura capirò che io e la mia paura siamo entrambi nelle mani di Dio. La paura può esistere, ma è circondata dalle mani benevole di Dio.
Gesù ci invita ad avere questa fiducia infantile in Dio, nostro padre. Dobbiamo pregare pieni di fiducia il Padre che è nei cieli di liberarci dalla paura, di allontanare da noi la diffidenza e di fortificarci interiormente, colmando la nostra carenza di fiducia in noi stessi. Il vero dono del Padre celeste, tuttavia, è lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è più profondo dello spirito della paura, della limitatezza e della diffidenza. Non è semplicemente un sentimento umano, come la fiducia; se ci fidiamo dello Spirito Santo, che è presente in noi sotto la coltre dei nostri sentimenti, anche questi possono piano piano trasformarsi. La paura diventa fiducia, la limitatezza: ampiezza. Cessiamo di aggrapparci a una cosa qualsiasi. Tendiamo verso Dio le nostre mani vuote affinché l'École con il suo spirito.
Anselm Grün

“Io sono il pane della vita”(Gv 6,24-35).Noi dobbiamo essere pane, perché Cristo è il pane disceso dal cielo. Che cosa è...
07/09/2026

“Io sono il pane della vita”
(Gv 6,24-35).

Noi dobbiamo essere pane, perché Cristo è il pane disceso dal cielo. Che cosa è la libertà se non è sostenuta e alimentata da un amore nuovo, dalla passione intensa verso l'altro che Cristo e la coscienza cristiana devono attuare nel mondo? La libertà diventa un privilegio di pochi. Ma la libertà consapevole dell'amore sa che non può assurgere alla piena manifestazione di se stessa se non attraverso il più profondo rispetto, il più amoroso rispetto verso tutte quante le creature, verso tutto ciò che esiste e che ha vita. Io sono libero, di fronte a voi, nella misura in cui i miei rapporti con voi sono animati dal più profondo rispetto e dal più profondo amore.
E così il “rito”. C'è anche la casa del rito, il paniere del rito. Che cosa diventa il rito chiuso in se stesso? Diventa un linguaggio indecifrabile, una organizzazione di gesti, di parole umane che rimangono incomprensibili per i non iniziati. Ma quando il rito è abitato dal pane sia colui che compie il rito, sia colui che vi partecipa, sanno di dover essere pane, allora il rito trova la sua animazione vera: allora diventa portatore del pane, cioè diventa strumento di vita e di accrescimento di coscienza per tutti coloro che vi partecipano.
Così potete riflettere su tutti i possibili modi di impostazione di vita che sono propri di noi uomini e vedere la differenza e l'animazione nuova che essi assumono quando sono compenetrati dalla presenza del pane. E Cristo è il pane, e noi dobbiamo essere il pane. E questa è la moltiplicazione dei pani di cui quell'episodio avvenuto nella Palestina non era altro che un segno e un preannuncio. Nel mio lavoro io devo essere un pane per tutti gli uomini e nel mio anelito verso la giustizia e nella ricerca della giustizia io devo portare questo amore nuovo e rispettoso per tutti gli esseri, e non dividerli e separarli da nessuno.
Il pane è la dimora universale, il punto di incontro di tutte le fami e di tutti gli stomachi che hanno fame. È il punto che placa ogni ricerca di nutrimento. E così la nostra vita cristiana deve essere per tutti gli uomini il punto dove confluiscono tutte le aspirazioni e le necessità, le disperazioni, le ricerche, le ansie, dove tutte le povertà convergono e sono risolte da questa nostra capacità di amore, un amore nuovo, assoluto, incondizionato è pronto a correre tutti i rischi che nascono da questa passione amorosa che Cristo ha introdotto nel nostro cuore di uomini.
Allora la nostra prospettiva, cioè la nostra visuale di fronte a tutte le cose, cambia totalmente. Non vediamo gli altri esseri come degli oggetti, ma sentiamo di vivere in un mondo di soggetti, di persone, di creature con le quali possiamo comunicare. E allora scopriamo che il legame profondo che unisce tutti gli esseri è quell'amore che Cristo ha portato e che ricollega tutte le creature al loro principio e le conduce verso il loro principio, che è anche il loro termine di maturazione e di sviluppo.
Io credo che, nel tempo che attende ora noi cristiani, la riscoperta della realtà del pane sia una delle riscoperte più essenziali e importanti. Dobbiamo cercare la giustizia, dobbiamo cercare la pace, dobbiamo cercare tutto ciò che rende l'uomo più degno della sua esistenza e della sua dignità, ma dobbiamo soprattutto cercare l’amore, perché attraverso l'amore riscopriremo la vera misura dell'uomo e la vera misura di tutte le cose e soprattutto scopriremo che noi, in mezzo alle creature, attraverso l'amore, possiamo ricomporre quell'unità che è stata separata e disgiunta dal nostro egoismo, dalle nostre passioni, dalla nostra avidità di potere e dalla nostra ignoranza.
Allora tutto sarà “uno” e tutti saremo un solo pane in Cristo. E la moltiplicazione dei pani allora si attuerà non in un piccolo spazio, ma si attuerà su tutta quanta la terra e i pani saremo noi. E saremo nella nostra realtà di pane ad abitare in questi possibili modi di esistenza, dando a loro il loro senso e la loro forza di incidenza vera nella vita di tutti gli esseri. E allora saremo in pace e saremo veramente cristiani e veramente uomini.
Giovanni Vannucci

VENTITREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO6 Settembre 2026/ Anno Ahttps://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?da...
05/09/2026

VENTITREESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

6 Settembre 2026/ Anno A

https://www.chiesacattolica.it/liturgia-del-giorno/?data-liturgia=20260906

Ez 33,1.7-9; Rm 13,8-10; Mt 18,15-20

È semplice. Quando un fratello commette un peccato che ci tocca, che ci fa male o che comunque è un male per la comunità, noi dobbiamo andare direttamente da lui ad ammonirlo, fra noi e lui “soli”. Quest’affermazione esclude tutte le altre vie che potremmo seguire e che, in realtà, sono purtroppo quelle più spesso praticate: andare da altri a lamentarci del peccato di quel fratello e, forse, non affrontarlo mai direttamente. Il vangelo, però, è molto chiaro: il fratello che pecca va rispettato, amato, protetto così come vorrei essere rispettato, protetto e amato anche io quando pecco. Quell’amore e quel rispetto sono le condizioni essenziali perché il fratello accolga, comprenda e si converta da quel peccato commesso; questa conversione può anche non avvenire, la persona può rifiutare la correzione e allora, solo allora, si interpelleranno due o tre testimoni, che possano aiutare il fratello nell’errore a ragionare. Solo qualora neanche così il fratello comprende, sarà necessario chiamare in causa tutta la comunità.

Dopo i racconti della confessione di Pietro, la sua proclamazione dell’essere roccia e della possibilità di sciogliere e legare, dopo il primo annunzio della Passione da parte di Gesù e le parole dure che deve dire a Pietro che non pensa secondo Dio, la liturgia ci conduce nel pieno del discorso ecclesiale che caratterizza il capitolo 18 del Vangelo di Matteo. Prima dei versetti che leggiamo, Gesù parla del Regno dei cieli, solo chi è come i bambini entra nel Regno, poi parla degli scandali e della necessità di non essere motivo di scandalo, dunque di vigilare su sé stessi e sul proprio cuore; poi comincia a parlare di chi si perde e della misericordia del Padre, che non vuole che qualcuno di questi piccoli si perda. Dopo questa affermazione, da tenere a mente, comincia il nostro passo: l’orizzonte, dunque, è quello della salvezza, quello della fraternità, quello della Chiesa. Consapevoli di ciò, possiamo rileggere le parole di oggi.

Di fronte al peccato del fratello, nel nostro cuore si muovono molte cose, dobbiamo ammetterlo a noi stessi; c’è la parte buona di noi che soffre perché il fratello sta nell’errore ed è lontano da Dio, che soffre per la distanza che con il suo peccato egli mette tra di noi nella ricerca di Dio. Poi, però, ci sono parti di noi che soffrono solo per l’ingiustizia eventualmente ricevuta, e dunque egoisticamente; ci sono parti di noi che non accettano che quel fratello o quella sorella non ci garantiscono più la sicurezza che riponevamo in loro, che quella persona non è “come pensavamo noi”; ci sono parti di noi che giudicano, mettendosi sopra all’altro e pensando che a noi una cosa del genere non potrebbe mai avvenire. Ancora, altre parti di noi provano una sottile soddisfazione di fronte al peccato del fratello, non solo perché questo ci fa sentire migliori di lui ma anche perché così, noi e gli altri, potremo essere concentrati su quel peccato e distrarci da noi, dai nostri peccati, dalle nostre angosce, dalle nostre ansie, dalle nostre paure. Per alcuni, quest’ultima prospettiva, non combattuta dentro, può diventare un abitus, cioè un’abitudine, come un abito che si indossa: si vanno a ricercare continuamente gli errori degli altri, anche quelli banali, che diventano continuamente motivo di malessere, di fatica relazionale; c’è sempre qualcuno che sa più di un altro cosa è giusto fare, cosa è giusto dire, come è giusto essere. L’altro non lo si vede proprio e, soprattutto, non si soffre per lui e per il suo peccato perché il motore interiore che spinge non sono amore e compassione ma bisogno estremo di salvare sé stessi, sempre e comunque. Non è facile ammettere a noi stessi di provare qualcuno di questi sentimenti negativi, perché ammetterlo ci provoca dolore; eppure oggi il Vangelo ci chiede di farlo e di guardarci. Se quando un fratello sbaglia, e il peccato che commette è reale e anche grave, non andiamo da lui – e solo da lui – per affrontarlo ma troviamo mille altre vie, dobbiamo chiederci il perché. È paradossale ma il peccato dell’altro può essere anche un’occasione: l’occasione per leggere nel mio cuore cosa lo abita – probabilmente molte cose insieme – e, soprattutto, quali sentimenti scelgo di alimentare nei confronti dell’altro. «Nessuno è buono se non Dio solo» dice Gesù al giovane ricco che si pone davanti a lui con la propria giustizia (Mc 10,18); in base anche alla nostra storia familiare, tanti sentimenti contraddittori e anche cattivi si alternano nel nostro cuore: quello che tocca a noi, in ascolto della via di Dio, è alimentarne alcuni e farne morire altri, per diventare «santi come il Signore è santo» (Lv 19,2). Allora il peccato di un fratello contro di me, diventa occasione per guardarmi dentro, con onestà, senza negare sentimenti che se non portati alla luce rischieranno di gestire il mio cuore nelle tenebre; scoprirò le radici del peccato anche dentro di me, scoprirò che non sono migliore di quel fratello e che anche io posso peccare e pecco, come Elia che, nello sconforto totale, scopre la sua miseria ed esclama «non sono migliore dei miei padri» (1Re 19,4). Allora, come desidero la salvezza per me, così comincerò a desiderarla per il fratello che ha peccato; e lo incontrerò personalmente, nell’amore e non nel giudizio, sperando per lui che capisca e si ravveda; in questo modo il peccato del fratello diventerà per me occasione di crescita, di amore, di misericordia. Tante volte, invece, il peccato dell’altro conduce al peccato anche me; ci avvertiva già il Levitico «non odiare il tuo fratello nel tuo cuore; correggi francamente il tuo compatriota e non gravarti di un peccato a causa sua» (Lv 19,17) e lo sottolinea anche San Francesco nella sua XI ammonizione: «in qualunque modo una persona peccasse e, a motivo di tale peccato, il servo di Dio, non più guidato dalla carità, ne prendesse turbamento e ira, accumula per sé come un tesoro quella colpa». Il peccato dell’altro può far peccare anche noi non solo quando quell’esempio ci seduce e cadiamo nello stesso peccato, ma anche quando smettiamo di amare e di volere la salvezza di quel fratello, non deponendo l’ira che quel peccato ci genera. È chiaro, questo pure dobbiamo dircelo, qui si parla di peccati veri, non di piccoli dispiaceri relazionali a motivo del fatto che l’altro è diverso da noi e da come lo vorremmo, da quello che ci aspetteremmo da lui. Si può dialogare su tutto ma non si può gettare addosso a un fratello qualcosa che non è veramente un peccato o una colpa, come se lo fosse; anche rispetto a questo ci vuole un grande discernimento: ciò che non è una vera colpa del fratello, posso lasciare che muoia nel mio cuore o farne occasione di dialogo ma non di correzione.

Se colui che deve correggere ha fatto un lavoro dentro di sé, di discernimento rispetto alla colpa dell’altro e di purificazione rispetto ai sentimenti che prova, va dal fratello e lo ammonisce in merito al peccato commesso, ma il fratello non ammette l’errore e “non ascolta”, allora bisognerà interpellare altri due o tre testimoni con cui incontrarlo. Il fratello corretto è chiamato ad “ascoltare”: è molto interessante, non si parla subito di conversione, di richiesta di perdono, si parla di ascolto. Ovviamente qui la parola ascolto è carica di tutto quello che significa per Israele: ascoltare è dare credito a un altro, è far entrare dentro ciò che si ascolta, è confrontarsi davvero con quelle cose; così l’ascolto può diventare obbedienza e diventa incontro. Magari il fratello avrà bisogno di tempo, ma un tempo non vuoto, un tempo nel quale lavorerà nella sua interiorità per collocare dentro di sé e davanti a Dio quello che quei fratelli gli hanno restituito nell’amore. Se però quell’ascolto non ci sarà perché il fratello non proverà proprio a mettersi in discussione, a vedere il suo errore, a correggersi, allora bisognerà interpellare tutta la comunità, la Chiesa; la comunità intera chiederà di essere ascoltata, se non sarà così, allora quel fratello diventerà come un pagano e un pubblicano. Frase dura, controversa, interpretata in tanti modi; vuol dire esclusione dalla comunità, uscita da essa? Vuol dire, sicuramente, che quel fratello che non ascolta ha escluso nel suo cuore i fratelli che lo hanno interpellato fino alla comunità ecclesiale intera, allora è giusto attivare azioni conseguenti che rendono visibile la posizione che quella persona sta assumendo: non si sta comportando da fratello, si sta ponendo come un pagano e un pubblicano. È lui che si sta mettendo fuori. Forse, dando credito al suo comportamento e alle sue conseguenze, la comunità può sperare che egli poi comprenda il suo errore e si ravveda. Pagani e pubblicani sono stati incontrati e amati da Gesù, sono stati sempre quelli di fuori a cui Gesù ha cercato di portare l’annuncio della salvezza, quelli da convertire, quelli da amare facendogli una proposta concreta di vita e di conversione. Quel fratello che non si è convertito, che non ha ascoltato neanche la comunità tutta, è diventato così: va amato, in un nuovo annuncio di salvezza di cui ha bisogno, in una nuova possibilità di guarigione dalla quale si è escluso con il suo “non ascolto”. Fare finta di niente, fare come se fosse “un fratello” come prima, significa non rispettare la verità del cuore e della scelta di quell’uomo, che lo rende un pagano e un pubblicano, significa togliergli quella nuova occasione di salvezza e di conversione che bisognerà invece proporgli. Se si fa finta di nulla ed è tutto come prima, quel fratello è perduto e non tornerà mai a essere veramente fratello! Il Signore ha consegnato alla comunità dei fratelli la possibilità di legare e sciogliere, insieme a Pietro; il discernimento della Chiesa può restituire agli uomini il senso e il valore delle loro scelte, nel bene e nel male. Il Signore crede in noi, crede nella possibilità che possiamo trovare le vie per amarci, correggerci, convertirci, sostenerci, stare insieme in Lui; egli affida alla possibilità di “accordarsi”, come gli strumenti di un’orchestra, quella di essere esauditi nelle preghiere fatte. Anche questa volta tutto si gioca nell’ascolto: se c’è un fratello che “non ascolta”, come potrà accordarsi con gli altri e come potranno suonare insieme una musica non stonata?

Così, come è necessario che le comunità assumano la verità della scelta dei suoi singoli membri, per la loro salvezza, così correggere dal peccato e denunciare il male è un obbligo; secondo tutte le caratteristiche che dicevamo sopra, la profezia di Ezechiele di oggi ci ricorda che, visto il male, non possiamo non dirlo al fratello. Se non lo diciamo, gli togliamo un’occasione di salvezza e quel peccato diventa anche nostro perché diventiamo anche noi responsabili della morte del fratello. Questo, però, comporta assumersi veramente l’altro con tutto il suo carico di vita, di dolori, di gioia, di fatica; questo significa vivere veramente “con”: la comunità ecclesiale non è un luogo dove ci si incontra per delle celebrazioni e poi, di fatto, ognuno vive per sé. La comunità è un luogo in cui l’altro mi appartiene, la sua salvezza è anche la mia, mi salvo con lui e non da solo, sia quando pecca lui che quando pecco io. Il Signore ha pensato che possiamo farcela. E perché, invece, le nostre comunità non sono questo?

Sorella Michela Arnone_Monaca di Ruviano

Nell'officina della mansuetudine.“Vigilare costantemente sulla propria condotta di vita”: questo è necessario per non ac...
05/09/2026

Nell'officina della mansuetudine.

“Vigilare costantemente sulla propria condotta di vita”: questo è necessario per non accondiscendere alle forze istintive ed egoistiche della nostra natura. Se ci si abbandona all’intemperanza, ben presto si diventa aggressivi. Custodire se stessi è impegnarsi seriamente nell'ascesi del corpo e dello spirito.

“Spezzare all'istante contro il Cristo i cattivi pensieri”: questa è una violenza fatta a se stessi per non essere violenti verso gli altri. Per spezzare i cattivi pensieri manifestandoli al padre spirituale, occorre una grande umiltà, poiché l'aprirsi con sincerità comporta anche l'accettare di sentirsi dire: “Sì, questo è proprio male, questa è roba da buttare via”. Chi non è mite ama difendere anche i suoi luridi stracci.

“Odiare la volontà da propria”: chi ama la propria volontà, e se la tiene cara, e se la cova in seno gelosamente, sarà sempre in atteggiamento di ribellione, di ostinazione, di resistenza. Troverà sempre inaccettabili le decisioni degli altri e, di conseguenza, si troverà sempre solo, a fare partito per se stesso. Infatti è incapace di fare comunione.

“Fuggire la superbia”: la superbia è di chi si mette al di sopra degli altri e vuole sempre avere la prima e l'ultima parola; è un atteggiamento di autoesaltazione e di disprezzo degli altri; un porsi di fronte agli altri sentendosi superiori. Chi è superbo e altero non accetta mai bene un consiglio, un'osservazione; sembra sempre sdegnato di tutti e per tutto. Il suo cuore si indurisce come la pietra anche davanti a un povero e a un indifeso. Non sopporta nemmeno di vedere negli altri l'umiltà e la mitezza.

“Venerare gli anziani; amare i giovani”: “venerare”: c'è in questo verbo un misto di amore, ammirazione, rispetto carico di considerazione per chi è maturato attraverso una lunga esperienza di vita. Si venera una persona che si stima, che si considera degna di essere ascoltata, imitata. La venerazione è il sentimento che i giovani devono nutrire verso gli anziani.
E poiché i giovani sono ancora all'inizio del cammino di esperienza che gli anziani hanno già fatto, questi ultimi li debbono aiutare accompagnandoli con amore comprensivo, apprezzato anche i loro minimi sforzi, dando loro fiducia, scegliendoli con simpatia nel proprio cuore per le più belle speranze da realizzare nell'avvenire della comunità. Le persone mature e anziane dovrebbero potersi compiacere nel vedere realizzarsi nei giovani le loro più belle e nobili aspirazioni, nel veder magari fiorire su un'altra pianta il fiore che non era sbocciato sui loro rami nella loro stagione.
Il buon rapporto tra generazioni, tra mentalità diverse, richiede che vi sia umiltà vera da entrambe le parti; che vi sia mitezza. Dove invece subentrano l’alterigia, le contese, le gelosie, la sfiducia, non ci può più essere né venerazione, né amore, perciò né pace, né mansuetudine.
Anna Maria Cànopi

La fede autentica e la vita eterna.Noi abbiamo perso la consapevolezza di essere nati da Dio, di essere armati della giu...
04/09/2026

La fede autentica e la vita eterna.

Noi abbiamo perso la consapevolezza di essere nati da Dio, di essere armati della giustizia di Cristo, fuori dalla sfera d'influenza del maligno, di aver ricevuto l'intelligenza per conoscere il Veritiero, di vivere nel Veritiero e nella vita eterna, per il fatto che noi viviamo in Cristo Gesù. Di tutto questo ci siamo privati perché abbiamo perso di vista che la fede in Cristo è opera dell'uomo nuovo nato dallo Spirito (cf. Gv 3,6), e che la fede autentica è un atteggiamento di amore e di adesione a Cristo, e non una semplice elaborazione intellettuale che memorizziamo e recitiamo con le labbra, senza averne una percezione spirituale autentica e senza che la realtà di Cristo ci sia veramente presente.
Quando Giovanni dice: “Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca, ma colui che è generato da Dio custodisce se stesso, e il maligno non ha potere su di lui”, egli descrive la condizione dell'uomo nuovo in noi, poiché questi è una creatura nuova, creata a immagine di Dio nella santità e nella verità. Altrove dice che quest'uomo nuovo “non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui, e non può peccare perché è nato da Dio” (1Gv 3,9). Il peccato è ricondotto così all'opera dell’uomo vecchio, di questo “corpo di morte” (Rm 7,24); e, anche in questo caso, può essere rimesso dalla confessione (cf. 1Gv 1,9).
Tuttavia ciò su cui Giovanni insiste è che colui che è nato da Dio non commettere il peccato; non può peccare perché è nato da Dio; sussiste in Dio e il germe di Dio è in lui. Questo germe è lo Spirito di Dio, e anche il suo Verbo, il Cristo: “E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustizia” (Rm 8,10).
Il passo di Paolo: “Il giusto vivrà mediante la fede” (Rm 1,17) conferma questa visione di Giovanni. Infatti che è il giusto? Il giusto è colui che si è appropriato della giustizia di Cristo mediante la fede nella sua morte e nella sua risurrezione. “Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,10). Colui che crede alla risurrezione di Cristo ottiene la giustizia di Cristo “messo a morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4,25). Infatti, quando Cristo è morto e noi siamo morti con lui siamo stati liberati dal peso della maledizione e della morte, e quando egli è risuscitato ci ha comunicato la sua giustizia, che è quella di aver obbedito a suo Padre, a nostro favore, fino alla morte.
In tal modo il giusto che ha creduto alla risurrezione di Cristo vive con Cristo nella sua giustizia, e questo corrisponde alla comunione in Giovanni, la comunione con il Padre e con suo Figlio Gesù Cristo, fonte di gioia perfetta.
La vita nella giustizia della fede, in Paolo, si traduce in Giovanni nella comunione di vita con il Padre e con il Cristo. Ciò che è degno d’interesse in questo parallelo è che la fonte primaria che anima la vita nella giustizia della fede per Paolo è “la fede”, mentre per Giovanni la fonte che anima la comunione di vita eterna è la manifestazione di Dio per grazia: “La vita si è fatta visibile… la vita eterna che era presso il Padre e si è resa visibile a noi” (1Gv 1,2). Dio si è manifestato nella carne e ci ha fatto dono della vita eterna!
Matta el Meskin

Maledire Dio.Il passaggio dall'idolo al vero Dio crea sempre un momento di sconforto, in cui siamo esposti alla dolorosi...
03/09/2026

Maledire Dio.

Il passaggio dall'idolo al vero Dio crea sempre un momento di sconforto, in cui siamo esposti alla dolorosissima tentazione di credere che Dio forse è veramente morto, oppure che, se esiste, non è Dio ma un terribile tiranno. Eccoci spinti al sacrilegio e alla bestemmia! E, meraviglia delle meraviglie, al cuore stesso della Bibbia: in certi libri della Bibbia la bestemmia è presente. Come infatti la Bibbia conosce l’idolatria, così conosce la tentazione della rivolta contro il vero Dio: la bestemmia e il sacrilegio. Il libro di Giobbe ne è l'esempio più lampante: vibra e scoppia di bestemmie. Ne possiamo concludere che le bestemmie non sono estranee a Dio: se appaiono nella nostra vita, hanno - in un mondo o in un altro - qualcosa a che fare con lo Spirito Santo che ha ispirato la Bibbia. Forse la bestemmia è un primo modo, molto imperfetto o, piuttosto, a rovescio, di dire qualcosa che si avvicini un poco alla verità su Dio.
Giobbe non è capace di riconoscere Dio al cuore della tentazione che lo assale, perché tra lui e Dio c'è un muro, il muro della buona teologia del suo tempo. Giobbe pensava che, essendo giusto, tutte le prove dovessero essergli risparmiate. Tale era l'immagine che ci si faceva di Dio a quell'epoca: Dio punisce solo i peccatori, mentre i giusti vengono ricompensati con la prosperità. In verità, era una visione molto ristretta di Dio, che aveva più a vedere con l'idolatria che non con il Dio di Israele, il quale un giorno avrebbe sottomesso alla prova il proprio Figlio. Ecco perché Giobbe è completamente disorientato dal fatto di esservi sottomesso a sua volta: protesta contro Dio e cerca di dimostrargli la propria innocenza.
Né la moglie né gli amici lo potranno aiutare perché sono anch'essi prigionieri dei manuali di teologia del loro tempo: si danno un gran daffare per dimostrargli che Dio è giusto, secondo la giustizia molto convenzionale dell’epoca.
Le bestemmie di Giobbe sono in stretta parentela con il clima da ‘Dio è morto’ così presente nella letteratura e anche nella teologia di vent'anni or sono. (…)
Inconsciamente Giobbe vuole essere il redentore di se stesso e quindi Dio a se stesso, con al proprio servizio un semplice idolo domestico: Dio dovrebbe già accontentarsi di contare ancora qualcosa! Ma quando il Dio vivo e vero si rivela, deve fare i conti con questo atteggiamento inconscio di Giobbe e con l'idolo che solo lui può infrangere. Giobbe stesso afferma che Dio interviene in modo sconcertante, che lo assale. Urla il proprio lamento. Come reagisce Giobbe e come reagiamo noi a questa sfida di Dio?
Facciamo così fatica ad abbandonare il nostro idolo per convertirci al vero Dio che ci sono solo due sbocchi possibili: negare Dio oppure negare noi stessi, cioè la bestemmia o il suicidio. O ‘Dio è morto’, oppure ‘Magari non fossi nato!’.
Quando il nostro idolo va in frantumi, è tale il nostro smarrimento ed è talmente grande la nostra venerabilità di fronte al vero Dio che ci sembra più facile negare lui, oppure noi stessi piuttosto che arrischiarci a un autentico incontro con lui. (…)
Anche noi conosciamo Dio solo per sentito dire, a volte addirittura per molti anni. Anche noi, nella prova, reagiamo subito come Giobbe: il vero Dio viene a infrangere qualcosa in noi e noi cerchiamo di difenderci. Dio viene a spezzare i nostri idoli. C’è in noi una tale sicurezza, alla quale siamo pronti ad aggrapparci fino alla disperazione e contro la quale Dio non trova antidoto. Il suo scopo è quello di toglierci questa sicurezza, ma questo ci fa talmente soffrire e noi siamo talmente delusi da Dio che preferiamo maledirlo e bestemmiarlo, e a volte arriviamo fino a dubitare della sua esistenza, vorremmo vendicarci di Dio. Tutto questo non è grave perché anche nelle nostre bestemmie più amare continuiamo a gridare la nostra fede. Dietro ogni bestemmia si nasconde il vero volto di Dio, anche se viene presentato a rovescio. Dio stesso ci prende per mano per spossessarci di ciò che meglio conosciamo e a cui siamo attaccati corpo e anima: il piccolo idolo domestico che ci trasciniamo dietro da anni e al quale offriamo un culto come al vero Dio.
André Louf

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Bergamo
24020

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