05/09/2026
È tremendamente necessario correggere il fratello che è nell’errore.
Non perché lo esiga una qualche legge o un qualche codice morale.
Non per desiderio di vendicare l’amor proprio ferito dall’offesa altrui.
Non per volontà di umiliare, manifestando al fratello il suo errore.
Ma perché il peccato inocula morte nella vita di chi lo compie, instilla una profonda tristezza, un profondo male di vivere, lo fa malato.
È però tremendamente difficile correggere. Ancor di più lo è ricevere correzione.
Perché si può correggere il fratello che è nell’errore solo se e perché lo si ama. Lo si considera un bene prezioso da salvare, da restituire alla vita, da “guadagnare”, nonostante il male che abbia fatto. Personalmente poche volte sono stato corretto. E solo da chi aveva a cuore la mia vita.
False umiltà (“come posso correggere l’altro se anche io sbaglio?” o “chi sono io per correggere qualcuno?”) o il desiderio di quieto vivere (“come l’altro reagirà di fronte alla mia correzione?”) non sono che modi di mascherare il fatto che la vita di quel fratello non è poi così importante e la si può lasciar morire.
Non correggere significa mandare in rovina sia il fratello sia la comunità, poiché il male diventa contagioso. Non solo.
Se l’errore non viene evidenziato, nominato come errore, e corretto, può insorgere nella comunità una confusione tale che, per ignoranza, quell’errore possa essere considerato un bene da imitare. E così la malattia diventa invasiva.
Per questo si può - e in alcuni casi si deve - giungere anche a prendere le distanze da chi non voglia correggersi, non per spirito di esclusione o di ostracismo, ma perché la comunità stessa non corra pericolo di morte a causa delle sue ostinazioni.
Correggiamo e lasciamoci correggere.
E resteremo nella vita.
(XXIII Domenica T.O. - Mt 18,15-20)